giovedì 21 maggio 2026

PIRITORE NARDINA 1936 VED. MARENDA PIETRINO

 




PALMA DI MONTECHIARO AGRIGENTO
CHIESA MADRE

CASTELLO DI CHIARAMONTANO

Nardina Piritore vedova di Marenda Pietrino nacque ad Aprile del 1936 a Palma di Montechiaro da Rosaria del 1915 e Angelo del 1910. Il nonno paterno Piritore Giuseppe di Angelo fu soldato del 141 Rgt. Fanteria, era nato il 15 febbraio 1884. Morì il 3 Novembre 1916 sul Carso per ferite riportate in combattimento.

 


In famiglia eravamo cinque fratelli, due sorelle e tre maschi. La mamma accudiva noi figli. Il papà contadino. andava con la mula a lavorare il podere che era abbastanza distante dal paese.

Io frequentai la scuola fino alla terza e poi rimasi a casa ad aiutare la mamma. Vi era, un fratello del ’32 Giuseppe, io del 36 una sorella del 1940 e poi due fratelli Calogero del ’52 e Gina del ’57.

Aiutavo nella raccolta dei pomodori, delle mandorle delle olive che si portavano al frantoio per ottenere l’olio per uso famigliare e anche per vendere. Se ne produceva abbastanza! Ne avevamo sempre un fusto di quelli da petrolio (180 Litri)

L’acqua a differenza di Arguello, dove sono venuta ad abitare, era comoda da recuperare. Si girava l’angolo e c’era la fontanella!

                                                          Fontanella del lungomare Todaro


 

LA GUERRA

Avevo solo pochi anni ma ricordo il periodo della guerra senza il papà che era stato richiamato alle armi. Non si avevano sue notizie e raccontò che operò in Liguria a Savona e a Genova.

 


 Gli Americani sbarcarono proprio a Palma di Montechiaro. Ricordo i grandi camion e carri armati e la popolazione che sventolava dei fazzoletti bianchi come a dire “Venite in Pace!”  

 


14 luglio 1943 LA LIBERAZIONE DELLA SICILIA

La 1ª divisione americana entra a Mazzarino e a Niscemi mentre nei pressi di Vizzini la 51ª inglese (del XXX corpo), appoggiata dalla 45ª americana, ha ragione della strenua resistenza delle truppe dell'Asse. Presso Lentini, nel settore del XIII corpo inglese, l'attacco della 5ª e della 51ª divisione è contenuto dalle forze dell'Asse. Al Ponte Primosole, i diavoli rossi inglesi vengono impegnati tutto il giorno in un duro contrasto con i diavoli verdi tedeschi.

La 2ª e la 3ª divisione americana, che da Licata si dirigono verso Agrigento, continuano a trovare la strenua resistenza dei bersaglieri italiani a Palma Montechiaro, Campobello e Castrofilippo.

Nel luglio del 1943, la "resistenza" a Palma di Montechiaro assunse i connotati di una strenua difesa militare opposta dalle truppe italiane contro lo sbarco alleato in Sicilia (Operazione Husky), piuttosto che della guerriglia partigiana tipica del Centro-Nord. Lo Sbarco (10-11 luglio): Le truppe anglo-americane sbarcarono nei pressi del litorale licatese (nella vicina spiaggia di Gaffe). Da lì, l'avanzata delle divisioni statunitensi verso Agrigento toccò inevitabilmente il territorio palmense. La difesa italiana (11-17 luglio): Le colonne americane incontrarono la decisa opposizione dei reparti del Regio Esercito, in particolare dei Bersaglieri del 527° Battaglione. Gli scontri rallentarono temporaneamente l'avanzata degli Alleati verso ovest.

Nardina: I soldati americani gettavano cioccolata, caramelle, gallette e anche sigarette. Subito la gente stava nascosta, poi attirata da quei regali uscì a sventolare bandiere bianche. Io andavo a prendere acqua e dove c’era una scuderia dei militari ricordo di un soldato che ogni volta che mi vedeva mi dava una caramella, forse aveva dei figli ed io glieli ricordavo!


Papà tornò nel 1945 ma prima non avemmo mai suoi scritti. Due fratelli di mio papà furono sullo stesso treno che li conduceva a casa e si incontrarono quando scesero alla stazione. Eh le guerre sono una brutta cosa! Durante una sparatoria una sorella di mia mamma fu uccisa!

 

EMIGRATI IN SVIZZERA

Dopo la guerra, siccome non c’era possibilità di lavorare, mio fratello Calogero andò in Svizzera a Zurigo a cercare lavoro.  Io, di 25 anni e mia sorella di 21 lo raggiungemmo dopo pochi mesi e rimanemmo a lavorare in una sartoria. Mia sorella stirava con la “pressa” gli abiti da uomo e io facevo lavori di rifinitura.

 


Partimmo per Zurigo e facemmo quel viaggio lunghissimo in treno. Quando arrivammo alla frontiera A “Chiasso” fummo visitati e controllati a lungo!

Si lavorava e si guadagnava abbastanza, certo che era una vita dura perché noi italiani non eravamo ben visti! Vivevamo in due camerette, una cucina e una camera da letto, io e mia sorella dormivamo nello stesso letto. Quando si tornava dal lavoro si stava lì!

E faceva un gran freddo! A chi dice dei migranti di adesso che potevano stare a casa loro, io dico che la storia si ripete! Noi in Sicilia non avevamo lavoro e questi anche! Dico, se aveste provato ad andare fuori  a vivere in mezzo a gente che ti guarda male adesso capireste cosa si prova a vivere lontano dal tuo paese. I controlli per gli emigranti in Svizzera nei primi anni '50 erano regolati dal primo Accordo bilaterale italo-svizzero (siglato nel 1948). I lavoratori italiani subivano rigide selezioni burocratiche, visti d'ingresso e controlli di polizia, oltre a umilianti visite mediche di frontiera per escludere malattie infettive come la tubercolosi. Istituiti per gestire la massiccia richiesta di manodopera italiana del dopoguerra, i controlli e le procedure consistevano in: Filtro sanitario alla frontiera: Arrivati in treno, i migranti venivano divisi per sesso e costretti a spogliarsi completamente per controlli medici approfonditi, un'esperienza traumatica che è stata documentata da diverse testimonianze storiche.

 

Anche il vivere nel periodo della guerra ci ha insegnato a capire le difficoltà degli altri. Da bambini non avevamo niente e si mangiava pane e formaggio. Abbiamo imparato ad accontentarci di quel poco! Adesso vedo i bambini che hanno tutto e sono schizzinosi. Questo non piace, quello non piace!

Dopo 55 anni che manco dalla Sicilia, il dialetto siciliano non lo parlo più e il piemontese lo capisco ma neppure lo parlo!

Interviene Maurizio il secondo figlio dei tre (Sergio e Letizia) e dice: > veramente quando parla al telefono con sua sorella parla il siciliano!)

Da bambina giocavo con i sassi al gioco della settimana e a saltare la cordicella. Tutti giochi che facevamo all’aperto. Un tempo non c’erano le auto e vi erano meno pericoli!

Poi la mamma si ammalò, il fratello e la sorella tornarono al paese e si sposarono, così io rimasi sola in Svizzera e decisi di tornare anch’io al paese. Così dopo due anni all’estero tornai a casa!

 

AD ARGUELLO

Tornata dalla Svizzera, nel 1963 rimasi sette anni a casa, poi tramite una compaesana che si era sposata ad Albaretto Torre conobbi Pietro di Arguello. Venne in Sicilia, ci conoscemmo e nel 1970 ci sposammo. Abbiamo formato una bella famiglia e abbiamo vissuto insieme fino al 2019, sono già sette anni che è andato avanti!



Quando venni ad Arguello trovai tutto molto strano, mi adattai a vivere con gli suoceri e con un cognato da sposare.

Da noi gli uomini partivano al mattino e andavano, con un’ora di cammino a lavorare i campi e le donne rimanevano a casa. Qui, orto, vigna, fagioli e prati per il fieno era tutto vicino a casa e così anch’io dovetti collaborare nei lavori. Fu una “vitaccia” perché, certi lavori erano molto faticosi. Ad esempio, caricare il fieno col tridente sul carro, per me che sono piccolina era pesante e difficile!

Arrivati i figli pensai a crescerli, ed aiutavo la suocera nelle faccende di casa. Anche se le abitudini qui erano diverse. La cucina si spazzava con una scopa di saggina e il pavimento non lo si lavava mai, certo l’acqua bisognava tirarla dal pozzo mentre da noi zampillava dalla fontanella, però il pavimento era sempre pulito, qui una polvere!

A Palma l’acqua la si prendeva alla fontana e la mettevamo nella Quartara o Brocca di terracotta, qui la lasciavano nel secchio e vedevo bere con la (“cassa”) il mestolone!

Al paese avevamo il forno e si cuoceva in casa la pasta che avevamo preparato, qui si preparava la pasta e poi la si portava con la carretta al forno di paese a cuocere e poi lo si andava a comprare dal panettiere “Annibale “ a Tre Cunei.

Noi preparavamo la pasta da fare asciutta con la farina di semola di grano duro che si portava al mulino, qui l’unica pasta che vedevo preparare erano gli gnocchi di patate e non capivo come facessero a mangiarli! Come anche la polenta di grano turco, da noi si faceva la polentina di semola con acqua o latte! Preparavamo vari tipi di pasta ma sempre con acqua e semola, mia mamma con il ferro faceva anche pasta tipo spaghetti (Busiate), caserecci,paccheri, scialatelli, rigatoni.


 

Qui, solo polenta e gnocchi!

Alla domanda < andavi d’accordo con la suocera?>

Nardina risponde con un sorriso e un detto siciliano: “Suocera e nuora buttale fora!”

Mariuccia era da “campagna”: andava nell’orto, a tagliare l’erba a far tutti i lavori ma alla casa non si dedicava. Aveva già 75 anni quando l’ho conosciut ma era fatta a suo modo, invece il suocero Angelo era più buono con me. Quando vedeva che non mangiavo a tavola con loro, lui mi chiedeva di sedermi. L’ho conosciuto soltanto per un anno perché poi ebbe un infarto e morì, si chiamava Angelo (1895)


e la moglie

Mariuccia ( 1898 Cortemilia)

 

 

 

 

A Palma usavamo solo farina di semola di grano duro e acqua e olio per preparare la pasta per il pane e per la pasta secca, qui ci mettono anche le uova. Il pane lo preparavamo ogni due o tre giorni perché a mio padre non piaceva il pane duro- raffermo!

A Natale e a Pasqua dopo aver cotto il pane, nel forno si cuoceva il riso e il cappone ripieno a Natale, e l’agnello a Pasqua. Per i dolci era tradizione andare a comprarli dalle Suore di Clausura del Monastero del Ss.RosariodelleBenedettine 



https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/fede/nel-paese-del-gattopardo-i-dolci-delle-monache-di-clausura-51962   

 

 

 

 

A casa preparavamo anche la Torta pasquale ma non è che ci fossero tante feste come oggi!

Una mia zia di nome “Provvidenza” preparava le torte pasquali che venivano belle alte e morbide, se le preparavo io non venivano bene! Si diceva che bisognasse avere “ la mano calda” per impastare.

In occasione del Battesimo del fratello Calogero zia Provvidenza preparò in casa i Taralli!

Io qui mantenni l’abitudine di preparare i “Cuddrurieddri”  frittelle che ricordano nella forma delle ciambelline sottili e allungate. L’impasto a base di latte, acqua, zucchero, olio di semi, scorza di arancia, cannella in polvere e farina è prima cotto sul fuoco e poi, una volta modellato, si fa friggere in olio di semi e zuccherati.

Li preparavo per i figli, da portare a scuola. Però bisogna mangiarli appena fatti, altrimenti non son più buoni.

Qui come da noi preparano anche le ”chiacchiere” e le fritelle che chiamano “friceu”. Hanno solo forme diverse.

Ho sempre mantenuto le tradizioni del mio paese e preparavo pasta con la semola di grano duro e i sughi con le verdure. Quando cucinavo il coniglio per Pietro era una “festa”, e anche Letizia mia figlia mi portava il coniglio da cucinare. Gradivano tutti i carciofi ripieni e fritti o le paste con le verdure ed il pane croccante!

 

LE ABITAZIONI DI PALMA





Zia Provvidenza e il fratello di mio papà abitavano sotto, nella stessa casa dove abitavamo noi.

Noi con il lavoro della poca terra si viveva, poi c’erano due o tre famiglie che erano più ricche e vivevano in ville con giardino recintate da muri. Possedevano tanti mandorli e assumevano lavoratori. C’era una di queste signore anziane che era da sola e chiedeva a noi di andare a tenerle compagnia. In casa aveva una camera con un tavolo di muratura e piastrellato. Lo usavano per stirare, con un ferro con manico di legno che veniva appoggiato ai carboni ardenti e poi utilizzato. Queste famiglie, “se la passavano bene”: prendevano manovalanza per pulire le mandorle, avevano l’acqua in casa e la vasca per il bagno!

Loro erano Signori e poco distante c’eravamo noi contadini e un falegname che costruiva “mastelli” con l’asse per lavare. Uno di quelli me lo portai ad Arguello quando mi sposai. Qua non avevano il mastello per lavare e non capivo come facessero a fare il bucato.

Da noi ogni famiglia aveva il mastello grande per fare il bucato


 

In Sicilia, per il bucato si usava la "terra blu", (una polvere a base di indaco o blu d'oltremare che le nonne chiamavano "azolo" (dal termine spagnolo azul). Serviva per sbiancare i capi, togliere l'ingiallimento e dare un riflesso candido ai tessuti.)veniva sciolta in poca acqua, poi filtrata legando la polvere in un pezzetto di stoffa (come un sacchetto) durante l'ultimo risciacquo. Avevamo del Bucato bianco e profumato!

Qui avevano un piccolo contenitore di legno dove lavavano tutto insieme, fazzoletti, camicie lenzuola. Costantina, la mamma di Anna Remo Marisa e Mauro mi diceva che lei lavava usando la cenere, ma da mia suocera non vidi mai lavare con la “liscivia”.

Da noi si avevano altre abitudini igieniche! Anche la madia dove si faceva pasta e pane era tutta affumicata e incrostata e appena fu possibile dissi a Pietro di bruciarla e la sostituimmo con un tavolo più moderno.

MATTHIAS

Quanto è utile far conoscere queste storie ai giovani?

Nardina: Eh! Chi non ha provato la miseria, fa fatica a capire! Noi fin da piccoli mangiavamo tutti i tipi di verdura: cavoli, broccoli, ceci, piselli, fave, adesso mangiano solo prosciutto e cibi come i wurstèl che non si sa cosa c’è dentro.

Un’altra cosa che non capisco dei giovani è l’uso esagerato del telefonino. Non alzano mai la testa da sto telefonino e non parlano quasi più!

LA “FUITINA” DI MARIA

Maurizio sollecita Nardina a raccontare della “fuitina” della sorella.

Eh! Esclama “chi ti tocca poi ti prende”!

Eravamo alla stazione ferroviaria di Zurigo ed eravamo uscite dal lavoro Maria mi disse: <aspettami, vado a salutare un’amica!> io attesi un po’ poi tornai a casa, la vedemmo tornare il giorno dopo! Eravamo nel periodo di Natale e tornammo a casa in treno. Mio fratello, ed io a Roma scendemmo dal treno e vedemmo che Maria e il paesano suo amico si guardavano in modo strano. Capimmo che era successo qualcosa ma finchè non fummo a casa non capimmo. Maria disse al padre che “doveva sposarsi. Il padre, molto severo si arrabbiò un po’ ma poi dovette accettare la situazione! Funzionava così, se due si mettevano insieme poi dovevano sposarsi. Se una ragazza dopo la “Fuitina” non si sposava era “disonorata”

                         FESTE E RELIGIOSITÀ

              


In siciliano: u'ghettu dè malati ma chiamato dalla popolazione locale u'cravaniu (il calvario), all'ingresso del paese, si scorge la collina detta "Calvario" con i ruderi dell'antica chiesa di Santa Maria della Luce, dove c'è una botola nel pavimento della chiesa; di sotto sono ancora presenti e rinchiusi i corpi delle persone lì ricoverate e morte di peste del tra il 1550 e 1700.

La madonna del Castello è detta Maria Montisclari All’interno della piccola cappella è custodita la statua della Madonna del Castello, affettuosamente chiamata “a bedda Matri du Casteddu“. Il simulacro è in marmo e ha un manto dorato. Insieme alla Vergine c’è Gesù Bambino. È un’opera dell’artista palermitano Antonello Gagini e risale al XVI secolo.

 

LA FESTA si tiene la domenica successiva a quella di Pasqua ed è molto sentita dai cittadini palmesi e ancora adesso. La statua della Madonna, viene portata dal castello fino al centro del paese. Vi sono parecchie leggende:

Il racconto dei Turchi e della statua decapitata

Castronovo:

“Ci sono due leggende inerenti la statua della Madonna – racconta Castronovo -. La prima, che è quella di epoca più antica, risale intorno al 1500 e si narra che i Turchi arrivarono nella spiaggia delle Sirene, andarono al castello e portarono via qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, tra cui anche la statua della Madonna. Ritornando in mare la loro imbarcazione, proprio per via della roba che conteneva, era diventata troppo pesante e non riusciva a proseguire il cammino. Per questo motivo fu data da parte dei Turchi la colpa alla Madonna stessa, che fu additata come una strega. Così venne tagliata la testa alla statua, che fu gettata in mare. In epoca moderna la statua è stata restaurata, ma si vedono dei segni lungo il collo”.

La battaglia tra palmesi e agrigentini

L’altra leggenda invece parla di una battaglia, ovvero “quella tra palmesi e agrigentini per contendersi la statua della Madonna dopo un furto. Andando in direzione Agrigento dal castello vi è un corso d’acqua indicato come Vallone della Battaglia proprio per via di questa battaglia. La leggenda riguardante i Turchi è quella più sentita perché si sente come se restare nel castello sia stata una volontà della Madonna, una vera e proprio presa di posizione della Madonna, che si rifiuta di andare con i Turchi.

NARDINA: Si faceva e si fa ancora una processione con addobbi a carri, cavalli e persone vestite di velluto che cantano e ballano. Alla Madonna si portano Corone ed ex voto per Grazie ricevute! Una volta la religiosità era più sentita.

 


Effettuavano il sentiero per salire al castello tutto in ginocchio!

Quando non pioveva da tanto tempo si prendeva la statua della Madonna e la si portava in paese. Era proprio tanto venerata!

Il Venerdì Santo Veniva posta più in alto la Croce con Gesù e alle 14.00 veniva la Madonna a far visita a Gesù. Erano anche molto venerati San Calogero e San Giuseppe, e infatti ci sono tante persone col nome dei due santi!

 


 

 

 

 

 

 

 

(Fonte: http://www.militarystory.org/la-battaglia-di-agrigento-10-16-luglio-1943/ )

 

La battaglia di Palma di Montechiaro viene descritta in questo modo nella storia ufficiale americana (Albert N. Garland, Howard Mcgraw Smith, “US Army in World War II – Mediterranean Theater of Operations – Sicily and the Surrender of Italy”):

 

Il generale Truscott, nel frattempo, aveva convocato i suoi comandanti più anziani la sera del 10 luglio e impartito gli ordini per l'operazione del giorno successivo. Il 7° Reggimento di Fanteria doveva avanzare verso ovest per prendere Palma di Montechiaro e le alture appena oltre; il 15° Reggimento di Fanteria doveva proseguire verso nord lungo la Strada Statale 123 per impadronirsi di Campobello; il CCA del generale Rose, operante tra queste due squadre di combattimento, doveva impadronirsi di Naro, quindi radunarsi sulle alture a nord e a est e prepararsi per ulteriori azioni. Il 30° Reggimento di Fanteria, a guardia del fianco destro esposto della divisione, doveva inviare un battaglione attraverso la campagna per impadronirsi di Riesi, bloccando così un'importante via d'accesso al fianco orientale della divisione. Il 3° Battaglione del 7° Reggimento di Fanteria (Tenente Colonnello John A. Heintges) guidò l'avanzata su Palma di Montechiaro all'inizio dell'11 luglio. Attraversato il ponte sul fiume Palma senza incidenti, il battaglione incontrò un intenso fuoco da parte delle truppe italiane che occupavano posizioni fortificate lungo un linea di basse colline appena a sud della città. Schierando le sue truppe, costruendo una base di fuoco e usando le armi di supporto con grande vantaggio, Heintges avanzò lentamente e spinse gli italiani nella città stessa. Mentre il battaglione si preparava a entrare a Palma intorno alle 11:00, numerose bandiere bianche apparvero sugli edifici della città. Il colonnello Heintges inviò una piccola pattuglia per accettare la resa. Sfortunatamente, erano civili, non soldati, ad aver esposto le bandiere bianche, e la piccola pattuglia americana finì sotto il fuoco. Due uomini eranoUccisi, altri due feriti. Infuriato, Heintges radunò dieci uomini e li condusse personalmente attraverso un campo aperto verso un edificio che sembrava essere teatro del fuoco più intenso. Raggiunsero l'edificio sani e salvi, piazzarono delle cariche esplosive al piano inferiore, si ritirarono di un breve tratto e fecero detonare gli esplosivi. L'esplosione segnò l'inizio dell'attacco e il battaglione si lanciò in città al seguito del suo comandante. I difensori di Palma erano stati rinforzati da una task force proveniente dal fiume Naro e si scatenò un violento combattimento lungo tutta la via principale. Per due ore la battaglia infuriò casa per casa. Verso le 13:00, stanchi della situazione, gli italiani sopravvissuti iniziarono a ritirarsi verso ovest lungo la Strada Statale 115. Riorganizzando rapidamente il suo battaglione, Heintges li inseguì da vicino, ripulì velocemente le colline sul lato sud della strada e si trincerò lì in attesa del resto della squadra di combattimento .

 

La debolezza delle persone

Nonostante il contributo determinante degli italiani alla prosperità della Svizzera, coloro che ne hanno beneficiato di meno, almeno inizialmente, sono stati proprio gli immigrati italiani. Per molti di essi, soprattutto dopo l’arrivo in massa dal Meridione, la vita è stata difficile e avara di soddisfazioni. Le loro sofferenze erano soprattutto psicologiche, perché avvertivano chiaramente che da molti svizzeri erano considerati indesiderati, fastidiosi, avari (perché forti risparmiatori), intrusi (nonostante fossero stati tutti «richiesti»), approfittatori, immorali (perché sembravano andare a caccia di ragazze), ecc.

Max Frisch

Purtroppo gli italiani non riuscivano a difendersi di fronte alle accuse infondate e oltraggiose perché non conoscevano la lingua del posto. Pensavano, quasi tutti, di rientrare dopo uno o pochi anni (sapevano di essere Gastarbeiter, lavoratori ospiti, cioè provvisori) e non si davano la pena di impararla. Preferivano in certo senso l’isolamento o al massimo l’associazione, giusto per avere un minimo di contatto umano.

Gli immigrati avevano contro gran parte dell’opinione pubblica, manipolata abilmente dagli xenofobi che riuscivano a diffondere tra la gente comune la paura, anzi, per dirla con Max Frisch, l’«odio verso lo straniero». Ci furono molte reazioni contro i movimenti xenofobi che agitavano lo spauracchio dell’inforestierimento (la contaminazione dei valori tradizioni svizzeri) con i barbarismi degli stranieri. Ebbero successo, perché nelle votazioni popolari i movimenti xenofobi furono sempre sconfitti perché il popolo svizzero, nonostante tutto, aveva gli anticorpi giusti. Ma dovette passare molto tempo prima che la maggioranza degli svizzeri si abituasse a considerare gli stranieri indispensabili, «persone» e non solo «braccia» e che «l’inforestierimento», lungi da distruggere i valori elvetici, offriva alla Svizzera «l’opportunità di rigenerarsi» (Max Frisch).

Giovanni

Longu
Berna, 26 giugno 2019

 

Monastero delle Benedettine

Costruito tra il 1653 e il 1659, inglobò il primo Palazzo ducale e accolse con la regola cassinese anche le figlie di Giulio, II duca di Palma, e in seguito anche la moglie Rosalia Traina.

Si trova su una semicircolare e impervia gradinata, in una piazza quadrata con le strade che si incrociano nel luogo che un tempo era segnato dalla colonna con la croce.

Venne inaugurato il 12 giugno 1659.

 

Il monastero ha un aspetto semplice con finestre prive di decorazioni. Sul cortile interno, invece, si affacciano delle finestre decorate in stile barocco. All'interno il parlatorio ha volte a botte da cui si accede ad un giardino ricco di alberi in cui è sistemata una scultura della Madonna con San Benedetto.

 

Le suore custodiscono, inoltre, la Madonna della Colomba Rosata. Ancora oggi è uno dei pochi monasteri di clausura in Sicilia, il cui accesso è impedito quasi a chiunque.

La figura di spicco del monastero di Palma di Montechiaro è Isabella Tomasi, Suor Maria Crocifissa, vissuta nel XVII secolo e considerata “venerabile”, che è sepolta nel cimitero interno.

 

La lettera del Diavolo

Nell’estate del 1676, Suor Maria Crocifissa 


– che aveva già avuto visioni mistiche importanti – ricevette una lettera scritta in una lingua incomprensibile che a quanto pare recava un messaggio del demonio! Secondo la leggenda il Diavolo in persona chiese alla donna di firmare la lettera, per sottometterla al suo volere. Ma lei vi scrisse solo la parola “ohimé!” ingannandolo e costringendolo ad andar via.

 

Sia Giuseppe Tomasi di Lampedusa che Andrea Camilleri hanno indagato sulla famosa lettera, ancora conservata presso il monastero. In effetti è scritta in una lingua che non corrisponde a nessun idioma – antico o moderno – conosciuto. Alcuni termini richiamano l’arabo o il greco, ma nessuno è mai riuscito a tradurre nemmeno questi. Che lingua è? Chi l’ha scritta? E soprattutto come fece a recapitarla, dato che il convento era chiuso a qualsiasi visita esterna? Un mistero talmente inquietante che Tomasi di Lampedusa uscì sconvolto dall’esperienza!







venerdì 15 maggio 2026

PROGLIO DANTE ARGUELLO 1933

 


https://youtu.be/ykPOIFX-vjM            

 In cinque in famiglia

 



https://youtu.be/p-wALOaZhME                

                    Dante da servitò

 

 

 

 

                                                   

 

    

     Papà Benedetto         Nonna Ferrero Caterina

                                                 “Rà Brichétta”

         

Sono Dante Proglio nato qui al Brichètt di Arguello. Avevamo solo due camere e la stalla e si dormiva tutti nella stessa stanza sopra la cucina e la stalla

Mia madre, Carolina, preparava una polenta e come companatico avevamo un’acciuga. Si passava una fetta di polenta sull’acciuga e in cinque ne avanzavamo ancora. Io sono del 1933 e si viveva così! Questo non è una frottola (bala) lo racconto sempre perché mi è rimasto impresso.

BATIVO Èr gran antr’éra TREBBIAVAMO IL GRANO NELL’AIA




Per procurare un po’ di grano per uso famigliare mio padre lo “bativa” trebbiava qui nell’aia. Prendeva acqua e sterco della mucca e lo spargeva per foderare l’aia. Quando era essicato si disponevano le spighe del grano in circolo. Si attaccava il “RIBAT” TREBBIO alla mucca e si passava sopra la messe, si toglievano i gambi delle spighe e raccoglievamo grano e pula, la si faceva saltare nel “Val” VAGLIO. Così si separava la pula che volava via dal grano si portava al mulino a macinare.Quella poca farina serviva per fare polenta e minestre. Il pane della tessera andavamo a prenderlo al forno di Lequio Berria o di Cravanzana. Era un pane scuro e durissimo, ma c’era solo quello e tornando a casa ne mangiavo sempre un pezzo per la fame!

A SEI ANNI ANDAI DA SÈRVITÒ

Dante Proglio: Quando ebbi 6 anni fui mandato da pastorello in “Levì” da Carlo Brangero e Maria. Andavo d’estate ma anche nel periodo delle scuole. Sovente non si andava a scuola perché Carlo mi chiamava per aiutarlo. Mi pagava con il grano e a seconda delle giornate mi dava mezzo sacco di grano o di più.   

Quando ero a Rodello mi mandavano a prendere il pane a Ricca d'Alba. Qui portavo la pasta a cuocere ed attendevo due o tre ore prima di avere il pane. In quell'attesa chiedevo al panettiere di farmi qualche pezzo più piccolo, così, tornando, un pane lo mangiavo ed uno lo nascondevo,   in modo da prenderlo il giorno dopo quando sarei andato al pascolo con le pecore. Solitamente ritrovavo il pane in modo di sfamarmi, ma una volta, nella notte piovve e il pane si inzuppò. Fui deluso, però non mi persi d'animo lo feci asciugare e lo mangiai ugualmente. Eh, da mangiare ne davano poco! Purtroppo non ebbi fortuna capitai sempre con dei "padroni" avari e poco sensibili. A Sinio dormivo nel "grupion" della stalla, contenitore dove si faceva scendere dalla "Trapa" (buco della travà)il fieno per gli  animali. Quando reclamai che stavo tutto storto mi dissero di mettermi nella " greppia" mangiatoia, e così continuai a dormir male a causa del rumore che facevano gli animali e le loro catene! Inoltre mi riempii di pidocchi e quando a dicembre tornai a casa, mia madre si mise le mani nei capelli! Dovette sbollentare tutto il vestiario e disinfestarmi per bene.                         Non so come feci a sopravvivere tra il mangiare poco e male! La cuoca era non vedente e più volte mangiai carne con i vermi! Una volta versò la polenta e tagliandola con il filo sollevai un "tuturu" intero (pannocchia). Lei non vedeva ed io la fregavo andando a rubare le uova dal pollaio. Veniva per prendere le uova ed io che le avevo già prese mi mettevo su un lato, lei passava e borbottava ma non mi vedeva.        

    



 

DA SERVO AI GIAMESI. 

            

Ai Giamesi da Angiolin Adriano fui trattato meglio e furono gli anni migliori da servitò. Conobbi tante persone e si lavorava e si stava in allegria. Vi era la famiglia di Lipo,Marietina,Francesco che aveva sposato Rosina, poi vi era la famiglia di Gepinin e Cina e da loro da manovale andava Augusto fratello d'r 'Ospidal di Bosio Cesarina mamma di Ettore ed Elio. La serenità della Borgata fu funestata dalla tragica morte di Francesco fratello di Marietina che colto da depressione si suicidò. 

  DA GARZONE DI PANETTERIA

             


       Forno di Arguello (2020)


              

ORESTE FRANCONE Reduce della prigionia

 Intorno ai 13/14 anni andai a lavorare da Oreste Francone nel forno di Arguello. Imparai un po' il mestiere e mi trovavo bene svolgendo un po' il lavoro di garzone e un po' di manovale di campagna. Cosí guadagnavo e mangiavo. In seguito, mio cugino Germano mi trovò posto da garzone nella panetteria in via Maestra ad Alba, quella che era difronte alla Chiesa di San Damiano. Mio cugino Germano, zio di Arturo lui trovò lavoro all'hotel Savona da Morra in cucina. Il mio era un lavoro pesante perché si iniziava all'una dopo mezzanotte e tra portare su dalla cantina le fascine per accendere il forno, preparare lo lvà (pasta) e infornare e cuocere si finiva a mezzogiorno, poi si mangiava,si dormiva un po' e subito si ricominciava, però vi era la soddisfazione del lavoro e del guadagno.            Prima di fare il panettiere ricordo il lavoro di pajarin d'estate a trebbiare il grano e le feste a spojè rà mejra. Dopo il lavoro vi era sempre la festa e il divertimento. Una volta andai a spojè da Angiolin e le donne ci promisero che avrebbero preparato i friceu, poi  il lavoro andó per le lunghe e noi ragazzi e ragazze che avevamo piacere di ballare due, escogitammo un modo per fare terminare il lavoro: nascondemmo   un po' di pannocchie che al buio non furono viste e si iniziò a ballare. Un'altra volta la combiniamo più grossa. Gettammo parte delle pannocchie nel pozzo! Eravamo allegri ed anche un po' incoscienti!

ALLA BORGATA “BRICHÈTT”

Noi abitavamo in sette in due camere sopra la stalla e la cucina. Di fianco viveva la famiglia di mio zio che era composta da sei persone. In una camera, qui al Brichett viveva anche Nicolin che di professione era un giocatore di carte. Mi capitò una sera di incontrarlo mentre tornavo dal lavoro. Lo trovai all'improvviso, nel buio, seduto al bordo della strada. Anche lui fu stupito di vedermi e mi chiese: da dove arrivi? Risposi: <dal lavoro> E lui,aprendo il fazzoletto giallo annodato: < baica, mi sansa fatica reù vagnà tut sossi!> Era un bel mucchio di soldi! Gli augurai buona fortuna e me ne andai. Non so più che fine fece Nicolin, ma fu sempre da solo col suo vizio del gioco!


 

Da bambino e ragazzino la vita della famiglia fu difficile, ma essendo tutti nella difficoltà si viveva in armonia. Per andare a scuola aspettavi che qualcuno portasse a casa un paio di scarpe, oppure se ti regalavano un paio di scarpe eri felice e èt blagavi anche se erano un po' piccole e facevano male!

 

La famiglia viveva di quel poco che offriva la terra, grano, granturco una piccola vigna, si seminavano i ceci. Si teneva la mucca e si prendevano,due vitellini da Tantin di Pianfré, per allevarli. Quando erano da macello si riceveva una cifra per ripagare la spesa di allevamento.Avevamo quattro pecore e una capra si ricavava latte per noi e per far tome, lana e la mamma la cardava filava e lavorava con i ferri per realizzarci maglie, calze ed altri indumenti. Avevamo una capra che “a jerà propi bona da lat” era ottima produttrice di latte, allora papà Benedetto prese un vitellino da Tantin e lo fece poppare dalla capra.

 

Metteva la capra nella greppia e così il bocinèt si attaccava alla “pupa”. Venne proprio bello, certo che noi dovemmo allungare il latte con l’acqua perché lo prendeva tutto il vitellino!

 Si teneva qualche gallina e qualche pollo. I polli li portavamo nella Meliga a Prà neuv e li lasciavamo liberi affinché crescessero. Non c'era nè il pericolo delle poiane, nè di altri animali. Ricordo che una volta fu presa una volpe e fu mangiata! Ma erano rare.

I BACHI DA SETA

Una delle prime fonti di reddito era l'allevamento dei bachi da seta per la produzione dei cochètt bozzoli. Mettevamo nella camera da letto e in cucina le "pontà" e si dormiva nella stalla.

               


Con la vendita dei bozzoli arrivavano i primi soldi. Con i bozzoli scartati la mamma realizzava qualche gomitolo di seta per produrre indumenti per tutti noi. Ho tenuto una camicietta della mamma che ha preso mia figlia come ricordo. Propi bela!

PAPÀ COLTIVAVA TABACCO

Mio padre, fumatore di sigaro e masticatore di tabacco ( o cicava), coltivava un po’ di tabacco per suo uso!

LE CASTAGNE



Tutti avevamo un po’ di castagne e le facevamo seccare nell’”essicatoio” comune che era sull’angolo del portico di Paolo all’Arditao. Una volta bianche le battevamo con la mazza “diamante” e servivano per i nostri pasti! Per il principio “ is campava via gnente” Non si sprecava niente, il brodo della bollitura delle castagne veniva usato per le zuppe con il pane!

                           L’ACQUA


Si andava a prendere l’acqua per uso alimentare alla fontana che era a duecento metri, e c’è ancora! Ci prendevamo il “ baso” e con due secchielli si andava. Per gli animali avevamo l’acqua del pozzo. “d’ogni modo” ho sempre sentito dire che qui al Brichètt preferivano offrire un bicchiere di vino piuttosto che un bicchier d’acqua! Il vino c’era e non mancava mai, l’acqua bisognava procurarsela.

 

DURANTE LA GUERRA


Nel periodo della guerra io avevo 8/ 10 anni ma fu un tempo brutto e complicato. Qui da noi venivano a nascondersi i partigiani e si costruivano dei nascondigli , così potevano avere la visuale su Cravanzana e Bosia.  Noi vivevamo nella paura perché si sentiva che dove arrivavano i nazifascisti e trovavano anche solo un bossolo dei partigiani davano fuoco alla casa. Inoltre i partigiani prendevano il poco mangiare che avevamo per noi. Presero il vitello a mio zio che aveva due razze e due ragazzi, e volevano prendere anche il nostro se mio fratello Luigi non fosse intervenuto piangendo a chiedere di lasciarcelo! Vennero i nazifasisti e si piazzarono con le mitraglie lì nel prato del Gir dell’Arditao. Andò bene che non trovarono i “rifugi dei partigiani”!.      

       

 


 

QUANDO SI “BATTEVA IL GRANO”

Alla trebbiatura, quando veniva la macchina si faceva il piazzamento nel prato dell’Arditao. Prima venivano con il “motor a Feu” che paceva girare i meccanismi della trebbia, in seguito vennero con “ il trattore a testa caoda”. Era proprio una bella festa. Pensa che eravamo noi 14 del Brichètt,23 dell’Arditao, Giovanin della Masseria1 Si faceva una gran tavolata lì in mezzo alle case e tutti portavano qualcosa da mangiare. Chi portava salame, chi preparava il pollo, chi il coniglio e si faceva festa. Si cantava, si giocava al balon e a bocce! Ricordo Dolfo e Carola, mia nona Catlinin “rà Brichetta Levatriz”, Domini fratello del nonno di quelli della Masseria e mio zio perché aveva sposato una sorella di mio padre.

 

 


 

LA BOTTEGA E L’OSTERIA ALL’ARDITAO

All’Arditao, mia nonna aveva la bottega di tessuti della quale vi è ancora l’insegna sulla casa ormai diroccata.

Vendeva pezze di stoffa, camicie, pantaloni.

“Cin” tenne anche l’Osteria all’Arditao, poi si spostò in Belbo.