domenica 22 dicembre 2024

CONTERNO DOMENICO ALBARETTO TORRE 1934

 

Papà                           MAMMA


https://youtu.be/7c_JHpjQooI     La mia famiglia

 https://youtu.be/MLz0MhNp94k da mezzadri              

 https://youtu.be/9irKmllMH7A  Don Oreste Marengo

Mio fratello Carlo, Bernardo, Piero Proglio


IO SONO CONTERNO DOMENICO NATO A CERRETTO LANGHE IL 22 LUGLIO 1934 DA MARIA CENCIO DEL 1906 NATA A MONTELUPO E ABITANTE IN LESME DI CERRETTO LANGHE, MIO PADRE NATO AD ALBARETTO TORRE ERA DEL 1904.

Con la mia famiglia venimmo da mezzadri qui a San Antonino alla cascina del Parroco nel 1951 facendo il contratto con Don Giuseppe Marengo. Quando venne Parroco Don Pellerino e mise in vendita la cascina noi la acquistammo.

Prima di venire qui da Mezzadri si abitava in Lesme e la famiglia era composta da papà mamma le sorelle Irma, Albina, e Angela e noi  fratelli Carlo, Armando ed io. Nel 51, la sorella più grande, del 1931, che era da “serventa” a Torino si sposò.

Mio nonno paterno Giovanni, fu da mezzadro di Terenzio Borgna papà di Don Angelo. La loro casa era dove vi ora vi abita Pichetta Beppe.

SI FECE “SAN MARTIN”

Nel ’51, secondo la tradizione, ad Ottobre si fece trasloco “SAN MARTIN” con i buoi. Venne anche un mio zio con i suoi buoi e ricordo che dovemmo liberare la strada dal fango poiché vi erano state “dré sluge” frane. Mio fratello più giovane Angelo, del 1948, venne a piedi con il gatto in braccio.

UN TEMPO

A volte penso a come siano cambiati i tempi. In Lesme si vivevva in nove in due camere!

Si viveva svolgendo lavoro da manovali in campagna e coltivando un piccolo pezzo di terra.

Quando nel 1940 scoppiò la guerra, io avevo sei anni e mio padre mi portò con sé nel piccolo campo coltivato a meliga. Sentimmo suonare le campane dei paesi, e papà commentò: “tant i ran ancaminà sa guèra!” (tanto hanno iniziato sta guerra). Io gli chiesi che cos’era la guerra! Le uniche informazioni arrivavano dal parroco. Non vi era radio o telefono e neppure elettricità! La corrente elettrica, qui a Sant’Antonino arrivò nel 1955.

LA GUERRA AD ALBARETTO

Capii cos’era la guerra perché in Lesme in una casa , si insediarono i Partigiani G.L.. Ricordo che li vidi obbligare un uomo di La Morra a scavarsi la fossa sotto la minaccia delle armi, e poi non lo uccisero.

Gli alleati effettuarono alcuni lanci per i Partigiani , e si disse che nei bidoni col paracadute vi fossero generi alimentari ma anche soldi.

Passarono anche i tedeschi ad Albaretto ma non crearono disturbo. Una mattina da in Lesme venni a prendere il pane dal fornaio in paese. Quando fui, dove c’era l’osteria, vidi che vi era la mitragliatrice piazzata con i soldati tedeschi. A me non dissero nulla, ma quando fui nella bottega la panettiera con il dito per indicare silenzio mi sussurrò di non dire nulla se mi avessero chiesto dei giovani. In quell’occasione qualche giovane lo avevano arrestato! Uno di questi fu condotto a Murazzano e chiuso in una stanza. Il milite che fungeva da guardia si addormentò e così lui e alcuni compagni fuggirono attraverso una finestra.

Una volta alcuni partigiani vennero a mangiare dal nostro vicino di casa e ricordo che mentre erano dentro piazzarono la mitragliatrice dalla porta di entrata. A me impaurivano le armi e scappai a nascondermi.

In un altro caso vennero dei nazifascisti con dei carri trainati da cavalli a caricare del fieno dal nostro vicino e lo obbligarono a caricare mentre loro puntavano le armi. Ricordo che dissero al padre del Maestro Italo Zandrino: “ noi la legge la facciamo con le armi!”.

LA SCUOLA E LA MIA LEVA

La scuola a quel tempo era dove ora vi è il Municipio. La mia maestra fu Amerio Zandrino Letizia, insegnante di tutte le tre classi. Chi voleva proseguire gli studi andava a far quarta e quinta a Lequio Berria. Le classi erano numerose, pensa che solo della mia annata 1934 eravamo in ventidue. Certo molti erano figli di mezzadri che in seguito si spostarono. Quando fummo di Leva prendemmo un pulmino che ci portò a Mondovì alla “Visita di Leva”. Sindaco a quel tempo er Carletto Cane.

Alla festa di Leva venne a suonare il fisarmonicista di San Benedetto Belbo Reliu 


                  

Era già venuto a suonare alla Festa dei coscritti del 1920 in Lesme! Era molto bravo e si diceva che avesse imparato da solo a suonare!

Nella foto dei miei coscritti vi è Italo Zandrino, uno di nome Pierin, un altro di nome Giovanin, il papà delle Tabachine Noè Carlo. Con lui eravamo i Chierichetti ufficiali di Don Giuseppe Marengo

Vi è un altro fisarmonicista, ma il più “svicc” (Bravo)era Aurelio!

              LEVA ALBARETTO TORRE 1934

 

 

 

                DON MARENGO GIUSEPPE 1904


      

                   

                                

                             Don ANGELO BORGNA

 

Don Giuseppe per Albaretto ebbe tantissime iniziative!

Sotto alla Chiesetta e sotto la Canonica , lì in piazza una volta era pieno di terra. Lui decise di scavare per avere spazi per sale di riunione ed incontri. Alla Messa domenicale effettuava i turni per andare a scavare, una volta quelli di Lesme, o di Borine o dei Tre Cunei ecc. e la gente si presentava con pala e piccone a scavare. Qualcuno veniva anche con i buoi e carro per portare via la terra. Con quel lavoro si ampliò anche  la piazza, poiché si utilizzò la terra dello scavo. Di questi lavori non c’è più nessuno che si ricordi.

La mamma di Don Giuseppe venne ad Albaretto Torre

Per alcuni anni e siccome aveva difficoltà a camminare, lui fece aprire un passaggio che dalla Canonica le permetteva di andare sulla tribuna e così partecipare alla Messa dall’alto.

Combinava delle piacevoli gite, e una volta andammo a piedi alla Chiesa della Madonna della neve di Somano. Là trovammo ragazze e ragazzi di altri paesi e rimanemmo tutto il giorno.

Raccontava che quando lui era ragazzino, lo stradone per andare ad Alba da Rodello non c’era ancora e così lui e suo fratello per guadagnare qualcosa il sabato andavano alla Montà con la mucca per trainare( fé rà trèina) ai carri col cavallo che provenivano da Alba.

Organizzava anche dei bellissimi spettacoli teatrali e radunava tanta gente. A quel tempo era l’unico passatempo divertimento. In seguito acquistò anche la televisione e la mise a disposizione nel Salone. Si andava a vedere “Lascia o raddoppia” il giovedì sera.

Don Marengo venne ad Albaretto nel 1936, io fui ancora Battezzato da Don Pio.

Don Giuseppe sapeva radunare i giovani con tante iniziative. Dopo la guerra, siccome era da tempo che non si riceveva più la Cresima ci fece andare per la preparazione. Ci recavamo in Chiesa e nel salone tre volte la settimana e poi venne il Vescovo Monsignor Luigi Maria Grassi ad impartirci la Cresima. Ci faceva anche giocare a Pallapugno, sport di cui lui era ottimo giocatore poiché in Seminario si giocava solo al Balon.

Aveva anche organizzato dei turni per i chierichetti. Io e un mio compagno, da in Lesme, venivamo a servire la Messa che celebrava tutti i giorni alle 6,30. Come ricompensa ci portava alle “Cecche” borgata della cascina di suo padre, a mangiare le ciliegie “matinere”. Là a Maggio erano già mature!. Aveva la moto e ne caricava tre o quattro ragazzi, poi li scaricava e tornava indietro a prendere gli altri. Ricordo che una volta andammo a piedi e tornammo poi con la Corriera che andava a Bossolasco. Noi eravamo contenti per quella “ricompensa”!

Nell’Autunno effettuava delle serate per tenerci Scuola di Religione e poi ci faceva giocare al TIRO AL BERSAGLIO CON IL FLOBERT.

 

         DON ORESTE MARENGO VESCOVO

 

ORDINAZIONE A VESCOVO DON ORESTE MARENGO

             

              

Ricordo che quando fu nominato Vescovo a Torino noi di Albaretto e molti di Diano, andammo in Corriera ad assistere alla Cerimonia. Lui salì sul pullman e ci ringraziò e ci impartì la Benedizione. Quando poi venne qui ad Albaretto mangiammo insieme, e ricordo che “propi chièl o rà sèrvime rà pastasuta!”(proprio lui mi ha servito la pasta asciutta!

Me lo ricordo propi in Sant’om, aveva un tono di voce dolce e nonostante la barba nera lunga esprimeva bontà.

 
                        LA LEVA DI MIO PADRE 1904 

     CON DON GIUSEPPE E DON ORESTE




sabato 21 dicembre 2024

TARABRA PASQUERO CLEMENTINA 1921 PRIOCCA

 

https://youtu.be/QDsWJZskmLI                

La nonna di Clementina Tarabra Pasquero, che è nata nel 1921 a Priocca e tuttora vi risiede, era Clementina Francone nata alla Masseria di Arguello(sotto nella foto). Uno zio fu Parroco ad Arguello per 20 anni(1887 1907).


Don Antonio fece conoscere a Clementina il fratello Giuseppe e con un tal Bacialè e il consenso delle famiglie i due convolarono a giuste nozze. Generarono un maschio, il padre di Clementina e quattro femmine.


Francone Mentin - Marenda Rosa- ( fratello Marenda Filippo padre di Teresina- Maggiorino-Gepinin - Rita - Concessina)  

Famiglia Francone Filippo e Marenda Secondina Genitori di Lorenzo Costantino (1875) consorte di Marenda Rosa genitori di Luigi Francone detto Mentin (il soprannome è motivato dal nome della zia Clementina, la prima nella foto con il parasole,.

                DON ANTONIO TARABRA PRIOCCA FEBBRAIO 1851/1907

                

 

     

Famiglia Tarabra Giuseppe e Francone Clementina con il padre di Clementina


Ricostruito il parentado di Clementina racconterò del viaggio che Clementina effettuava con la nonna per recarsi ad Arguello.

Come già menzionato, Don Antonio, fratello Prete e bacialé lasciò un buon ricordo sia a Priocca, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita terrena per poi essere sepolto. 

Con l’aiuto del fratello si fece costruire una camera che fu denominata, e ancora oggi esiste, “ra stanssia der barba Preve”.

Clementina raccontò:

<Nel 1930 venire da Priocca ad Arguello era già una discreta impresa. Racconta Clementina: < avevo nove anni e si partiva di buonora con il calesse. La nonna era “ardìa” (in gamba) e faceva trottare il cavallo come un abile vetturino. Io mi divertivo come una matta e mi piaceva sentire la brezza mattutina. Quando si arrivava al traghetto per attraversare il Tanaro facevo mille domande alla nonna. Ricordo che la prima volta che conobbi il traghettatore la nonna mi disse,- digli un po’ i nostri nomi- ed io – Clementina e Clementina. Lui mi guardò, sorrise e – mi prendete in giro? Mi son Mentin. Si scoppiò tutti in una bella risata mentre lui mi offriva una “mentina” e mi diceva – prendi una mentina Mentina!

Dopo aver conosciuto il traghettatore e giunte sull’altra sponda si procedeva scherzando con la nonna e mi facevo anticipare chi e cosa avrei trovato ad Arguello. La nonna era burlona e mi diceva che dovevo stare attenta al cuculo oppure mi spiegava come prendere la volpe e me la faceva andare per dei chilometri chiedendomi se sapevo come fare. Ripetendole che non lo sapevo, lei chiudeva il discorso con un altro rebus: ad Arguello chiedilo al Cit. Ed io – chi è il Cit? 

Lei- devi scoprirlo e fartelo amico altrimenti povera te!

Arrivavo ad Arguello molto incuriosita e soprattutto eccitata dai racconti della nonna.    

 

 

 

lunedì 16 dicembre 2024

RIVETTI DARIO NEIVE 1921

 


  DARIO                             DANTE
                                                  


Dario e Dante Rivetti Alpini con “LA FORTUNA NELLO ZAINO”

 

Dario Rivetti, classe 1921 esordisce dicendomi: < non so se sia bello dirlo ma, ho maturato questa idea, io e mio fratello PARTIMMO per la Russia  CON LA FORTUNA NELLO ZAINO>  Incuriosito lo invito a chiarirmi meglio, e lui < adèss è trà spiègh!>(ora ti spiego)

Quando fui arruolato da recluta ebbi come incarico “Radiotelegrafista” ma qualche giorno prima della partenza per la Russia mi feci cambiare l’incarico in “Conducente muli”. Il vecchio Capitano al colloquio precedente la partenza leggendo nei documenti del cambio di incarico mi disse: “bravo Rivetti, ricordati che il mulo ha la coda molto lunga!” E devo dire che i muli ci salvarono la vita. Parlo al plurale poiché partimmo io e mio fratello Dante del 1920. Sempre nei giorni prima di partire dovetti scambiare parole dure con un sergente maggiore. Venne a salutarci mio padre a Cuneo, lo vidi davanti alla Caserma e d’istinto uscìi a salutarlo. Fui fermato da quel Sergente che mi intimò di rientrare e mi mandò a rapporto dal Capitano. Questi ,più comprensivo, consentì a noi due fratelli di andare in libera uscita col papà. La cosa non fu gradita da quel graduato che tuttavia, pensando fossimo raccomandati, ci trattava con timore e non ci comandava più.

https://youtu.be/jk2O_00Zwvg       

LA CODA DEL MULO E' MOLTO LUNGA

Si viaggiò per quindici giorni con la tradotta e poi per quindici giorni a piedi con lo zaino in spalla e arrivammo in Russia attraverso il confine con la Polonia. Fu durante quelle lunghe marce che compresi che la fortuna era con noi: Ricordando le parole del Capitano sovente ci facevamo trascinare dal mulo attaccandoci alla sua coda e mentre gli altri venivano sgridati malamente, a noi , quel sergente prepotente non diceva nulla e sembrava avere timore. I muli furono un altro motivo di fortuna. Io avevo un mulo valido ma dava l’impressione di essere scarso, invece Dante aveva una mula inaffidabile. Per questo quando arrivò l’ordine di inviare i muli migliori avanti verso il fronte, noi seguimmo i nostri nelle retrovie situate  sette otto chilometri più indietro. Fin verso Natale tutto procedette tranquillo poi arrivò l’ordine di sorteggiare gli alpini più giovani da inviare in prima linea. Anche in questa occasione la fortuna ci baciò e rimanemmo nelle retrovie finchè giunse l’ordine della ritirata,  il 6 Gennaio del ’43.

DUE MESI DI RITIRATA

Con un gelo terribile e un freddo enorme iniziò la ritirata. Io avevo il mulo e una slitta sulla quale caricai tutto ciò che trovai: Vestiario e coperte. Si viaggiava incolonnati ma distanziati di una cinquantina di metri. Il freddo era intensissimo (-30° e forse più) non si poteva salire sulla slitta per più di qualche minuto perché si gelava se non ti muovevi. Si procedeva di notte e una sera mi incontrai con mio fratello, parlammo un po’  e quindi tornammo ai nostri muli. Al mattino si raggiunse un paese e cercando mio fratello trovai soltanto i suoi muli. Chiedendo notizie, riuscii a sapere che il freddo gli aveva fatto perdere il senso e si era perso dalla colonna. Vagò da solo ma raggiunse una postazione della fanteria che gli prestò le prime cure. Nel levargli gli scarponi scoprirono che aveva i piedi congelati. Dopo alcuni giorni un caporal maggiore mi cercò per avvisarmi che mio fratello era stato ricoverato dalla Fanteria accampata all’inizio di quel paese forse Opit. Lo caricai sulla slitta e lo trasportai finchè incrociammo un camion italiano che caricò i congelati. In quel frangente arrivò l’avviso di riprendere la ritirata poiché c’era il rischio di essere presi prigionieri dei russi. Fu così che mio fratello raggiunse la frontiera polacca da dove in treno fu condotto a Igea Marina e ricevette le cure idonee. Io continuai la marcia fino al 13 Marzo, procedemmo per più di due mesi. All’inizio ci muovevamo giorno e notte poi di notte prendemmo a fermarci. Eravamo in condizioni terribili, per ripararci dal gelo avevamo tolto gli scarponi che favorivano il congelamento dei piedi, poiché nelle fessure dei chiodi si infiltrava l’acqua che ghiacciava. Con delle strisce di coperta realizzammo delle pezze da piedi che almeno ci proteggevano. I partigiani russi ci attaccarono alcune volte ma riuscimmo a difenderci, anche perché con le pattuglie si cercava di prevenire i loro attacchi.



“I Russi era una grande brava gente!”


Durante questa marcia lunghissima “a rabèl jera gnènte”(sparso non c’era nulla), lungo questa strada ogni tanto si trovava qualche casa, non dei borghi ma “di pais pèr long.”La gente Russa ci ospitava e ci dava quel poco che aveva e che conservava nelle buche scavate sotto le Isbe affinchè non gelasse.

Finalmente notizie di casa

 Dopo un mese di convalescenza a Vipiteno ebbi 15 giorni di licenza, e fu a Torino alla stazione di Porta nuova che Davidin Vacca, incontrato casualmente, mi riferì che mio fratello, insieme ad altri della ritirata di Russia era già a casa. 

 

Dopo la licenza si rientra in Caserma

Ritornato alle Casermette a San Rocco Castagnaretta, ci rimasi un po’ e poi tutti gli alpini furono trasferiti al Brennero. Fummo sistemati chi al di qua chi aldilà dell’Adige. Non ci fu neppure il tempo di ambientarci che una sera suonò la ritirata dalla libera uscita prima del tempo. Il comandante della Compagnia, tal Meinero di Cuneo “un  ardì” (in gamba) ci radunò e disse” E stato firmato l’Armistizio, ma non è l’ora di ubriacarsi e festeggiare bensì l’ora di scegliere le decisioni opportune!”.

Vedendo arrivare dei carri armati tedeschi capimmo che era meglio andarcene per evitare di essere inviati in Germania. Superammo gli alti muri della Caserma già illuminata dai grandi fari dei nazisti e ci demmo alla fuga. In tredici procedemmo per una notte ma al mattino ci videro e ci spararono due granate che per “fortuna” esplosero vicino ma senza creare danni. Procedemmo evitando sentieri e mulattiere per evitare di essere arrestati e scalando dei valichi arrivammo in Val di Fiemme. Stanchi e affamati ci rivolgemmo alla gente di un paesino e nonostante fossero già passati altri sbandati ci aiutarono.

Incontrai una ragazza ma…

In una baita di quel paese incontrai una ragazza che non solo ci aiutò ma voleva che mi fermassi, e si adoperò con suo padre affinchè potessi nascondermi con un altro  compagno toscano in una baita di loro proprietà in un alpeggio. Ci lasciammo convincere a rimanere e restammo otto giorni. Si mangiava solo polenta e latte però almeno fummo al sicuro. Poi sapendo che la via per Trento era libera, riprese il desiderio di tornare a casa e nonostante quella ragazza mi avesse dato una lettera e una fotografia ringraziai e me ne tornai a Neive.

lunedì 2 dicembre 2024

CASTAGNO FERDINANDO NEIVE 15 5 1922
















 CASTAGNO FERDINANDO NEIVE 1922 

di Margherita Masoero 1899 1983   e di Stefano "Stevu" 1893 1966

ebbe una sorella che morí giovane di Tbc.

Fu arruolato nel 4° RGT di Cavalleria "Nizza" nel 1943 era sul fronte Greco Albanese ed il 9 Settembre come ha ricordato Cardino Ferdinando del 1921, fu deportato in campo di concentramento a Buchenwald, Bergen Belsen, e infine allo stabilimento di Tanne , nome in codice Tanne , che fu un'ex fabbrica di esplosivi nella periferia orientale di Clausthal-Zellerfeld.,  Dalle testimonianze di Cardino Fernando, Galliano Luigi, Bosio , Destefanis Ernesto, Rapalino Gigi, Agosto Giacinto ,Francone Oreste, Francone Luigi,Salvetti Renato ecc., possiamo riportare come fu la vita nel campo di lavoro anche per Castagno Ferdinando. In molti hanno raccontato anche dei bombardamenti degli alleati.

Il 7 ottobre 1944 alle 12:30, 129 bombardieri pesanti B -24 “Liberator” dell’aeronautica americana che trasportavano 384 tonnellate di bombe attaccarono la fabbrica di esplosivi. Il bombardamento durò solo dieci minuti, con 493 delle 1.743 bombe sganciate che colpirono l'area della fabbrica e i circostanti campi di lavoro forzato . Anche la ferrovia e diversi edifici di Clausthal-Zellerfeld hanno subito gravi danni e l'edificio della reception è stato quasi completamente distrutto. 92 persone morirono, la maggior parte delle vittime erano lavoratori forzati. Anche il numero delle perdite nella fabbrica fu relativamente basso perché il 7 ottobre 1944 era un sabato e nella fabbrica non c'era lavoro a causa della mancanza di materie prime.

 

Dal Ricordino conservato dalla TESTIMONE della Memoria Estelia Bacino rileviamo, da quanto riportato dallo storico Tipografo neivese, Abaldo che Nando si comportò eroicamente anche sotto un bombardamento. Sia pur ferito, caricò sulle spalle il più grave suo superiore e raggiunse    l'  Ospedale per fargli prestare le cure di cui necessitava. La propria ferita, a causa del grande sforzo effettuato nel trasportare l'amico, gli procurò il dissanguamento che lo condusse alla morte. Fu sepolto nel Cimitero di Clausthal Zellerfeld e tuttora le sue spoglie riposano lì. Papá Stefano e mamma Margherita raggiunsero i loro due figli   dopo una lunga vita di lavoro e senza neppure,a quanto ci risulta, la consolazione di una decorazione di  riconoscimento per il loro figliolo che sacrificò la vita in guerra. Lo Onoriamo con un RICORDO FORTE e gli dedicheremo una PIETRA DELLA MEMORIA affinché non si Dimentichi! RIPOSA IN PACE FERDINANDO CON TUA MAMMA PAPA' E SORELLA.

 

 

STORIA DEL 1° RGT "CAVALLERIA NIZZA"

.................Nel corso del secondo conflitto mondiale il reggimento ha operato sul fronte occidentale, in Jugoslavia e Francia, alcune sue aliquote in Tunisia. Nel 1942 il reggimento con i due gruppi squadroni montati a cavallo, facente parte della 2ª Divisione celere "Emanuele Filiberto Testa di Ferro", venne inviato quale truppa di occupazione in Francia. Il III Gruppo corazzato venne invece inviato in Nordafrica inquadrato nella divisione corazzata "Ariete". Nei mesi successivi alla sconfitta di El Alamein, il III Gruppo corazzato "Nizza" svolse anch'esso insieme alle unità motorizzate superstiti e a quelle nel frattempo affluite dall’Italia, compiti di protezione del ripiegamento delle fanterie verso la Tunisia, dove ha combattuto il 3 febbraio 1943 a Bir Soltane ed a Ksane Rhilane e nuovamente a Bir Soltane tra il 10 e il 20 marzo affrontando da solo l'attacco di una colonna neozelandese sino a quando, investito da ingenti forze corazzate, fu costretto a ripiegare.
Il Reggimento sorpreso dall'armistizio, mentre era in trasferimento sempre a cavallo dalla Francia verso l'Italia, fatto rientrare nella caserma di Torino su ordine del Comando di Piazza, viene catturato dai tedeschi.  Il IV Gruppo squadroni corazzato "Nizza", basato su due Squadroni misti, uno armato con carri leggeri L6/40 l'altro con autoblinde AB41 operò invece in Albania. Alla fine del 1943 viene costituito a Cava dei Tirreni lo Squadrone esplorante "Nizza Cavalleria" che prese parte, nel giugno del 1944, con il IX reparto d'assalto, alla liberazione dell'abitato di Cingoli, partecipando poi alla campagna per la liberazione dell'Italia, inquadrato nell'8ª Armata alleata, con il II Corpo polacco del generale Anders.

Il CAPORALE CASTAGNO FERDINANDO fu preso prigioniero in Albania e quindi non ebbe modo di partecipare ai fatti sotto descritti, ma pare utile ricordarli per onorare i suoi Commilitoni e tutto il reggimento.

Gli eroi ignorati dell'ultima carica di cavalleria TORINO, 11 settembre 1943. I tedeschi hanno da poco occupato la città e stanno deportando i soldati italiani sbandati dopo l'armistizio del giorno 8. Sono quasi le tre del pomeriggio quando fra corso Stupinigi (oggi corso Turati) e via Sacchi, all'altezza del cavalcavia di corso Sommelier, compare una colonna di dragoni del Nizza Cavalleria. Sono a cavallo, disarmati e scortati dai militari di Hitler a bordo di camionette. Li stanno conducendo a Porta Nuova, da dove partiranno sui treni peri campi di concentramento in Germania. UN GRUPPO di donne torinesi, che sa che cosa sta succedendo, si è radunato intanto in corso Sommelier. Madri, mogli, sorelle, cittadine comuni, assistono al passaggio dei soldati. A un tratto cominciano a gridare loro di scappare. Allo scopo hanno lasciato aperti i portoni delle case vicine. Approfittando dell'arrivo del trenino di Orbassano, le donne buttano dei sassi per fare imbizzarrire gli animali e creare il caos propizio per la fuga. A quel punto, allora, i dragoni decidono di muoversi. Parte la carica. Con i loro cavalli si gettano all'impazzata in mezzo ai tedeschi, che rispondono sparando. I nostri cercano rifugio negli edifici attigui; la gente del quartiere li mette in salvo. Negli occhi dei torinesi e degli invasori si fissa quell'immagine: l'ultima carica del Nizza Cavalleria, l'ultima nella storia della cavalleria italiana. Una nazione che si rispetti e che, soprattutto, abbia rispetto per la memoria e per la verità storica, avrebbe da tempo immortalato la carica disperata dei cavalleggeri del regio esercito. Invece questa pagina nobile ed eroica è stata completamente dimenticata, tanto che non appare nei libri di storia e neppure negli archivi reggimentali. Gli storici e le autorità militari hanno preferito collocare l'ultima carica della nostra cavalleria durante la guerra di Russia, nell'agosto del 1942, o, tutt'al più, nella campagna di Jugoslavia, nell'ottobre di quel '42. Non è così. L'episodio torinese, quanto fece il Nizza Cavalleria nel settembre del '43, sono emersi per la prima volta diversi anni fa. Fu lo scrittore Oreste Del Buono, che teneva su "La Stampa" una bella rubrica di corrispondenza con i lettori, a portarli alla luce in seguito alle lettere inviategli da alcuni protagonisti dei fatti. Poi il silenzio li inghiottì nuovamente. Adesso, in occasione del settantesimo anniversario dell'8 settembre '43 e dell'inizio della Resistenza, viene ricordata meritoriamente dallo scrittore e giornalista Claudio Canal, che la racconta sulla sua pagina di Facebook. Si farà di più: mercoledì prossimo, per l'appunto l'11 di settembre, l'estrema carica del Nizza Cavalleria sarà celebrata alle 18.30 sotto i portici di via Sacchi, all'angolo con via Governolo, con una cerimonia «semplice ed autogestita». Come autogestito e semplice, nel senso dell'umano afflato di libertà, fu il comportamento dei cavalleggeri italiani








lunedì 21 ottobre 2024

SOTTIMANO LEONE BRUNA NIELLA BELBO

 

https://youtu.be/k4aGoLzYIlg                    

                         agosto 1944

https://youtu.be/g8RB8DisJcY                   

uccisero mamma e papà

https://youtu.be/pghggucbOag                     

senza mamma e papà

https://youtu.be/nHVueBUj924                  

 A 21 ANNI MI SPOSAI



Bruna Sottimano: Era il 2 Agosto 44. Mio fratello aveva 7 anni e mezzo   ed io ne avevo 5. Mamma Carmelina era incinta del terzo figlio. Già da qualche giorno, noi che abitavamo nelle cascine del Belbo vedevamo che i Partigiani andavano e venivano con agitazione. A Bossolasco erano arrivati i Tedeschi. Un anziano, Vigin “do Scairon”, che viveva in un Ciabòt in località "Lomont" aveva avvisato mio nonno paterno Lorenzo Sottimano e nonna Pugni Teresa che abitavano più vicino al Belbo,che aveva sentito dire dai nazisti: <nei prossimi giorni andiamo giù e facciamo piazza pulita!>  Noi, con lo zio si abitava più su, a Pian Cireza dove mio papá e mio zio avevano sposato due sorelle Fracchia. Comunque, avendo saputo della venuta dei nazisti, mio padre prese una coppia di manzi , una di buoi e alcune altre bestie, passò dai nonni e riferì che si sarebbe recato a portarle presso un Ciabòt di nostra proprietà oltre Belbo. Invece, mio zio Paolo marito di zia Caterina, andò più sopra in modo che nascondendosi tra gli alberi avrebbe potuto osservare cosa succedeva nella nostra cascina. I nazisti scesero da Bossolasco con il camion e lo lasciarono alla prima curva. Scesero a piedi alla cascina “Tevla” e poi alla cascina Miani. Incontrarono il povero Vigin e lo spintonarono e maltrattarono per poi lasciarlo malconcio in un fosso. Lui, anche dolente si riprese e zoppicando raggiunse la sua casa, che era quasi a Bossolasco. I nazisti scesero a piedi e trovando due camion minati dai Partigiani, uno al bivio per Feisoglio e uno all'inizio della strada che porta da noi a Pian Cireza, li sminarono e bruciarono due Ciabòt dei paraggi. Salirono anche da noi e con modi brutali chiedevano: <Ribelli, dove Essere ribelli?> Chiedevano anche a me, che avrei compiuto 6 anni a fine anno! Io rispondevo che non c'erano i ribelli! Loro però bruciarono tutto! Presero dei balòt di paglia e li incendiarono in cucina, nella sala, ovunque. Noi 5 Bambini la mamma, la zia e la nonna eravamo fermi davanti al forno dove si cuoceva il pane e ci minacciavano con le armi. Un soldato ci ordinava di andare in casa anche se c'erano le fiamme ed un altro di tornare al forno.

Intanto mio padre dal ricovero oltre Belbo era preoccupato al vedere tutte quelle fiamme e fumo. Decise di venire più vicino e di appostarsi per vedere cosa avessero fatto e se noi fossimo in salvo. Lo videro e ricordo che gli intimarono di venire avanti con le mani in alto, lui aveva una zappa in spalla e diceva che non era un bandito! Anche mamma che doveva partorire ad Ottobre,  spiegava che era suo marito, il padre dei suoi figli! Questi continuavano a spianare le armi e presero papá e mamma. Li fecero procedere spintonandoli fino alla casa dei nonni giù nel Belbo.Qui allontanarono i nonni che tentavano di spiegare che erano il loro figlio e la moglie. Li portarono  prima alla casa che era servita da deposito dei Partigiani, poi a una casa dove presero i due che vi abitavano, bruciarono tutto e li lasciarono subito.Tornarono su a Pian Cireza e sempre furiosi dopo un po' ripresero mamma e papà e facendoli marciare davanti come ostaggi li condussero alla casa di Vignale Carlo, il papà di Mariuccia che ebbe poi l'osteria a Bossolasco. Carlo al vedere mio padre e mia  madre in mezzo a quei soldati prese a correre nel campo di grano di fianco a casa, ma fu raggiunto da una raffica e fu così ucciso.

VIGNALE CARLO GIORGIO di LUIGI

BOSSOLASCO (CN) il 13/02/1890 NIELLA BELBO

Contadino

Luogo di morte: NIELLA BELBO (CN/I) il 02/08/1944

 

I miei li trucidarono davanti alla casa del nonno e li lasciarono morti nell' acqua. Al sentire le urla di mia mamma, dopo tre ore accorsero "la Lunga" e Paolina di Brissio che  era sorella di mia nonna e trovarono papà e mamma morti nell' acqua, il bimbo in grembo era ancora vivo.

SI RIMASE LÌ SENZA MAMMA E PAPÀ

Le case di Pian Cireza bruciate, furono abbattute, ecosì non avevamo più nulla. Il tetto della stalla aveva tenuto e così furono riportate le bestie che papà aveva salvate e i nonni materni rimasero anche loro nella stalla. Noi e la famiglia dello zio andammo a vivere giù dai nonni Sottimano e vedevamo continuare la guerra. Sentivamo sparare alla Località “Porera” e vedevamo sia i lanci che gli alleati effettuavano per i Partigiani, e lo capivamo dai fuochi che accendevano per segnalazione, sia gli aerei tedeschi che sganciavano bombe. Una volta una bomba cadde a una distanza di duecento metri dalla casa del nonno e non rimase più intatto un vetro!

Dopo una settimana dalle uccisioni dei miei si viveva in dieci nelle due camere ma iniziarono i bombardamenti. così il nonno ci insegnò a procedere carponi per raggiungere il bosco. Con i buoi ci portò qualche materasso e coperta e rimanemmo nel bosco quattro o cinque notti.

Finita la guerra, per me e mio fratello rimase la tristezza di essere orfani. La scuola era distante come da Niella alla Madonna dei monti, ma il peggio era che vedevamo gli bambini che ad attenderli all’uscita avevano sempre qualcuno! Noi non avevamo nessuno che venisse a prenderci! Fu una fanciullezza triste e ancora quando mi sposai mio fratello Lorenzo osservando tutti i parenti mi disse abbracciandomi: < …ci sono tutte le zie con le loro famiglie, ma mancano MAMMA E PAPÀ!> 

DA ORFANI

Crescemmo in una situazione di ostilità! “Noi eravamo di troppo” Fu nominato come Tutore il nonno materno Fracchia Serafino con la nonna Rosso Secondina che ci accolsero nella loro casa, ma vi era anche la famiglia di una zia con le sue due figlie!

Le cugine proprio cattive, essendo più grandi di qualche anno, ci maltrattavano o e ci mandavano sempre nella stalla. Il nonno materno Serafino morì quando io ebbi 18 anni. 

Conobbi Amerigo, un uomo più grande di nove anni e l'avrei sposato subito, pur di togliermi da quella casa che non mi aveva mai voluta, ma i nonni, pur sapendo che era un uomo buono non lo ritenevano un  buon Partito! Era Povero!

Dovetti attendere fino a che ebbi 21 anni. Li compii a Dicembre e a marzo ci sposammo! Venni in paradiso! L'anno dopo ebbi il primo figlio. Aprii la bottega di alimentari e l'ho tenuta in attività per 61 anni. Dovetti chiudere perché lo scorso anno, ad 86 anni, sono caduta e dovetti andare in ospedale per la prima volta dopo i due parti. Ho avuto la fortuna di aver avuto tanta salute e rimboccandoci le maniche, dimostrammo ai parenti che mi dicevano" ut fà fé dra fam!"ti fa fare la fame, che c'è l'avremmo fatta! E così è stato.

Io lavoravo al negozio e accudivo le mucche, Amerigo e poi i figli lavoravano la terra. Al nonno che mi diceva che era Povero io dicevo che lui però era buono e a me il lavoro non faceva paura. Preparavo le tume,

                       FASELLE forme per le tome
andavo a fare la spesa per il negozio ogni lunedì. In ospedale mi chiesero quante pastiglie prendessi e quando dissi che prendevo solo una mezza pastiglia per la pressione, rimasero stupiti. Sicuramente ho avuto la protezione di  mamma e papá.
         BRUNA SULLA PORTA DEL SUO NEGOZIO