sabato 12 agosto 2023

BOELLA PRESSENDA ANNA

 

MAESTRA ANNA BOELLA PRESSENDA

RICORDO DI QUEL 16 AGOSTO 1944 ALLA CANOVA di Neive




                                    Partigiano Maestro Pressenda "PINO" 

MAESTRA ANNA BOELLA PRESSENDA

RICORDO DI QUEL 16 AGOSTO 1944 ALLA CANOVA di Neive

< I Partigiani si sono affermati, ma si fa più serrata ed insistente l’opposizione dei nazifascisti.

 È IL 16 AGOSTO 1944. Nella splendida mattina, un silenzio insolito si nota in tutto il versante sud est di    fronte al paese…L’atmosfera è tesa e si sparge la voce che tutt’intornosi sono appostate delle brigate nere.

Le forze repubblichine affluiscono a raggera da tutte le strade per convergere in quella zona ed accerchiare i partigiani.

Bisogna fare qualcosa per sbarrare la strada alle autoblindo.le nostre armi leggere servirebbero solo a far fresco contro quei bolidi corazzati, afferma uno dei capi.

Preparare alcune cariche di plastico, è l’ordine che viene dato e subito messo in atto.L’esplosivo dalla carica micidiale viene manipolato dai guastatori e le mine vengono fatte brillare all’arrivo della colonna. Non una foglia si è mossa, non il minimo rumore fino allo scoppio,. La strada è interrotta, i mezzi sono bloccati e l’avanzata è per il momento arrestata. Il fragoroso boato ha dato inizio al combattimento. Successivamente si accendono accaniti scontri in più punti, che provocano un’incessante sparatoria che martella le colline. Sono raffiche interminabili, laceranti scoppi di mortaio, cui fanno eco i colpi isolati, sparati , forse solo per far rumore.. Due sono le formazioni attaccate(dei Matteotti e dei Badogliani, che dapprima agiscono separatamente, i primi sulle colline più ad Ovest dove sembrano resistere all’attacco… poi, venuto il momento, spariscono come per incanto….

I Badogliani, dopo il susseguirsi dei precedenti movimenti, ricevono l’ordine di ritirarsi sulle colline più scartate, ad Est della zona seminata di repubblichini, per poter sfuggire ad un eventuale insostenibile attacco, Ma ecco che dal paese un gruppo di aggressori, nuovi e freschi, raggiunge anche queste colline fino a poco tempo prima del tutto sicure.

Sono le prime ore del pomeriggi…Piombati in quel silenzio, dopo aver percorso a piedi la breve salita(abbastanza lunga però da farli bollire per il gran caldo), i repubblichini battono i pugni contro la nostra porta. – Aprite, vogliamo da bere!- Una porta si apre per prima.

-Entrate!- invita un uomo- Ecco del vino del migliore-

-No , sa di ribelli, risponde un brutto ceffo scagliando

Il bicchiere per terra.

-I ribelli – chiede ancora- sono passati di qui?

I due aprono la finestra e , come i cani da posta che abbaiano avvistando la preda, indicano il luogo dove si sono nascosti i partigiani. Un colpo sulla spalla per ringraziamento alle spie che non si muovono e volgono gli occhi ambigui verso il nemico che esce soddisfatto.

Subito dopo i repubblichini, preso di mira il bersaglio indicato iniziano a sparare all’impazzata, spazzando ogni palmo di terra. I partigiani si sentono crivellare di ferite. Uno muore subito, un altro con entrambe le gambe ferite, si trascina in disparte, ma non sa esattamente se voglia andare a morire lontano da quell’inferno o se deve tentare di salvarsi.

Gli altri due chiedono soccorso, gridano con la forza della disperazione.Il volto del più giovane, dall’aspetto ancora infantile, è l’espressione del terrore, che fa chiedere pietà ai propri assassini; invoca la mamma che non lo lasci morire.

Attirati da quelle grida, i fascisti, da veri cacciatori, li cercano come si cerca la selvaggina ferita che ripara chissà dove per istinto di conservazione e lascia le sue impronte di sangue.

In realtà i repubblichini che dalla collina si precipitano a valle, sembrano degli avvoltoi nell’atto di piombare sulla preda e fanno di peggio, perché sfogano tutta la rabbia, tutta la crudeltà che può esistere su questo mondo, sulle povere vittime.

Compiuta questa barbarie, si recano alla “Casa bianca” e chiedono da bere, commentando il loro operato con frasi che è meglio non ripetere.

Appena questi uomini si sono allontanati,”Parin” esce di casa ed attorno al vecchietto ci sono tutti, le sue ragazze ed i vicini di casa. Non si fanno commenti: -Andiamo! E tutti partono alla ricerca di quei poveri corpi.

Li trovano quasi a pezzi, li ricompongono e li trasportano su per i sentieri con una slitta da fieno trainata da un bue….Il triste carico scivola sull’erba coi corpi ancora caldi, sotto gli occhi di alcune persone con la schiena curva come se ne sentissero tutto il peso, combattute tra il desiderio di nascondersi e quello di accompagnarli.

Intanto si è fatta sera. Giunto presso la casa dove c’è uno stagno, una di quelle grosse pozzanghere che non mancano mai vicino alle case di campagna e che è senz’acqua per la siccità, pensano che potrebbe essere un ottimo nascondiglio per i corpi dei caduti. Li scaricano, li depongono sul fondo, nell’ombra e li coprono ancora con delle frasche. Qui dovrebbero rimanere per tutta la notte o fino a quando sarà possibile trasportarli a destinazione. Ma per compiere il macabro quadro, anche il tempo infierisce su tutti questi poveri corpi e , durante la notte, per la pioggia lo stagno si riempie d’acqua.>

 


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