giovedì 24 aprile 2025

Valfré Alessandro Partigiano "Cicorin"

 








 Ora, grazie al Testimone della Memoria Marco Rivetti, nipote del Partigiano Valfré Alessandro “Cicorin” di Icardi Angela e di Antonio possiamo confermare i racconti effettuati circa la morte del Partigiano “Diaz”

 Il primo a raccontarmi dei fatti che videro cadere Romano Scagliola”Diaz” e altri fu il Comandante Pietro Berutti “Gino”

ATTACCO SU ALBA DEL 15 APRILE

       Alla presa di Alba del 15 Aprile, io ebbi l’incarico di sorvegliare con i miei uomini “Il sabotaggio del Molino Rizzoglio e della Centrale elettrica.” Comandavo la terza Colonna. Scendemmo da  Barbaresco e percorrendo le gallerie della ferrovia passammo sotto la galleria sulle rocche dove il Tanaro effettua un’ansa e vi sbuca il Torrente Cherasca. Lì davanti c’era il Seminario minore dove alloggiavano i fascisti. Noi arrivammo procedendo lungo l’argine che arrivava dal cimitero e passava dove ora c’è la rotonda e corso Torino. Sulla piazza del grande Peso Pubblico vi era una Torre dalla quale i repubblicani sparavano, ma noi riuscimmo a evitare i proiettili proteggendoci con la riva dell’argine, finchè giunse un piccolo carro armato che andò a girare dietro il vecchio campo sportivo e quindi alle nostre spalle e iniziò a effettuare una pioggia di fuoco. Fu così che dovemmo uscire allo scoperto e in quel frangente caddero colpiti  Valerio Boella Walter, Romano Scagliola Diaz, Marcello Montersino Giob, Solazzo Oronzo, Mereu Albino. Gino si mette le mani al viso e sussurra ”Abbiamo sbagliato tutto, ma eravamo giovani e inesperti e rischiavamo da incoscienti!”

Dal Seminario Minore sparavano, dalla torre del Peso sparavano, sparava il carro armato, a quel punto ordinai di fuggire e quando li vidi tutti al sicuro nella galleria ferroviaria, per ultimo, vedendo che i proiettili erano una pioggia nell’acqua della Cherasca pensai di rientrare attraversando il Tanaro sotto le rocche per arrivare da sotto a Barbaresco. Dove sfocia la Cherasca vi erano delle “Gore”(salici) e sapevo che sotto le rocche vi era “na roséla” (aquitrino di acqua corrente) dove avrei potuto attraversare il fiume. Con grande fatica percorsi il tragitto sotto i salici e un po’ piegato e un po’ a “Gatass”(a quattro zampe) arrivai dove c’era il porto di Barbaresco, attraversai con l’acqua alla gola, rischiando più di una volta di scivolare e di andare sotto.

Fui salvato da una ragazza(Adriana Alciati) sfollata da Genova  che viveva nel castello, vedendomi in difficoltà si tuffò e venne in mio aiuto. Ero stremato e riuscìi a salvarmi solo perché avevo ventidue anni, tanta forza e altrettanta incoscienza.

 

 

Boella Valerio “Walter”

e Montersino Marcello “Giob”

 

Il dieci Ottobre 1944, “Walter” aveva già partecipato alla prima occupazione di Alba e anche il 15 Aprile volle intervenire. Tutti i ragazzi fremevano all’idea di scendere ad Alba e liberarla definitivamente. La notte precedente, nessuno riuscì a chiudere occhio e anche Walter, che soffriva di ricorrenti emicranie, non riuscì a riposare. Tuttavia, al mattino, si presentò con un foulard attorno alle tempie e non volle sentir ragione, si avviò con noi e partecipò con vigore al combattimento finchè, esponendosi eccessivamente lo vedemmo cadere colpito in piena fronte. Toccò a me, in qualità di comandante, comunicare a Poli la perdita di Valerio e di Marcello. Anche Giob era un ragazzo che non aveva paura di niente e forse questo eccessivo coraggio gli costò la vita.

ONORE E MEMORIA PER IL PARTIGIANO Valfrè Alessandro “Cicorin”1924 di Icardi Angela e di Antonio

che con la testimonianza rilasciata al nipote Marco Rivetti mi ha permesso di ricordare tanti suoi compagni che combatterono e morirono per lasciarci un mondo libero!

Anche Anna Boella sorella del Partigiano Boella Valerio”Valter” dedicò un toccante racconto

Valfrè Alessandro Partigiano Cicorin era nel gruppo di “Diaz” Romano Scagliola, Giovanni Cardino “Johnny”, Rosso Gino, Rosso “René”, Rosso Giovanni “Tabù Lenin”,

PIERO BERUTTI “GINO” ALBA 1922 DI ABBA’ RINA E DEL FU CARLO

BOELLA VALERIO “WALTER” NEIVE 1925 DI VOGHERA CESARINA E DI CARLO               CADUTO

MONTERSINO MARCELLO “GIOB”VACCHERIA 1925 DI BIANCO ROSA E DI GIOVANNI    CADUTO

PALLADINO CARLO1923  DI LUSSO ADELAIDE e del Fu GIOVANNI

BASSO UGO ALBA 1919 DI BORDINO ANTONIA E DI MICHELE

MOZZONE MARIO 1921 BARBARESCO DI BOSIO MARIA E DI DAVIDE

ROCCA GIOVANNI BARBARESCO 1925 DI DEFORVILLE ANGIOLINA E DI BATTISTA

ARDITO VINCENZO GUARENE 1922 DI BRIGNOLO CAROLINA E DI MATTEO

BIGLINO FRANCESCO ALBA 1903 DI FU BOFFA GIUSEPPINA E DEL FU GIUSEPPE

ORCO LUIGI BARBARESCO 1925 DI GAIA MATLDE E DI PIERINO

ASOLA RENZO NEIVE 1929 DI BARROERO PIERINA E DI MICHELE

ALATI GIORGIO CUNEO 1925

MUSSO MARIO BARBARESCO 1926 DI GABUTTI TERESA E DI SISTO

CONTI GIUSEPPE BARBARESCO 1924 DI ASSOLA ROSA E DI GIOVANNI

GIACOSA RICCARDO BARBARESCO 1926 DI VOGHERA FRANCESCA E DEL FU CLEMENTE

GIUNTA VINCENZO LEONFORTE ENNA 1924 DI RESICATO GIUSEPPE E DI CARMELO

ZAMBINO ANTONIO FAVARA AG 1922 DI SCHIFANO ANGELA E DI ANTONIO

MANCARI GIUSTO TORTORICI 1921 DI VITANZA SARINA E DEL FU SEBASTIANO

CASTELLI GIUSEPPE CAMPOBELLO DI LICATA AG 1922 DI SPAGNOLO ANGELA E DI SALVATORE

PORRO MICHELINO CORTEMILIA 1925 DI GALLO GIUSEPPINA E DI LUIGI

DELLAPIANA PAOLO BARBARESCO 1922 DI PESCARMONA MARIA E DEL FU DOMENICO

PASTURA VALERIO NEIVE 1926 DI FARRO CECILIA E DI GIOVANNI

ASOLA ELVIO NEIVE 1926 DI BARROERO PIERINA E DI MICHELE

BOSIO PASQUALE BARBARESCO 1922 DI MALLARINO ENRICHETTA E DEL FU NATALE

ROCCA PIERINO BARBARESCO 1924 DI AIMASSO MARIA E ONORATO

SIBONA RICCARDO BARBARESCO 1924 DI RIVELLA CAROLINA E DEL FU PASQUALE

BERUTTI GIORGIO VACCHERIA 1917 DI BATTAGLINO EMILIA E DI GIUSEPPE

CASTAGNO PIETRO VACCHERIA 1921 DI CANE PAOLA E DI GIUSEPPE

PALLADINO FRANCESCO VACCHERIA 1925 DI QUASSOLO TERESA E DI ANTONIO

CRAVANZOLA MARIO VACCHERIA 1924 DI VEGLIO ROSA E DI ANTONIO

SIMONINI ALDO GRUPPO DI ROGNONE 1923 DELLA FU MARIA MALINGAMBI E DEL FU FERNANDINO

NICOSIA GIUSEPPE RAFFADALI AGRIGENTO 1924 DELLA FU SICURELLO LUIGIA E DI CALOGERO

Che dopo aver dormito niente la notte tra il 14 e il 15 aprile 1945 si avviò chi per la galleria chi per strada, per raggiungere Alba e riprenderla!

Furono “una moltitudine di figure scure che scivola nel buio verso il piano….” Che prese posizione utilizzando come trincea, alcuni argini ed un canale di scarico. Appostati lungo il fiume attesero l’ordine di attaccare, ma facendo giorno decisero di avanzare allo scoperto. Dalle postazioni dei repubblichini  furono visti e iniziò una terribile sparatoria. I partigiani cercarono di proteggersi scivolando bassi dietro l’argine ed il muro di recinzione del Campo sportivo. Alessandro “Cicorin” sentì “Diaz” che diceva di essere stato colpito. Con “Johnny” ed altri cercarono di aiutarlo, ma questi disse loro di andare avanti e di venirlo a prendere dopo. Obbedirono al loro Comandante e a malincuore procedettero sotto quella pioggia di proiettili che si faceva sempre più intensa. Sulla piazza sovrastante il Campo e il fiume, come raccontarono “Gino” ed altri apparve un carro armato che iniziò a produrre una scarica di proiettili che obbligò i Partigiani a decidere di cercare di raggiungere la riva del Tanaro per proteggersi con la sponda. Fu durante quel ripiegamento che molti procedendo a zig zag allo scoperto furono feriti. Valfré “Cicorin”, raccontò di aver visto “Valter” Boella girarsi per sparare e superare l’argine, ma fu subito colpito in fronte. Anche lui come “Jonny” ricordò che si voleva portare in salvo anche Diaz, ma lui non volle e ordinò ai suoi uomini di mettersi in salvo. Gli legarono un fazzoletto per fermare il sangue dell’arteria femorale e gli realizzarono una protezione scavando una nicchia con le mani

Alessandro “Cicorin” e Rosso Giovanni “Tabù Lenin” furono anche feriti ma tornarono con gli altri alla base e riferirono ai padri dei partigiani che Diaz era gravemente ferito e Valter Caduto. Questi con “Celo” papà di Diaz e Carlo Boella padre di Valerio organizzarono una squadra di volontari per andare a cercare i feriti e i caduti prima che facesse notte.

Raggiunsero il luogo indicato e anche se la sparatoria non era ancora terminata, strisciarono alla ricerca di Romano, Valerio,“Giob” Montersino. Ritrovarono i corpi e li trasportarono a braccia, Johnny (Cardino) e Cicorin (Valfré) raccontarono rispettivamente al fratello Fernando e al nipote Marco, che Diaz (Romano Scagliola fu ritrovato dal padre, era morto dissanguato e aveva ancora cercato di avvicinarsi ad una pozzanghera per bere.

La mamma di Walter Voghera Cesarina corse per prima a cercare suo figlio, ma sopraggiunse la notte e dovette ritornare sui suoi passi. Il giorno dopo la zia Piera con due amiche si recarono a percorrere il campo di battaglia e trovarono i corpi di Walter e di Giob. I fascisti acconsentirono al recupero dei due giovani ma ordinarono di seppellirli prima del funerale dei loro morti. Il Custode del Cimitero nascose i due corpi che nella notte tra il lunedì e il martedì furono trasportati a Neive un po’ a braccia e poi con dei carri con fieno per mimetizzare la presenza dei due Partigiani. Al loro passaggio la gente dei campi accorse e gettò dei fiori presi dai campi o dai giardini finchè furono ricoperti. Montersino Marcello “Giob” fu portato in Vaccheria a Guarene.

 Ferdinando Cardino Neive 1921 fratello di Giorgio e di Giovanni, riporta la testimonianza della partecipazione del fratello Giovanni alla Resistenza.

Giovanni Neive 1923 si trovò con Diaz e Valerio, in quel terribile giorno del 15 Aprile 1945 rivissuto nei racconti di Pietro Berutti “Comandante Gino” e della Maestra Anna Boella Pressenda sorella di “Walter”Valerio Boella.

Giovanni, racconta Fernando, si trovò vicino a “Diaz” Romano Scagliola che fu ferito al basso ventre dai proiettili che provenivano dal Seminario minore. Giovanni trascinò Diaz al riparo dietro l’argine, ma dovette attendere la fine del combattimento per andare a chiedere aiuti soccorsi, quando tornò trovò Diaz riverso su una pozzanghera. Era riuscito a spostarsi verso l’acqua per bere poiché stava morendo dissanguato. Accorse anche il padre “Celo”ma lo trovò senza vita” 

sabato 19 aprile 2025

PIAZZA CAVALLOTTO MARIA FEISOGLIO 1928

 



                                

                                                       famiglia PIAZZA





PIAZZA CAVALLOTTO MARIA 1928 FEISOGLIO
Noi eravamo tre sorelle: io, Caterina ed Ermenegilda(Romilda) ed un fratello Giuseppe.

 Il papà, Piazza Giovanni 1895 volle dare il nome di Ermenegilda a mia sorella per ricordare la zia che andò in America

                       

             SORELLA ROMILDA detta GILDA

 

Il papà partecipò alla guerra del 1915 e a differenza della mamma non alzò mai le mani su noi figli.

Da bambini partivamo dalla cascina sotto Feisoglio e indossavamo gli zoccoli, tenevamo le scarpe in mano e quando arrivavamo in paese dalla casa di Norina posavamo gli zoccoli al riparo e mettevamo le scarpe.

A scuola vi erano tre maestre, e ricordo la maestra “Libera” che era di Somano. Ci portavano in piazza ad effettuare le marce con il saluto”romano” e per qualche compagno più discolo era occasione per fare il passo lungo e darci i “pé ‘ntèr cù” (calci nel sedere).

 

 NONNA TERESA MORENO

NONNA MI REGALÒ I “ZOCRIN”

Nonna Teresa Moreno, prendeva un po’ di pensione per l’adozione di Nandin ‘d r’ospidal. Mi fece felice regalandomi un paio di “zocrin” zoccoletti proprio graziosi. Avevano il cuoio colorato e il “mignin “ pelliccetta! Il papà me li aveva risuolati con la gomma e oltre a essere belli tenevano caldi i piedi. Nonna Teresa era andata a Torino ad adottare Armando detto “Nandin” che mi pare fosse del 1915, poi ne adottò anche un altro, ma dopo due anni glielo vennero a prendere perché la mamma lo volle con sé. Nonna si era affezionata al piccolo e ci rimase proprio male.

 

 

 

         

                              

  ZIA GILDA CHE ANDÒ IN AMERICA

 Zia sposò il fratello di “Nuto” della “Villa” borgata di Feisoglio e andarono in America.

Zia Gilda tramite le lettere, raccontò che in America, loro emigranti non erano “ben visti”. Ebbe quattro figli e a questi, lei, sempre raccontava dell’Italia e dei nonni. Successe che due dei suoi bambini, senza dire nulla fuggirono di casa. La loro scomparsa fu denunciata alla polizia, ma dopo un giorno i due fanciulli tornarono. Fu chiesto loro perché fossero fuggito e loro risposero che volevano andare a conoscere la nonna di cui lei aveva sempre parlato. La zia e nessuno della sua famiglia non tornò più Dall’ America. Rimasero queste poche foto e i ricordi della nonna.

NOI BAMBINE CI COSTRUIVAMO LA BAMBOLA

Non avevamo giocattoli ed allora ce li costruivamo. Per realizzare una bambola prendevamo un pezzo di legno gli disegnavamo occhi naso e bocca , facevamo i capelli con èr firè èd meira ( i fili del granturco e per tenerli fermi mettevamo un pezzo di stoffa come “fassolèt” foulard.

 

 STORIE DI GUERRA

Un giorno ci avviammo dalla cascina dove abitavamo, per andare al paese di Feisoglio alla Messa. Quando fummo a metà strada ci fermò un uomo armato che ci chiese dove andavamo, noi riferimmo che si andava a Messa, e questi: <ascoltate me, non andate in paese, tornate a casa, perché è pericoloso!> Alla mamma dispiaceva perdere la Messa, e quasi quasi avrebbe proceduto ma il papà disse: <se ci consiglia di tornare a casa è meglio che lo ascoltiamo!>, e così ritornammo indietro. Io andavo sempre alla “Messa “prima” con la mamma, così poi quando tornavamo aiutavo nelle faccende di casa!> Sulla strada, prima di arrivare a casa sentimmo il “putiferio”di una sparatoria che durò tutto  il giorno. Il giorno successivo fu tranquillo, si disse che i repubblicani avevano perso e si erano ritirati. Mio padre ricordo che commentò con un semplice<meno male!> a significare che i fascisti gli stavano antipatici. Quella domenica si stette chiusi in casa ma noi ragazze e ragazzi fummo felici perché non si andò neppure a pascolo!

In un’altra occasione <staumo sarinda la méira> (stavamo sarchiando la meliga) in un campo vicino al Belbo di fronte al mulino del Lavagello ma sul versante di Feisoglio, passarono due fascisti che ci dissero: <lavorate, lavorate!> noi continuammo il lavoro ma vedemmo che avevano due prigionieri che conoscevamo, erano Talino e Giovanni, chissà dove volevano portarli! Ricordo che mio padre disse coraggiosamente: < questi due hanno famiglia e dei bambini! Se li portate via come faranno a procurare da mangiare per i loro figli?> Non era vero perché i due erano senza figli, ma quelle parole si vede toccarono il cuore dei due fascisti che rilasciarono i due prigionieri. Li vedemmo passare e increduli ringraziarono solo con un cenno della mano.

NASCONDIGLI

Noi si abitava in una cascina abbastanza isolata, ma arrivavano ugualmente i repubblicani a cercare partigiani e giovani che erano in età del militare. Quando si sentivano arrivare i fascisti veniva dato l’allarme e Gepino, mio fratello, Dario e Luigi suoi compagni correvano a nascondersi. Per questo costruimmo, di notte neh!, una “trapa” (buco) nella stalla con un cunicolo che portava in un Crotin scavato nel tufo dove tenevamo il vino e la roba al fresco. Una volta che erano entrati il papà copriva l’imboccattura  con paglia e fieno e non si vedeva più nulla, lasciava un po’ di apertura affinchè filtrasse aria per respirare poiché il “crotin” non aveva prese d’aria e neppure le candele stavano accese! Quando venivano controllavano l’elenco dei famigliari e con fare brusco chiedevano se c’erano tutti, ricordo che mia madre altrettanto energicamente in piemontese replicava: “certo ch’ii son!” (certo che ci sono!) e questi di solito se ne andavano. Mio fratello non era stato messo nell’elenco perché del 1925 e se veniva preso chissà cosa gli avrebbero fatto!

Una volta vennero i fascisti e, si vede che erano stati mandati da qualche spia, chiesero se non c’erano giovani soggetti alla leva, il padre disse deciso che non c’era nessun giovane, ma questi insistevano e girarono per tutta la casa e la stalla senza trovare nessuno e neppure il nascondiglio, poi un comandante fece per salire sul fienile con la scala a pioli ma al secondo scalino il piolo si ruppe e questo inferocito disse due bestemmie e ordinò agli altri di andare. Il padre attese che si allontanassero e poi venne in casa a ridere con noi che avevamo visto la scena dalla finestra. Più tardi furono fatti uscire i giovani dal nascondiglio.

 LA NONNA MORENO TERESA DI CRAVANZANA

                     STORIE DI MASCHE

                              

La nonna raccontò a Maria anche alcune storie di Masche.

Una volta nei sorì(luoghi esposti ad Est) di Cerretto Langhe vi erano tante vigne. Successe che  Rita nipote  di Cina madre di Leo, stava trasportando le uve con i buoi, questi di punto in bianco si bloccarono e non c’era verso di farli muovere. Rita si mise a bastonare i buoi per avviarli, ma il padre Leo le disse:<non bastonarli, c’è qualcuno che li “Comanda”!> Andò davanti ai buoi e disse a voce alta:”Gheute che mi te strivazz!(togliti che  ti do una frustata!)”E frustò con energia. I buoi si riavviarono e il giorno dopo una vecchia di nome Fortunata( già da altri indicata come Masca) portava i segni di una frustata.

Nonna Moreno le narrò un altro fatto misterioso. Suo figlio, andava con una gerla a caricare “èr tie di fazeu”(bucce dei fagioli) per cuocerle e darle alle pecore. Mentre tornava dalla Località Relanghe verso i Brich, sentì la gerla appesantirsi ed esclamò:”jelo èr diao an tsè tie?”C’è il diavolo in queste bucce? Si sentì rispondere “Propi èr Diao son!(sono proprio il Diavolo!)Spaventato, si guardò intorno, ma non vide nessuno, mollò la gerla e tornò a casa di corsa dicendo che non sarebbe mai più passato per quella strada. Maria esclama:<Elo vèj o relo in borèj!?(è vero o no!?) la nonna lo raccontò!

RICORDI DEI BIGATT E COCHÈT

Prendevamo un’oncia di di smènz di Bigat (bachi). Finchè erano piccoli non c’era problema poi crescendo bisignava nutrirli con le foglie di gelso ed era un gran lavoro. Poi si chiudevano nel bozzolo” cochèt” e li portavamo a vendere, li pagavano bene!

La mamma utilizzava i cochèt “de scart” ( scartati perché non perfetti). Li metteva in acqua bollente e con un attrezzo , che le aveva costruito papà, tirava su il filo. Ne faceva tante “Marele” matasse” e poi gomitoli. La nonna, lavorando sto filo al “crochèt” mi aveva realizzato una “Coefa” velo da Chiesa( una volta perentrare in Chiesa le donne dovevano indossare la coefa!)

I LAVORI DI UN TEMPO

Una volta si lavorava tutto a mano o con l’aiuto degli animali. An “nàval” a Feisoglio anadavamo anche noi bambine a “sarì” rà meria” la meliga con la zappa dove non si poteva andare con “ra sterpadora” estirpatrice.


Era un attrezzo con zès(sei) o zèt sapé sette zappe trainato dalla mucca o dal bue. Noi avevamo la mucca per il latte ed un vitellino, na cobia ‘d manzòt e sette o otto pecore per il latte delle tome. Ogni settimana andavamo a venderle al mercato di Niella Belbo. Oh quante volte sono andata a piedi con 4 o 5 chili di tome nella cavagna!

Quando sposai Adolfo Cavallotto venni ad abitare qui a Cerretto Langhe

 

venerdì 11 aprile 2025

GAI BOSIO GRAZIELLA ARGUELLO 11 4 1951

 

            GRAZIELLA BOSIO GAI DI VALENTINA E GEPIN ARGUELLO






                                     Graziella Gai: <Gepin, mio papà, ultimo nella foto di famiglia, quando ebbe cinque anni rimase orfano della mamma che morì di "Spagnola". Dopo pochi giorni, sempre a causa della influenza , morì anche una sorellina di otto anni”.

 “Finin” Filippetti Delfina Santo Stefano1898 Arguello 1970, la prima nella foto, fu adottata dallo zio Carlo e da Bosio Rosina sua moglie originaria di Aure di Arguello.

Finin,  morì  quando Graziella aveva 18 anni. Le raccontò che di Spagnola, nella borgata della Cerrata di Arguello, morirono la Nonna Margherita che era incinta, una sua figlia, due figli di Bosio Rosina e Carlo(detto Galon) e altri due cugini. 

 Quando morì la ragazzina (sorella del padre) lei era andata alla Farmacia a prendere dei medicinali e quando fu vicino a casa le dissero che la piccola era deceduta. Dalla rabbia scagliò nel forno quei medicinali e pianse tanto!”

<Io DEL 1951 feci la Prima Comunione a 6 anni  e dopo pochi anni feci la Cresima indossando l’abito della prima Comunione nell’anno in cui mancò Pellottiero Adriano Lucia “CIA DEI GIAMESI” nonna di Maria Rosa.

Ricordo delle Rogazioni con le donne “ Umiliate” vestite di Giallo e le giovani ”Figlie di Maria” vestite di Bianco con una fascia azzurra in vita e una medaglia della Madonna al collo con un nastro azzurro 


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Nel ’68 fui Priora ed ebbi il ricordino che ho conservato

                          .

Gli uomini “Battuti” vestivano un saio grigio.



La PERPETUA DI DON ODELLO era “Lena” originaria di Narzole. Quando feci la prima Comunione ci fece la cioccolata, eravamo del 1957 e fu per me la prima volta che la mangiavo.

                      


FININ fija d’èn Parco!


<Finin nata nel 1898 diceva con orgoglio di essere stata abbandonata da una nobildonna. Aveva anche saputo chi era suo padre, ma preferì vivere con i genitori che l’avevano presa dall’Ospedale. Fu adottata dallo zio Carlo Gai e da sua Moglie Bosio Rosina.

Persona di grande garbo e schiettezza,  fu per me una vera guida. Tra i molti ricordi vi è la visita che effettuammo al Parroco Don Odello Castino 1900 1957.

Finin mi prese per mano e mi spiegò che saremmo andate a far visita al Parroco Don Gioacchino che giaceva a letto gravemente ammalato. Mi disse come avrei dovuto comportarmi e cosa dire, ed io che avevo grande ammirazione per lei ubbidii alla lettera. Nel tragitto tra la “Cerrata” e la Canonica mi fece ripetere cosa dovevo dire, ed io che avevo sei anni ed avevo ricevuto da poco la mia Prima Comunione fui all’altezza del compito datomi. Ero emozionata, ma la mano di Finin mi forniva sicurezza. Mi fece suonare la Campanella all’ingresso della Casa Parrocchiale e venne ad aprirci Lena la Perpetua originaria di Narzole. Conoscevo bene anche Lena poiché mi aveva preparata per il Sacramento della Comunione con gli incontri del Catechismo e in quella Domenica di Maggio dopo la Funzione delle otto ci accompagnò in Canonica e ci preparò la cioccolata calda. 

La perpetua ci accompagnò nella camera di Don Odello e sottovoce disse che era molto debole ma riceveva volentieri le visite dei parrocchiani. Ricordo come fosse oggi il grande letto in legno con l’alta “pajassa”. Salendo la scala mi ripetevo le parole e con voce squillante recitai ”Sia Lodato Gesù Cristo” e lui mi fece segno di avvicinarmi. Ebbi l’assenso di Finin e Lena e per vederlo meglio salii sulla traversa del letto. In dialetto gli dissi:

 “ cos fassa forssa e co varissa prèst!” ( si faccia forza  e guarisca presto!) Il Don abbozzò un sorriso e mi diede una carezza, al che mi venne spontaneo di dargli un bacio e saltai sulle assi del pavimento, felice di aver adempiuto al compito affidatomi. Nella penombra della camera vidi il sorriso di approvazione di Finin e Lena e il saluto con la mano di Don Gioacchino.

Alla Domenica venne Don Giulio , il vice Curato di Lequio Berria a celebrare la Messa ad Arguello e riferì che Don Odello ringraziava quanti gli avevano fatto visita e gli aveva confidato che aveva particolarmente gradito il bacio di Graziella.

Il Parroco venne a mancare dopo pochi mesi e mi è rimasto nel cuore e negli occhi il volto sofferente del Prete su quell’alto letto. Lo ricordo anche con l’abito lungo nero o bianco e il cappello tipico “biretta” intento a rispondere “Sempre sia Lodato”.  


sabato 29 marzo 2025

GIACHINO BIANCOTTO ELSA 1930 COAZZOLO

                       GIACHINO BIANCOTTO MAESTRA ELSA


Nipote Gregorio Biancotto e Nonna Elsa

                       alla Canova di Neive

 


 Sindaco di Neive Ing.Gigi Ferro e la sua Maestra Elsa

 

 

GIACHINO BIANCOTTO ELSA COAZZOLO 1930

 

RICORDI

Abitavamo in nove nella casa della Osteria di Coazzolo, la nostra aia confinava con la casetta di tre piani del fornaio che erano in 7 in famiglia. Loro avevano solo il diritto di passaggio per accedere al “Gabinetto” che consisteva in una vasca con “na rairola per tenda”(un telo di juta come tenda) e veniva svuotata d’inverno. Si correva con un pezzo di carta o a volte con una foglia!!

 

Spojé ra mejra!

“se spoiava ra meira “(Si toglievano le foglie alle pannocchie di granoturco) e partecipavamo tutti. Era una festa! Le donne mettevano le pannocchie nel “faodarèt”grembiulino, gli uomini la lanciavano direttamente dentro l’arbi”(navazza) che poi lavato adeguatamente con acqua bollente e foglie di alloro di pesco ecc. avrebbe ospitato le uve che venivano

pigiate con i piedi.

 

 

                                 Maiolin Rivetti e nuora Ingrid

                                     FOTO MARCO RIVETTI

 

 

LA PULITURA DELLA MELIGA

Dopo aver pulita bene l’aia , mio papà la foderava con una melma di acqua e” Busa” (sterco di di mucca) Una volta essicata si provvedeva a rovesciare la meliga in grani , veniva scopata tutta in un mucchio e gli uomini con le pale o il Val (vaglio) di legno la lanciavano dall’altra parte dell’aia così si separava dalle briciole(pula).Questa serviva a preparare la “bèrnà” il “pastone” agli animali.

 

RICORDO DELLE SUORE

https://youtu.be/xBpAX5J1n0Q

 

Qui a Coazzolo abbiamo avuto la fortuna di avere una Signorina possidente che mise a disposizione la sua casa per fondare un asilo. La Congregazione delle suore del Cottolengo inviarono la Superiora che era Infermiera, Sr Lucia Maestra d’Asilo, Sr Beatrice era ricamatrice, Sr Margherita suonava molto bene il pianoforte e ci insegnava i canti di Natale e un’inserviente abile cuoca che ci preparava degli ottimi minestroni che emanavano un profumo meraviglioso di verdure ed erbe aromatiche. Questo Asilo fu frequentato da bambini che avevano già dieci anni più di me e poi funzionò ancora anni dopo di me finchè due Suorine morirono e furono sepolte nel nostro Cimitero. Una Suora fu richiamata alla casa Madre poiché anziana, ma dissero che piangeva perché non si adattava a non avere più i bimbi ai quali donare il suo servizio. Ricordo ancora le sue lezioncine: chiese a noi bimbe e bimbi: <perché la gallina canta?> e solo un bambino rispose. < perché ha fatto l’uovo!> e fu applaudito.

A Coazzolo funzionò a lungo la scuola con cinque classi e una cinquantina di allievi. Venivano tre Maestre. La Nappo che risiedeva a Mango, la Masengo di Castagnole Lanze e la Maestra Morone del ”Romanin”. Tutte ottime insegnanti e la Morone oltre ad insegnare a leggere e a scrivere insegnava “per la vita”. Sapeva infondere valori importanti che rimanevano impressi. L’esame di quinta si andava a sostenerlo a Castagnole Alto.

 

Dopo la materna e le elementari, mio fratello ,mia sorella ed io andammo a frequentare l’avviamento a Castagnole alto. Si andò per due anni a piedi ma fu un’esperienza bellissima. Per noi ragazze ci fu l’insegnamento di attività manuali importantissime quali . Cucito a mano e con la macchina, rammendo, rattoppo, ricamo. La nostra insegnante fu la Professoressa Garabello che ricordo sempre nelle Preghiere perche le sono veramente riconoscente per quanto mi insegnò.

Per i maschi vi era un signore anziano che insegnava “ agricoltura”: cioè a zappare a coltivare le viti cioè a innestare, a potare e tutte le altre attività inerenti.

Per i maschi quelle conoscenze erano già più naturali perché avevano i padri agricoltori, ma per noi quelle attività apprese furono determinanti per la vita. Le nostre mamme contadine non avevano tempo per apprendere e poi trasmetterci quelle attività. Dal mattino presto a sera tardi avevano lavoro con gli animali mucche, pecore, galline, conigli l’accensione delle stufe, il bucato, l’allevamento dei bachi da seta ed eran capaci solo a Taconé le lenzuola di canapa o i sacchi di juta e ancora lavori in campagna come supporto agli uomini. Non avevano tempo da dedicare alla crescita ed educazione dei figli. Mamma aveva frequentato la Sesta classe, ma la la maggior parte delle sue coetanee avevano frequentato la terza, se non addirittura erano analfabete come il mio papà.

 

 

 

                                    LA FILASTROCCA DELLA SETTIMANA      

                                   https://youtu.be/qSJWqUT67KQ      

                  

 


Insegnai a Santa Libera di Santo Stefano Belbo e andavo a piedi da Coazzolo. Fui in Pensione dalla famiglia Arfinengo. La mamma di Mario era una carissima amica e venne ancora a trovarmi quando abitai a Neive nell’alloggio della Maestra Molino. Quando ero da loro aveva il bimbo più piccolo che non andava a scuola e lei gli raccontava delle filastrocche che aveva imparato a sua volta da bambina. Io la ascoltavo e una la ricordo ancora.

lunedi piccin piccino

martedi un po’ più grandino

mercoledì succhiava il dito

giovedi ne fu pentito

venerdi mostrò il dentino

sabato le scarpette si allacciò

e domenica viaggiò

 

 

1951 INSEGNANTE A MATELOTTI di LEQUIO BERRIA

 

Insegnai alla scuola di Matelotti che era tra Benevello Lequio e Tre Cunei. Mi fermavo tutta la settimana poiché avevo lezione al mattino e al pomeriggio. La scuola era in una cascina. Sotto vi era la stalla con buoi e mucche e sopra con un divisore in legno la mia unica camera con letto e cucina e la grande aula che ospitava ben quarantadue scolari.Insegnai negli anni 1951/52 e non vi era ancora la corrente elettrica. La cascina era dei Carbone, famiglia che stava già bene, macellavano il maiale e mangiavano bene. Invece ricordo tante famiglie che mandavano i figli e alla pausa pranzo mangiavano “Pan e Noz” pane e noci. Dopo qualche anno che ero venuta via, costruirono una bella piccola scuola poiché il numero dei frequentanti era stabile. Venivano dalle cascine situate nei boschi attorno a Tre Cunei, Lequio e Benevello e ricordo portavano ognuno un pezzo di legno. La stufa era sempre accesa e ce n’era sempre in abbondanza, al punto che portai a casa della legna! Un altro particolare che ricordo è che quei ragazzi mi portavano i lavori che facevano alla sera nelle stalle, poiché non essendoci la luce avevano tanto tempo e realizzavano degli attrezzi in miniatura che mi lasciarono. Erano piccoli “scagnèt, sedioline , tavoli, panchette, erano proprio degli artisti.

 

 

 

                     1953 INSEGNANTE A GILBA

                      

 Michelino Fenocchio e Guido Biancotto



 La prima volta mi portò Guido con la Giardinetta che utilizzava per il suo lavoro di commerciante di vino. Mi portò il materasso poiché venivo a casa solo a Pasqua e Natale. Per andare a Gilba partivo a piedi da Coazzolo e venivo a Neive a prendere il treno per Alba, cambiavo e andavo a Saluzzo, da lì in pullman fino a Brossasco e da lì con un’ora e mezzo di mulattiera, a piedi raggiungevo Gilba.

A Gilba eravamo ben tre insegnanti: una a Gilba Chiesa dove vi era il Negozio la luce prodotta da una centralina ed il telefono, a Gilba Lantermini vi era una collega che aveva cinque classi, e a Gilba Bianchi vi erano ben due insegnanti. Io ero a Chiesa con Zita Prunotto, poi vi era Gilda Fissore di Bra Rina Cavallo di Alba figlia del Cartolaio che era dietro al Duomo e l’aveva rilevata dall’ebreo Vertamin. Ricordo bene quella Cartoleria poiché quando frequentavo scuola ad Alba, avendo la zia che abitava nei paraggi, mi servivo di quaderni e penne e pennini.

Quando fui in pensione tornai con Peppino ‘d Bastianin e sua moglie a vedere Gilba e vidi  già lo spopolamento. Non vi era più nessuno solo case e ciabòt vuoti. I montagnin costruivano tanti ricoveri in pietra per quando erano al pascolo oppure al lavoro. Neppure alla borgata Chiesa non vi era più nessuno. Già in quell’anno che io ero su il Prete si “spretò” e sposò una maestra e qundi se ne andò  e la curia non ne mise un altro. Pur con tanta neve i bambini venivano ugualmente a scuola. Noi maestre il giovedì, giorno di vacanza ne approfittavamo per fare bucato e mettere all’aperto coperte e lenzuola, ma ci incontravamo anche con le colleghe di “Lanternino e Bianchi. Eravamo in sei proprio affiatate e vivevamo con gioia quel nostro Esilio. I nostri alloggi erano rudimentali, poiché avevamo camere con i pavimenti di assi di legno con delle feritoie che lasciavano trasparire le “coibentazioni” realizzate con paglia e malta e che ospitavano famiglie di Ratin che squittivano ed a volte venivano a trovarci!Tuttavia noi eravamo felici e solo quando scendevamo per le vacanze di Natale e Pasqua ci rendevamo conto che eravamo in un “altro mondo” dove il tempo era scandito da tanta neve, lavoro e incontri nelle stalle.


Quando nell’autunno 1953 presi la “licenza Matrimoniale” che agganciai alle vacanze di Natale per non farmi sostituire troppo dalle colleghe, sul pullman da Brossasco incontrai un Tenente degli Alpini che mi chiese da dove arrivavo. Io gli spiegai che insegnavo a Gilba e lui si informò se si poteva andare in auto. Dicendo una bugia affermai che si andava comodamente, e lui che si informava per condurre i suoi Soldati per un Campo  mi prese in parola ed in Primavera lo organizzò. Senonchè quando furono sopra Brossasco scoprirono che avrebbero dovuto lasciare le Camionette e procedere per un’ora e mezza a piedi con le attrezzature in spalla. Tuttavia quando ripresi servizio trovai colleghe ragazzi e borghigiani che mi ringraziavano per aver pubblicizzato il territorio ed aver rallegrato la vita di Gilba con tutti quei soldati. Erano venuti a sistemare le loro tende ed avevano festeggiato e reso meno monotono lo scorrere del tempo in alta montagna. Alla sera ci si riuniva e si mangiava beveva e cantava! Io temevo solo di incontrare quel Tenente al quale avevo raccontato una frottola! L’incontro avvenne anni dopo a Pietraporzio quando andai con mio marito Guido che era di Aisone. Mi riconobbe e simpaticamente mi disse che lo avevo “fregato” raccontandogli di un buon accesso a Gilba. Tuttavia si rise ricordando che in fondo era stata una bella esperienza.

 In seguito insegnai con Don Taliano a Cappelletto di Trezzo Tinella, dove contadini venivano continuamente a chiedergli consigli per delle questioni e delle liti. Lui sempre disponibile collaborava per fungere da pacere e rasserenare gli animi.

Ho un bel ricordo dei preti e delle Suore che ho incontrato e che sono state degli importanti riferimenti educativi per famiglie ed anche per me.

 

                              I PARTIGIANI


I Partigiani che ho conosciuto erano giovani belli, allegri, avevano circa vent’anni o poco più. Vi erano parecchie formazioni. Badogliani, Garibaldini, Stella rossa, Giustizia e Libertà ed altre ancora. Nelle nostre zone dipendevano dai comandanti Mauri e Poli. Io ricordo la Formazione del Comandante Romano Scagliola “Diaz” della quale facevano parte per lo più giovani della zona di Neive, Bricco, Coazzolo, tra i quali vi era mio fratello Marien ”Tito”, i fratelli Rosso, Valerio Boella detto “Walter” che fu ucciso dai nazifascisti. Walter era nipote di Giovanni che fece costruire questo Sacello per Memoria delle generazioni future. Ricordo Luigi Bindello Partigiano Pitros che venne trucidato dai nazifascisti a Benevello., Giovanni Negro che ancora oggi è rappresentante dei Partigiani e nonno di Viola che voi conoscete. Erano tutti giovanotti che provenivano dalle colline di Canova, Calolglio, Bevioni e da altre zone.

 

Nella nostra casa vi era la formazione di partigiani albesi comandata da Bleck e Tarzan, mentre in una casa disabitata poco distante stanziava una formazione di tutti meridionali al comando di Franco Geraci.

 

GERACI LIBORIO  ANTONIO FRANCO 

24/12/1919  VICARI (PALERMO) -

UFFICIALE dell’ESERCITO  FANTERIA Reparto 7° RGT DIV PUSTERIA ALPINI

Grado conseguito SOTTOTEN.SPE Località GRECIA, ALBANIA 

RepartoRSI FANTERIA Grado conseguito  Dal 03/01/1944 Al 06/03/1944

Nome di battaglia FRANCO   2° DIV LANGHE 6° BRG BELBO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

         GIACHINO  MARIO COAZZOLO 21/03/1924

           CONTADINO - MARINAIO a  POLA

                   Nome di battaglia TITO

         PARTIGIANO  Dal 15/02/1944 Al 07/06/1945

 


 

5/5/2019 Ivo Biancotto: Buongiorno Professore. Sono Ivo Biancotto. Mi ha dato il suo numero il nostro comune amico Mauro Versio, che vuole le mandi un mio discorso per il 25 aprile.

Ivo Biancotto: Avevo tredici anni ed ero ospite di mio zio Marien nome di battaglia Tito nella cascina di Rio Freddo. La sera si guardava la TV ancora in bianconero. Ad un certo punto in una tribuna politica comparve il faccione baffuto di Giorgio Almirante. Mio zio allora si alzò e andò nella stalla. Mia zia Rosa scuotendo la testa commento' : " Quando vede quella brutta faccia lì, si ricorda di avere lavoro nella stalla". Seguii lo zio nella stalla e gli chiesi perché. Mi rispose solo "Ha fatto del male a dei miei amici". Ero un ragazzino tredicenne, avevo appena finito di leggere i ventitré giorni della città di Alba ed ero intriso ancora dell'epopea fenogliana. Guardai il viso scarno dello zio e gli domandai: " Ma zio perché dopo la guerra non li avete uccisi tutti?". Mio zio non rispose e salì le scale per andare a dormire. La mattina dopo si faceva colazione insieme, le grosse tazze di latte con i wamar sulla linda tovaglia a scacchi rossi e bianchi. Mio zio mi guardò a lungo e poi si decise a darmi finalmente la risposta della sera prima.

" Sai, era quello che avrebbero fatto loro ... ".

La peggiore cosa che può farti il nemico è farti diventare come lui.Buon 25 Aprile

SINDACO IVO BIANCOTTO E SINDACO BALARELLO


ALLA CANOVA DI NEIVE

 

 

                          Giachino Marien "Tito"