IRENE SOBRERO 1936 E
MARIO SAGLIETTI1932
MI HANNO RACCONTATO
Irene
Sobrero nata a Cerretto Langhe in località “ANTOCC”(ANTIOCHIO) nel 1936 è la
sorella di Clelia di quattordici anni più grande. Il padre Carlo, del 1890
partì militare a 19 anni e tornò a casa soltanto dopo sette anni di guerra in
Africa e 3 della grande Guerra.
CERRETTO
LANGHE 03 11 1890
DI
IRENE E DI GIUSEPPE
Irene, la figlia ricorda che
il papà le raccontava, partì a 19 anni e fu inviato in Africa, dopo sette anni
vissuti in condizioni incredibili fu felice di essere rimpatriato ma quando fu
a Firenze sede del suo Battaglione ebbe la sorpresa di sapere che doveva ancora
andare a difendere la Patria e a combattere in Veneto e sul Carso. Così si
sobbarcò altri tre anni di indicibili fatiche e pericoli. Al termine della
Grande Guerra riuscì ad arrivare a Ceva dopo un viaggio lunghissimo e scomodo.
Da Ceva si avviò a piedi e con due giorni di cammino raggiunse finalmente
Cerretto Langhe. Erano trascorsi dieci anni, si presentò alla casa che aveva
lasciato e vide sua madre, che spaventata al vedere quell’uomo con barba e
baffi vestito come un mendicante chiamò a gran voce il marito:< Bep, Bep,
vèn chi jè un co ciama rà carità!> (Beppe,Beppe, vieni che c’è un uomo che
chiede l’elemosina!). Non aveva riconosciuto Carlo! Questi le disse<mamma
sono tuo figlio!> Carlo diceva sempre che dopo dieci anni trovò due fratelli
che aveva lasciati piccoli e ora erano giovanotti, non li riconosceva più,
trovò la stalla bruciata ed era morta una mucca(per quei tempi era la rovina
per una famiglia!). Carlo seppe riprendersi, lavorò duro, si sposò ed ebbe una
bella famiglia, ma raccontò sempre dei dieci lunghi anni sofferti in Guerra
Carlo
e la mamma di Irene ebbero sette figli dei quali solo tre furono viventi:
nacque Clelia nel 1922, poi un bimbo nel 1924 che morì, nel 1925 venne al mondo
il maschio che visse fino in età adulta, quindi la madre diede alla luce altri
due figli che morirono in tenera età e infine partorì Irene nel 1936.
Irene
racconta che alla sua nascita, siccome durante il parto erano già morti due
bimbi, decisero di chiamare il medico. A quei tempi le donne partorivano a casa
al massimo con l’aiuto della “LEVATRIZ” (Ostetrica) del paese che nella maggior
parte dei casi erano donne con grande esperienza ma non certo con studi di
medicina.
Quel
tre Luglio del 1936, raccontarono, vi fu un temporale fortissimo con tuoni e
lampi da brivido, piovve tutta la notte, e il medico che arrivò con il calesse,
essendo fradicio di pioggia si asciugò rimanendo tutta la notte e la mattinata
accanto alla stufa. Fece una visita alla mamma che aveva dei dolori fortissimi
e sentenziò che era tutto normale. Irene venne alla luce da sola mentre il
medico con i nonni e il padre si mangiavano i tajarin di nonna Irene.
Onestamente il medico non pretese altra parcella che un altro piatto di tajarin
e un bicchier di vino!
LAVORI DEI BAMBINI
Irene
frequentò la scuola materna con le suore a Cerretto Langhe e poi fino alla
quarta elementare, il quinto anno di scuola lo frequentò da privatista, invece il
marito,Mario dalla Buffarola, dei tre Cunei, pur essendo in territorio di
Arguello, andava a Lequio Berria. Entrambi ricordano che prima di andare a
scuola i genitori li facevano andare un’ora o più in”pastura”(al pascolo) con
le pecore. Mario dice che veniva la mamma a dare il cambio e gli diceva di
andare a mangiare “la supa” zuppa di latte con il pane” peu ‘t butavi èr faodà e
via a pé a scora!” (poi ti mettevi il grembiule e via a piedi a scuola!)
Al
pascolo, con un occhio alle pecore le ragazzine non perdevano tempo a giocare,
era stato loro insegnato a lavorare la lana con i ferri e sempre sferruzzavano.
Ricorda di una vicina di casa che durante le due ore di “pastura” realizzava
“in caossèt” (calza) di 20 cm. Teneva il “limissèl”(gomitolo) nel grembiule e
da in piedi o camminando realizzava manufatti non solo per i famigliari, ma
anche a pagamento per chi le dava la lana.
Durante
le veglie “vijà”, chiacchierando, le donne sferruzzavano e gli uomini
intrecciavano ceste e cestini. A lei, la nonna insegnò presto a filare la lana
e rammenta che le faceva filare la lana fine degli agnelli “tozonà”
(tosati)per la prima volta. Commenta:
< si realizzavano calze, canottiere intime e non si comprava nulla!>.
Con
i bozzoli dei bachi da seta producevano i fili di seta. Facevano bollire i
bozzoli e poi con la “Vindora”(arcolaio o bindolo) realizzavano la matassa .
IRENE RINGRAZIA LE SUORE DI CERRETTO LANGHE
Irene
ringrazia di cuore l’operato delle suore di Cerretto Langhe. Furono
“educatrici” meravigliose per generazioni di ragazze come lei che grazie a loro
appresero l’arte del ricamo,
dell’uncinetto, del cucinare ed anche “marissie”(indicazioni) per tenere pulita
e in ordine la casa. Le Suore possedevano un po’ più di cultura delle loro
mamme e aiutavano le giovani a crescere.
FATICHE DA BAMBINI
Mario
ricorda con piacere le suore di Lequio Berria dove frequentò l’Asilo infantile
negli anni trenta, poi nel periodo della scuola. Per lui, oltre il pascolare le
pecore venne il tempo di andé ‘dvan ai beu (andare davanti ai buoi e il lavoro
del raccogliere i sassi nei campi arati. “ a sés sèt agn ci mandavano con nà
cavagna a cheuje èr pere anti camp!”(A SEI SETTE ANNI CON UNA CESTA A
RACCOGLIERE SASSI E PIETRE NEI CAMPI!)
Le
raccoglievano con la cesta e quando era piena la svuotavano al bordo del campo.
<Quante
pietre ho raccolto – esclama Mario- in quei campi dove veniva seminato un grano
che non cresceva più alto di cinquanta centimetri. Certo, concimi non ce
n’erano, letame poco e poca “cotura”(terra buona). Eppure si viveva di quel
poco!>
PANIN A QUATTRO SOLDI!
Aggiunge
che soldi ve ne erano proprio pochi, e racconta che nel ’36, quando frequentava
la prima classe, per andare a scuola passava davanti alla vetrina del
panettiere dove erano esposti dei piccoli panini con lo zucchero sopra.
Costavano quattro soldi e Mario ogni giorno chiedeva alla mamma che gli desse
quattro soldi, ma non li ricevette mai e nei quattro anni di scuola continuò a
vedere i panini in vetrina e a immaginarne la bontà. Più grande comprese che la
mamma non poteva darli a lui perché avrebbe dovuto darlo anche agli altri tre
fratelli e sorelle che desideravano quanto lui quei panini. Il più grande era
del 1927, un altro del’28, una del 30 e lui del’32.
Un
altro ricordo torna alla mente di Mario
“Ran massame ra Maestra!” Mi hanno ucciso la
Maestra
Il 12 Febbraio 1945 io ero a scuola a Lequio Berria. La mia maestra era
Capello Lucia di Ceresole d’Alba . Arrivarono i Tedeschi evidentemente perché
avevano saputo che da “Ceron” c’erano i partigiani. Ricordo benissimo che era
“Mèsdì e chèicoz!”(mezzogiorno e qualche minuto), si sentì sparare e la maestra
ci disse :” bambini state qui buoni che io vado
a vedere cosa è successo!” Venne ad accompagnare l’altra insegnante che
abitava proprio nella casa “ch’ìi divo da Ceron” e arrivarono nel bel mezzo
della sparatoria. Una maestra rimase solo ferita mentre la mia insegnante fu
uccisa. Successe che quando i tedeschi con le camionette furono prima di arrivare in paese dove c’è ora il
monumento , qualche partigiano sparò e iniziò così! Vers mès bot (verso le dodici e trenta un’altra maestra ci fece uscire da scuola e noi che
venivamo verso i Tre Cunei passammo dove
c’era stata la sparatoria. Vedemmo dei lenzuoli che coprivano dei corpi e
qualcuno disse “Ran massà rà nostra maestra!” (hanno ucciso la nostra maestra!)
ma c’erano i tedeschi e “Ran pano fanra voghè!”(non ce l’hanno lasciata
vedere!). Ci fecero filare “pèi dra lozn e noi na pao der diao”!(come il
fulmine e noi avevamo una paura del diavolo!)
A iéra propi na brava fomra! Mi m’ra sogn ancora adèss! (era proprio una
brava donna! Me la sogno ancora adesso! Mi fece scuola dalla prima elementare
alla quarta e poi me l’hanno ammazzata!
IRENE E LA LESSIJA(IL BUCATO)
Irene mi spiega come facevano il bucato una volta:
Ponevano le lenzuola nella
“sija”(mastello a doghe di legno)sopra un fondo di rami secchi di vite”sèrmente”
o di pino, quindi facevano bollire “ra sénnré”(cenere di legno che non macchia)
in un sacchetto di tela e versavano l’acqua bollente e la “liscivia”. Il
procedimento si effettuava più volte finché si riteneva che il bucato fosse
ben”sgrassà”(pulito). Per risciacquare si portavano i mastelli con il bucato al
“GORGH” o al BELBO” sul carton tirato dalla mucca. Nell’acqua le donne
risciacquavano, battevano sulla pietra e sfregavano i panni, poi li
strizzavano. Ancora le donne si cimentavano nel “Fè rà bota(bolla) con le
lenzuola”, consisteva nel creare una bolla d’aria sotto le lenzuola sull’acqua
in modo che gli uomini con le”patele”stecche di legno” le battessero per
ulteriormente far uscire l’acqua e lo sporco. Dopo un’ ultima strizzata il
bucato veniva steso sull’erba del prato e in parte alle corde stese con la
“cavaglia”(brope legate) che servivano ad alzare la corda affinchè le lenzuola
sventolassero e asciugassero prima. In attesa dell’asciugatura si cantava e i
bambini giocavano, e si trovava il tempo per complimentarsi con le giovani che
avevano imparato “ a fé rà bota” e voleva dire “ chi jero da Majré” (erano da
sposare).Verso sera, avvenuta la piegatura, si rientrava in cascina lasciando
una scia di profumo che Irene dice “ reu mai pì sèntì!”(non ho mai più
sentito!). A casa il bucato veniva ritirato nei bauli e ogni donna aveva un
profumatore come segreto: “chi i ramèt èd lavanda, chi feuje ‘d lauro,o
rosmarin e sbércie (bucce) di limone.
Questa
è la foto della Leva del 1925 di Cerretto Langhe. Avevano solo 18 anni e li
fecero ancora partire per la guerra. Riconosco mio fratello Dario, Beppe dèr
Brich, Tarcisio Cavallotto, il papà di Mariulin Cavallo il meccanico, Felice ‘d
montané delle Fontane (Partigiano Lice) e suo papà che faceva il cuoco. Vi è
quello ch’ii divo “er ghecc”, e questo che abitava in località Bolla. Riconosco
anche Sobrero Pietro.
Mio
fratello Dario lo fecero ancora andare in Caserma a Cuneo poi mio padre fu
dichiarato disabile per motivi di guerra e così fu congedato.
Dopo l’alluvione
andammo in Belbo e salimmo tutti su questo albero trasportato dall’acqua
Rricordo tutti
quelli che eravamo:
Una mia cugina,
un cugino che poi andò a Lecce, la sorella di mio cognato Abbate,
Marisa dèr
Borgatt
Nino dèr fré
papà di Giorgio e Luciano,
Italo Cavallo
Il papà di
Claudia Rinaldi
Teresio d’an
Castel, Abbate mio cognato marito di Clelia
Lena drà Piagera
Rosanna dr’ére
mamma Papà Cav. Secondino
RABINO LUIGI
Grazie alla TESTIMONE DELLA MEMORIA Sobrero
Saglietti Irene
Onoriamo la Memoria del Caduto
RABINO LUIGI CARLO DI DIONIGI CORTEMILIA 27
/02/1925
Res.CRAVANZANA Contadino
CRAVANZANA il 21/11/1944
PAGLIERI RINALDO di SECONDINO CRAVANZANA (CN/I) il
18/12/1927
CRAVANZANA (CN) Contadino Civile
CRAVANZANA (CN) il 20/11/1944
Irene ricorda che da Cerretto Langhe, per andare a
Feisoglio si scendeva dalla strada che conduce al Mulino di Cerretto langhe
detto “dèr Lavagèl”. Durante il tragitto vedeva sempre una Croce di legno (con
due foto) piantata sul ciglio della strada. Chiese chi fossero quei due giovani
e seppe che uno era un “Rabino” che abitava alla Cascina del “Paré” ed era un
parente dei Rabino che vivono a Serravalle Langhe. Le dissero che lui e il suo
compagno furono uccisi dai nazifascisti che li videro dalla collina di
Feisoglio.
SU GAZZETTA D’ALBA DEL 7
SETTEMBRE 1979 nella pagina PARLANO I PROTAGONISTI a cura di RENZO AMEDEO trovo
un’intervista al Maestro TERULLA:< Eravamo lungo le rive del Belbo le acque
scorrevano lentamente. La giornata era fredda ed i colli delle Langhe avvolti
da una fitta nebbia. Si sentivano a poca distanza le voci dei tedeschi che
preparavano l’assalto alle forze Partigiane. Ci era stato dato dal Comando
partigiano un ordine preciso; ostacolare il più possibile il transito di
automezzi ed il trasporto di armi da Cerretto Langhe verso Cravanzana. L’unica
strada che attraverso il Belbo, univa i due comuni, doveva essere resa
impraticabile prima che i tedeschi scendessero a valle. Non fu possibile fare
grandi cose per ritardare almeno di qualche ora, l’arrivo dei nazisti. Intanto
gli uomini di Mauri continuavano ad arrivare a Cravanzana con armi e automezzi,
spinti in avanti dal rastrellamento. Lungo la Provinciale del Belbo era un
continuo passaggio di automezzi provenienti dalle località più diverse. I
tedeschi giunti al paese nelle prime ore del mattino, avevano seguito tutte le
direzioni, attraverso i sentieri ed i boschi.Circondato improvvisamente il
centro abitato, erano riusciti a catturare senza essere disturbati, un gruppo
di Partigiani nascosti in una casa vicinissima alla strada provinciale. Il 20
Nov era appena iniziato ed il comando tedesco sistemato nelle vicinanze della
Chiesa Parrocchiale aveva dato l’ordine, prima delle sette, della fucilazione
di sette militari della Formazione Mauri. La condanna a morte venne eseguita
presso la Chiesetta di San Rocco, dove i fucilati vennero sistemati. ……nella
giornata del 20 11 ’44 avvennero altre fucilazioni.
Caddero le seguenti
persone:
Poggio Giuseppe(nato a
Vesime ,1924, Garibaldino ucciso presso l’albergo del mercato di Cravanzana.
I giovani RABINO CARLO
(NATO A CORTEMILIA 1925 RES. A Cravanzana in Reg. Pareto) e Paglieri Rinaldo
(nato a Cravanzana 1927 res. in regione Cappelletti) vengono uccisi nelle
vicinanze del Belbo.
Un partigiano delle formazioni Garibaldine FORNARO GIOVANNI CLASSE 1927, (MENZIONATO DA PIETRO CHIESA ed EIRALE GIUSEPPE DI BORGOMALE) è fucilato nei pressi della cascina “Tomalino” di Cravanzana 20 11 '44
Un ignoto proveniente da
Torino (Marzano Eugenio Torino 1925) Garibaldino, fu trovato almeno 7 giorni
dopo lungo la strada del Mulino, vicino al Capoluogo di Cravanzana. Era un
Protestante ed il suo “Pastore, avvisato, venne poi a prelevarne la salma.
I due giovani di
Cravanzana, non soggetti ad obblighi di leva, data la loro età, erano usciti
dalla propria abitazione il mattino del 20. Spaventati dalle raffiche dei
tedeschi provenienti da Cerretto Langhe si erano dati alla fuga tentando di
nascondersi nelle vicinanze del Belbo. Furono visti e colpiti da numerosi colpi
di arma da fuoco. Morirono verso le 7 del 20 in località San Vitale, ed ebbero
sepoltura due giorni dopo in Cravanzana.
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