Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio gridare “pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il benessere e per il futuro.
Renato Salvetti operò per tre mesi in una
formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due
piemontesi, lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in
uno scontro con i nazifascisti.
L’8 Settembre mi trovavo nella
Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria Corazzata 3° squadrone
marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio militare ma non ero mai
salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire “marconista”, come altri ignoravo cosa stava succedendo,
figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la
destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando
arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma
dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma.
Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice
presso i miei nonni e mio zio. Dopo
qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto Belbo per
unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e per
alcuni mesi ci nascondemmo e ”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un
colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana,
era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo
dentro le armi, pertanto le lasciavamo
fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma
qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente
fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un
inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso
Camerana. Braccati, inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per
raggiungere Bonvicino.
“braccati dai nazifascisti il
10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e attraversando il torrente Rea
raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo terribile e a fatica risalimmo la rupe
che porta alla frazione di Bonvicino. Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non
dimenticherò mai la bontà di quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi
eravamo bagnati fradici e ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci
scaldammo nella stalla su due balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare,
nonostante ci fosse la tessera annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane
nero a testa. Questo contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto
nel loro forno e salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente
disposta ad aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi
dopo aver ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì.
Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo
ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale
del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un certo
punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò verso
la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una serata
incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere: nevicava
alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle.
Vedemmo che vi erano delle
persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni che dormivano.
Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e prima di entrare
buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di reagire. Ci
catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve fresca che era
ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei frustini. Ci
portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello Rossi, rinomato
per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi ci fece la
proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani della Polizia
Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della Brigata Sambolino
Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le sentinelle fasciste ai
quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu
“l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza Vittorio, che
diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante Partigiano fucilato alle
spalle nei pressi di Centallo.
Ci fecero calpestare la neve e
ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci interrogarono e ci rinchiusero in
15 per cella. Ci passavano una ciotola di brodaglia da sotto la porta, ma era
proprio poco per me, giovane che avevo sempre una fame della “malora”!
Escogitai un sistema per farmene dare più di una volta: versavo la brodaglia
nel catino dove ci lavavamo e la feci franca per alcune volte, poi se ne
accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno aveva fatto il furbo. Si
trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non scherzavano e ogni occasione
era buona per massacrarti. Non sapendo dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il
secchio di legno che serviva da cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a
controllare e non la scovarono, così la scampai, ma non lo feci più, meglio
soffrire un po’ di fame che rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che
galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai il contenuto tanta era la
fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande fame vissuta.
In seguito fummo messi al muro in uno stanzone e quattro fascisti bendati scelsero quattro di
noi,( Mario
Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro
verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un quinto patriota,
Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen)
seppi in seguito che furono
condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare anche a me, la sorte mi
risparmiò.
Caricati su dei camion ci
trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle Carceri Nuove. Qui ogni
giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si
sentivano urla e pianti di persone che venivano torturate. Si seppe che avevano
preso quaranta Partigiani in un rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci
condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero
e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di
Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci riportarono alla stazione e,
caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri
morirono tutti. Non so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi
ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai
pesavo 29 chili.
La mia mamma Caterina,a 38
anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a Dogliani.
1313 Salvetti Renato Dogliani
1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu passerai per il camino” di
Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e
figlio entrambi deportati a Mauthausen)
Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci
sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.
Un mio caro amico, mancato poco tempo fa,
era René Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e
siamo andati per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io
ancora adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai
giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza.
I sottocampi di
Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore e la morte.
La vita nei Campi era
terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di Ghusen I II
e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di sopravvivere
e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande dell’immaginabile.
Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e sadici, non
ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di notte
subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi
per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli
incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie
sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi
volle bene fino all’ultimo.
Ancora adesso, che è mancata
da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la invoco nelle mie preghiere
perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della prigionia, come ho
già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola, sentivo che lei mi
proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i
bombardamenti qui a Dogliani.
(Renato mi fa andare sul
balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le lacrime agli occhi
mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo perché
da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)
Arrivammo alla stazione
di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi incolonnati salimmo per questa
strada malandata e ripida che conduceva al campo il cui nome significa
“Pietra-ardesia” e infatti ci sono solo pietre. Con me vi erano molte persone
anziane( professionisti e antifascisti convinti).
Quando fummo in cima, un
mio carissimo amico, Marchiò di Dronero del 1882 mi disse.<Renato, andiamo
verso il buio questo è un campo di sterminio, ci sono i forni crematori!>
Lui aveva subito capito di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse
Mauthausen, ma ben presto lo avrei capito.
Entrammo passando sotto
un portale stupendo e vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un
freddo “bolscevico” e nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare,
ci fecero spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri
improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci
rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio
facendoci sanguinare.
Nella Wasseroom ci
costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di “scnell” svelti e avanti ci
fornirono le dosi di botte con i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata
di petrolio al pube e sotto le ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi,
nella neve. Ci tennero tre giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo
per terra e affiancati, se ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il
posto e stavi in piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il
mio numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco
perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci
facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre
su per una scalinata di 187 scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei
delinquenti comuni senza scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa
scalinata i kapo ci picchiavano continuamente, per loro uccidere era come
fumare una sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le
versavamo dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le
ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave
poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io
raccontai una “balla” (frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma
pur di cambiare vita , rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a costruire dei pezzi per i “moschetti” ne
realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a
Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di
Cherasco.
RENATO DURANTE L’INCONTRO
ALL’ ISTITUTO “B.
FENOGLIO” DI NEIVE
DOPO IL SUO RACCONTO, questo ragazzo di origini tedesche chiese scusa a Renato per quanto la sua gente lo aveva fatto soffrire! Renato lo abbracciò forte e si commosse!
Incontro all’ISTITUTO DI LEQUIO BERRIA
INCONTRO ALL’ISTITUTO DI CORTEMILIA
SELFIE CON ragazzo della Borgata di Levice Avadame dove nacque Renato