lunedì 30 ottobre 2023

MILANO ALLARIO MARGHERITA 1920 BONVICINO e ALLARIO GIOVANNI

 

 









 

MARGHERITA MILANO ALLARIO nasce nel 1920 alla cascina “Ross” di Bonvicino. La mamma GROSSO  (Maria Giuseppina) Marieta era del 1883, il papà Edoardo del 1881. La famiglia era composta dal papà Edoardo, mamma, nonno e nonna Carolina (Taide) del 1958 e loro due figlie Gemma del 1913 e Margherita del 1920. Margherita ricorda che andava al pascolo con pecore e mucche e bisognava fare attenzione affinchè non andassero nei poderi dei vicini o nei “bozoré” cespugli di rovi. Dice che da ragazza il papà le faceva andare a “sarì ra meira” a sarchiare la meliga la disposizione era : primo il papà, poi la mamma, la sorella e lei.” Piaumo quatr sorch e faumo andé, fozonaumo!” Si prendevano quattro solchi e si lavorava, eravamo efficienti e veloci!

Papà Edoardo partecipò alla Guerra Europea del 1915/18 nonostante avesse già moglie e una bimba.

GIOVANNI ALLARIO


< quasi tutte le sere, quando avevo 10/12 anni dicevo al nonno materno Edoardo Milano: <Sa, parloma an poch dra guèra?>(DAI , PARLIAMO UN PO' DELLA GUERRA?)

 





Il nonno Edoardo (Parin) raccontava della guerra del ‘15 /’18 e ricordava le battaglie del Monte Santo, Monte Nero, Castagnevitza






e di quando durante la ritirata di Caporetto fu preso prigioniero. Trascorse due anni in un campo di prigionia. Tornò a casa dopo un anno che la guerra era finita!

Margherita: In questa foto ci sono anch’io! Avevo 10 anni ed ero “Piccola italiana”, vi erano i “Balilla” e poi gli “Avanguardista” avevamo un Maestro si chiamava Grignolo.

MARGHERITA: <Mio zio Grosso Giovanni, fratello di mia mamma, morì a Milano il 19 maggio 1917 a causa di ferite riportate in combattimento. Conservo di lui una foto e una lettera che gli scrisse una sua cugina Giordano Annetta e che forse non ebbe risposta. Mia nonna, avendo saputo che era ricoverato all’Ospedale di Milano, se ne partì da sola per andarlo a salutare un’ultima volta!

                   

 Bonvicino li 23 11 1916

Carissimo cugino

Ci ha fatto molto piacere sentire che sei in buona salute e che sei ancora all’ospedale. Fintanto che ti lasciano lì va proprio sempre bene, ed è proprio una fortuna d’avere come dici che il tuo reggimento è in prima linea. Caro cugino fatti dunque coraggio, sta sempre allegro che Dio ti provvederà fortuna fino alla fine e speriamo che non tarderai tanto a venire in licenza. Ci rincresce anche a noi che non puoi passare quella convalescenza a casa, ma che cosa farci, bisogna aver pazienza, è meglio così che peggio.. Speriamo in Dio che metterà rimedio e avrà termine questa guerra da poterci dinuovo tutti riunirci. Finora a Bonvicino va ancora bene e non ci è restato nessuno. Son già venuti in licenza ad agosto, Giovanni, Rocca, Bracco Giovanni, Altare Emilio,Fresia Marciano. Riguardo al mio cognato è da qualche giorno che ha scritto e di salute sta bene, è sempre al Fronte in Trincea e speriamo che non tarderà tanto a venire in licenza anche lui.

Caro cugino fatti dunque coraggio e sta sempre bene come noi tutti al presente e i tuoi di casa. Stanno tutti bene e si fanno coraggio. Oggi è passata la tua sorella Bettina venuta da noi per cucire un vestito a tua madre e mi dice di farti tanti saluti. Caro cugino, altro non mi resta che di salutarti di vivo cuore da parte di noi tutti indistintamente e ricevi un bacio dai miei bambini e ricordati sempre di noi e noi facciamo altrettanto di te. Non passiamo un momento senza pensare a te e sperare in Dio sempre.

Addio addio, ti saluto caramente e ricevi un bacio e una stretta di mano dalla tua cugina GIORDANO ANNETTA

 

Margherita: ricordo di un Partigiano che chiamavano “Lulù”. I nazisti lo cercavano e lui si diceva si fosse appeso un cartello con su scritto: VADO IN CERCA DI LULÙ! 

I NAZIFASCISTI A BONVICINO

Margherita: una volta vennero i nazifascisti a Bonvicino e volevano dare fuoco al paese. Grazie al Parroco Don Nalino Bartolomeo originario di Mondovì. Il Comandante tedesco desistette dall’intenzione. Il parroco lo pregò in tutti i modi e questi se ne andarono. Non ricordo se fosse la stessa volta che poi uccisero la “fidanzata” di Lulù. La presero in seguito ad una “soffiata” e le rasarono i capelli a zero, poi con una bomba la fecero “saltare”.

QUARTARA CAROLINA GIOVANNA DI GIUSEPPE

TORINO il 23/08/1901

Commerciante

BONVICINO (CN/I) il 30/07/1944

Quando i Partigiani spararono su Bonvicino dalla Lovera, noi ci riparammo nella cantina e sentivamo i proiettili che passavano sopra la nostra casa. Fu in quell’occasione che i tedeschi uccisero un uomo che lavorava in un campo e presero in ostaggio il Maestro Rocca. Poi lo lasciarono tornare a casa. Un tale  Montanaro Giuseppe che si era sposato a Bonvicino ma era di Bossolasco fu ucciso dai Nazifascisti proprio a Bossolasco.

Giovanni: fecero andare ad assistere tutti gli scolari e sotto i loro occhi lo massacrarono di botte e poi dopo avergli fatto scavare la fossa lo uccisero.  

MONTANARO GIUSEPPE DI MICHELE

BOSSOLASCO il 05/04/1918

Contadino

Luogo di morte: BOSSOLASCO (CN/I) il 15/07/1944

GIOVANNI:

LA MORTE DEL PARTIGIANO “GIGETTO”

GIGETTO si era aggregato al gruppo, della  48° BRG 14° DIV GARIBALDI, il Mercoledì 15 Novembre 1944, IL 17 NOVEMBRE, DUE GIORNI DOPO durante uno scontro a fuoco con i nazifascisti fu colpito al ventre. Mio padre raccontava che Carlo, per la sua età era alto e proprio per questo fu colpito. Infatti un suo compagno “pi citinòt” più piccolo e rimasto abbassato fu colpito all’elmetto da due proiettili e non rimase ferito.

Gigetto , dopo aver urlato e agonizzato per tutta la notte, fu portato di notte su un carretto, fino alla Chiesa dei battuti di Bonvicino da Altare Carlo “Partigiano FRUTTO”. Qui spirò e venne sepolto nel Cimitero di Bonvicino dove riposa tuttora. Aveva solo 15 anni!

MILANO  CARLO  di Orzo Carlotta e di Giuseppe 09/04/1929  BONVICINO (CUNEO)

BONVICINO

Nome di battaglia "GIGETTO"  CADUTO  

14° DIV GARIBALDI

 

 

 

Margherita sposò Aldo Allario del 1913

                 Allario Aldo di Angela Viglierchio e Giovanni






               Amica “montenegrina” che si innamorò di Aldo.

 


                                         GIOVANNI:


Mio Padre ALLARIO ALDO  non svolse il servizio militare di leva poiché aveva già tre fratelli sotto le armi però fu chiamato alle armi nel 1936 e ritornò nel 1947.  

Mamma MARGHERITA: <Lo lasciarono venire a casa un mese poi per 5 anni non lo videro più. Non trovò più il padre, la madre ed una cognata.>

GIOVANNI : Aveva sei congedi poiché dopo ogni “ campagna di guerra” veniva congedato e richiamato. Rimase otto mesi a Bari in attesa di partire per l’Africa, nel frattempo la guerra terminò e fu congedato, richiamato alle armi effettuò le Campagne di guerra in Grecia-Albania, Croazia e Montenegro. L’otto settembre fu preso prigioniero dai tedeschi in Jugoslavia, in seguito fu preso prigioniero dai soldati slavi di Tito e riuscì a tornare a casa a febbraio del 1947 e non sapeva neppure che la guerra fosse finita. La figlia Marina ricorda che raccontava di un’altra disavventura. Prigioniero dei tedeschi fu condotto al confine con l’Ungheria a piedi patendo sete e fame. Disse che bevevano l’acqua nelle orme che lasciavano i cavalli delle guardie. In questa situazione si trovarono in tre compaesani di Murazzano. Un compagno si ammalò e il padre e un altro lo portarono sorreggendolo per circa 700 chilometri.

 

 

GROSSO FELICE MAGGIORINO Paternità: MARCELLINO MURAZZANO (CN/I) il 10/05/1916 Operaio

SOLDATO C.DO XIV CORPO ARMATA CXIV BTG MITRAGLIERI POSIZIONE

BELGRADO (YU) il 29/01/1946

Non lo lasciarono poiché chi si fermava veniva “finito” con un colpo di pistola! Nonostante l’aiuto che gli prestarono il compagno morì a causa della ”pleurite” e rimase in terra straniera. Quando ritornarono sui loro passi furono presi prigionieri dai “Titini”. Gli slavi li rinchiusero in un grande campo e dopo averli denudati diedero loro per coprirsi due sacchi di juta. I più intraprendenti riuscirono a realizzare pantaloni e casacca per proteggersi dal freddo, la maggior parte perì di freddo e fame.

Della prigionia in Jugoslavia ricordava che I sopravvissuti furono, rispetto ai 24.000 militari degli organici delle Divisioni "Venezia" e "Taurinense" alla data dell'8 settembre 1943, solo 3.500.

In Italia rientrarono con quelle “divise”, sbarcarono ad Ancona e ricevettero un abito ciascuno, da lì ognuno rientrò a casa per conto suo.

 

 


MARGHERITA

Mio marito partì per la guerra nel 1936 e ritornò nel 1947. Quando tornò giunse alla Caserma dei Carabinieri di Dogliani. Siccome era sera volevano si fermasse lì a dormire, ma lui preferì camminare tutta la notte ed arrivare a Murazzano alla casa paterna.

GIOVANNI: Arrivò che era ancora buio e bussò. I fratelli chiesero chi fosse e lui rispose: <sono Aldo>, ma questi, diffidenti poiché giravano molti malfattori, chiesero:< Aldo chi?> E solo dopo altre precisazioni lo riconobbero. Era una famiglia patriarcale con parecchi fratelli e sorelle e vi era una nipote nata nel 1934 che per un bel po’ di tempo lo ritenne uno sconosciuto poiché lo aveva visto da piccolina e basta.

giovedì 26 ottobre 2023

RAPALINO LUIGI BENEVELLO 1923

 RAPALINO LUIGI BENEVELLO 1923

REDUCE DELLA PRIGIONIA IN GERMANIA 1943 1945




https://youtu.be/7A4u0o8BbOw                                  Da militare e poi prigioniero


 Rapalino Luigi, nato a Benevello il 29 Marzo del 1923.

 Mio padre era Paolo e mia madre Degiorgis Ernesta.

Frequentai le scuole fino alla quarta elementare, poi iniziai ad aiutare la famiglia nei lavori di campagna. All’età di sedici anni andai ad Alba per imparare il mestiere di panettiere. L’anno dopo, con l’aiuto di un garzone aprii un forno a Benevello ma dopo soli sei mesi il garzone fu richiamato alle armi. Lavorai da solo dal 1940 al 14 Settembre 1942 quando partii soldato e fui arruolato a Cuneo negli Alpini. A dicembre fui trasferito a Limone Piemonte dove frequentai il corso sciatori. Eravamo preparati per il fronte Russo, ma nel Gennaio 1943 ci fu la Ritirata di Russia. Fummo quindi inviati a Piedicolle vicino a Gorizia e vi rimanemmo dal 23 febbraio ’43 fino alla metà di Agosto. Con la caduta del Fascismo, il 25 Luglio, iniziò un periodo in cui anche i comandanti non sapevano cosa fare. Io ed altri avevamo la Licenza pronta ma ci fu revocata. Ci trasferimmo al Passo della Mendola , presso Bolzano, per rinforzare il Reggimento. Fui inserito nel 2° Alpini 14° Compagnia  Batt. Borgo San Dalmazzo. La sera dell’8 Settembre, giorno dell’Armistizio, fummo in gran parte catturati dai Tedeschi e trasferiti in Germania con delle tradotte.

MATRICOLA 50768    https://youtu.be/5IdqJVOlL5c        

Rinchiuso nel Campo di  Flossenbürg (situato tra Norimberga e Praga) al Campo 12, mi venne assegnato il n. di Matricola 50768. Dopo pochi giorni, con molti altri, fui trasferito a Mannheim sul Reno a spalare macerie. Verso la fine di Settembre ’43 ci spostarono a Saarbruken al campo 2065. Eravamo oltre 850 prigionieri, una parte fu inviata a lavorare in fabbrica, altri come me venivamo prelevati da borghesi per dei lavori. Con altri fui scelto da un anziano borghese che selezionava. Quelli che riteneva idonei li prelevava , gli altri li lasciava nel Campo. Formammo una squadra di 15, 13 dei quali Cuneesi, un bergamasco e un calabrese. Il nostro  lavoro consisteva nello stendere linee elettriche per l’impresa A.E.G. . Era un lavoro all’aria aperta e quindi abbastanza piacevole. Dal Novembre 1943 lavorammo in diversi paesi vicino a Saarbruchen, nell’inverno lavorammo nella boscaglia  a procurare legna, ed in primavera  a stendere linee elettriche. A partire dal mese di Marzo ci spostavamo in treno per andare sui posti di lavoro. Il giorno sei Marzo, mentre lavoravo su una sponda di un torrente, mi sentii chiamare dalla sponda opposta. Due persone, che poi mi dissero essere un Ingegnere polacco e un geometra Cecoslovacco pure loro deportati e lavoratori dell’A.E.G.. Mi fecero comprendere di raggiungerli, ed io senza esitare né dire nulla agli altri compagni, andai. Li aiutai a tracciare un tratto di linea, fu la prima e unica giornata bella che passai in prigionia.

Quando verso le 15, smettemmo di lavorare mi portarono in auto con loro a pranzare in una Trattoria. A tavola, l’Ingegnere polacco vide che dal taschino della mia giacca usciva un nastrino azzurro e volle vedere cos’era.

   

I MIEI PORTAFORTUNA



Si trattava del nastrino con la medaglietta della Madonna dell’Alpino, Mi chiese se ero Cattolico e alla mia risposta <Ja> mi abbracciò e sbottonatosi la camicia mi mostrò la corona del Rosario. Mi spiegò che in patria non poteva usarla se non per dire Messa di nascosto. Mi fece capire che se gli donavo la medaglietta lui mi avrebbe ricompensato, io accettai e in cambio mi consegnò tre buoni pane da un kg e 10 Marchi per fare acquisti. Intanto che loro pranzavano con il padrone mi spinsero in cucina dove trovai due donne, una anziana e una più giovane. Mi diedero di tutto da mangiare e poi la più giovane volle sapere da dove provenivo, prese una carta geografica e io le indicai Torino, dalla contentezza mi baciò, non seppi mai il perché. Si fece notte e i miei compagni erano già rientrati, fui accompagnato in auto al campo con il mio carico di pane e viveri e nessuno mi disse nulla.

https://youtu.be/HpOMM_IgmNQ             

Petar Mueller era un borghese addetto ad accompagnarci dal Campo dove si dormiva ai posti di lavoro. Aveva più di settant’anni. Mi raccontò sottovoce che lui apprezzava gli italiani e l’Italia poiché aveva avuto modo di capirne la bontà. Prima della guerra del 1915/18, lui e un suo compagno, per fame facevano i bracconieri. Spararono ad un capriolo e mentre lo pulivano, traditi da una spia, furono sorpresi. Siccome era proibita la caccia, la guardia voleva arrestarli, ma il suo compagno estrasse una pistola e lo uccise  Dopo poco tempo vennero due camionette con dei poliziotti che arrestarono lui, nonostante dicesse che era stato il compagno ad uccidere, e lo portarono in carcere. Rimase tre anni in prigione poi, essendo scoppiata la guerra del 1915 e siccome avevano necessità di soldati, presero lui e tutti i carcerati e li inviarono a combattere in prima linea contro gli italiani. Dopo due anni di trincea scelse di disertare, gettò le armi e si arrese agli italiani. Fu portato nelle carceri a Firenze e vi rimase per due anni. Aveva imparato un po’ di italiano e qualcosa lo ricordava ancora. Fu lui che formò il nostro gruppo dei tredici piemontesi un bergamasco e un calabrese. Era simpatico, ma se vedeva che non lavoravi ti lasciava nel campo, con quanto ne conseguiva. Per noi fu una fortuna averlo avuto come responsabile. Certo che anche lui correva i suoi rischi poiché seppur contrario al regime quando incontrava un suo compagno o graduato scattava col saluto e “Heil Hitler”!

Il giorno seguente, quando il mio vecchio "Responsabile" mi vide scoppiò a piangere, temeva fossi fuggito e si era preoccupato per le grane che avrebbe avuto con i militari. Iniziarono anche i primi allarmi aerei con qualche bombardamento. Di giorno non davano fastidio, poiché noi eravamo al lavoro in aperta campagna, ma di notte bisognava correre nel rifugio e succedeva anche due o tre volte per notte e poi di giorno si andava a lavorare!. In quel periodo eravamo vicino alla città di Faagherin dove vi era un gruppo di case. Due volte la settimana veniva un furgone a vendere il pane a noi prigionieri, avevamo dei buoni da 1 Kg., ma ce ne dava mezzo kg in più e così riuscivamo a effettuare un po’ di compra-vendita per procurarci sigarette e qualche soldo. Purtroppo questa situazione non durò molto perché una bomba colpì la sede dell’Azienda e noi non fummo più condotti a lavorare in campagna ma trattenuti in città dove vi era maggior pericolo. Quando giungeva l’allarme i nostri capi fuggivano nei rifugi a ripararsi e a noi ordinavano di portare i macchinari nelle cantine e riportarli negli uffici al cessato allarme. Intanto con lo sbarco degli Americani in Normandia, i raid aerei erano sempre più intensi. Anche i civili tedeschi correvano grandi rischi ed erano impauriti come noi. I militari di Hitler avevano requisito tutte le radio affinchè non si potessero avere notizie e passavano con gli altoparlanti a comunicare cosa faceva comodo a loro. Il mio capo, di nome Paolo aveva quattro figli: uno sul fronte Russo, uno sul fronte italiano, uno a casa mutilato e un altro era deceduto. Dopo qualche giorno dalla requisizione delle radio, mi confidò che l’aveva messa in cantina e così iniziammo ad andare a sentire Radio Londra di notte.



Durante un bombardamento io e il mio gruppo fummo sepolti nello scantinato di un palazzo che crollò, riuscimmo a uscire scavando a mani nude. Se non ci fossimo dati da fare noi, saremmo rimasti sepolti, poiché i tedeschi non sarebbero venuti a cercarci! Tuttavia ci misero subito al lavoro per ricostruire le case per noi e per gli uffici. Giunse Novembre con giornate corte , fredde e piovose. Una notte, non facemmo in tempo a rifugiarci che arrivò l’allarme e subito iniziò il bombardamento più intenso che vidi. Durò 56 minuti, caddero più di cento bombe nel raggio di cento metri. Si era nei pressi del ponte della ferrovia sul fiume Saar. Il ponte rimase in piedi ma si vedevano i vagoni precipitare nel fiume. A causa di quel bombardamento vi furono 14.000 morti, 18.000 feriti e oltre 100.000 senza tetto nella città di Santinberg.

UNA COPERTA IN DUE E 56 GIORNI DI PUNIZIONE

Rimanemmo tutta la notte nel rifugio, al mattino trovammo solo macerie e rimanemmo con gli abiti che indossavamo. Ci condussero in periferia a lavorare e di notte, si dormiva con una coperta in due e niente altro. Ai primi di Dicembre fummo radunati in cortile e incolonnati per cinque, scelsero cento di noi. Ci fecero uscire dai cancelli e ci condussero in un altro campo vicino a uno dei più grandi scali ferroviari vicino a Kaiserlautern a Einsiedlerhof e andavamo a lavorare sulla ferrovia chi sui binari chi agli smistamenti ma con l’avvertenza di lavorare pronti a ripararci. Infatti gli americani avvisavano, con volantini scritti in varie lingue, di stare lontani dai punti pericolosi come ferrovie e ponti. Quando si lavorava ai fossi anticarro successe che gli americani gettarono anche cioccolato e sigarette!

Un giorno io e un mio compagno eravamo presso la stazione di Kaiserlautern a smistare pacchi da un vagone all’altro con un carrello, eravamo in molti a lavorare ed eravamo controllati dai militari. Tutti noi prigionieri, se potevamo cercavamo di recuperare qualcosa da mangiare pur sapendo che se venivamo scoperti sarebbero state grane. Infatti io e il mio compagno fummo perquisiti e ci trovarono un formaggino, fummo portati dalla polizia e picchiati per bene poi rinchiusi in cella. Ci dissero che il giorno dopo saremmo stati fucilati. Al buio e al freddo, quella notte, un po’ piangevamo e un po’ pregavamo, disperati. Ci consolò un prigioniero spagnolo che buttarono in cella con noi, ci disse di non preoccuparci che per lui era la seconda esperienza e che al massimo ci avrebbero inviati in un campo di disciplina. Al mattino ci inviarono in un campo dove l’esperienza fu terribile: non vi erano servizi né bagni né acqua, non si poteva parlare tra noi e il mangiare era veramente poco. Andando a lavorare non si poteva uscire dalla fila e ci dissero che nel campo dove eravamo saremmo stati uccisi. Io temevo veramente fosse finita perché le guardie erano veramente gente da manicomio. Una volta, a Gennaio, stavamo tornando al campo, incrociai un mio compagno e, senza pensare alle conseguenze corsi a salutarlo, ma una guardia ci volò addosso e ci colpì con violenza incredibile, tuttavia fui felice di aver abbracciato quel mio amico.

 

A metà Gennaio del 1945 mi condussero a lavorare in una segheria e fui affidato ad un tedesco di 65 anni che mi insegnò a guidare una macchina a vapore che spostava dei tronchi alla segheria e a manovrare dei vagoncini per spostare legname segato e farne delle cataste. Qui terminai i miei 56 giorni di punizione.

Il tre Febbraio tornai a lavorare al campo di Einsiederhof con un foglio da consegnare al Capo-campo. Con due ore di viaggio per effettuare quindici Km. ritornai dai miei vecchi compagni e ripresi a lavorare con loro. Nello scalo vi erano migliaia di vagoni bloccati dai bombardamenti e binari rotti dalle bombe, rottami di locomotive e vagoni incastrati, bruciati e accatastati uno sull’altro. Vi erano molti vagoni bloccati e che si sapeva erano carichi di mobiglio e biancheria dei comandanti militari provenienti dai fronti, e vi erano anche vagoni carichi di patate, riso e tabacco, zucchero sigarette, maglie, scarpe , camicie.  Ci organizzammo e mentre di notte qualcuno lavorava, altri prendevano da mangiare e vestiario e lo nascondevano nel bosco. Prendevamo anche borsate di patate che erano nei vagoni scoperti e le portavamo in caserma. Avevamo trovato un nascondiglio sicuro: le mettevamo sotto le assi del pavimento, così avevamo il magazzino a portata di mano.

DAI BOMBARDAMENTI ALLA LIBERAZIONE

https://youtu.be/wyoLXRsyXQw    

Ai primi di Marzo si intensificarono i bombardamenti e i tedeschi non riuscivano più a difendersi. Misero dei  cannoni antiaerei a una quindicina di metri dal nostro campo ma dopo gli aerei da ricognizione giunsero con le bombe e fecero una ventina di morti tra i soldati tedeschi ai cannoni e trenta prigionieri italiani. Dopo aver accompagnato dei nostri compagni feriti in ospedale, andammo a ripararci dentro dei tubi di cemento sotto una super-strada. Al mattino, un sergente tedesco venne ad avvisarci che era morto un nostro compagno ferito e che dovevamo andarlo a riconoscere per informare la famiglia. Verso sera del 5 Marzo ci condussero in una scuola bombardata a kaiserlautern, eravamo circa ottanta. Si dormiva  sul pavimento come cani e ci davano gli avanzi dei loro pasti, inoltre eravamo guardati a vista dalle guardie. Il 19 Marzo ci fecero andare a lavorare su una strada ma vi erano allarme in continuazione e dovevamo fuggire a ripararci nel bosco, Vedevamo sulla strada e passavano continuamente prigionieri italiani e militari tedeschi sbandati e impauriti, capimmo che era ora di decidere, ma ognuno aveva una propria idea. Tra noi tredici c’era chi voleva stare nel bosco e chi voleva rientrare in città. Verso le sei di sera individuammo una jeep al posto di blocco con delle persone a bordo e decidemmo di rientrare per capire cosa stesse succedendo. Le guardie stavano spostando i prigionieri verso l’interno e anche a noi diedero cinque minuti per prepararci. Salimmo ai piani superiori e poi nelle cucine per avere da mangiare ma non vollero darcene. Vedendo che erano tutti senza armi ci servimmo mettendo la roba su dei carretti e ci avviammo senza che nessuno ci dicesse nulla, ormai anche i tedeschi stavano fuggendo spaventati. Con un’ora di cammino giungemmo a Saarbruchen e ad uno scalo ci fu un cecoslovacco che gestiva la mensa ferroviaria che si offrì di prepararci risotto alla milanese e polli arrosto. Ormai i tedeschi erano scappati a nascondersi. Mangiammo e dormimmo, poi al mattino ci recammo a frugare sui vagoni per vedere di recuperare un vestiario decente, era tutto un brulicare di gente che cercava chi vestiario chi cibo. Vi era gente che caricava materiali(balle di fieno e sacchi di biada) su dei carri con i cavalli, a questi chiedemmo di portarci fino a Saarbruchen, ma si rifiutarono. Senza tante parole prendemmo un carro con cavallo e ce ne andammo dopo aver legato il proprietario. Rimanemmo in quella città per una decina di giorni, il 31 Marzo sentimmo un altoparlante che avvisava gli Italiani di radunarsi nella piazza della scuola che sarebbero stati portati in Francia. Il primo Aprile era il giorno di Pasqua, verso le 13 ci caricarono sopra degli articolati che trasportavano cento persone con rispettivo bagaglio, erano sette.  Senza fermate, viaggiammo otto ore e ci condussero in un campo di smistamento. Qui ci disinfettarono e ci vaccinarono, eravamo circa 4000 di tutte le nazioni: Greci Tedeschi Francesi spagnoli. Rimanemmo circa due mesi, poi fecero un appello, noi italiani  fummo suddivisi tra quelli provenienti da Roma in su e da oltre Roma. Era arrivato l’ordine di tenerci pronti per partire per Marsiglia, da qui una nave ci avrebbe condotti a Napoli, Non ho mai compreso perché, noi del Nord Italia ci abbiano portati a Napoli quando una nave aveva fatto rotta per Genova.

DA ROMA A GENOVA E AD ALBA…..A PIEDI

Rimane il fatto che da Napoli andammo a Roma in treno, quindi  puntammo su Genova , ma a piedi, così impiegammo dal lunedì al Sabato per arrivare ad Alba. Dopo 30 mesi riuscii ad abbracciare i miei cari e a sentire da loro le brutte avventure passate, e io raccontai le mie. Auguro a tutti di non dover subire esperienze come le mie e dico loro di confidare sempre nel buon Dio, come feci io che non smisi mai di sperare nel suo aiuto.

Voglio ancora ricordare alcuni miei compagni dei giorni della prigionia dal Novembre 1944:

Castagno Sebastiano 1917 Dronero

Ferrero Giuseppe 1915 San Donato di Mango

Giuliano Luigi  1921 Tarantasca

Tonello Eliadoro  1915 Dalmasso Michele 1911 Tetti Pesio

Bosso Maurizio 1915  Eliotropio Giacomo e Delfino 1923 Bernezzo

Re Pietro 1917 Savigliano

Belleini Marcello 1924 Bergamo

Panzera Francesco 1918 Catanzaro

Massolino Giovanni 1912 Diano D’Alba

Gozzelino Giuseppe 1912 Vaccheria D’Alba Guarene

Bosio Fiorino 1920 Montelupo

Pasquero Giuseppe 1914 Roagna Celeste 1923  Priocca


Volpiano Luigi 1920 Borgomale


Giuliano luigi Tarantasca 1921

Negro Egidio  di San Pietro Govone che era Capo cucina al Campo 2065, merita un ricordo particolare per il bene che fece soprattutto ai più bisognosi. Di notte girava nelle baracche con un barattolo di minestra e lo portava a chi era rimasto senza per punizione. Inoltre divideva con altri due prigionieri una cameretta che si poteva chiudere a chiave e così custodiva quanto ci veniva inviato da casa nei pacchi e lo consegnava quando a sera si tornava dal lavoro. Grazie ancora Egidio, non so che fine hai fatto, ma spero che il buon Dio ti abbia ricompensato per quanto hai fatto.



MINERDO SECONDO DI GIUSEPPE 

MANGO 16 04 1913

CONTADINO

FORZE ARMATE REGIE

SOLDATO(PRIGIONIERO) DIV.REGINA 10° RGT FANTERIA

SAINT MANDRIER(F) 02 05 1945

  https://youtu.be/OiOm-hEEbFc            In prigionia gli amici Volpiano e Destefanis 

 DESTEFANIS MARIO  01-10 1913- Lequio Berria

Soldato RepartoSquadra Recupero Salme

Data cattura 09-09-1943

RIENTRO Data rientro08-09-1945

liberato il 20 aprile 1945.

Stalag VI C/Z: Meppen

Mario, fu scelto per il lavoro in una fonderia. Era una lavoro massacrante e non ce la faceva più. Una sera venne nella mia baracca e mi portò orologio e portafogli perché li portassi a casa ai famigliari. Aveva deciso di gettarsi nel lago dove scendeva la colata di ferro come avevano già fatto altri due addetti agli altiforni.

 Era ridotto a pelle e ossa, ed io cercai di consolarlo. Anche il nostro comune amico Luigi Volpiano, di qualche anno più grande di me, si preoccupò per il “morale” di Mario e dicendomi che dovevamo escogitare qualcosa per salvarlo pensammo di agire. Si fece bollire dell’acqua nel gavettino e poi, facendo finta di inciampare glielo rovesciò procurandogli una brutta bruciatura. Ben, fu portato in infermeria dove, curato e nutrito meglio riprese qualche Kg ed ebbe modo di tornare a casa anche lui. Facendogli del male gli faemmo del bene e lo salvammo.

  

BASTIANIN CASTAGNO del 1917  era di Villar San Costanzo. Quando lo trovai nel Campo di prigionia, aveva già sette anni di guerra alle spalle. Partecipò alla guerra di Francia, alla Campagna Greco Albanese, alla Campagna di Russia dove aveva effettuato dal tre gennaio 1942 il ripiegamento con temperature di   

-42 °e aveva visto i carrarmati dei russi attraversare il Don ghiacciato.Arrivò in Italia e senza tornare a casa fu preso prigioniero anche lui al Brennero e deportato. Era analfabeta e mi faceva leggere le lettere che scriveva sua sorella. Gli scrivevo le lettere di risposta, gli cucivo gli strappi dei pantaloni e i bottoni della giacca.

Mi raccontò la storia della sua infanzia e mi fece piangere come mi emoziono ancora a raccontarla a voi.

A quattro anni suo padre lo vendette per mille Lire ad un uomo che aveva già altri due figli. Questo uomo, come anche sua moglie, fu una persona che lo teneva come un figlio suo. A sei anni si rese però conto che non aveva lo stesso cognome dei fratelli e se ne scappò di casa. L'uomo che lo aveva comprato lo cercò, e fattosi spiegare perché fosse andato via, gli assicuró che lo avrebbero ritenuto loro figlio come gli altri. Il giorno successivo si recarono dal Parroco e davanti a lui e ai figli, il papà firmò il testamento che lo riteneva erede alla pari degli altri fratelli. Quando ebbe una quindicina di anni si organizzò per trovarsi un lavoro che lo rendesse autosufficiente. Si mise a trasportare il fieno con la mula e la Leza (slitta) dai prati alti alla valle. Un giorno il proprietario dell'Osteria gli fece conoscere le due sue zie materne che gli raccontarono della sua povera mamma morta di stenti e gli rivelarono che aveva una sorella più giovane di lui che era in Orfanotrofio a Fossano.

 Bastianin andò a conoscerla e dopo averla abbracciata e pianto per la mamma, le chiese se il papà andasse a trovarla. Questa gli disse che andava due volte all'anno. Bastianin le chiese se avesse avuto una foto del padre e lei gliela mostrò chiedendogli perché volesse vederla. La risposta fu terribile: voglio conoscere il volto, così se lo incontro lo ammazzo. La sorella, pia e buona ragazzina lo fece desistere dall'idea e lui andava sovente a trovarla.

Poi andò in guerra e sempre aveva il pensiero per sua sorella del 1924. A fine guerra nel ’45, quando la sorella ebbe 21 anni, uscì dall’Orfanotrofio con il Diploma da “Sartòra” e lo comunicò a Bastianin. Il fratello era comunque preoccupato e mi diceva: “a rà 21 an, ma a rè pèid na fè apènna sortija da rà stala!” ha 21 anni ma è come una pecorella che esce per la prima volta dall’ovile! Con la preoccupazione di tornare per sistemare la sorella, tenne duro e con l’aiuto del Signore tornò a casa.

Ritrovò la sorella e la aiutò ad avviare la sua attività, ritrovò anche la “  morosa” fidanzata, che si era fatta prima di partire per la guerra di Albania. Io per tutto il tempo della prigionia gli avevo letto le lettere che questa le scriveva  e le rispondevo!

Seppur malato a causa dei lunghi anni di guerra, si sposarono ed ebbero due bambini e una bimba che da grandi trovarono la loro strada. Bastianin non potendo più lavorare a causa della “tubercolosi” contratta in guerra, svolse l’attività di Commerciante di pecore.

Quando fummo a casa continuammo a rimanere in contatto con la moglie e ci inviavamo gli Auguri di Pasqua e Natale.

Con la mia povera moglie dissi tante volte che avrei avuto voglia di andare a Villar San Costanzo per incontrare Bastianin e la sua famiglia, ma un giorno ricevetti il ricordino da morto. Dopo qualche giorno ci decidemmo e ci recammo a Villar per una Preghiera sulla tomba. Trovammo il Cimitero chiuso, ma una donna della borgata di Villar mi disse che la moglie di Bastianin svolgeva la mansione di bidella presso le scuole di Busca, quel giorno era di riposo ma la trovammo a casa. Appena suonai e le dissi che ero l’amico di Bastianin, quello che dalla Germania scrivevo per lui, si precipitò ad accoglierci, ci abbracciammo e rimanemmo a lungo a raccontarci di Bastianin e delle nostre famiglie. Anche lei era una persona che come Bastianin “meritava di essere conosciuta!”

venerdì 20 ottobre 2023

 

         VOLPIANO BO GIOVANNA NATA IN

“ CRAVIE” CASCINA VOLPIANO 17 11 1921

                          BORGOMALE          

  Montelupo Albese  2011

                    

Montelupo Albese 2022

    Papà "Mini"

   

Marito Agostino

https://youtu.be/lLV2Q99ytiI              Volpiano Giovanna 1921 Borgomale 2011

 https://youtu.be/KRtWAM29GBc         Poesia l’uccellino 2022

 https://youtu.be/RO7Qb0THUNE         Poesia Il gatto   2022      

    

 https://youtu.be/s1IOpAA67lM                      ANDAVO A SCUOLA     2022

Giovanna è vivente a Montelupo Albese dal 1946 avendo sposato Agostino Bo del 1918 che fu militare con suo fratello Luigi.


 Mia mamma era Margherita Manera e veniva da Serravalle Langhe.  Mio papà Volpiano Giuseppe detto “Mini” era del 1881 e partecipò alla guerra europea del 1915 /18 fu nominato Cavaliere di Vittorio Veneto.. A causa delle fatiche della guerra morì nel 1944 a soli 62. Per i divieti imposti dai decreti nazifascisti non fu possibile effettuare il funerale e la bara fu trasportata al Cimitero con un Birocc(calesse). Mio fratello Luigi tornò dalla prigionia in Germania solo nel 1945 e seppe allora che nostro padre era deceduto.

In famiglia eravamo in 10: Papà, Mamma noi sei figli, un fratello di mio padre con sua moglie Cristina. Ricordo anche una prozia “Madlinin” sorella di mio nonno. Lei ci insegnò le preghiere e imparammo più da lei che dalla scuola. Però noi bambini se potevamo ci andavamo a nascondere! Poi vi era “Magna Cristina” che aveva problemi di salute ”i dolor” e stava a casa e preparava da mangiare per tutti. Noi bambini avevamo il compito di portarle il necessario per il fuoco della stufa, fascine e legna. Lo portavamo con una carriola dove qualcuno spingeva e altri la tiravano con una corda. A volte, dispettosi, facevamo finta di non riuscire a salire i due gradini per entrare in casa e facevamo tirare anche lei, povera donna.

Il primo dei figli era del 1910 ed era Antonio mio padrino di Battesimo. Poi vi era Cesarina del 1915, Luigi del 1920 io del ’21, Oreste del ’26 e Talina del 1928.  Mio nonno paterno morì del 1925 quando io avevo appena 4 anni e lo ricordo soltanto che mi faceva andare in “Sbilauta” sull’altalena.avevo appena 4 anni e lo ricordo soltanto che mi faceva andare in “Sbilauta” sull’altalena.

Ricordo Don Boeri, il parroco di Borgomale, originario di Serravalle che veniva a Benedire.

A SCUOLA

Si andava a scuola a Montemarino. Con la bella stagione avevamo le scarpe ma d’inverno, dopo che avevano “fatto la calà” ( era passato lo spazzaneve trainato dai buoi), si andava con gli zoccoli che erano un po’ duri ma ci si abituava presto.

 Eravamo bambini di quattro classi in una sola aula con una sola Maestra! Veniva da Asti ed era bravissima! Si chiamava Scarsi! La scuola distava dieci minuti a piedi da casa nostra, ma noi impiegavamo sempre di più, perché ne combinavamo di tutti i colori. Cercavamo delle pietre rotonde e poi giocavamo a bocce, prendevamo i rami di “svèirass” (la vitalba- liana) e ci costruivamo le sigarette, meno male che facevamo solo un po’ di fumo senza respirarlo!

I GIOCHI 

La mamma mi realizzò una bambola di lana  con una matassina di lana. 

LAVORI IN CAMPAGNA

Io, fin da giovane andai a lavorare in campagna. I lavori di casa li facevano mia mamma e la zia, così io aiutavo mio padre nella vigna. Il lavoro era tanto, si iniziava con Torzè( legare la Tirassa(ramo della vite da dove partono i tralci) verso il basso)   peu scarzoravò( sfrondavamo)  peu  riavo(legavamo i tralci ai pali e ai filidi ferro)  peu spianavo(spianavamo le cime dei nuovi virgulti). Fino alla vendemmia vi era lavoro. Noi avevamo soprattutto viti da Dolcetto e poche da Barbera.

Con il grano andavamo a tagliare con la faussija (falce messoira) e poi a “Giavlé” ( accovonare: mettere insieme le giavele ( mannelli) per farne un covone: cheuv.

L’ACQUA

Poco distante da casa, avevamo una dòz sorgente con una vasca di raccolta e dietro casa una tampa per la raccolta dell’acqua piovana. Fin da quando ero bambinami ricordo che avevamo un rubinetto fuori e uno nella stalla che portava l’acqua dalla cisterna. Nella tampa si andava a lavare sulla pietra.

Avevamo anche un Crotin (piccola grotta scavata nella marna) dove gocciolava sempre un’acqua fresca molto buona!

RÀ LÈSSIJA (il bucato)

Ricordo sempre il profumo delle lenzuola e dei vestiti lavati con solo acqua calda e cenere: mettevamo le lenzuola dentro una sija (mastello) sopra si poneva una tela con della cenere, si versava dell’acqua bollenteche colava dentro un altro recipiente. Quel liquido lo si faceva nuovamente passare sopra. Poi andavamo ad “arzèntéje (risciacquarle ) nella tampa per poi stenderle sulla corda tesa delle cavaglie ( tronchi incrociati) o direttamente sull’erba del prato. Solo con cenere e acqua questi panni emanavano un ottimo profumo. 

LE VIJÀ

Nella nostra casa avevamo una camera chiamata ”rà stanssia scura”, lì c’era il caminetto” fornèl” dove si faceva scaldare l’acqua per la Lessija e poi, alla sera si facevano cuocere le patate nella brace. Intanto che si aspettava che le patate cuocessero ci scaldavamo lì attorno. A volte venivano le famiglie dei fratelli e delle sorelle e allora andavamo nella stalla perchè in casa non ci stavamo più.


        Giovanna raccontò di suo zio e dei dispetti

                      della Masca di Mompiano

Lo zio di Giovanna viveva a Benevello ed aveva dei poderi e un Ciabòt (casotto per attrezzi e da riparo) nei pressi di Mompiano. A quei tempi si diceva ci fosse nei paraggi una vecchia donna che possedeva il “libro del Comando” e creava problemi ai contadini o passanti che transitavano per la scorciatoia che da Benevello portava alla Cascina Langa e poi a Mompiano e Cappelletto di Trezzo Tinella.

Una volta lo zio di Giovanna si trovò in fondo al Vallone dal quale si risale per la strada di San Bovo e gli successe che si trovò bloccato nell’andatura e non riusciva a procedere. Sentì una voce che diceva:<Girmè antorna due vote e mi ‘t lass andé!(Girami attorno due volte ed io ti lascio andare> Si guardò intorno ma non vide nessuno se non una grande quercia. Si stropicciò gli occhi e si diede due manate in testa per scrollarsi, ma nulla da fare, non riusciva a muovere i piedi e le gambe. Nuovamente sentì la voce, si sedette per riposare un momento, ma quando si rimise in piedi sentì i piedi ancora bloccati al terreno. Dopo essersi guardato nuovamente attorno, sommessamente chiese: <Chi séti? Chi sei?> ma come risposta ricevette nuovamente l’indicazione precedente:<Girmè antorna due vote e mi ‘t lass andé!(Girami attorno due volte ed io ti lascio andare>. Cominciava ad adirarsi ed era già quasi un quarto d’ora che era lì bloccato, si decise di accondiscendere alla richiesta e disse: < và bèn giroma antorna a sa pianta! Va bene giriamo intorno a quest’albero!> Detto questo i piedi si sbloccarono, ma fece per avviarsi nel sentiero e sentì la voce:<fa nèn èr furb! Non fare il furbo!> e si trovò nuovamente inchiodato con un piede avanti e uno dietro. Veramente spazientito esclamò due bestemmie e disse:<sa-sa, fomra finija, giroma antorna a sa pianta! facciamola finita, giriamo attorno a sto albero!>. Appena sentì i piedi liberi girò una volta attorno all’albero e si avviò, ma fu nuovamente bloccato e sentì la voce:< reu ditè doi gir! ho detto due giri!>, effettuò il secondo giro intorno alla quercia e fu libero di risalire per il sentiero. Continuava a guardarsi indietro e attorno ma non vide e non incontrò nessuno. Quando superò l’arrabbiatura sorrise e sperò di non essere impazzito. Quando arrivò in Serra, incontrò Pasqualin, un anziano suo amico e gli raccontò il fatto accaduto. Questi sorridendo:< pijtra nèn, à rè sà veija malefica ca sè smora e an fà pèrdè tèmp! Non preoccuparti, è quella vecchia malefica che si diverte e ci fa perder tempo!>.

In un’altra occasione, lo zio di Giovanna si recava con il cavallo e il carro a portare qualche coppo delle assi e una damigiana al Ciabòtt nei pressi di Mompiano, per effettuare delle riparazioni poiché era grandinato e il temporale aveva guastato vigna recinzione e tetto, e quando arrivò alla discesa della Cascina Langa, per il sentiero carro e cavallo si rovesciarono effettuando due giri. Lui aveva la cavezza in mano, poiché procedeva a piedi davanti al cavallo, ma non vi fu verso di trattenerlo. Mollò la cavezza e il carro e cavallo si fermarono trenta metri più avanti con il carico al posto come nulla fosse successo. Raggiunse il cavallo e il carro e constatò che tutto era in ordine e il cavallo stava bene, non era neppure spaventato! Lui invece raccontò il fatto solo a Giovanna, che era bambina, poiché temeva che gli adulti non gli credessero e lo prendessero per matto.

Zio Pietrin, per giustificare le sue esperienze con la Masca di Mompiano, raccontava volentieri e chiedeva conferma al fratello e ai vicini portando Giovanna e altri bambini alle “vijà” veglie” e diceva : nèh ‘t ricordti cola vota, che vita per porté rà machina da bate èr gran? ti ricordi quella volta, che fatica per portare la trebbiatrice?>

Dovevano trainare con i buoi, la trebbiatrice. Per salire alla cascina del Brich, da Monte Marino vi era una salita molto ripida e dovettero attaccare ben quattro coppie di buoi. Quando furono a metà salita i buoi si bloccarono e non vi fu verso di smuoverli. Provarono ad andare a prendere i buoi di Rapalin, che avevano fama di essere buoi speciali, ma non successe nulla. Neanche a sostituire quelli di Minòt che erano i più deboli perché non li teneva bene, non successe nulla. Tribolarono due belle ore poi dettero retta a Pasqualin , che era il più anziano e da parecchio tempo diceva: <sì jè re man èd Ginassa! Se ra porti nèn sì risolvima gnènte! Qui c’è la mano di Gina la Masca, se non la portate qui non risolviamo niente!> Il padre di Giovanna che era il più garbato, andò da Gina e la pregò di recarsi dalla salita dèl Brich per risolvere quel problema con i buoi e riuscire a trainare la trebbiatrice nell’aia. La donna fu fatta salire sul calesse e trasportata dalla salita. Appena fu sul posto chiese di rimanere da sola con i buoi e disse agli uomini di allontanarsi. Girò un po’ attorno al traino, quasi a studiare il da farsi, poi chiamò Pasqualin e gli diede le direttive:< beuta sa cobia e ès beu da sol s’atra cobia e ès beu sì e ancora parèi e parèi. Metti questa coppia e questo bue da solo, quest ‘altra coppia e questo da solo e ancora così e così> Quando Pasqualin  ebbe terminato di agganciare tutti i buoi Gina disse allo zio di Giovanna: < ti ch’èt sèi èr pi giovo stà davanti e tèn èr sovastr. Vojatri daré a possé! Tu che sei il più giovane vai davanti e tieni la corda. Voi dietro a spingere>. Pasqualin toccò il primo bue e diede una voce: <euh su!> Questi partirono e trainarono la pesante trebbia come fosse un fuscello. Riportarono Gina al suo casolare e lo zio ricorda che il padre non solo gli diede un barlètt di vino, ma per tenersela buona la invitò al pranzo “ dèr bate èr gran”. Nonostante il Prevosto avesse fatto gli occhiacci al capo famiglia quando la vide, la trattarono come una persona di riguardo e non ebbero mai più problemi. 

LA GUERRA

Non parlo volentieri del periodo della guerra!

Non si stava mai tranquilli, un giorno passavano i partigiani e loro dovevano mangiare, poi passavano i fascisti e si prendevano uova galline e salami. Il peggio accadeva quando veniva la polizia annonaria che ci lasciava un po’ di grano e un po’ di meliga e si prendeva tutto. Così bisognava rischiare a nascondere grano e altro per sopravvivere.Si arrivò al punto che non trovando più né olio, né sapone né verderame occorreva ingegnarsi di produrre tutto.

Per l’olio ci eravamo costruito un piccolo torchio che applicavamo al torchio da uva e così producevamo l’olio di nocciola.

Per produrre il sapone acquistavamo dai Bona di Manera, il grasso animale, poi lo facevamo bollire con della soda caustica e una dose di acqua per due ore. La poltiglia ottenuta si versava in un recipiente e poi in un cassetto affinchè si indurisse, a quel punto tagliavamo i pezzi e li utilizzavamo per la lavare. 

Il Fratello Luigi del 1920 partecipò alla Campagna di Guerra della Russia e fu poi preso prigioniero.  Deportato in Germania. Lavorò in una fonderia e raccontò che si scaldava dove uscivano le rotaie fuse, costruite per le strade ferrate. Come tanti altri patì la fame e il freddo.Tornò a guerra terminata ma non trovò più nostro padre Andato Avanti nel 1944.

LA MORTE DI PAPÀ

In tempo di guerra passavano i partigiani e i repubblicani e a tutti bisognava preparare da mangiare. Ve ne erano anche di “gram” cattivi che prendevano i vitelli.

Una volta si fecero prestare il cavallo perché dovevano trasportare qualcosa. Il padre glielo diede ma lo riportarono che era ammalato e così dovemmo chiamare il Veterinario. Dopo un po’ di tempo vennero nuovamente per prendere il cavallo ma il papà disse che sarebbe andato con loro. Quando furono a Manera uno di quei “malviventi” tirò fuori una pistola e puntandola al papà lo costrinse a scendere dal carro. Il papà rimase spaventato, tornò, e in famiglia non disse nulla. Lo si venne a sapere in seguito da conoscenti di Manera. Il papà rimase talmente male per il fatto operato, oltretutto da un vicino del posto che si ammalò e dopo poco tempo morì, era il 1944. 

Mio zio Giovanni raccontava di un suo vicino, Torchio Giovanni , che fu anche deportato in un campo di prigionia in Germania.

TORCHIO GIOVANNI 21-04-1915

Borgomale

Grado Caporale Reparto 2 Rgt. Alp. Alpini

CATTURA Fronte Italiano

Luogo di cattura 09-09-1943

Liberato il 21aprile1945

RIENTRO 06-1945.

INTERNAMENTO  Stalag XI B/ZKZ Mauthausen

NUORA DI GIOVANNA RACCONTA

Mio papà Bonan Angelo era del 1909 , richiamato alle armi fu preso prigioniero e deportato in Campo di lavoro in Germania. Riuscì a superare i reticolati e a fuggire. Quando tornò i medici dissero a mia mamma di non farsi illusioni poiché non avrebbe avuto vita lunga. Infatti a 53 anni morì improvvisamente con noi figli attorno. Io avevo nove anni, mio fratello 11  mia sorella 15 e il fratellino più piccolo 4 anni soltanto.