domenica 10 agosto 2014

CAGNASSO Magda a Buenos Aires












 
https://youtu.be/NFe0NmlyElQ?si=8Y5WWgA463GL5GwZ 
I miei anni a Buenos Aires

Nel 1947 mio papà fu scelto per andare a dirigere il reparto Manutenzione della Ditta Cinzano in Argentina a Buenos Aires.L’anno successivo lo raggiungemmo con la mamma mio fratello e mia sorella. Ci imbarcammo a Genova sulla nave Liberty ,quella che aveva portato in Italia Evita Peron. Era una nave  piccola(non grande come la Giulio Cesare) e infatti non trasportò molti passeggeri. Eravamo noi Italiani e degli Svedesi. Ricordo che eravamo come una famiglia e mangiavamo alla tavola del Capitano. Trascorrevo le giornate seguendo il mio fratellino di nove anni e la sorellina di sette poiché la mamma soffriva il “mal di mare” e per lei fu una traversata “infernale”,rimase tutto il tempo sdraiata.
All’Equatore!
Giunti all’Equatore si fece una grande festa, ma secondo le dicerie non c’era da attendersi nulla di bello. Dall’Equatore prima di avvistare la costa si naviga per tre giorni e pertanto si è veramente “in balìa delle onde.” L’apprensione legata ai racconti di altri naviganti fu confermata. Superato l’Equatore i motori della nave si fermarono . Fortunatamente a bordo c’erano dei tecnici che si recavano a lavorare nelle varie aziende con sede in Argentina e riuscirono a far ripartire i motori della nave. Non ti dico l’esultanza e i festeggiamenti quando si sentì nuovamente il rumore dei motori!! Nei cinque giorni in cui non vedemmo la terra ,per noi giovani incoscienti fu un’esperienza indimenticabile. Vedemmo tempeste che sbattevano la nave con onde altissime, delfini e pesci volanti che passavano da un’onda all’altra e quando rivedemmo la terra fu una gioia maggiore perché condivisa con gli adulti. Impiegammo 18 giorni di navigazione senza alcuno scalo e ripeto,per mia mamma fu terribile perché dovette rimanere tutto il tempo a letto.

 La mamma con l’Italia nel cuore
Arrivati a Buenos Aires mio papà aveva già predisposto la casa che era vicino all’azienda Cinzano proprio nella zona commerciale della città. Nel quartiere vivevano molte famiglie di lavoratori Italiani e praticamente era una comunità di piemontesi. Nei pressi della nostra abitazione vi era un Collegio di Salesiani che frequentò mio fratello Franco. Ebbe delle ottime basi educative e culturali e divenne Ingegnere nucleare,collaborò con la NASA e con altri centri internazionali. Al termine degli anni di studio presso i Salesiani ,mia madre fu convocata dai Padri e con stupore seppe che Franco era stato il migliore del suo corso ed ebbe le congratulazioni. La mamma non seppe gioire di queste soddisfazioni, lei aveva l’Italia nel cuore e sperava sempre di tornare. 
Alba Buenos Aires e una ragazza di 17 anni nel 1947
Io ad Alba frequentavo l’Istituto Magistrale e dovetti interrompere gli studi sperando di poterli continuare ma a Buenos Aires non mi vennero riconosciuti gli anni che avevo effettuato in Italia. Feci dei corsi di Lingua Spagnola,per la quale avevo una buona propensione ed ebbi occasione di andare come segretaria presso “sgnorji” Signori che avevano uffici nei quartieri del centro della città ma mio padre non lo permise, Avevo solo diciassette anni e quegli ambienti erano pericolosi!
La vita a Buenos Aires per me giovane era bellissima. Ricordo che andavamo a trascorrere la Domenica nei parchi immensi dotati di campi da Golf e da Crichet ,di laghi dove pescare e di una vegetazione lussureggiante. Non dimenticherò mai i rosedal, roseti enormi con cascate di rose profumatissime!

 In Sud America conobbi Ludovico: un Albese
Si andava al Mar de la Plata che era una stazione balneare molto rinomata, da qui si partiva con il vaporetto per delle gite sui canali laterali del Rio de la Plata .Si  andava anche a Ramos Mehia dove vi erano dei nostri amici e molti Piemontesi con i quali logicamente avevamo stretto amicizia. Mio padre andava, per lavoro, nella zona di Cordova dove vi sono le colline della coltivazione dell’uva lavorata dalla Cinzano. Il mio futuro marito ,Vico, andava con gli uomini a caccia nelle Pampas e raccontava di pascoli e distese di foreste immense con tantissima selvaggina. Avevano conosciuto dei gauchos che vivevano in case di fango e rami ed erano molto ospitali pur vivendo nella miseria.Tra questi vi erano degli Italiani che avevano sposato delle donne indio e avevano perso i contatti con le famiglie d’origine,ma non erano neppure in grado di scrivere per inviare notizie. Certo, facevano pena ma si erano formati nuove famiglie e il loro destino era nella Pampa . 
 Vico mi raccontava della povera vita che conducevano i gauchos. Una volta con  i suoi amici,tra i quali vi era un cuoco, furono invitati a mangiare  e presa una gallina la offrirono per cucinarla nelle loro pentole. Il
cuoco prese l’iniziativa e come prima cosa si mise a “sguré” scrostare la pentola che era sporca all’inverosimile. Vivevano allo stato brado come le mucche, i vitelli e i cavalli che allevavano!! Erano molto ospitali e vivevano perennemente all’aperto. Si nutrivano con tanta carne e bevevano molto infuso di” Yerba Mate”. L’abitudine a bere il” mate” la mantenne anche Vico quando tornammo in Italia. La si preparava nel recipiente chiamato “mate o porongo”, che è una piccola zucca essicata , e si sorbisce con la” bombilla” d’argento (specie di cannula). Pare che la “Herba mate” abbia dei poteri diuretici ed è leggermente eccitante per la caffeina che contiene. Vico trovava che era un buon digestivo                                                           .
Martin Fierro
 EL MATE
Es uno de los elementos más característicos en la vida
del gaucho. En todos los ranchos se tomaban mates, a toda
hora y por diversos motivos, para calmar la sed,
para componerse de algún malestar físico o -como se sigue
haciendo todavía hoy- simplemente por gusto, para
compartir su sabor en compañía de alguien.

Asado con cuero 
Tra i miei ricordi c’è una festa a cui partecipammo con la mia famiglia. Si teneva in una grande villa di una tenuta della pianura nei dintorni di Buenos Aires.Fu preparato un grande “asado con quero” dove sulla griglia vennero cotti i mezzi vitelli con il cuoio oltre ad altre carni e parti del vitello come l’intestino molle (chinchulines), rognone-rene (rinones), i sanguinacci e altro. Fu una festa che non ebbi mai più occasione di vedere!!





lunedì 23 giugno 2014

Arguello e Lequio al Sacrario Colle San Maurizio

ARGUELLO E LEQUIO BERRIA AL SACRARIO ALPINO

Sabato 21 Giugno 2014, ottanta persone con i Sindaci, il Parroco Don Veglio e il Gruppo alpini in testa hanno commemorato i loro Caduti al SACRARIO ALPINO DEL COLLE SAN MAURIZIO DI VIGNOLO CERVASCA. Dopo la santa Messa è stata scoperta e benedetta la stele dedicata ai Caduti di Lequio Berria.Dopo la Benedizione e il Silenzio del giovane Trombettiere, Fiorenzo Coccio ha letto una toccante poesia di Nino Costa in Piemontese:

La Madona d’ij Soldà 

(a tutte le mamme che piangono il figlio caduto)
Quand che l’ômbra a së sparpaja,
che la neuit l’è ‘ncaminà
cala giù s’ji camp ‘d bataja
la Madona d’ij sôldà.
L’è vestïa ‘d lanëtta scura,
l’ha ‘n facin mach gros parej,
na gran côefa ‘d sepôltura
e na steila ‘nt’ij cavej.
Trista, trista, sôla sôla,
come n’ômbra dësmentià
senssa gnun ch’a la cônssôla
va ciamand i so sôldà.
Va ciamandje ‘ntle campagne
va ciamandje ‘ntle sità,
giù ‘ntla val e sle môntagne,
‘ntle pianure abandônà…
Ma i sôldà côgià per tera,
tra le roche ò ‘n mes ai fen,
ma i sôldà sôn mort an guera,
ma i sôldà ai rispôndô nen.
Tantutun chila a s’jë treuva,
s’anginôja vsin a lôr
côn na pen-a sempre neuva;
la Maria d’ij set dôlôr.
L’ha pà ‘l deuit d’una gran dama
d’na regin-a ancôrônà,
l’è mach pì na povra mama,
ch’a l’è mortje sôe masnà.
Un a pr’un Chila ai dïsvïa,
Chila ai ciama pïan, pianin:
“Su, masnà, ch’i ‘ndôma via,
su, masnà, ch’i disô ‘l bin.
“Guarda ‘n po’… j’è sì tôa mama,
finalment a I’è rivà.
J’è tôa mama… j’é tôa mama.
Lev-te sù ch’i tornô a cà “.
Tuta neuit la Madonin-a
va giranda per parej
con la facia fin-a, fin-a
con la steila ‘nt’j cavej…
Quand che ‘l cel l’è ‘nsserenasse,
quand ch’as leva a pen-a ‘l dì.
Tuti i mort sôn dësvïasse
i so mort sôn tuti lì.
Chila ai guarda. Chila ai cônta…
“Oh! Nôssgnôr… Vajre ch’a sôn…!”
Peuj man man che ‘l sôl a spônta
côme n’alba ‘d redenssiôn.
Chila ai cheuj da tuta banda,
— tant j’amis côme i nemis —
s’jë radun-a tuti a randa
e… ai cômpagna an Paradis

Il gruppo si è quindi recato presso la lapide dedicata ai Caduti di Arguello. Qui, dopo la benedzione vi è stata la lettura dei nomi dei Caduti e ognuno aveva i propri nel cuore. Fiorenzo Coccio ha voluto salutare lo zio Alpino di Sinio che non ha mai conosciuto e ora presente al Sacrario insieme all'Alpino Fiorenzo Drago di Lequio Berria. Io pure, Artigliere da Campagna, ho voluto ricordare gli zii Caduti in guerra indossando il Cappello Alpino del nonno Nando.Onore a voi: ZIO BASTIANIN DI SOMMARIVA BOSCO, ZIO VITTORIO DI NEVIGLIE E ZIO ANNIBALE DI BOSIA ARGUELLO DECORATO CON CROCE DI BRONZO AL MERITO DI GUERRA. A voi, ai reduci che ho conosciuto, ai caduti di cui ho conosciuto le storie e a tutti i Caduti dedico il mio Perpetuo ricordo.














 


martedì 28 gennaio 2014

PACE DARIO ALPINO I.M.I.1923





Dario Pace Alpino
   1923 CERRETTO LANGHE
         Racconti di vita
          e di Prigionia

Testimonianza raccolta e trascritta
a cura di Beppe Fenocchio di Neive arguello

https://youtu.be/6fNxq_ltAdA            DARIO PACE 



Dario Pace dèr Castèl di Cerretto Langhe

Dario Pace, nato nel 1923 a Cerretto Langhe nella cascina del Castello mi riceve felice di sapere che abito ad Arguello, il paese del suo amico Gai Gepin. Si incontravano ogni tanto per raccontarsi delle loro storie di prigionia in Germania. Le loro case a Cerretto e Arguello si affacciano sulla valle che separa le “coste” dei due paesi. Dario mi dice: “una volta conoscevo tutti quelli di Arguello,  con Gepin eravamo coscritti e le stesse vicende nella prigionia e poi nella vita. Entrambi contadini, dopo la guerra abbiamo avuto fortuna di tornare e abbiamo lavorato finchè abbiamo potuto. Lui è già andato e io sono ancora qui a tribolare. Ricordo con piacere anche Carlucio ‘d Gal, ogni volta che ci trovavamo “o tacava a canté”(iniziava a cantare), sempre la stessa!

Nato a Cerretto nel 1923 da mamma Agostina, fui il primogenito di sei figli, tre maschi e tre femmine. Mio padre Vitale partecipò alla guerra del 1915/18 e fu Cavaliere di Vittorio Veneto. Quando tornò riprese a svolgere l’attività di agricoltore lavorando proprie vigne con l’aiuto di braccianti e buoi. Nella stalla vicino alla casa ha sempre allevato una mucca per il latte e qualche vitello con tre pecore per la produzione del formaggio. Non mancavano i maiali per i salami e un cavallo, indispensabile per portare le uve al mercato di Alba. Mentre mio padre si occupava della campagna, mia madre si prendeva cura di noi e collaborava nei campi e nella vigna. Nonostante fosse un’ottima contadina,Talo( abbreviazione di Vitale)mio padre non la portava mai al mercato, poiché a quei tempi le donne, e pure mia madre uscivano solo per andare a Messa e, in Inverno, per andare due volte la settimana dalle compaesane a “firé”(filare la lana) o a “taconé”(cucire e rattoppare). A quei tempi le donne si trovavano nelle stalle “a vijé” ma non perdevano l’occasione di lavorare in compagnia. Nelle stalle si stava meglio che in casa, poiché erano riscaldate dagli animali e quindi più confortevoli. La nostra prima televisione la mettemmo nella stalla! Prima dell’avvento della corrente elettrica, illuminavamo con i lumi a petrolio. Gli alimenti li conservavamo in cestini di vimini calati sul pelo dell’acqua del pozzo profondo e fresco.


Marchesato del Carretto

Mio bisnonno acquistò un’azienda dal Marchese del Carretto, che abitava ad Alba. Il podere comprendeva venti ettari di terreno e costò ventunomilalire, cifra che il mio “cé”(bisnonno ) non possedeva. Chiese dei prestiti ad amici che rimborsò con appezzamenti di terreno. Intanto io crescevo e appena giovincello i miei genitori mi iscrissero ai “Giovani fascisti”, corso preparatorio alla carriera militare che si teneva ogni sabato a Serravalle Langhe. Già durante la scuola noi ragazzi effettuavamo delle attività ginniche mirate alla preparazione militare, effettuavamo il tiro alla fune e il salto alla cavallina. 


Il 10 Settembre 1942 mi arrivò la cartolina precetto da Mondovì e fui arruolato nel 1° Reggimento alpini Battaglione Mondovì nella Caserma Galliano. A Gennaio fui trasferito a Garessio e a Febbraio a Gorizia, successivamente dalla Valle d’Isonzo fui trasferito a Tolmino nel Battaglione San Giorgio e vi rimasi fino ad agosto. Verso fine mese fummo inviati a campo d’Azzo sul Brennero, il primo Settembre al Passo della Mendola
 ( Il Passo della Mendola, (Mendelpass), (1.363m.) è un valico alpino. È una sella posta tra il monte Penegal e il monte Roen e situata su una catena montuosa, la Costiera della Mendola che a Nord Est strapiomba sulla Valle dell'Adige e a Sud Ovest digrada dolcemente verso la Val di Non.)



Rimanemmo accampati in una pineta, in condizioni pietose, senza mangiare né dormire, poi il comandante, il 7 Settembre decise di farci scendere a Bolzano per dar man forte al Battaglione Pieve di Teco. Procedendo nella boscaglia giungemmo per una mulattiera che incrociava una strada piana dalle quale arrivò un macchina tedesca con un capitano e due soldati. Questi intimò la resa al nostro tenente Colonnello. Non acconsentì e ci disse di risalire, ma nel frattempo si sentì l’ordine del capitano tedesco che comunicò alle batterie di Panzer di sparare. Caddero trentatre miei commilitoni e noi fummo presi prigionieri e obbligati a consegnare le armi. L’otto Settembre 1943 iniziò la mia vita da prigioniero. Il giovedì ci spostarono ad Appiano, un paesino a dieci chilometri da Bolzano. Dopo tre giorni, con altri settecento soldati fummo condotti, senza tante “sirimonie”(cerimonie) nella caserma di Bolzano e a mezzanotte dello stesso giorno ci caricarono proprio come bestie su dei carri bestiame che avevano la scritta “Cavalli 8 uomini 40) ma noi fummo stipati in 65-70 per vagone con finestrini con i reticolati). Attraversammo l’Austria  e arrivammo a Hokestein in Prussia orientale, in un campo di concentramento con circa 11.000 prigionieri.
Un mese dopo ci divisero in gruppi, io con altri venti fui inviato a raccogliere patate in una fattoria dove c’erano altri 25 soldati russi 14 ragazze polacche. I lavoro consisteva nel raccogliere patate e trebbiare la segale. Rimasi un mese in cascina a raccogliere patate e a trebbiare, poi fui trasferito a Mappen(al confine tra Germania e Olanda).Il viaggio durò due giorni e due notti con cibo per un solo pasto. Ci lasciavano mangiare le patate ma non le potevamo né spellare né cuocere, ma dalla fame le mangiavamo crude!”Son propi croie èr patate cruve!(sono proprio cattive le patate crude!)


A Mappen ci radunarono nel campo e ci fu rivolta la proposta di andare a combattere in Italia. L’alternativa sarebbe stata quella di rimanere a lavorare in miniera.
Su duemilacinquecento solo in ventisette scelsero la prima proposta, gli altri optammo per la prigionia e il lavoro in miniera, ci sembrava la soluzione più orgogliosa per dei soldati italiani.
Fui trasferito a Lünen, mi presero le impronte digitale e mi sottoposero ad una breve visita per valutare le mie condizioni di salute e nuovamente mi nominarono “minatore”!
Matricola 5600
Per undici mesi feci il turno del mattino, con tanto di sveglia alle tre per scendere sotto terra alle cinque. La nostra giornata tipo consisteva in un’adunata in cortile dove scendevamo a gruppi di 100 e venivamo contati a 5 alla volta. Eravamo chiamati per numero e bisognava rispondere con il numero in tedesco. Dovetti impararlo subito! Altrimenti erano botte! Uscivamo dai reticolati che cingevano il campo e sempre a gruppi di cinque passavamo dalla cucina per avere qualche pezzo di pane nero che doveva bastare per tutta la giornata. Prima di entrare in miniera passavamo in spogliatoio e ci vestivamo con canottiera nera e pantaloni blu scuro, prendevamo la lampada ad acido e scendevamo con l’ascensore per circa ottocento metri di profondità nella miniera di quattro piani. Su ciascuno dei piani lavoravano venti persone. L’ascensore viaggiava ad altissima velocità e noi venivamo scaraventati nel buio più totale in quelle condizioni. Arrivati al piano più profondo ci attendeva il trenino che ci trasportava in una galleria di due chilometri dove procedevamo all’estrazione del carbone. Vi era un condotto”na Canà” molto pendente entro il quale scorrreva il carbone, una volta mi cadde il cappello da alpino e non lo vidi più. Fui molto sconfortato, anche perché mi serviva per coprirmi gli occhi dalle polveri.
Alle due del pomeriggio uscivamo dalla cava, neri di di polvere e carbone. Le guardie ci concedevano una doccia fredda e molto rapida. Avevano sempre fretta e “it bitavo sempre pressa”(urlavano sempre <Snell, snell>), inoltre chi si attardava a lavarsi era punito. Arrivati al campo venivamo sottoposti al controllo dal maresciallo, aveva il compito di verificare che fossimo puliti. Quando riteneva che qualcuno non lo era, lo faceva trascinare nei bagni da due soldati che lo sfregavano violentemente con spazzole per bestie “èr brosse”! Alla Domenica si faceva la pulizia del campo: si pulivano i bagni, le baracche e si toglieva l’erba. Pulendo un bagno io mi procurai un profondo taglio ad una mano e mi fece infezione. I militari tedeschi mi dissero che non era nulla e che potevo lavorare con l’altra mano, fortunatamente il capo della miniera vedendomi soffrire mi concesse otto giorni di riposo. Per curare la ferita non c’era nessuno che mi degnasse di uno sguardo, mi rivolsi al barbiere, il quale con una lametta mi incise la ferita per far uscire la materia e disinfettarla. Dopo questo intervento fui ricoverato in una camera dove vi erano altri miei compagni moribondi. Dopo otto giorni mi inviarono al lavoro.
Un altro rischio
In varie occasioni, l’interprete ci aveva consigliato di consegnare soldi italiani o marchi tedeschi per evitare brutte situazioni. Io avevo ancora quattro biglietti da cento Lire con qualche immagine della Madonna e di Gesù e li volevo tenere come porta fortuna, speravo di tornare in Italia e li avrei subito spesi! Ma un Lunedì all’uscita dalla miniera, invece di ricevere il solito mestolo di brodaglia, fummo inquadrati nel salone della cucina, disposti su cinque file. Tre soldati e un maresciallo ci fecero lo “spoglio”. Consisteva nello spogliarsi completamente di scarpe e vestiario e farsi controllare se avevamo soldi. Controllavano i portafogli e persino i baveri delle giacche. Chi possedeva più di dieci lire veniva messo da parte per essere punito. Fortunatamente ero in ultima fila, ma cominciai a sudare di paura. Piano piano misi una mano in tasca ed estrassi i soldi, li stropicciai nel pugno e li lasciai cadere dietro di me sul pavimento. Quando fu il mio turno le guardie non videro i soldi e addirittura li calpestarono. La scampai! I cinque prigionieri trovati con i soldi , furono trascinati per le orecchie fuori dalla baracca e costretti a procedere strisciando con le ginocchia e i gomiti su di un percorso lastricato di pezzi di carbone tagliente. Dovettero ripetere il percorso finchè non ebbero ferite profonde in ogni parte del corpo e caddero stremati.


Altro bel ricordo!
Una domenica mattina, verso le otto ci riunirono inquadrati davanti alla baracca e chiesero se a qualcuno serviva del vestiario. Io alzai la mano per richiedere un paio di zoccoli, poiché quelli che avevo erano inservibili. Il capo con aria severa disse: “dietro front e mi tirò un calcio urlando di tornare a posto. Non chiesi mai più nulla e ringraziai il Signore per come era andata! Pazzo com’era, poteva anche sparami. Erano pazzi loro, ma cos’era peggio è che avevano dei metodi per fare impazzire noi! In mezzo a tanta cattiveria ho anche trovato della bontà. Per un po’ di tempo lavorai in miniera al montacarichi con un ragazzino tedesco che aveva 14 anni. Siccome lo aiutavo molto, lui riconoscente, ogni mattina mi portava pane e speck, io lo nascondevo e lo mangiavo in baracca di nascosto. Mi voleva bene quel ragazzo, il suo nome era Carl Heinz, ma un giorno non lo vidi più, lo destinarono al fronte “Ahrbheit front” e mi lasciarono da solo. Dopo alcuni giorni feci presente che da solo non riuscivo a effettuare tutto il lavoro ma il Capo mi rise in faccia. Una mattina, essendo in difficoltà a tirare due carrelli, lo feci presente al capo, questi come risposta mi ammollò un ceffone che mi fece imbestialire, non ci vidi più. Colto dalla furia gli scagliai il gancio tra le gambe e gli urlai in piemontese tutta una serie di “improperie” e di epiteti ,poi andai a sedermi pronto anche a morire, poiché non ne potevo più. Il capo, evidentemente capì che aveva torto e non mi disse nulla, anzi andò a procurare i due carrelli e rischiando in prima persona. Mi venne la tentazione di spingerlo, ma il buon senso ebbe il sopravvento. Alla sera mi diede un mezzo pacchetto sigarette Milit  senza dirmi nulla.

Mi trasferì in una galleria dove si effettuavano fori nella roccia con dei martelli pneumatici e punte da 50 cm. In questi fori venivano inseriti candelotti di dinamite e si procuravano esplosioni per scoprire nuove vene di carbone.

Da Lünen al campo di Hamm

Alla miniera di Hamm ci fu un’ esplosione che distrusse gran parte del campo, così trasferirono tutti i prigionieri rimasti nel nostro campo. Con l’ aumento del numero di prigionieri salì anche il livello della fame e fummo messi a dura prova. Si cercava di recuperare tutto ciò che poteva aiutarci a sopravvivere. Le bucce di patate o di barbabietole erano tenute come tesori e a volte venivano mangiate anche se marce. Mi ricordo di un mio compagno di Serravalle Langhe che era molto alto e aveva sempre fame, più ancora di me. Dopo un bombardamento si seppe che dietro una baracca c’era un maiale morto. Lui, con altri, senza esitare, nella notte andarono a prendere della carne che già puzzava e la mangiarono. Tuttavia, questo giovane non morì né di fame né per aver mangiato carne avariata. Quando avvenne il bombardamento, fu colpito un rifugio con 99 persone, tra cui 18 ragazze addette alla contabilità di ben altre 5 miniere. Venti di noi fummo tenuti fuori dalle miniere per effettuare lavoro di ripristino del campo, risistemammo gli uffici, alcune tubature ed effettuammo altri lavori. Rimanemmo poi in 19, poiché un mio compagno del brich di Cerretto Langhe fu scoperto a far cuocere delle patate e perciò punito e reinviato in miniera, morì di stenti nella miniera di Branbau. Dopo un po’ di tempo il maresciallo ci radunò e disse < i due che non chiamo rimangono a lavorare nel campo, gli altri tornano in miniera>. Sperai fortemente di non tornare in miniera, poiché sentivo che sarei morto. Il grisou mi faceva bruciare gli occhi e inoltre non riuscivo a respirare! Rimanemmo fuori io e Carlo di Serravalle. Lui non aveva paura di nulla, e durante un altro bombardamento non venne a ripararsi nel rifugio anti-aereo e rimase schiacciato sotto una struttura di cemento armato.


Il comandante italiano !

Voglio precisare che il comandante del campo di Hamm era un ufficiale italiano. Questi si rivelò veramente “croi”(cattivo crudele) fece ogni sorta di “dèsdèsi”, fu quello che punì i possessori di soldi, che mi diede il calcione nel sedere perché avevo chiesto gli zoccoli. Inoltre in occasione di un trasferimento a Branbau per la disinfezione, ci facevano marciare per sei chilometri, all’ultima salita , non so perché, mi spinse e mi fece ruzzolare in fondo. Non mi rivoltai, ma lui non ebbe vita lunga, il giorno dopo tornò dal lavoro che era malconcio: “ i suoi stessi compagni italiani lo avevano “Saccato”(Picchiato con tubi di gomma), per fargli pagare le angherie a cui li sottoponeva per mettersi in mostra con i tedeschi. Non lo vedemmo più, non so che fine fece, ma dubito sia sopravvissuto.

LA FINE!
Già da qualche giorno si erano intensificati i bombardamenti. Ci fecero marciare fino ad una miniera inattiva e dovemmo entrare per circa duecento metri. Vi era solo polvere, e dopo alcune ore capimmo che le nostre guardie ci avevano lasciati. Temendo che volessero seppellirci vivi, uscimmo e trovammo cinque tedeschi in bicicletta che ci fecero nuovamente marciare. La colonna era molto lunga e ad un certo punto ci accorgemmo che le guardie erano scomparse, ci avevano mollati in un bosco della Rhur senza mangiare e senza acqua. L’ultimo tedesco che fuggiva ci disse di andare avanti che avremmo incontrato i “Tom”(gli americani). Tuttavia  non sapevamo che fare. Vedemmo una cascina in lontananza e decidemmo di andare in pochi alla volta a chiedere da mangiare. Eravamo in tre di Cerretto, uno di Monforte e uno di Roccaforte di Mondovì. Ci diedero un po’ di brodaglia  poiché compresero che eravamo italiani, ai russi che facevano i prepotenti non davano nulla.
Per dodici giorni vagammo per i bosch,i”iero ‘d gnun
(eravamo di nessuno). I tedeschi erano fuggiti e gli americani avevano superato la linea Maginot poi erano arretrati. Arrivammo ad un fienile e scegliemmo di utilizzarlo per la notte. Il mio compagno Paolo Rinaldi salì per controllare il posto e dall’alto vide in lontananza una casa con la bandiera bianca. Raggiungemmo la cascina e fummo ospitati da una giovane coppia che ci diede un pentolone di minestra e ci disse che per la notte potevamo sistemarci dove c’erano già cinque olandesi. Intanto i colpi di cannone erano sempre più vicini e dicevamo che presto sarebbero arrivati i liberatori. Infatti la mattina seguente andando a cercare un’altra casa che ci desse da mangiare, una donna ci disse che sulla strada “Grossa”(Grande principale) avremmo trovato gli americani. Non poterono prenderci con loro ma ci diedero sigarette, cioccolato e cheving gum. Quando arrivarono con il “presidio” ci sistemarono nel campo sportivo del paese e attendemmo che ci facessero rientrare. Rimanemmo per qualche giorno con gli americani poi passammo con gli inglesi. Questi “blagavo”(si davano arie!) ma non avevano le disponibilità degli americani. Ci portarono a Dusseldorf e da qui in treno passammo a Münster, a Dortmund e a Monaco di Baviera. Per salire a  Innsbruck formarono tre tradotte ognuna con una macchina. Per scendere a Bressanone le unirono e divenne un unico convoglio di 42 vagoni. A causa delle piogge il ponte sull’Isarco divenne pericolante e così ci fecero scendere e dovemmo raggiungere Bressanone a piedi, qui ci caricarono sui camion e ci portarono a Pescantina dove ci disinfettarono.
Dopo alcuni giorni ci congedarono. A Torino e poi a Bra, tantissime persone ci chiedevano notizie di loro congiunti, ma eravamo così tanti che fu impossibile fornire informazioni. 
Ad Alba attraversammo il Tanaro con un barcone poiché il ponte era crollato. In Alba fummo accompagnati all’Oratorio di San Secondo e Don Vitale Demaria ci consigliò di pernottare presso di loro poiché in collina c’erano ancora i partigiani e poteva essere pericoloso viaggiare di notte. Il mio compagno Conterno avrebbe voluto rientrare a Cerretto al più presto poiché non aveva notizie dei suoi che erano da”masoè”(Mezzadri) e allora ci avviammo a piedi e alle due e mezza di notte arrivammo a Tre Cunei. Il mio amico Amilcare incontrò suo zio al Peso e lo accompagnò a casa. Io incontrai mio padre e “mè Parin”(mio padre e mio padrino) che nonostante l’età mi venivano incontro. Furono emozioni forti, ma finalmente ero a casa.

Era il 12 Agosto 1945 giorno della festa di Feisoglio. Non riconoscevo più le mie sorelle e mio fratello, ero stato via tre lunghi anni. Le situazioni vissute mi segnarono l’esistenza . Non riuscìi più né ad allontanarmi da casa né a frequentare “I bordèi”(Luoghi con tanta gente). Ho passato talmente tante peripezie che non so come ho fatto ad arrivare fin qui.

domenica 17 novembre 2013

Sivorin Beppe Priolo Cantavano i nostri nonni! E noi.........

Cantavano i nostri nonni! E noi…… Sivorin Negli anni settanta, nelle case e nelle osterie di Langa ogni occasione era buona per mangiare due friceu(frittelle) e cantarne due con l’accompagnamento di una fisarmonica e strumenti impropri. Sivorin,al secolo Beppe Priolo, originario di Bosia e Arguello era un artista del fischiare e del suonare strumenti come: la zucca,due cucchiai sulla mano,il manico della scopa sul pavimento, il cucchiaio dentro la bottiglia e anche la fisarmonica e l’armonica a bocca. Ma dal soprannome il suo strumento preferito era il “Sivorè”(fischiare).Partecipò alla Corrida e ad altre trasmissioni presso Televisioni private, ma la sua passione erano le fiere, le feste paesane e le osterie. Se ne andò in cielo proprio quando da Torino era riuscito a tornare a vivere a Bosia. Di Beppe “Sivorin” conservo un’armonica a bocca e il ricordo della sua simpatia. Voglio onorarlo inserendolo tra altri appassionati di musica popolare che sempre negli anni settanta si riunivano in Osteria e recuperavano i canti dei loro padri. ) L’emozione di ascoltare una musicassetta anni settanta Renzo Promio di Albaretto Torre mi ha prestato una musicassetta che suona ancora e fu registrata da Fenoglio di Serravalle, cultore di canti popolari. Le voci sono quelle di Promio Giovanni di Albaretto Torre ,di Dellaferrera di Serravalle e Travaglio di Bossolasco oltre al “tecnico del suono” Fenoglio. Mi piace ricordare ancora un aneddoto raccontato da Renzo e descritto nella foto allegata. Al termine di ogni serata canterina vi era Vigin ‘d Mini che per esprimere la gioia e l’apprezzamento della cantata effettuava “r’èrbo” l’albero sul tavolo. Questi ricordi la dicono lunga sulla serenità che si viveva in Langa cinquant’anni orsono. Voglio però segnalare che vi sono persone che ancora nel 2013 sanno apprezzare un incontro per intonare canti di un tempo. Alla Cà del Coco di Arguello, come testimonia l’immagine si sono incontrati Fabrizio,Elio (anche se febbricitante),Luigi, Piero, Stefano,Renzo, Silvio, Mariolin, Alessandro, Clara,Ilva e Fiorenza e hanno richiamato alla voce e alla memoria molti canti di una volta. Ne trascrivo due e invito, dove fosse possibile, a chiedere a padri e madri di cantare o fischiare o suonare. Garantisco che l’allegria sarà contagiosa. LA STRADA CHE CONDUCE A CASA MIA La strada che conduce a casa mia Tra verdi campi e profumi di gaggia Profumo, ricordo del passato ,la vecchia casa dove sono nato. Un giorno tornerò. Un giorno tornerò. Son già passate tante primavere E come allor mi par di rivedere Le verdi valli i limpidi orizzonti Al dolce mormorio delle fonti Socchiudo gli occhi ma dormir non posso Mio bel paese un giorno tornerò. Un giorno tornerò un giorno tornerò. Son già passate tante primavere E come allor mi par di rivedere Le verdi valli i limpidi orizzonti Al dolce mormorio delle fonti Socchiudo gli occhi ma dormir non posso Mio bel paese un giorno tornerò. Un giorno tornerò un giorno tornerò. Se la LANGA è così Io sono un contadino, mi piace bere vino a pasteggiar E se la vita è dura , io non ho paura di lavorar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Mi piaccion le ragazze che vanno sulle piazze a passeggiar Che cercano marito distinto e ben nutrito, che sappia lavar piatti e cucinar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Io sono un po’ poeta, compongo le canzoni, mi piaccion le emozioni del cantar, e vado con gli amici facciamo le nottate in lunghe tavolate a bere ed a mangiar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Andiamo per paesi, da Lequio a Niella Belbo Da Serravalle a Arguello all’imbrunir, ci piace l’allegria in buona compagnia a bere ed a cantar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar

lunedì 14 ottobre 2013

Visssero nell’odio….hanno imparato ad amare. La Maestra Rosa 1913,Renato1923, Alfredo, Dario, Gino,Filippo, Ernesto, sono miei amici degli anni venti che ho voluto ascoltare per conoscere meglio la Storia dei periodi della guerra del quaranta e di riflesso di quella del ‘15/’18. Come diceva il mio insegnante Domenico “delle guerre non ci devono interessare le date ma le persone che le vissero e cercare di approfondire le loro emozioni.” Di certe guerre bisogna leggere molti libri e riuscire a comprendere come vissero persone di epoche così lontane. Per la prima e seconda guerra mondiale è sicuramente possibile conoscere quali furono le vicende che condizionarono la vita dei nostri nonni, padri, zii, fratelli leggendo libri o visionando film e documentari. Ma il dubbio che sorge è quanti siano quelli che hanno rimosso i ricordi delle guerre con la scusa che “quelle sono passate e invece continuano ad esserci focolai di guerra in tutto il mondo!” oppure “ bisogna guardare avanti!”. La mia preoccupazione è rivolta sia agli adulti che ai giovani e bambini, poiché ho la sensazione che la loro “memoria” abbia una lacuna: ricordare. Tuttavia è sufficiente aiutarli a colmare il vuoto di questo periodo “giovanile”. Arrivati alla fase anziana la memoria antica funzionerà bene e trainerà anche quella dei padri e dei nonni. Questa convinzione mi è stata confermata dai tanti amici che ho avuto modo di ascoltare. Alla domanda : Ho sempre avuto risposte di questo tipo:< Non ricordo cosa ho fatto un’ora fa ma ricordo quando avevo quattro o cinque anni!.> Ecco perché sento forte il dovere di raccontare le storie di vita che scopro avvolte di quei valori che la modernità ritiene superati. Ogni semplice storia recuperata e trascritta sarà utile agli anziani di domani.

Bressano Alfredo1923 "Testimone" del Campo di prigionia




  https://youtu.be/oh6zmayHkaw
Alfredo Bressano leva 1923 
 Fui preso prigioniero a Rodi e portato nel campo di Forbach. Qui per convincerci a passare con i Tedeschi, ci terrorizzarono fingendo di uccidere, a due a due dei prigionieri. Tuttavia, pochissimi firmarono e noi fummo inviati a lavorare nella miniera di carbone a 700 metri sotto terra. Lavoravamo 8 ore senza acqua e senza cibo e quando si risaliva ci veniva dato un pezzo di pane nero e una ciotola di brodaglia. Da settanta chili scesi a 29, ero un “sacco di pelle e ossa”. Fuori dalla miniera, in baracca, il lavoro più grande consisteva nello schiacciare i pidocchi. Come altri mi ammalai e fui messo in un corridoio in attesa della morte. Passò un prete e vedendomi in quelle condizioni mi somministrò l’Estrema Unzione, io sentendomi alla fine consegnai il portafoglio con i documenti ad un mio amico fraterno, Mario Rivetti di Neive, affinchè lo consegnasse ai genitori, ma non fu la mia ora e mi ripresi. Subii tanti maltrattamenti e a volte fui per reagire ma sempre mi trattenni nella speranza di poter tornare a vedere papà e mamma. Riuscìi a mettermi in contatto con la famiglia e ricevetti anche delle pagnotte di pane con dentro delle lettere inserite in pezzi di canna da mia sorella e così non soggette a censura. Mi raccontava tutto quello che succedeva qui a casa: dei partigiani e della guerra civile e anche dei lavori che svolgevano in campagna. Queste notizie mi aiutarono molto a non perdere la speranza di tornare. Quando tornai volli cercare di dimenticare e neppure mi informai se gli amici della prigionia si fossero salvati. Nel 2000, grazie a mio nipote Giorgio, anche se faticosamente, ho ricostruito la storia da quando partìi militare a quando tornai dal Campo di lavoro in Germania e l’ho dettata realizzando il libretto “Testimone”. Ho avuto piacere di raccontare questa parte di vita, perché credo che molte persone non credono siano successi dei fatti tanto atroci, eppure io li ho vissuti e garantisco che è la verità. Giorgio: 
 Scrivendo i fatti che il nonno mi raccontava mi immedesimavo e mi sembrava di rivivere quei momenti. Ho voluto mettere il titolo “Testimone” per indicare il passaggio della testimonianza vissuta dal nonno a me e mi sono assunto la responsabilità di trascrivere per tramandare e rendere note le brutture della guerra vissute dal nonno. 
LA MOGLIE DI ALFREDO:Tina Busso 


Anche mio fratello ebbe le stesse traversie. Anche lui dalla Grecia fu portato in Germania e tornò due giorni dopo Alfredo. Noi qui vivevamo pensando a loro e nella paura dei tedeschi dei fascisti e dei partigiani. A tutti davamo da mangiare e non sapevamo come comportarci. Venivano i nazi-fascisti e non volevano che aiutassimo i partigiani. Mia mamma che era una donna risoluta, una volta disse a un capitano tedesco: <noi aiutiamo tutti anche i Partigiani!>Il capitano fece una smorfia ma apprezzò la sincerità della mamma che decisa aggiunse:< abbiamo dei figli che non sappiamo se sono vivi o morti e speriamo che in Germania o in Russia li aiutino come facciamo noi!> I Tedeschi avevano messo il presidio a Murazzano e costringevano i giovani del 1924/25 che erano ancora a casa a nascondersi. Ricordo che quattro giovani rimasero per otto giorni sul soppalco del campanile della Chiesa senza né mangiare né bere.


BRESSANO ALFREDO RACCONTI DI SERRAVALLE

MARZO 2017

Con l’esempio dei nonni, realizzavamo tutto quanto ci serviva: dalle scope ai manici per attrezzi da lavoro, ai mobili. Non c’era nulla e non avevamo soldi!

Costruii tanti gioghi per gli animali, ne realizzai anche per i vicini, non solo per nostro uso. Usavo il legno di “obio” (Acero Spino) che è un legno resistente ma lavorabile con scalpelli e “cotèl ‘d doi mani” coltello a due manici. Fissavo il tronco ad un banco di legno con una morsa che lo tenesse ben fermo e lo lavoravo. Prima prendevo bene le misure all’animale per farlo su misura e quando era finito era una soddisfazione.

Utilizzai  i buoi a lavorare la terra finchè ebbi una cinquantina d’anni, poi acquistammo il primo trattore.

Comunque la passione per lavorare il legno mi è sempre rimasta ed ancora oggi a novant’anni uso le mani per lavorare un pezzo di legno se c’è da riparare un utensile. Sono attività che imparai da bambino!

 

Il materiale è disponibile, basta fermarlo “che ‘t peussi squarero” che si possa spianare e scolpire, e si ottiene il manico, il rastrello la pala,un paròt, quello che serve!

 

REALIZZAVO CESTE E CESTINI

Andavo nel bosco e tagliavo dei legni di castagno, a casa accendevo il forno e li mettevo al caldo affinchè fossero “coti” morbidi, con un coltello li incidevo a metà e poi li aprivo con le mani ottenendo tutte “Fette”  che fissavo ad un cavalletto che mi ero costruito e con il coltello a lama  li “squaravo”

                      
Cavalletto di Bruno Corsini San Benedetto Belbo
li spianavo perché fossero tutti uguali e potessero

essere flessibili senza rompersi. Poi questi pezzi

venivano adattati per intrecciare il fondo o i fianchi e

anche i manici. Erano robuste e duravano a lungo.

Realizzavo anche scope con la “meiretta” che avevo seminato e le utilizzavamo sia in casa che nel cortile.

Furono tutte attività che imparai da mio padre che a sua volta aveva appreso dai vecchi.


BERUTTI PIETRO Il comandante "Gino"








 

https://youtu.be/qXJQtjHGBo0  Alla "Presa DI ALBA"

  https://youtu.be/a_hzWorGLEA                                       

 Il COMANDANTE “Gino” PARTIGIANO PIETRO BERUTTI
Due anni fa(2011) alla Commemorazione del 25 Aprile a Valdivilla, fotografai alcuni partigiani noti e altri che non conoscevo. Mi ispiravano, il viso sempre birichino di “Favot”, quello sognante di “Freccia” e quello sofferente di “Gino” col fazzoletto azzurro, seduto sulla sponda del monumento. Mio padre mi aveva menzionato di “Gino” di “Pierre” Piero Ghiacci di “Romano Scagliola” Diaz di “ Walter” Boella Valerio”, ma il tempo aveva velato il ricordo. Guardai e riguardai quelle immagini che mi suscitavano positive emozioni e ispiravano fantasie collegate a ricordi e che rimanevano bozze virtuali. Fu l’amico Renato “maestro pasticciere” che mi accennò di aver conosciuto a Barbaresco un anziano con una storia interessante. Effettuai alcuni collegamenti e il cuore e nonno Nando mi suggerirono di ascoltarlo. Insistendo, riuscìi ad ottenere un incontro. Già al telefono la voce mi parve conosciuta, mi frullarono nuovamente sensazioni di relazioni tra nomi, luoghi e presenze eteree che mi davano gioia e serenità. Pietro Berutti del 1922 di Barbaresco, titolare della Cantina “La Spinona”, nato ad Alba con il papà Carlo originario di Neviglie. Mi chiese chi ero e mi presentai come il figlio di Michelino Fenocchio originario dei Tuninetti di Neviglie e “meccanico ciclista di Neive”, Pietro mi disse di aver conosciuto mio padre non solo come “riparatore della sua bicicletta” ma ancora prima, nel lontano 1932 quando con il fratello Vigin venivano ad Alba dai parenti Bocchino suoi vicini di casa. Il giorno dell’incontro ebbi la soluzione dell’evento e mi chiarìi che nella vita terrena si possono realizzare sogni che “il grande Burattinaio” dirige e rende possibili. Ho ascoltato tantissime persone e molte le ho perse ma Pietro è uno di quelli che era definito dovessi ritrovare qui sulle colline di Barbaresco con il palcoscenico sul fiume Tanaro. Il fiume di Michelino mio padre, di Michelino èr Postin, dei Portoné Mighin, Aurelio, Gidio, Gino e Rico Agnelli ma soprattutto il fiume di Pietro Berutti, il “comandante “Gino” e di Romana, la sua compagna da sessantotto anni. “Gino ha una voce chiara e sicura, un fluire dei ricordi che è la sceneggiatura di un film che avrò la fortuna di visionare per primo. Un grande onore e un dovere da assolvere con umiltà e rispetto per “Gino” e quei giovani che andarono avanti. Ascoltando il racconto di vita di “Gino” mi ritornano alla mente le parole dei tanti amici che ho avuto la fortuna di conoscere e che giunti al”patatrac”(come molti hanno denominato l’Armistizio), l’8 settembre 1943, mi hanno trasmesso le sensazioni di disorientamento che provarono. Oreste Francone 1921, Giacosa Gino 1924, Rivetti Dario 1921, Bosio Guido,1921 Pace Dario 1921, Bressano Alfredo 1921, Fenocchio Ernesto 1922 e molti altri mi hanno espresso da un lato la gioia nel sapere che qualcosa sarebbe cambiato ma anche la preoccupazione per come sarebbe andata. Tutti, seppur molto giovani, nel marasma del momento compresero che dovevano organizzarsi da soli e prendere decisioni che potevano costare la vita. Quelli che riuscirono ad evitare la prigionia o che riuscirono a fuggire scelsero sia pure a fatica, poiché non avrebbero mai voluto imbracciare un fucile, di opporsi alla dittatura fascista e all’invasione nazista. Queste sono le storie di Angelo Carmine “John”, di Edoardo Grimaldi, di Giovanni Negro”Negrito”di Neive, di Rossello Renzo”Foco” di Rocchetta Belbo, di Salvetti Renato di Dogliani, di Oreste Nano, Viglino Dante”Balilla”1930 e anche di giovani ragazze come Margherita Mo” Meghi” di Lequio Berria, Vincenzina Ruffino”Mary”di Neive, di Tersilla Fenoglio Oppedisano, “Trottolina” di Cerretto Langhe. E ancora, “Gino” mi ha confermato quanto disse Don Michele Balocco mio collega insegnante alla Media Macrino di Alba e grande maestro di vita:” …..loro(i partigiani)sapevano,senza tanti studi e senza tanti programmi, che la vita non è mai uno scherzo e che con la parola – Libertà - non si imbrattano i muri e le pagine dei giornali ma si formano delle salde coscienze, dei forti convincimenti, degli indistruttibili ideali, lontani da ipocriti alibi e da sporchi baratti. Lo sapevano. E morivano così. Senza chiedere nulla. Lasciando che il fulmine si avventasse sulle loro bestie, ma non che distruggesse le loro anime……..Non c’è altra strada da seguire per non morire. Occorre tornare alle sorgenti. Solo così saranno definitivamente rifiutati tutti i pagliacci e tutti i ciarlatani, ricacciati nelle fogne i mille approfittatori e avventurieri di ogni tempo. E i martiri di tutte le bandiere potranno finalmente riposare in pace.” 
   
A BARBARESCO
< Una Domenica, ero nel negozio dalla mia futura suocera “Emilia Massa Quassolo”, mi avvisarono che erano arrivati i “Repubblican”(fascisti). Uscii di corsa e infilai la porta del Castello che a quei tempi era abitato e mi buttai a gambe levate nel bosco di pini che era dietro, ora son tutti vigneti. C’erano trenta centimetri di neve e lasciavo delle orme che avrebbero segnalato il mio passaggio e neppure non potevo fermarmi perché se mi avessero inseguito mi avrebbero ucciso sicuramente. Mentre decidevo cosa fare girai gli occhi e vidi un passaggio, lo infilai senza sapere dove andasse. Procedetti per un po’ e mi trovai sull’orlo di un laghetto, era il fondo del pozzo del Castello. Attesi un po’ di tempo rimanendo ad ascoltare se vi fossero dei rumori, poi decisi di uscire. Però “son èntrò con èr muso e son sortì con èr cu!”(entrai in avanti e uscìi arretrando!” Era un piccolo cunicolo dove non ci si girava e pertanto cercando di non far rumore arretravo di tre passi gattonando e mi fermavo, finchè mi decisi di uscire nonostante sentissi parlare. Andò bene poiché i fascisti erano andati via e le voci erano di gente del paese che disputava sulla mia fine. Gino ha tante altre storie da raccontare e sarebbe bene che i giovani le conoscessero. Alcune me le ha già rivelate e mi hanno aiutato ad entrare nel periodo storico della sua giovinezza dove riuscivano a convivere con la paura e la povertà e senza voler essere eroi riuscirono a credere e combattere per dei valori che oggi consideriamo scontati ma sovente dimentichiamo. Ascoltando Gino e Romana ho compreso che la loro vita da giovani li temprò ad accettare le difficoltà e seppero impegnarsi per costruire serenità e pace.


Pietro Berutti 1922 il Comandante “Gino” Barbaresco

<Quel giorno eravamo alla Cascina Torretta di San Donato. Quando sentimmo il rumore della colonna di nazifascisti era ormai tardi per fuggire. Erano già nell’ultima curva dove poi c’è la strada che porta al Caffo di Neviglie. Con quattro salti ci portammo nella vigna sulla sinistra della cascina e di lì “oma sopataje” (abbiamo sparato). Ma presto ci rendemmo conto che potevamo fare ben poco contro le loro mitragliatrici “a quattro bocche”. Avevo con me una decina dei miei uomini di Barbaresco e con imprudenza(sènssa cognission) eravamo scesi ad affrontarli nella strada. Sostenemmo per un po’ la sparatoria poi dissi loro che era il momento di andare.

Già i proiettili sibilavano e iniziammo a correre a rotta di collo giù per il pendio di vigneti e "piovà" (terrazzamenti con dei salti che solo la giovinezza ci permetteva di effettuare. Si corse fino a Rocchetta e senza voltarci a guardare se ci inseguivano neh! Mentre si correva uno dei ragazzi mi urlò: “se arrivo al fondo sano e salvo domani vado a far la Comunione per ringraziare” Proprio lui che non frequentava la Chiesa!

Arrivati a Rocchetta non ci fermammo e continuammo a salire per giungere a Castino, nonostante gente del paese ci avesse fermato chiedendoci di sabotare la casa di un noto fascista! Non avendo avuto ordini non permisi ai miei Partigiani di entrare. A Castino trovammo subito una sistemazione e rimanemmo una decina di giorni. Da Castino ci spostammo allo Scorrone e poi, sempre a piedi tornammo a San Donato e fu lì che Poli mi destinò a Barbaresco. Paolo Farinetti era con il suo gruppo lì dove c’è Gaja e noi ci insediammo all’Ovello per controllare tutta la valle Tanaro. Avevamo due Bren piazzati che puntavano verso il Porto di Neive. Ricordo che un giorno venne il direttore della Cinzano il Dottor Ricaldone, per incontrarsi con Poli. Arrivò al Porto con il calesse e “l’autista-cocchiere”, io andai ad attenderlo e lo accompagnai da Poli. Quando se ne andò mi ringraziò e mi donò un bellissimo orologio con il marchio Cinzano che io però, consegnai a Piero Balbo.

Al termine della guerra questo Amministratore delegato mi propose di andare con lui a New York, io non accettai la proposta e venni qui a Barbaresco dove mi sposai. Se avessi accettato forse avrei fatto carriera in politica, ma io ero innamorato di Romana e feci un’altra scelta : coltivare vigneti. Sono ancora qui, alla cantina La Spinona e son quasi 70 anni che siamo sposati.>    


https://youtu.be/qXJQtjHGBo0                                    

 

ATTACCO SU ALBA DEL 15 APRILE 1945

<Alla presa di Alba del 15 Aprile, io ebbi l’incarico di sorvegliare con i miei uomini “Il sabotaggio del Molino Rizzoglio e della Centrale elettrica.” Comandavo la terza Colonna. Scendemmo da  Barbaresco e percorrendo le gallerie della ferrovia passammo sotto la galleria sulle rocche dove il Tanaro effettua un’ansa e vi sbuca il Torrente Cherasca. Lì davanti c’era il Seminario minore dove alloggiavano i fascisti. Noi arrivammo procedendo lungo l’argine che arrivava dal cimitero e passava dove ora c’è la rotonda e corso Torino. Sulla piazza del grande Peso Pubblico vi era una Torre dalla quale i repubblicani sparavano, ma noi riuscimmo a evitare i proiettili proteggendoci con la riva dell’argine, finchè giunse un piccolo carro armato che andò a girare dietro il vecchio campo sportivo e quindi alle nostre spalle e iniziò a effettuare una pioggia di fuoco. Fu così che dovemmo uscire allo scoperto e in quel frangente caddero colpiti  Valerio Boella Walter, Romano Scagliola Diaz, Marcello Montersino Giob, Solazzo Oronzo, Mereu Albino. Gino si mette le mani al viso e sussurra ”Abbiamo sbagliato tutto, ma eravamo giovani e inesperti e rischiavamo da incoscienti!”  Dal Seminario Minore sparavano, dalla torre del Peso sparavano, sparava il carro armato, a quel punto ordinai di fuggire e quando li vidi tutti al sicuro nella galleria ferroviaria, per ultimo, vedendo che i proiettili erano una pioggia nell’acqua della Cherasca pensai di rientrare attraversando il Tanaro sotto le rocche per arrivare da sotto a Barbaresco. Dove sfocia la Cherasca vi erano delle “Gore”(salici) e sapevo che sotto le rocche vi era “na roséla” (aquitrino di acqua corrente) dove avrei potuto attraversare il fiume. Con grande fatica percorsi il tragitto sotto i salici e un po’ piegato e un po’ a “Gatass”(a quattro zampe) arrivai dove c’era il porto di Barbaresco, attraversai con l’acqua alla gola, rischiando più di una volta di scivolare e di andare sotto.

Fui salvato da una ragazza(Adriana Alciati) sfollata da Genova  che viveva nel castello, vedendomi in difficoltà si tuffò e venne in mio aiuto. Ero stremato e riuscìi a salvarmi solo perché avevo ventidue anni, tanta forza e altrettanta incoscienza.

 

 

Boella Valerio “Walter”

e Montersino Marcello “Giob”

 

Il dieci Ottobre 1944, “Walter” aveva già partecipato alla prima occupazione di Alba e anche il 15 Aprile volle intervenire. Tutti i ragazzi fremevano all’idea di scendere ad Alba e liberarla definitivamente. La notte precedente, nessuno riuscì a chiudere occhio e anche Walter, che soffriva di ricorrenti emicranie, non riuscì a riposare. Tuttavia, al mattino, si presentò con un foulard attorno alle tempie e non volle sentir ragione, si avviò con noi e partecipò con vigore al combattimento finchè, esponendosi eccessivamente lo vedemmo cadere colpito in piena fronte. Toccò a me, in qualità di comandante, comunicare a Poli la perdita di Valerio e di Marcello. Anche Giob era un ragazzo che non aveva paura di niente e forse questo eccessivo coraggio gli costò la vita.