mercoledì 5 giugno 2013

Fenocchio Ernesto 1922 Trezzo Tinella Benevello









ALPINO FENOCCHIO ERNESTO 1922 TREZZO TINELLA REDUCE




                              
RACCONTO DELLA VITA E PRIGIONIA
   TESTIMONIANZA VIDEOREGISTRATA E TRASCRITTA A BENEVELLO MAGGIO 2013  Beppe Fenocchio di Neive Arguello 
  Ho conosciuto su Facebook il figlio Aldo e mi disse che suo padre era un Reduce di Russia, fu così che mi recai da Ernesto per registrare la sua testimonianza. Un uomo di una tempra d’altri tempi. Nato a Trezzo nel 1922 figlio di Maria Selli una “venturina”(trovatella) e Giovanni Quinto 





 A 11 anni fu da”servitò” (servitore di campagna) in Serra di Trezzo e Mango. La famiglia aveva cinque giornate di terra ed era composta di Padre Madre e tre fratelli e una sorella. Il padre nel 1906, aveva ventidue anni, andò in America con altri giovani di Trezzo (Sandri Michele, Fenocchio Tommaso, Fenocchio Giovanni Battista), si imbarcarono a le Havre sulla nave Savoie e furono accolti dall’amico Nada Carlo, precedentemente emigrato in America. Quinto non rimase molto, tornò a Trezzo e mise su famiglia, dal matrimonio nacquero Mario,Tonin,Ernesto e Gepina che vive a Treiso. Ernesto frequentò fino alla quarta elementare e ripetè l’anno poiché la quinta non c’era ancora. Dopo la scuola andò da servitore e vi rimase finchè non partì soldato, cioè a vent’anni.
DA MANOVALE A CONDUCENTE MULI 
Il 21 Gennaio del 1942 fui chiamato alle armi nel 2° Battaglione Alpini a Borgo San Dalmazzo e il 2 di Agosto fummo inviati in Russia trasportati su carri bestiame sgangherati. Viaggiammo 13 giorni e arrivammo a Rossosch sul fiume Donez, rimanemmo cinque o sei giorni e poi riprendemmo a marciare con i nostri muli, per giungere in prima linea sul Don. Camminammo fino a Natale. Eravamo nelle “postazioni e dai “camminamenti” vedevamo i Russi e loro vedevano noi, ogni tanto si sparava ma niente di che, “jero tuti dèsgrassiò a r’istessa manéra”(eravamo tutti disgraziati allo stesso modo!) Noi intanto ci costruimmo dei rifugi sotto terra come quelli che avevamo visto a Topilo. Occorreva scendere 12 o 13 scalini, i contadini russi ci tenevano le patate perché almeno non gelavano. Con l’arrivo dell’Inverno ci saremmo riparati dal freddo. 
Na frègg santa   
Arrivò l’inverno e il 20 Gennaio fummo presi prigionieri. Era arrivato l’ordine di ritirarsi ma fummo accerchiati in un territorio di settanta chilometri. Io insieme a Vacca di Neive e Gallo Pinoto e ad altri di Mango,San Donato, fummo presi a Topilo. Tutto a piedi girammo la Russia fino a Marzo Aprile. Ogni giorno percorrevamo dai 15 ai 30 chilometri, a seconda delle strade e mi si congelarono entrambi i piedi, fortunatamente ebbi il terzo grado solo all’alluce. Donne anziane piangevano Durante queste lunghe marce, incontravamo delle case con delle donne anziane che piangendo ci venivano a portare un pezzo di pane, anche se non ne avevano neppure per loro! Anche loro avevano mariti e figli in guerra e si commuovevano a vederci in quelle condizioni. Eravamo in tanti e tutti con una grande fame, i più rapidi prendevano il poco che ci offrivano quelle donne “brave pèi dèr nostré”( buone come le nostre), ci ricordavano le nostre mamme”cotin longh e folar an testa”(gonne lunghe e foulard in testa). Ernesto a ricordare ha dei momenti di commozione profonda! 
VITE NEL GELO
Non si può raccontare cosa abbiamo passato e non so come ho superato tutte quelle difficoltà! Si andava, procedendo nel gelo con solo freddo e ghiaccio e neve. Nè da militare né da prigioniero non ebbi mai la fortuna di salire su un carro o una slitta o un camion, feci tutta la Russia a piedi! 
CAMPO DI PRIGIONIA: 
tre lunghi anni! Ci condussero in un campo negli Urali, ricordo la parola che iniziai sentire nel tragitto e continuai udire dai guardiani: Davai(avanti) e “Davai bistro”(avanti lavora) quando ti fermavi, (Ernesto, come molti altri che tornarono, non seppe e non ricorda il nome del paese dove’era ubicato il campo, poteva essere il Lager 160, oppure a Tambov,Krinovaja, Elabuga,ecc. , erano tutti luoghi dove su 2800 prigionieri si salvarono in 200 e i primi tempi ci lasciarono ammassati senza mangiare né bere, poi ci inquadrarono e ci davano due volte al giorno, ma non tutti i giorni, della brodaglia e un pezzo di pane. Certo di fame ne facemmo tanta. Vidi morire molti uomini di freddo, di fame e di malattie. Ci facevano lavorare nei Kolkoz soprattutto a fare legna perché a loro serviva per riscaldare. Una guardia ci disse che il termometro segnava -36°. In quelle condizioni molti non ce la facevano! Abbiamo mangiato radici, roba marcia e tutto quello che poteva calmare un po’ la fame. Son gavamra! Mi ammalai diverse volte e fui ricoverato nei loro ospedali dove non avevano nulla, e tuttavia sono riuscito, facendo leva sulla umanità di quelle “Sestrj” (sorelle infermiere), a farmi aiutare e a sopravvivere. Occorre dire che anche tra loro c’erano persone rudi ma ne ho trovate di compassionevoli e buone. Posso senz’altro affermare che la gente Russa fu buona con noi, certo vivevano anche loro delle difficoltà enormi. Ho sentito dire molti “nieto” quando avevo febbre alta ma ho anche ricevuto quel po’ di assistenza umana e affettiva che nei tre anni di prigionia mi ha permesso di sopravvivere a tante sofferenze. Venni che pesavo 36 chili e non credevo di riuscire a riprendermi. Sicuramente “Nosgnor”(Nostro Signore) mi diede una mano e ha voluto che arrivassi fin qui! 
NOI CAMPAGNIN(NOI CONTADINI) ! 
Sono convinto che l’essere stato lavoratore di campagna contribuì a farmi superare le grandi difficoltà che incontrai. Sopportavo fatiche a cui molti cedevano e mi adattavo a mangiare erbe, radici e cosa sapevo potesse aiutarmi. Certo ho visto molti andare fuori di testa sia per il freddo sia per la fame, e vidi fare cose che non si possono raccontare! Ma che distruggevano nel morale e nella salute. Molti che provenivano dalla città furono i primi a crollare, soprattutto perché non riuscivano ad adeguarsi al genere di vita che bisognava condurre. 
RA MALINCONIJA A TRAVAJA (La malinconia lavora)!
 Un Capitano, tal Magnani era un omone di un metro e novanta e in prigionia divenne scheletrico, rammento di uno di Alba che di “Stranom”(soprannome) chiamavamo “Manaccia”, dei gemelli Massa sempre di Alba e di tanti altri coi quali ci trovammo quando tornammo. Purtroppo ne vidi tantissimi morire di stenti. Seppi comunque che quelli che furono inviati in Siberia videro le “Masche” ancora peggio di noi! Bisognava convivere con 5800 persone che per salvare la pelle erano pronti a tutto. C’era chi diventava cattivo, chi per un pezzo di pane era pronto a tutto, ma ho trovato anche gente che non perse mai l’umanità. Certo mi pentii di aver rubato del pane a un compagno, ma eravamo in situazioni impossibili da spiegare. Vidi graduati che da prepotenti diventarono timorosi e personaggi che avrebbero potuto essere dei violenti si dimostrarono sensibili e patirono ogni sorta di sopraffazione. Vi fu un Friulano, Martini o Venturini che con un fisico possente, un metro e novanta, avrebbe potuto essere uno che comandava e invece patì le pene come noi più deboli. Purtroppo la malinconia per la lontananza dalla famiglia, le situazioni che si vivevano e la tristezza per non vedere soluzioni alla prigionia abbattevano anche gli animi più forti. 
 VERSO CASA!
 A novembre, quei Russi che ci raccontavano di cosa succedeva in Italia cominciarono bisbigliare che ci avrebbero mandati a casa. Subito non ci credevamo e pensavamo fosse una trovata per risollevarci il morale e farci lavorare con più voglia, poi la possibilità divenne realtà. Ci misero a disposizione del vestiario dei morti e così chi riuscì recuperò una giacca tedesca o russa o qualcosa per ripararsi da quel freddo incredibile e ci caricarono sopra dei treni che attraversarono la Polonia e la Germania ci condussero fino a Bolzano e poi a Trento dove ci tennero un po’ di giorni per rimetterci minimamente in sesto, poiché eravamo veramente malconci. Ridotti a pelle e ossa, tra barba, capelli e unghie lunghe eravamo irriconoscibili e impresentabili. 
 UN RITORNO TRA LE MACERIE
Dai finestrini del treno vedevamo solo case diroccate e i segni dei bombardamenti, campagne incolte e alle stazioni gente che chiedeva notizie di famigliari. Anche quel viaggio fu atroce, poiché avevamo visto tante persone morire e ancora ne morivano e si soffriva sia per la salute che per il morale. Al Brennero continuammo a realizzare cosa ci avevano raccontato e cominciammo a chiederci cosa avremmo trovato nei nostri paesi. 
 TRENO FINO A NEIVE 
Arrivai a Neive e passai da mio cugino Vincenzo che lavorava da panettiere con Vigio nel Panificio di Revello Lucio figlio di Maireta Fenocchio. Vincenzo partì in bicicletta e andò ad avvisare i miei, intanto Ezio Chiari andò a prendere il cavallo e il calesse e volle portarmi a Trezzo Tinella. 
 SI ROVESCIA IL CALESSE 
Così, parlando, quando fummo dal Pilon dèr Morinèt, con una ruota salimmo su di un pietrone che fece rovesciare “ra doma” e io volai letteralmente nel campo sottostante rischiando di spaccarmi la testa. Andò bene anche quella volta! INCONTRAI MIA MADRE 

A Trezzo, molti mi davano per morto poiché uno che era ritornato dalla Russia dopo la ritirata sparse la voce che mi aveva visto morto. Molti, compresa mia madre non ci aveva creduto e quando seppe che ero a Neive, mi venne incontro e la vidi dal falegname Scavino. Fu un’emozione fortissima ma piacevole che non scorderò mai più. La vita riprese Grazie ad un amico fui assunto in Ferrovia e andai a Torino ma tornavo ogni settimana e la mia cugina Maria, sorella di Onorina e Felice Fenocchio, mi fece conoscere quella che sarebbe diventata mia moglie. Quando raggiunsi la pensione tornammo a Benevello e sono ancora qui a raccontare di quella parentesi di vita che segnò la mia esistenza. Sono ricordi terribili che non è facile riportare ma che ritengo debbano essere conosciuti affinchè nessuno pensi che “son stà dèr bale” (che sono state frottole). Come noi reduci non abbiamo motivo per raccontare bugie è necessario che servano affinchè non succedano più. 

martedì 8 gennaio 2013

BOSIO GUIDO ROMANO TREISO 1920

BOSIO GUIDO ROMANO   Guerra di Francia Grecia Albania Russia Germania fino a 30 anni e poi….. Trifolao

È passato tanto tempo, da quando fui chiamato alle armi come soldato di leva negli Alpini, ma son ricordi terribili che ho ben chiari nella mente. Fui inviato a Chiappera, ma la guerra con la Francia durò poco, quindi fui inviato in Grecia dove, ferito, stetti due mesi in Ospedale. L’ispettore che venne a valutare i feriti mi ritenne idoneo a combattere e così andai nuovamente al fronte. Preso prigioniero dai Greci fui internato per dieci mesi in un campo all’isola di Creta. Ci liberarono i Tedeschi e ritornammo in Italia. Rimasi poco a casa e subito andai in Albania, da lì attraverso la Germania mi spedirono in Russia. Per raggiungere Rossosch, sul fiume Don, camminammo dei mesi. Da Agosto arrivammo che già nevicava. Noi avevamo i muli, invece i tedeschi erano motorizzati e ci schernivano superandoci ma il nostro Generale ci faceva coraggio! 
Era il Generale Emilio Battisti: 
 Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940 viene nominato Capo di Stato Maggiore del Gruppo Armate Ovest e partecipa alle operazioni sul fronte francese. Nel marzo 1941 assume il comando della Divisione Alpina “Cuneense” impegnata sul fronte greco-albanese poi nel luglio 1942 parte per il fronte russo. Qui condivide la sorte dei suoi alpini rifiutando di salire sull’aereo, messo a disposizione dal comando tedesco, per porlo in salvo durante il drammatico ripiegamento del gennaio 1943. Nella notte tra il 26 e 27 gennaio il reparto comando della Divisione viene accerchiato definitivamente e, fallito ogni tentativo di aprirsi un varco, tutti i componenti cadono prigionieri. Sette anni dura la sua sofferta prigionia fra carcere duro e campo di concentramento. L’aiuto italiano in Russia avvenne in due tempi: immediatamente furono spedite le divisioni del Csir,corpo di spedizione italiano in Russia, cioè le divisioni Pasubio, Torino e Celere al comando del Generale Messe. Nell’estate successiva si unirono altre unità: Cosseria,Ravenna e Sforzesca, la divisione d’Occupazione Vicenza e tre Divisioni del Corpo d’armata Alpino, la Tridentina, la Julia e la Cuneense, che insieme alle prime presero il nome di ARMIR, LA 8a Armata italiana in Russia, al comando del Gen. Gariboldi. Le vittorie si susseguirono con relativa facilità finchè l’esercito russo non adottò la tattica del ripiegamento. Infatti con la caduta di Kiev, l’alto comando russo decise di adottare la strategia della ritirata, già utilizzata ai tempi di Napoleone. Non lasciavano che rovine, rovinavano persino le piste! Da questo momento iniziò la lenta disfatta dei due eserciti invasori: incalzati dagli assalti inaspettati dei siberiani,assediati dai terribili inverni russi e disorientati di fronte alle sterminate pianure sovietiche. 
I MORTI ERANO COME FOGLIE
Sul Don, con temperature a meno cinquanta gradi, tenemmo testa riuscendo anche a prendere quattordici prigionieri, ma i Russi sfondarono il fronte della Fanteria e dei tedeschi. I Morti erano come Foglie! A quel punto ricevemmo l’ordine di arretrare di trenta chilometri. Io dissi al mio Tenente “tutte balle, io sono già stato preso prigioniero una volta!” e infatti furono paracadutati i militari e dovemmo combattere con la baionetta! Si trattava di superare un ponte che era controllato dai Russi e ormai c’era una grande confusione. Senza comando, io raggiunsi l’altra riva passando sotto i proiettili, mi andò bene. Ebbi la fortuna di trovare una “Borla”(ammassamento di grano) e decisi di crearmi un riparo togliendo un po’ di “cheuv”(covoni), mi infilai e stremato mi addormentai: Fu la mia salvezza. Quando mi svegliai e uscìi allo scoperto, la battaglia era finita, di tre Compagnie aveva resistito solo la Tridentina. La Julia e la Cuneense erano state decimate i soldati uccisi o presi prigionieri, pochi riuscirono a salvarsi. I “mort jero pei dèr fojach”(I morti erano come fogliame!”) 
I miei compagni mi avevano chiamato ma io dormivo e non li sentii! Mi aggregai all’Artiglieria Alpina della Tridentina e raggiunto un villaggio che stava bruciando mi riparai in un’isba(capanna Russa) e recuperai un po’ di miele, del tabacco e una borraccia di liquore all’anice. Per scaldarmi, mi tolsi gli scarponi, ma quando fu l’ora di ripartire non riuscivo più ad infilarli, allora massaggiai i piedi con la neve finchè “ro faje desgonfiè!(li feci sgonfiare!) mi infilai gli scarponi e pur soffrendo non li tolsi più fino a Karkov dove salii sul treno. 
Camminai procedendo nella steppa con la neve e la “tormenta” e ogni venti chilometri circa trovavamo un villaggio o abbandonato o con rischio di trovare partigiani. Lungo il percorso incontrai uno di Treiso che era meccanico dell’Aviazione, era Amilcare Perno padre di Michele. Anche lui riuscì a tornare a casa, ma quando ci trovavamo eravamo stupiti di essere scampati a quel terribile inverno-inferno! Durante la marcia sentii uno che diceva di essere di Treiso, non avendolo riconosciuto poiché “jero anti ne stat pietòz!” (eravamo irriconoscibili!), Barba lunga “con doi dia èd giassa!”( con due dita di Ghiaccio!), gli chiesi chi fosse e mi disse essere Castellengo, era un mio vicino di casa. Gli dissi “bèn io sono Bosio”, ci abbracciammo e procedemmo insieme senza più lasciarci. 
Ci facemmo coraggio e superammo parecchie batoste. Una sera volevamo entrare in un’ isba ed eravamo cinque alpini e noi due. Visto che cinque tedeschi non ci volevano fare entrare sfondammo la porte e puntando il moschetto feci alzare loro le mani. Capirono che eravamo decisi a tutto. D’altronde se non facevi così i tedeschi ti lasciavano morire, se ti aggrappavi ai camion ti colpivano le mani con i fucili! 
TU DEVI MORIRE IN RUSSIA
 Abbiamo vissuto e visto situazioni di una violenza a cui non si può credere, eppure ne sono uscito e sono qui a raccontare. Ogni tanto mi torna alla mente la maledizione che mi lanciò un capitano che mi odiava: “Tu devi morire in Russia!”, ben, non so che fine ha fatto lui ma io me la sono cavata. Io e Castellengo, con altri abbiamo camminato per mille chilometri, abbiamo aiutato dei contadini russi a “ranché èr patate”(a raccogliere le patate) e in cambio ci hanno sfamati, abbiamo fatto i muratori e abbiamo avuto miele. 
Da Karkov viaggiammo ancora in treno per una settimana e ogni due persone ci diedero una pagnotta e una scatola di carne. Quando tornai mi raccontarono di quanto era successo qui tra tedeschi e fascisti e partigiani, venni a sapere delle atrocità eseguite e ne fui addolorato. Ricordo che ritornai ad Agosto e il giorno 15 mi invitarono a Treiso, avevano messo il ballo a palchetto e si ballava, però quando mi raccontarono che tre dei Fratelli Ambrogio erano stati trucidati, perché traditi da una spia che fece seguire il fratellino più giovane venuto a portare qualche mela ai fratelli, presi la strada di casa e mi ritirai a piangere. Ne ho passate tante e nella mia lunga vita ho avuto modo di vivere tante soddisfazioni: la famiglia, il lavoro, anche “ranché tante trifore” (trovare tanti tartufi) ma le atrocità della guerra non ho potuto dimenticarle.

lunedì 7 gennaio 2013

Beppe Fenocchio STORIE PER RAGAZZI in una "veglia" a LEVICE


STORIE PER RAGAZZI IN UNA "VEGLIA" A LEVICE 2013
 Le mie amiche e amici sapiènt, raccontandomi la loro vita mi hanno affidato emozioni insite nelle loro esperienze. Io mi trovo sovente a pensare ai racconti che ho filmato e trascritto e provo delle sensazioni che mi danno serenità, sia ritornando ai fatti piacevoli che a quelli più tristi. Il perché di questa serenità è racchiuso nelle voci e sorrisi o lacrime delle amiche e amici che nel raccontare provavano piacere, gioia tristezza ma soprattutto la soddisfazione di poter rivivere momenti della loro vita. Il tramandare storie di vita è una bella esperienza e per me un dovere poiché credo, come mi ha detto la Maestra Maria Laneri: “quello che conosciamo lo dobbiamo a qualcuno ed è doveroso lasciarlo ad altri senza timore di apparire presuntuosi!” Pertanto io vi racconto qualche storia, fatto o avvenimento con il solo scopo di testimoniare la vita di queste persone, molte sono già andate altre esistono ancora ma tutte sono vissute in periodi molto diversi da quelli che viviamo oggi e che voi giovani vivrete domani. L’importante è non dimenticare e rispettare chi visse nel sacrificio e nella semplicità.
DANTINO: na vita da sèrvito
Dante proveniva da una famiglia molto povera composta da papà mamma e 4 figli. All’età di otto anni fu mandato da garzone in una famiglia che lo faceva lavorare senza dargli molto da mangiare, così lui dovette imparare ad arrangiarsi. Da Montelupo lo mandavano con carriola a Ricca d’Alba a far cuocere il pane. Si usava così: Si portava la pasta al Fornaio e questo produceva il pane e lo cuoceva. Tornando alla cascina Dante si mangiava una pagnottina che chiedeva al panettiere di realizzargli in più e addirittura ne nascondeva una o due in qualche buco del terreno per mangiarselo in un secondo tempo, ma a volte la pioggia glielo guastava o qualche animale glielo mangiava e così rimaneva a bocca asciutta.

FRANCO, testimone della cattiveria umana.
Franco era in un campo che pascolava le pecore e raccoglieva fiori per inanellare un braccialetto per la sorellina,aveva sette anni, arrivò una Jepp con dei militari a bordo, scese un giovane a dorso nudo che andò in un primo tempo verso di lui, poi vedendo che era troppo piccolo si allontanò correndo ma una raffica di mitra lo raggiunse e lo uccise. La jepp si allontanò veloce, quei militari avevano la camicia nera. Franco corse a chiamare aiuto ma quando tornò con gli adulti il corpo del giovane non c’era più, vi era solo più la terra macchiata di sangue. Giorni dopo i partigiani, amici dell’ucciso organizzarono un agguato ad una colonna di nazifascisti e ne ferirono alcuni, uno riuscì ad avvisare e giunsero i rinforzi che non trovando più i partigiani, malmenarono e portarono via prigionieri: il padre di Franco,il curato del paese di Roddi e Agostino il vicino di casa, rinchiusero Franco, la mamma la sorellina di un anno e,la nonna nel granaio e diedero fuoco alla cascina dei vicini. Le donne e i bambini furono liberati da un soldato tedesco che però prima di andarsene li impaurì mettendoli con la faccia al muro. Loro attesero di essere fucilati ma sentirono anzichè i colpi del mitra il rumore della motocicletta che si allontanava. I tre uomini furono ritrovati uccisi a guerra finita. Franco, settantacinquenne, vive a Roddi d’Alba ma porta ancora i postumi del colpo infertogli con il calcio del fucile mentre si aggrappava alle gambMi hanno ucciso la maestra!
Mario era a scuola a Lequio Berria e frequentava la prima classe. La sua maestra era Rosa di Ceresole d’Alba e sentendo rumore di una sparatoria uscì a vedere cosa stesse succedendo. Poco distante dalla scuola vi era il comando dei partigiani. Traditi da qualcuno furono scoperti da un camion di Fascisti camuffati da Partigiani Garibaldini che li sorpresero e iniziarono una sparatoria, cadde ferita a morte anche la maestra di Mario, era una staffetta partigiana. Tornando a casa i bambini passarono nei pressi della sparatoria e videro dei corpi coperti da lenzuoli bianchi, qualche compagno più grande capì e disse che avevano ucciso una maestra. Mario corse a casa dicendo:Mi hanno ucciso la maestra! Si emozionò quando me lo raccontò e mi disse che dopo quasi settant’anni a volte si sogna ancora l’uccisione della maestra.

BARBA NOTOe la leggenda degli Angeli in San Michele
Zio Giovanni era nato nel 1900 e a sette anni si ammalò di meningite, rimase storpio ad una gamba e ad un braccio ma nonostante ciò visse lavorando la terra realizzandosi degli attrezzi adattati alla sua menomazione. Era una persona di grande fede e anche lavorando pregava. I bambini di allora, oggi adulti, che lo conobbero, lo ricordano come una persona amabile,dolce e di grande intelligenza. Tramandò la leggenda degli Angeli del Pilone di San Michele in Arguello. Il nonno gli raccontò che esisteva un pilone votivo quasi diroccato dove venivano persone a perorare una grazia, qualcuno veniva con le stampelle e dopo aver pregato si alzava e se ne andava con le proprie gambe. Un contadino del posto, avendo bisogno di coppi per ricoprire una tettoia prese quelli del Pilone. Al mattino ritrovò i coppi accatastati a terra e non capendo cosa fosse successo li rimise sulla tettoia. Al mattino successivo trovò nuovamente i coppi a terra messi in ordine. Pensando a uno scherzo di qualche vicino, li rimise a posto e si appostò per la notte in modo da vedere cosa succedeva. A una certa ora della notte apparvero gli Angeli che nuovamente accatastarono i coppi a terra. Il contadino sbalordito, pur non essendo molto religioso andò dal Parroco gli raccontò l’accaduto e si fece promotore per la costruzione di una Chiesetta intitolata a San Michele. Con molti sacrifici, tra il 1887 e il 1912 gli abitanti di Arguello fecero erigere la Chiesa che appunto nel 2012 ha festeggiato il centenario della sua esistenza.

CATLININ ca portava èr masnà
Catlinin era nata a Mango e si sposò ad Arguello. Aveva ereditato dalla nonna l’interesse per le proprietà medicamentose delle erbe e dei fiori e la pratica per curare “ra bisséra”: una malattia della pelle,una dermatite, che si pensava fosse procurata da una biscia, inoltre sapeva aiutare le donne a partorire. Si fece subito benvolere dalla gente del posto che essendo poveri contadini apprezzavano le doti della guaritrice e Ostetrica. Conquistò anche la fiducia del Parroco,il quale inviò la Perpetua a verificare le doti di Catlinin. Siccome Lena soffriva di forti dolori cervicali si presentò chiedendo che le fosse lenito il dolore e avendone ottenuto un grande sollievo riferì al Prevosto che la guaritrice possedeva dei poteri positivi e non era una fattucchiera. A quei tempi chi possedeva dei poteri di cui non si comprendeva l’origine veniva tacciato di essere una Masca, una strega o anche,se maschio, un mascon. Catlinin fu accolta bene dalla comunità e operò come guaritrice e levatriz fino a novant’anni aiutando a partorire le donne del paese. È un personaggio che è ricordato da tutte le persone poiché la nascita dei bambini era una festa di casa e la levatrice era più importante del medico che di solito arrivava quando i bimbi erano nati poiché veniva con il calesse trainato dal cavallo e abitava a Feisoglio, paese a una quindicina di chilometri. Si narra che una volta in una cascina si verificò un caso di parto gemellare. Catlinin capendo che il parto era difficile, fece chiamare il medico. Questi conoscendo l’abilità di Catlinin se la prese comoda e quando giunse i gemelli erano nati e il Fleboto verificate le buone condizioni della mamma e dei bimbi si accomodò a mangiare tagliatelle e bere buon vino. Catlinin veniva anche chiamata per assistere gli animali della stalla sia pecore che capre e mucche e nella sua borsa di tela aveva sempre l’erba adatta ad aiutare l’animale ammalato. Un nipote di Catlinin mi ha confidato che la nonna era però permalosa soprattutto quando non la invitavano al pranzo del battesimo o al pranzo del bate èr gran o der carvé, alla prima occasione di un malanno o di una disgrazia diceva: se mi aveste invitata quel guaio non sarebbe successo!

CLEMENTIN va a Palermo
Clemente Secco nacque il 3 agosto 1869 da Francesco del fu Giuseppe e da Marenda Marcellina. Venne,anche per lui il tempo di “Tirare il biglietto” della Leva, fu un numero basso che voleva dire: si parte soldato. Si fece un bel pranzo e un bel ballo per salutare gli amici e si partì destinazione Palermo. Clemente fu felice di essere stato arruolato di prima classe e anche se lo spaventava un po’ il viaggio in nave fu pronto anche a quella esperienza. Furono anni lunghi lontani da casa,fu inviato anche in Africa ma nel 1892 fu richiamato a Palermo per partecipare, in occasione dell’Esposizione Nazionale, alla Gara Velocipedistica. Si coprì di onore, proprio un Arguellese che aveva imparato a usare il velocipede sotto le armi risultò secondo a livello nazionale. Dopo cinque anni tra Sicilia e Africa tornò alle colline di Langa dove fu ricevuto con tutti gli onori e lui ricambiò raccontando storie meravigliose di viaggi su mari in tempesta e di battaglie per entrare nelle città di Kismaio, El Ataléh che diventerà Itala, Merka,Mogadiscio e Uarsei. Grandi esperienze ma allo sport velocipedistico preferì il balon alla pantalera.

lunedì 30 aprile 2012

FRANCONE ORESTE ARGUELLO 1921


ORESTE FRANCONE classe 1921 raccontò
a  Beppe Fenocchio

                                                                    



papà FORTUNATO mamma ESTERINA SPOSI 1920

https://youtu.be/ZaALny54J50   

LA MIA INFANZIA AD ARGUELLO  

ORESTE FRANCONE CLASSE 1921

di Bona Esterina e Fortunato nacque nel 1921 ad Arguello nel paese dove oggi vi è ancora la vecchia stalla di Cesarin suo zio e sopra il fienile.

Mamma Esterina - Oreste         papà Fortunato

I Francone vivevano tutti nelle case di quel cortile. Quando poi si divisero, il papà e la mamma di Oreste si trasferirono in Cantabusso poiché a loro fu destinata quella proprietà. Prima vivevano tutti insieme e vi erano il papà Fortunato, Cesarin, Giuseppe (Gepu), Giovanni(Gioanin) e le due sorelle, una divenne Suora e una sposò Filippo Marenda (Mamma di Gepinin, di Maggiorino, Margherita e Concessina).

Si trasferirono in Cantabusso nel 1927 quando Oreste aveva 7 anni. Nella Primavera del 1928, Fortunato si ammalò di polmonite e a Marzo morì, lasciando la moglie Esterina incinta di Agostina (Gostinin) che nacque ad Agosto e Oreste e Maria. La mamma, per poter lavorare sistemò da “sèrvitò” Oreste dallo Zio detto “il Cit”, Maria, la più grande, da “serventa” in Aure da Filipin. La bimba più piccola fu affidata alla zia Bona Agostina moglie di Gepo che aveva la “Bottega” del paese di Arguello. La mamma diede a “mezzadria” la campagna di Cantabusso a ”Cento” di San Micé che svolgeva il lavoro di “mèi da Bosch” a Cantabusso, e lei andò da (serventa, manoèra 8erva-manovala < an poch èd tut!> un po' di tutto) dice Oreste!

Dopo alcuni anni e la scuola, ad Arguello vi era fino alla terza classe, Maria e Oreste tornarono a casa per aiutare la mamma nei lavori di campagna, ma facevano cosa potevano poiché (ORESTE<jero mach maraje e na fomrà! Eravamo solo ragazzi e una donna!)

 

Oreste andò nuovamente da manovale in campagna a Monchiero per un anno, quindi tornò a casa e andò da  manovale presso Cichin e Marietina dei Giamesi. Rimase finchè ebbero tagliato il grano, poi dopo un’ ennesima sgridata senza motivo da parte di Cichin, che era un personaggio “mach bon a ruzè! Solo capace a litigare e sbraitare!) Oreste se ne tornò a casa dicendo che da mangiare lui ne avrebbe avuto anche a casa. Il lavoro era duro poiché i proprietari non lo lasciavano con un attimo di riposo: c’era da falciare, da mietere il grano, da zappare, da andare davanti ai buoi per arare……e così se ne andò! Si sistemò finche non andò soldato, da 16 a 19 anni, da Carolina Proglio la Postina Mamma di Vigin. Si accordò per lavoro a “mez tèmp!” tre giorni da loro e tre a casa propria. A 19 anni partì soldato e tornò che ne aveva 24.

< Son partito militare a 19 anni e son tornato che ne avevo 24. Fui arruolato il 1° Gennaio 1940 a Saluzzo nella Fanteria e dopo 6 mesi mi inviarono in Grecia e vi rimasi finchè i Tedeschi “ran anbrancane”(ci hanno fatti prigionieri). Eravamo vicino ad Atene .

A Settembre del 1943,quando si seppe del “Patatrac”( dell’Armistizio–dello sbandamento)gli ufficiali ci dissero< Non scappate che i Tedeschi hanno promesso di portarci in Italia!>. Ci radunarono in una caserma e ci caricarono su di un treno  

 

di quelli” CAVALLI 8 UOMINI 40” e attraverso i Balcani arrivammo a Vienna. Qui pensammo : ora vedremo da che parte deviano e sapremo se ci portano in Germania o in Italia ! Ci trasferirono a Norimberga (Flossenbùrg) e rimanemmo 15 0 20 giorni ammassati in casermette. Saremo stati ventimila ! “Col camp o iera enorme o fova pao a vogro !(Quel campo era enorme faceva paura a guardarlo!) Ne scelsero un pochi, tra i quali c’ero anch’io,e ci portarono a lavorare in fabbrica a Schweinfurt. Era una fabbrica di cuscinetti a sfera e si facevano turni da otto giorni di lavoro  giorno e  notte.

 

 

(Acqua e rape a pranzo rape e acqua a cena!)

Quando ero prigioniero in Germania, un giorno , successe che ci mandarono a prendere del pane da distribuire nel capannone ai prigionieri. Io pensai ,molto bene , se ci passa del pane tra le mani qualcosa riesco a imboscare. Già mentre tornavamo sul camion ne presi due o tre pagnotte che misi nelle tasche del pastrano , sai quei “paltoron da militar”, poi dissi < però, così ne prendo troppo poco> e allora mentre lo distribuivo ,ogni tanto buttavo due filoni oltre una siepe con l’obiettivo di recuperarlo prima di entrare nel capannone. Un guardiano mi vide e mi diede uno “sgiaflon!” (uno schiaffone),pensai :”Adio, om fa fora!”(Mi uccide!), invece andò bene, finì lì. Il pane sarà servito a qualcuno! Anche perché “Ravo tuti fam! iero cò giovo Sèti?”(avevamo tutti fame! Eravamo anche giovani ,sai?)

Eravamo in baracche vicino alla fabbrica e quasi tutti i giorni subivamo i bombardamenti poiché venivano gli americani per distruggere le fabbriche tedesche! Venivamo anche mandati a cercare le bombe inesplose per segnalarle agli artificieri(Ii no iera un co iera tut rovinò! ).Quando le fabbriche furono completamente rase al suolo e non si poteva più lavorare mi portarono con altri in Francia a scavare camminamenti tra le due linee. Lì, armati di pale e picconi ci facevano lavorare di notte poiché di giorno si sparava! In un primo tempo eravamo a Moselle poi ci trasferirono sulla linea Sigfrido. Fortunatamente gli Americani sapendo che eravamo prigionieri non spararono mai una raffica! Con vari spostamenti ,a piedi arrivammo in un paesino dove vedemmo scappare le guardie e allora fuggimmo anche noi!Passammo la notte in un bosco da dove sentimmo gli aerei che bombardavano, poi al mattino ,quando tutto fu tranquillo, uscimmo allo scoperto e io e i miei due compagni, un sardo un napoletano, vedemmo che in un paese poco distante sventolavano bandiere bianche. Lo raggiungemmo  e trovammo gli Americani. Era il 19 Marzo 1945 e ci rimpatriarono ad Agosto. In quei mesi siamo stati bene poiché ci davano da mangiare o almeno eravamo liberi di procurarcene. Invece con i Tedeschi ricevevamo “In cassù d’eva e rave a disné e in cassù ed rave e eva a sèna!” Un mestolo di acqua e rape a pranzo e un mestolo di rape e acqua a cena! Mi andò bene che riuscii sempre a trovare qualche patata. Incontrai anche un tedesco, l’unico che si rivelò un padre di famiglia, che tutti i giorni mi chiamava nel suo ufficio e mi dava un pacchettino con del mangiare da nascondere sotto la tuta.  


SAPPA GIOVANNI 1920 SINIO D'ALBA

UNA FOTOGRAFIA E UNA GALLETTA COME PEGNO D'AMORE
Giovanni Sappa di Sinio racconta
A cura di Beppe Fenocchio


Partìi militare e mi portarono in Grecia ,quindi in Serbia. I Tedeschi ci caricarono sui vagoni del treno ,eravamo in 40 per vagone e ci trasferirono a Vienna nella Bassa Slesia,poi a Berlingen in Germania,qui lavoravo in una delle loro fabbriche e andavo a lavare dì toch “pezzi meccanici”.Un giorno stavo aspettando nel piazzale che mi venissero a prelevare e arrivò un Capitano Tedesco ,non riusciva a passare poiché c’era un camion Fiat 626 che intralciava il passaggio, io mi offrìi di spostarlo e lui stupito mi chiese di spostare la sua auto, feci alcuni giri nel piazzale e fui assunto come suo autista. Disse che da quel giorno non sarei più andato a lavare i pezzi in quella fabbrica.

In seguito mi trasferirono a Nuberlinge ai confini della Svizzera. Rimanemmo lì fino al 26 Agosto  del 1946 quando fummo liberati ,cioè un anno dopo la fine della guerra. Eravamo in 7000 in quel campo di lavoro (Lager).Ebbi fortuna che dal campo di prigionia venni prelevato da una famiglia che mi portava ogni giorno a lavorare in campagna con loro e così mi dava da mangiare e bere. Lavoravo per loro ma perlomeno stavo bene ! Nei primi tre mesi veniva il padre a prelevarmi ,poi iniziò a venire la figlia. Nei primi tempi mangiavo sempre da solo, poi mi fecero posto a tavola con loro. Mi trattavano bene e soprattutto la ragazza si era affezionata  a  me. Certo però, che quando capii che potevo tornare in Italia partii senza esitazione. Ricordo che avevo lasciato una mia fotografia con una “galetta”(biscotto della razione K) e la ragazza venne a cercarmi alla stazione. Dei commilitoni mi dissero :”bèica Giovanni che na matota con na toa foto e na galetta at sèrca!”(Guarda Giovanni che una ragaza con una galletta e una tua foto ti cerca) Io risposi,”lasra sté! Mi voi torné a cà! (Lasciala stare! Io voglio tornare a casa " .E non mi feci trovare.


MOZZONE FRANCO 1929 AMEDEO ROCCA



FRANCO MOZZONE

                                                              

Il traghetto di Barbaresco foto Aldo Agnelli





Franco Mozzone


Intervista realizzata e trascritta da Beppe di Anna e Michelino  Fenocchio
Franco Mozzone classe 1929

IL TRAGHETTO DEL TANARO E

 I FASCISTI    DI BARBARESCO   

A quindès agn, i republican i ran piame! 
A 15 ANNI I REPUBBLICANI MI ARRESTARONO
Io abitavo nel paese di Barbaresco e la nostra cascina aveva il muro in comune con quella di Codevilla dove c’era il comando della Brigata Matteotti. La mattina del 5 Agosto trovammo nel cortile quattro o cinque mitra e sputa fuoco con una cassetta di proiettili caduta da un “birocin”(carro a due ruote trainato dal cavallo).Mio padre vedendo tutto quell’armamentario commentò: “Ma sonni mat!?” Nascose quelle armi e dopo mezz’ora arrivarono i “repubblican” che non trovando i partigiani presero trenta paesani : eravamo “ot o dés pare e fio! e altri venti “Iera Bastian e Piero, Boba e Mario,Donarin e Gioanin, mì e mè pare e atri doi”. Ci caricarono su un camion e ci portarono ad Alba in prigione. Nel frattempo il Vescovo Monsignor Grassi arrivò nel paese chiamato dal Parroco Don Lorenzo Perrone. Il vescovo affrontò il Colonnello Languasco e ottenne di sospendere la decisione di fucilarci e di dar fuoco al paese finchè non si fosse riusciti a trovare i tre tedeschi e 5 soldati che i partigiani avevano presi prigionieri.  Con il Podestà di Barbaresco Tilio èd Manz e  Ettore‘d Bressa che aveva il cavallo e il calesse andarono prima a Treiso e poi a Trezzo Tinella dove con l’aiuto del partigiano Paolo Farinetti trovarono i prigionieri per lo scambio.
 In prigione io non mi staccavo da mio padre e tutti avevamo paura che ci fucilassero . Passavano dei “scroson”(impertinenti)(giovani della Muti) che ci dicevano : Ancò eu foma fora!(oggi vi uccidiamo!)Ci tennero fino alle 18 “sènsa gnènte da mangé!” (senza nulla da mangiare!) ,poi avvenuto lo scambio ci accompagnarono oltre il ponte al Rondò e ci lasciarono tornare a casa. Quattro o cinque che erano in età di leva furono trattenuti e arruolati nei Muti, noi prendemmo il traghetto sul Tanaro e andammo a casa. Si risolse con una grande paura ma fino all’ultimo tememmo che sti Fascisti col moschetto ci sparassero!
 Stimolato da Amedeo Rocca che gli dice: Contie quandi i Tedesch i ran déstacà o traghèt! RACCONTA QUANDO I FASCISTI HANNO STACCATO IL TRAGHETTO
Franco inizia:
A sì, lì a rè co stò béla! AH Sì Lì è ANCHE STATA BELLA!
Mio zio gestiva il porto di Barbaresco,il traghetto che serviva a trasportare persone animali e carri sull’altra sponda del Tanaro. Quello di Barbaresco era in località Paiùss, più a valle  c’era quello di Neive gestito dagli Agnelli Aurelio e Gidio e cugini Enrico e Gino. Un giorno arrivarono i tedeschi e slegarono gli ancoraggi del traghetto che così, in balia della corrente fu trasportato “an bèl poch a val an mès a Tane” (un bel po’ a valle in mezzo al Tanaro).Lo fecero perché non volevano fosse utilizzato dai partigiani per attraversare il fiume. Ricordo che lavorammo due giorni per ripristinare fune e traghetto. Inoltre fu un danno notevole per la famiglia poiché è vero che non lo utilizzavano i partigiani, ma neppure lo potevano prendere “particolar e négossiant che erano buoni clienti!







Dopo la naja la guerra d'Africa

 DOPO LA NAJA LA GUERRA D'AFRICA

MARENGO ARMANDO classe 1918

 A CURA DI BEPPE FENOCCHIO







Quando andai in Africa avevo già effettuato 16 mesi di servizio militare poiché sono del 1918. Quando iniziò la Guerra io avrei dovuto essere congedato,invece rimasi ancora sotto le armi fino al 1943. Rimasi poco sul fronte Francese poiché quando noi dichiarammo guerra alla Francia la Germania l’aveva già conquistata!(Nella primavera del 1940, Hitler volse l'esercito tedesco contro la Francia, che in poche settimane venne spazzato via. Il 10 giugno 1940, quando ormai la Francia era allo stremo, l'Italia fascista di Mussolini dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.)

Siccome ero nell’aviazione fui inviato a Cameri per un mese e poi in Africa. Era un sabato  e mi ero cambiato per andare in Libera uscita a Novara ma fui convocato dal Colonnello con altri quattro autisti,  ci disse che dovevamo partire subito e presentarci  a Capodichino dove saremmo stati imbarcati per la Somalia.

A casa a salutare e poi si parte

 Io e gli altri tre ci guardammo e dicemmo:“Possibile! che r’obbio da andé an Africa sensa salutè i nostri? “(Che dobbiamo andare in Africa senza salutare i nostri?” Eravamo uno di Torino uno di Cuneo uno di Vicenza e mì ed Sini, Ci demmo appuntamento per la Domenica a casa di quello di Torino (certo Bologna i cui genitori avevano una tabaccheria all’angolo tra corso Vittorio e  corso Re Umberto). Io venni ad Alba affittai una bici da Talina ,tornai a casa salutai ,dormii tre ore e ripartìi con Rico che doveva venire a far visita a suo fratello Condo in Ospedale,presi il Pullman per Torino e arrivai prima di Silvestro col ed Coni,è incredibile! Non mi ricordo di cosa ho fatto ieri sera e invece mi ricordo nomi e fatti di stant’agn fa!!

D’ogni modo aspettammo quello di Vicenza,che arrivò alla sera ,mi ricordo che andammo ancora al Cine e poi prendemmo il treno. Arrivammo in forte ritardo a Capodichino ma tanto ,”pés che an Africa podivo nen mandéne!!” La nave per la Somalia era già partita e il Colonnello ci disse “bravi ! adesso vi sbatto in prigione!” Ci portarono in prigione e quando furono le quattro del pomeriggio col ed Turin prese la panca e la sbatte sul tavolo facendo un gran botto,venne l’ufficiale di Picchetto che disse : “sevi mat? E lui rispose “va ben ra pèrson ma che ròbo da  more èd fam?” (va bene essere in prigione ,ma non morire di fame!)

In un primo tempo eravamo destinati a Misurata e sbarcammo a Tripoli con grandi difficoltà .Infatti il nostro Convoglio che  era composto da quattro navi l’Esperia la Conte Rosso la Victoria e la  Marco Polo,fu attaccato due volte. Imbarcati a Napoli, quando fummo poco oltre la Sicilia subimmo due attacchi e riparammo nel porto di Palermo.Qui avvenne un forte bombardamento e fortunatamente la mia nave , io ero sulla Esperia,non fu colpita .Invece il Piroscafo Conte Rosso fu affondato. All’alba del 24 maggio 1941 il "Conte Rosso", insieme alle navi "Victoria", "Marco Polo" ed "Esperia", salpò dal porto di Napoli. Nel pomeriggio, passato lo Stretto di Messina, si unirono al convoglio come scorta gli incrociatori "Bolzano" e "Trieste". La tragedia si consumò alle 20.41 dello stesso giorno per opera del sommergibile inglese "Upholder" che utilizzò gli ultimi due siluri rimasti».
Sul "Conte Rosso viaggiavano 2.729 uomini dei quali 1.432 si salvarono e 1.297 morirono o furono allora dispersi.

La scampiamo la seconda volta

A Tripoli rimanemmo circa un mese ed  era già Natale! Rischiai subito di “laséie er piume!” Ero sul camion( uno dei primi 634 a gasolio) di  cui ero autista e con un mio compagno guardavamo il Cappellano che stava preparando un piccolo altare .Vedemmo arrivare un aereo e il mio amico disse “ oh guarda è il Postale!”  O sì bèica er Postal! Era un aereo inglese ! iniziò un bombardamento! , arrivò tutto lo stormo  e fu il finimondo! Subito “son piantame”  nelle buche scavate per camminamento poi scappai perché dissi : “Si indrinta s’ìi ruva na bomba son bele sotrà!”Qui dentro se arriva una bomba son sotterrato!

Fu terribile! Gli Hangar esplodevano e si piegarono “Er colisse ed fèr chi son robuste eh!
Arrivarono a ondate successive poiché cercavano il nostro stormo che era arrivato quel giorno all’Aeroporto Di Castel San Benito proprio sopra Tripoli. Gli Inglesi volevano distruggere tutti quegli” Apparecchi” fortuna che non erano stati messi negli Hangar!

Verso Alessandria d’Egitto …in feu èd paja!

Dopo una quindicina di giorni andammo a Misurata a preparare il nuovo aeroporto. Misurata si trova nel deserto e io con il camion facevo servizio a trasportare i materiali e viveri dal porto. Avevamo gli aerei più moderni che possedeva l’Italia, i Macchi 200 ,erano i primi con il carrello rientrabile. Da Misurata partirono per molte azioni ma “Bèica er stoire! Ran tacò a bombardéne,e tute èr not i vnivo a sopatène!” (Iniziarono a bombardarci e venivano tutte le notti a scrollarci!) Allora il campo di aviazione fu spostato ancora più nel deserto, da lì avanzammo un po’dopo Tobruk fino ai confini dell’Egitto ma fu “in feu èd paja nèh!” perché gli Inglesi ci fecero “arcuré” (Arretrare) spianando Misurata ,oltre Bengasi e fino al deserto della Sirtica .Qui si fermarono perché temevano il deserto e così noi potemmo riorganizzarci,ma arrivarono anche i Tedeschi in nostro aiuto neh! Loro avevano dei grandi carrarmati, i nostri in confronto non erano niente! Il problema grosso erano i rifornimenti,poiché le navi che provenivano dall’italia venivano affondate e allora andavamo a rifornirci di benzina e gasolio in Tunisia che ormai era occupata dai Tedeschi.

Ricordo che percorrevamo quasi mille chilometri per andare in Tunisia a caricare il carburante e ne occorreva veramente tanto tra aerei carrarmati e mezzi di trasporto!

Si riuscì nuovamente ad avanzare fino ai confini con l’Egitto ma il sogno di Mussolini di entrare ad Alessandria d’Egitto con il cavallo bianco non si realizzò. Gli Inglesi sapevano astutamente arretrare senza perdite di uomini e mezzi ,invece noi perdemmo quasi due battaglioni di bersaglieri! Se ne salvarono proprio pochi! Quella non era una guerra da combattere con la baionetta,bensì con i mezzi meccanizzati! Mussolini rimase più di un mese ad aspettare che si avesse la possibilità di entrare ad Alessandria ma “roma pà faira!” (non ce l’abbiamo fatta!)  La Propaganda Fascista aveva arruolato tanti ragazzi di 16 17 anni che furono portati in Africa allo sbaraglio. Ricordo che “favo compassion”(facevano tenerezza!), destino volle che incontrassi Gostino un giovane del mio paese che inviato al fronte contro l’Esercito inglese fu tra i pochi che rimasero sbandati facendo 100 chilometri a piedi nel deserto. Quando lo rividi quasi non lo riconoscevo più! Siccome non sapeva cosa fare lo condussi con me, lo rifocillai e gli consigliai di presentarsi a un comando,fu la sua fortuna poiché ritornò a casa con la nave Ospedaliera mentre io rimasi là quasi un anno ancora!

Un’altra bella storia!

Stavo aspettando che il serbatoio di acqua dolce che avevo portato alla Concessione Volpi si svuotasse e osservavo due Aerei S88 che avevano portato i viveri dall’Italia .Mi avvicinai ad un Colonnello che conoscevo bene(di Asti) e gli chiesi dove andassero quegli aerei,lui mi disse “vanno in Italia,vuoi andarci anche tu?) Io pensai scherzasse,ma lui ribadì.”Vai a prendere la tua roba che tra poco si parte! Mollai tutto corsi in camerata e lo dissi ad altri e salimmo su sti aerei.L’unica paura era di essere abbattuti, ma la voglia di tornare era talmente tanta che rischiai! Un Capitano mi disse “abbiamo poco combustibile ma fino in Sicilia dovremmo arrivare!

Quasi al termine del carburante ,atterrammo nel bel mezzo di un bombardamento, non diedi il tempo all’apparecchio di fermarsi che mi buttai con la borsa “ed coram” (di cuoio) e così fecero i miei compagni,scavalcammo l’alta rete dell’aeroporto e non sapendo dove eravamo salimmo su dei camion militari che andavano a Catania. Era quasi buio ed eravamo a digiuno dal mattino.Trovammo una piola che aveva solo formaggio pane e 2 fiaschi di vino,Mentre ci rifocillavamo suonò l’allarme e l’oste con la famiglia corse nel rifugio antiaereo ,lo disse anche a noi ma “ròvo già beivu an poch e soma fregasne der bombardamènt! Non siamo andati e anzi ci siamo addormentati sui tavoli! Al mattino l’oste ci trovò ancora lì e commentò: “almeno loro hanno dormito!”

Natale 1943 ra vita … a variva manc na canson

Tra un bombardamento e l’altro arrivammo a Messina e poi a Napoli e quindi rientrammo in Caserma a Cameri. Fui inviato all’aeroporto di Caselle da dove con l’8 Settembre me ne tornai a casa dopo due anni e mezzo di Africa, evitando i posti di blocco tedeschi. Vidi ancora tanti fatti atroci e posso dire che fu un periodo veramente drammatico. “tra partigian e repubblican e tedesch èt capivi pì gnènte!  Si uccideva con una facilità incredibile e ra vita a variva manc na cansòn! (e la vita non valeva nemmeno una canzone