martedì 5 maggio 2026

MACCO PROF.DOMENICO NEIVE1938 2026

 


https://youtu.be/BuyHdpIQeVM

Ricordi di Domenico Macco 1938

Mia mamma Savoiardo Maria e mio papà Michele lavoravano da Rocca  Podestà di Neive.

Il Papà era il factotum del Sig.Guido e oltre a provvedere ai lavori di campagna e di cantina, era anche il conducente “drà vetura” il calesse trainato dal cavallo.

La mamma svolgeva lavori di “servizio” presso la famiglia: cucinava, lavava, stirava e puliva.

Ricordo che il Sig. Guido e Sig.ra Colomba ospitarono e tennero nascosta una famiglia Ebrea, la mamma provvedeva a preparare il mangiare anche per gli Ebrei che abitavano in una camera di Casa Rocca e in quel periodo preparava anche il cibo per un gruppo di “repubblicani “ che aveva sede nella casa Raballo posta proprio di fronte a casa Rocca!

 

Una volta i due Ebrei uscirono e nel frattempo venne a cena dai Rocca un gruppo di repubblicani e tedeschi. Quando i due rientrarono si trovarono nell’impossibilità di raggiungere la propria camera poiché avrebbero dovuto attraversare la camera da pranzo. Il Sig. Guido scese in tempo per avvisarli del pericolo e li fece entrare nel grande camino che era a pian terreno. Questi salirono su per la canna fumaria e rimasero su alcune pietre che servirono da gradino. Finchè i militari non se ne andarono rimasero in quella scomoda posizione, poi scesero e venne loro chiesto di non uscire più dal loro nascondiglio.

 

 

-Domenico rammenta quando i nazi fascisti arrivando dal Rondò videro il ragazzo Leone Rocca che era sceso in strada a curiosare. Domenico dalla finestra di una camera della loro abitazione, di proprietà dei Rocca, assistette all’arresto del giovane Leone.

-Il papà Michele fu ferito da un repubblicano che lo vide da Località “Marcorinass “ mentre lui zappava nella vigna ar Cadètt. Gli sparò nonostante i Dellapiana insistessero a dire che non stava scavando una Trincea per i ribelli, ma stava zappando! Il fascista, quando accorse a vedere chi fosse il ferito, con arroganza osservò il buco prodotto nella caviglia dal proiettile e commentò: <Avrei dovuto spararti in fronte.!> Domenico riporta le parole dei Dellapiana e di papà che dicevano < aveva mirato per uccidere, ma la distanza lo aveva tradito e la traiettoria aveva salvato il povero contadino Michele. A prestare le prime cure a Michele, fu (Maria Dacasto) un’ infermiera ricordata anche dal Partigiano Volpe Giovanni <mi salvò la vita due volte: quando sono nato perché aiutò mia madre a partorirmi e nel ’44 quando all’ospedale di Neive mi nascose ai tedeschi che ricercavano i giovani di leva!>

 

<Il 15 Aprile 1945 dalla finestra di casa, vidi arrivare dal Rondò un giovane che spingeva una bicicletta con sopra un altro giovane ferito. Uscii nella piazzetta di San Rocco e con altre persone tra le quali Cecilia rà Possetta la ricamatrice che era sempre sulla porta e sapeva sempre tutto di tutti (Mio padre l’aveva soprannominata “il Gazzettino Padano”), li vedemmo arrivare in piazzetta .Ricordo che il ferito aveva il pantaloncino corto insanguinato e la coscia trapassata da un proiettile, il compagno Partigiano lo stava trasportando all’Ospedale per farlo medicare, e dissero che avevano ucciso Valerio Boella “Valter”. Dopo poco tempo arrivò la sorella di Valter e andava chiedendo a quelli della piazza San Rocco se avessero visto suo fratello. Avevamo avuto notizia della morte prima noi di lei!

 

La colonna nazi-fascista lasciò Neive

Dopo il rastrellamento dell’otto dicembre 1944 assistetti all’uscita dei nazifascisti che scendendo dall’Arco, erano avviati verso Rondò. Ricordo dei cavalli, degli uomini a piedi, un cannoncino con le ruote, un camion con dei giovani arrestati e due militari che sorreggevano Carlin Negro il padre di Giovanni. Arrivati dal peso di Giuseppe Baroé, lo lasciarono sul ciglio della strada pensando fosse morto. In suo soccorso giunse la brava infermiera MARIA DA CASTO che gli effettuò un’iniezione per rianimarlo. Ripresosi, tornò rapido in San Sebastiano dove svolgeva l’attività di Panettiere.


                         Classe III Media A.S. 1964/'65

 Prof. Domenico Macco                Prof. Ferraris
Domenico Sindaco ALL'Ordinazione don Paolo Alutto 
                 Avv. Cardino Domenico-Mauro- Beppe


         Inaugurazione Palestra Comunale Neive Sindaco Domenico
         Inaugurazione Palestra Sindaco Domenico Direttrice Passalacqua


lunedì 27 aprile 2026

POGGIO ROMOLO Borgomale 19 11 1929 27 4 2021

 

 



 

Poggio Romolo BORGOMALE 19 11 1929 DI Maurilio Mugnaio di Ponte Belbo, ANDATO AVANTI IL 27 4 2021

Andai due volte a intervistarlo, ma era sempre indaffarato e non mi permise di registrare quanto ricordava. Mi lasciò comunque tanti spunti per approfondire notizie sul periodo della guerra.

Lo fotografai alla festa di Santa Caterina di Borgomale dove da buon Priore guidava l’Asta delle piantine che lui e la moglie avevano donato.






 

< iniziai l’attività a soli 14 anni quando mio padre a 48 anni cadde da uno di questi porticati. Il mulino era stato fondato da mio nonno Giovanni 120 anni fa sulla sponda sinistra del Belbo. Con mio fratello Remo portammo avanti il lavoro. Nel 1994, con l’alluvione fui costretto a sospendere il lavoro di Mugnaio poiché come vedi dalle foto il mulino subì danni disastrosi. 



Mi trasformai in commerciante di granaglie, concimi, prodotti per l’agricoltura e l’allevamento di animali da cortile. Col tempo risistemai il mulino e ripresi a macinare piccole dosi di grano e meliga, un po’ per passione e un po’ perché volevo onorare la Memoria del nonno e di mio padre. Mi fa soprattutto piacere quando vengono le scolaresche di bambini che così hanno modo di vedere come funziona il mulino ad acqua.>








 

 

Grazie a Romolo alla sua testimonianza possiamo anche  Ricordare il Partigiano
CAVICCHINI UMBERTO (Mugnaio)
06/11/1925 ERBE' (VERONA) –
Nome di battaglia GIANNI
Formazione
CDO 2° DIV LANGHE Dal 15/09/1944 Al 20/11/1944
Caduto il 20/11/1944 nel Comune di CASTINO
DECEDUTO IN SEGUITO A FERITE



 

:<Gianni, il partigiano di cui hai visto la lapide era fuggito dalla caserma di Asti e con altri venivano a casa nostra per mangiare. Mio padre Maurilio, si raccomandava che non facessero imprudenze, ma loro erano giovani e profondamente convinti che dovevano combattere sti tedeschi e fascisti. Il 20 novembre quando ci fu la battaglia, lui fu tra i primi a fronteggiare i tedeschi che erano certamente meglio armati. Non ebbe paura e sparò fino all’ultimo prima di essere falciato! A guerra terminata vennero da noi i suoi famigliari e li accompagnammo alla Vernea, sul luogo dove Gianni fu ucciso……>





TENENTE FRANCO MARCHELLI “MARCO” COMANDANTE 1° COMP. ALPINI

Fornì alcune notizie sul gruppo di “ALPINI DELLA MONTEROSA, MANTENUTI IN ARMI ED IN UN UNICO GRUPPO DOPO IL PASSAGGIO CON I PARTIGIANI

< perdite subite dalle form. partigiane : caduti 7, feriti 31, dispersi 5. > <ho avuto alle mie dipendenze l’alpino Cavicchini Umberto  “Gianni”. Rientrato dalla Germania nei ranghi della Divisione Monterosa, fu uno degli organizzatori della defezione in massa del Battaglione Bassano, disertata ad Asti il 15 settembre 1944 e passato alle varie formazioni partigiane della zona. Sebbene ventenne, comprese tutta l’importanza della causa abbracciata, dedicando generosamente le sue giovanili vigorie, intelligenza e fede alla lotta intrapresa. Ligio al dovere, disciplinato e animato dai migliori sentimenti, fu sempre tra i primi là dove la necessità chiedevano uomini di coraggio e di fede. Partecipò a numerosi combattimenti sulle Langhe e nel Monferrato, distinguendosi sempre.

       




venerdì 24 aprile 2026

BORRI SEBASTIANO Sommariva del Bosco 1915 U.R.S.S. 1943 lettera del 1941 Albania

 






BORRI BASTIANIN IN UNA LETTERA DALL'ALBANIA AL FRATELLO FELICE ( Sarà militare in Africa e poi deportato in Inghilterra)


                                               fratello Borri Felice (panettiere in Africa o prigionia)
Bastianin ONORA I COMPAGNI CADUTI1




Dintorni di Valona 06 Febbraio 1941

Carissimo fratello Felice, Giungo a te con questo povero scritto ,sono

Sebastiano nella foto vestito in borghese. Ti faccio sapere che sono in ottima

salute come spero di te. Mi ha fatto piacere ricevere la tua cara lettera con la

foto che mi ha fatto contento. Hai fatto bene a “cimentare”(riprenderlo) padre

e avete fatto bene a comprare la radio. Ah se potessi farvi avere mie notizie

via radio! Ah se potessi parlarti a voce ,avrei tante cose da raccontarti! I

Greci mi hanno preso una volta e io sono fuggito però ho perso tutto il mio

corredo e zaino. Ma è andata bene,ora i miei superiori mi daranno

nuovamente tutto. Forse adesso faremo parte della Divisione Julia ,per ora

l’indirizzo è sempre il solito fino a nuovi ordini. Cosa mi rincresce “dispiace”

è che sono morti dei miei amici di Sommariva: Tista, Perot , il Borgno,il Naco

e altri ancora!

 

CERUTTI PIETRO DI MARCO

SOMMARIVA BOSCO (CN/I) il 14/01/1920

SOMMARIVA BOSCO (CN/I)

Contadino

FFAA Regie DIV ALPINA CUNEENSE 2^ RGT

 SOLDATO

Luogo di morte: BOLENA (AL) il 23/05/1941

 

GALVAGNO STEFANO DI GIOVANNI

SOMMARIVA BOSCO (CN/I) il 15/09/1918

SOMMARIVA BOSCO (CN/I)

Qualifica: FFAA Regie

DIV ALPINA CUNEENSE 2^ RGT

CAPORALE

BRATAJ (AL) il 27/12/1940

 

 

GIANOLIO ANTONIO DI GIOVANNI BATTISTA

SOMMARIVA BOSCO (CN/I) il 09/10/1910

SOMMARIVA BOSCO (CN/I)

FFAA Regie DIV FORLI' 44^ RGT FANTERIA

SOLDATO

ALBANIA il 12/04/1941

 

 

MAGLIANO GUGLIELMO DI ANTONIO

SOMMARIVA BOSCO (CN/I) il 24/02/1916

SOMMARIVA BOSCO (CN/I)

Contadino

FFAA Regie

1^ GRP ALPINI VALLE BTG VAL NATISONE

SOLDATO

MONTE BREZHANIT (AL) il 28/12/1940

 


lunedì 23 febbraio 2026

BIANCOTTO IVO RICORDO DI ZIO MARIIN

 








                  Sindaco Ivo Biancotto alla Canova di Neive con "Meghi" e Sindaco Ballarello Gilberto



Mamma Elsa                                Michelino      Papà Guido


                                         IVO (terzo da sx) con amiche e amici neivesi



                                                           MAURO seduto, 

da sx CARLA,SILVANA,DENIS,  BIANCA,MARIANGELA,BEPPE,ROSSELLA,ITALO,OLGA

                                        dietro EUGENIO E IVO "O CIT" con malocà pronta!



GIACHINO  MARIO COAZZOLO 21/03/1924

CONTADINO - MARINAIO a  POLA

Nome di battaglia TITO

PARTIGIANO  Dal 15/02/1944 Al 07/06/1945

 

 

Ivo Biancotto: Buongiorno Professore. Sono Ivo Biancotto. Mi ha dato il suo numero il nostro comune amico Mauro Versio, che vuole le mandi un mio discorso per il 25 aprile.

Ivo Biancotto: Avevo tredici anni ed ero ospite di mio zio Marien nome di battaglia Tito nella cascina di Rio Freddo. La sera si guardava la TV ancora in bianconero. Ad un certo punto in una tribuna politica comparve il faccione baffuto di Giorgio Almirante. Mio zio allora si alzò e andò nella stalla. Mia zia Rosa scuotendo la testa commento' : " Quando vede quella brutta faccia lì, si ricorda di avere lavoro nella stalla". Seguii lo zio nella stalla e gli chiesi perché. Mi rispose solo "Ha fatto del male a dei miei amici". Ero un ragazzino tredicenne, avevo appena finito di leggere i ventitré giorni della città di Alba ed ero intriso ancora dell'epopea fenogliana. Guardai il viso scarno dello zio e gli domandai: " Ma zio perché dopo la guerra non li avete uccisi tutti?". Mio zio non rispose e salì le scale per andare a dormire. La mattina dopo si faceva colazione insieme, le grosse tazze di latte con i wamar sulla linda tovaglia a scacchi rossi e bianchi. Mio zio mi guardò a lungo e poi si decise a darmi finalmente la risposta della sera prima.

" Sai, era quello che avrebbero fatto loro ... ".

La peggiore cosa che può farti il nemico è farti diventare come lui.

Buon 25 Aprile

                  Giachino Mario Partigiano"TITO"


                  GIACINO MARIO ad Alba liberata

 GIOVANNI NEGRO Partigiano Jean DELLA Val Varaita

                                    lo ricordò 



mercoledì 4 febbraio 2026

SALVETTI RENATO 1923 LEVICE DOGLIANI

 

 


 

 


 

 


 

 RENATO SALVETTI 1923 DOGLIANI

Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio gridare “pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il benessere e per il futuro.


 Renato Salvetti operò per tre mesi in una formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due piemontesi, lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in uno scontro con i nazifascisti.

L’8 Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire “marconista”,  come altri ignoravo cosa stava succedendo, figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma. Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice presso  i miei nonni e mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e per alcuni mesi ci nascondemmo e ”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana, era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo dentro le armi, pertanto le lasciavamo  fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso Camerana. Braccati, inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per raggiungere Bonvicino.

 

“braccati dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino. Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì. Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un certo punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere: nevicava alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle.

Vedemmo che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi ci fece la proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo.

Ci fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più di una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono, così la scampai, ma non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande fame vissuta.

In seguito fummo messi al muro in uno stanzone  e quattro fascisti bendati scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen)

seppi in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare anche a me, la sorte mi risparmiò.

Caricati su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone che venivano torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili.

La mia mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a Dogliani.

1313 Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu passerai per il camino” di  Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e figlio entrambi deportati a Mauthausen)

Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.

 

 


 

Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza.

I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore e la morte.

La vita nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo.

Ancora adesso, che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola, sentivo che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i bombardamenti qui a Dogliani.

(Renato mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)

 

Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci sono solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane( professionisti e antifascisti convinti).

Quando fummo in cima, un mio carissimo amico, Marchiò di Dronero del 1882 mi disse.<Renato, andiamo verso il buio questo è un campo di sterminio, ci sono i forni crematori!> Lui aveva subito capito di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma ben presto lo avrei capito.

Entrammo passando sotto un portale stupendo e vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio facendoci sanguinare.

Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di “scnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187 scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io raccontai una “balla” (frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita , rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a  costruire dei pezzi per i “moschetti” ne realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di Cherasco.

  RENATO DURANTE L’INCONTRO

ALL’ ISTITUTO “B. FENOGLIO” DI NEIVE

 



DOPO IL SUO RACCONTO, questo ragazzo di origini tedesche chiese scusa a Renato per quanto la sua gente lo aveva fatto soffrire! Renato lo abbracciò forte e si commosse!

 

Incontro all’ISTITUTO DI LEQUIO BERRIA

 


 


 INCONTRO ALL’ISTITUTO DI CORTEMILIA




SELFIE CON ragazzo della Borgata di Levice Avadame dove nacque Renato