martedì 28 gennaio 2014

PACE DARIO ALPINO I.M.I.1923





Dario Pace Alpino
   1923 CERRETTO LANGHE
         Racconti di vita
          e di Prigionia

Testimonianza raccolta e trascritta
a cura di Beppe Fenocchio di Neive arguello

https://youtu.be/6fNxq_ltAdA            DARIO PACE 



Dario Pace dèr Castèl di Cerretto Langhe

Dario Pace, nato nel 1923 a Cerretto Langhe nella cascina del Castello mi riceve felice di sapere che abito ad Arguello, il paese del suo amico Gai Gepin. Si incontravano ogni tanto per raccontarsi delle loro storie di prigionia in Germania. Le loro case a Cerretto e Arguello si affacciano sulla valle che separa le “coste” dei due paesi. Dario mi dice: “una volta conoscevo tutti quelli di Arguello,  con Gepin eravamo coscritti e le stesse vicende nella prigionia e poi nella vita. Entrambi contadini, dopo la guerra abbiamo avuto fortuna di tornare e abbiamo lavorato finchè abbiamo potuto. Lui è già andato e io sono ancora qui a tribolare. Ricordo con piacere anche Carlucio ‘d Gal, ogni volta che ci trovavamo “o tacava a canté”(iniziava a cantare), sempre la stessa!

Nato a Cerretto nel 1923 da mamma Agostina, fui il primogenito di sei figli, tre maschi e tre femmine. Mio padre Vitale partecipò alla guerra del 1915/18 e fu Cavaliere di Vittorio Veneto. Quando tornò riprese a svolgere l’attività di agricoltore lavorando proprie vigne con l’aiuto di braccianti e buoi. Nella stalla vicino alla casa ha sempre allevato una mucca per il latte e qualche vitello con tre pecore per la produzione del formaggio. Non mancavano i maiali per i salami e un cavallo, indispensabile per portare le uve al mercato di Alba. Mentre mio padre si occupava della campagna, mia madre si prendeva cura di noi e collaborava nei campi e nella vigna. Nonostante fosse un’ottima contadina,Talo( abbreviazione di Vitale)mio padre non la portava mai al mercato, poiché a quei tempi le donne, e pure mia madre uscivano solo per andare a Messa e, in Inverno, per andare due volte la settimana dalle compaesane a “firé”(filare la lana) o a “taconé”(cucire e rattoppare). A quei tempi le donne si trovavano nelle stalle “a vijé” ma non perdevano l’occasione di lavorare in compagnia. Nelle stalle si stava meglio che in casa, poiché erano riscaldate dagli animali e quindi più confortevoli. La nostra prima televisione la mettemmo nella stalla! Prima dell’avvento della corrente elettrica, illuminavamo con i lumi a petrolio. Gli alimenti li conservavamo in cestini di vimini calati sul pelo dell’acqua del pozzo profondo e fresco.


Marchesato del Carretto

Mio bisnonno acquistò un’azienda dal Marchese del Carretto, che abitava ad Alba. Il podere comprendeva venti ettari di terreno e costò ventunomilalire, cifra che il mio “cé”(bisnonno ) non possedeva. Chiese dei prestiti ad amici che rimborsò con appezzamenti di terreno. Intanto io crescevo e appena giovincello i miei genitori mi iscrissero ai “Giovani fascisti”, corso preparatorio alla carriera militare che si teneva ogni sabato a Serravalle Langhe. Già durante la scuola noi ragazzi effettuavamo delle attività ginniche mirate alla preparazione militare, effettuavamo il tiro alla fune e il salto alla cavallina. 


Il 10 Settembre 1942 mi arrivò la cartolina precetto da Mondovì e fui arruolato nel 1° Reggimento alpini Battaglione Mondovì nella Caserma Galliano. A Gennaio fui trasferito a Garessio e a Febbraio a Gorizia, successivamente dalla Valle d’Isonzo fui trasferito a Tolmino nel Battaglione San Giorgio e vi rimasi fino ad agosto. Verso fine mese fummo inviati a campo d’Azzo sul Brennero, il primo Settembre al Passo della Mendola
 ( Il Passo della Mendola, (Mendelpass), (1.363m.) è un valico alpino. È una sella posta tra il monte Penegal e il monte Roen e situata su una catena montuosa, la Costiera della Mendola che a Nord Est strapiomba sulla Valle dell'Adige e a Sud Ovest digrada dolcemente verso la Val di Non.)



Rimanemmo accampati in una pineta, in condizioni pietose, senza mangiare né dormire, poi il comandante, il 7 Settembre decise di farci scendere a Bolzano per dar man forte al Battaglione Pieve di Teco. Procedendo nella boscaglia giungemmo per una mulattiera che incrociava una strada piana dalle quale arrivò un macchina tedesca con un capitano e due soldati. Questi intimò la resa al nostro tenente Colonnello. Non acconsentì e ci disse di risalire, ma nel frattempo si sentì l’ordine del capitano tedesco che comunicò alle batterie di Panzer di sparare. Caddero trentatre miei commilitoni e noi fummo presi prigionieri e obbligati a consegnare le armi. L’otto Settembre 1943 iniziò la mia vita da prigioniero. Il giovedì ci spostarono ad Appiano, un paesino a dieci chilometri da Bolzano. Dopo tre giorni, con altri settecento soldati fummo condotti, senza tante “sirimonie”(cerimonie) nella caserma di Bolzano e a mezzanotte dello stesso giorno ci caricarono proprio come bestie su dei carri bestiame che avevano la scritta “Cavalli 8 uomini 40) ma noi fummo stipati in 65-70 per vagone con finestrini con i reticolati). Attraversammo l’Austria  e arrivammo a Hokestein in Prussia orientale, in un campo di concentramento con circa 11.000 prigionieri.
Un mese dopo ci divisero in gruppi, io con altri venti fui inviato a raccogliere patate in una fattoria dove c’erano altri 25 soldati russi 14 ragazze polacche. I lavoro consisteva nel raccogliere patate e trebbiare la segale. Rimasi un mese in cascina a raccogliere patate e a trebbiare, poi fui trasferito a Mappen(al confine tra Germania e Olanda).Il viaggio durò due giorni e due notti con cibo per un solo pasto. Ci lasciavano mangiare le patate ma non le potevamo né spellare né cuocere, ma dalla fame le mangiavamo crude!”Son propi croie èr patate cruve!(sono proprio cattive le patate crude!)


A Mappen ci radunarono nel campo e ci fu rivolta la proposta di andare a combattere in Italia. L’alternativa sarebbe stata quella di rimanere a lavorare in miniera.
Su duemilacinquecento solo in ventisette scelsero la prima proposta, gli altri optammo per la prigionia e il lavoro in miniera, ci sembrava la soluzione più orgogliosa per dei soldati italiani.
Fui trasferito a Lünen, mi presero le impronte digitale e mi sottoposero ad una breve visita per valutare le mie condizioni di salute e nuovamente mi nominarono “minatore”!
Matricola 5600
Per undici mesi feci il turno del mattino, con tanto di sveglia alle tre per scendere sotto terra alle cinque. La nostra giornata tipo consisteva in un’adunata in cortile dove scendevamo a gruppi di 100 e venivamo contati a 5 alla volta. Eravamo chiamati per numero e bisognava rispondere con il numero in tedesco. Dovetti impararlo subito! Altrimenti erano botte! Uscivamo dai reticolati che cingevano il campo e sempre a gruppi di cinque passavamo dalla cucina per avere qualche pezzo di pane nero che doveva bastare per tutta la giornata. Prima di entrare in miniera passavamo in spogliatoio e ci vestivamo con canottiera nera e pantaloni blu scuro, prendevamo la lampada ad acido e scendevamo con l’ascensore per circa ottocento metri di profondità nella miniera di quattro piani. Su ciascuno dei piani lavoravano venti persone. L’ascensore viaggiava ad altissima velocità e noi venivamo scaraventati nel buio più totale in quelle condizioni. Arrivati al piano più profondo ci attendeva il trenino che ci trasportava in una galleria di due chilometri dove procedevamo all’estrazione del carbone. Vi era un condotto”na Canà” molto pendente entro il quale scorrreva il carbone, una volta mi cadde il cappello da alpino e non lo vidi più. Fui molto sconfortato, anche perché mi serviva per coprirmi gli occhi dalle polveri.
Alle due del pomeriggio uscivamo dalla cava, neri di di polvere e carbone. Le guardie ci concedevano una doccia fredda e molto rapida. Avevano sempre fretta e “it bitavo sempre pressa”(urlavano sempre <Snell, snell>), inoltre chi si attardava a lavarsi era punito. Arrivati al campo venivamo sottoposti al controllo dal maresciallo, aveva il compito di verificare che fossimo puliti. Quando riteneva che qualcuno non lo era, lo faceva trascinare nei bagni da due soldati che lo sfregavano violentemente con spazzole per bestie “èr brosse”! Alla Domenica si faceva la pulizia del campo: si pulivano i bagni, le baracche e si toglieva l’erba. Pulendo un bagno io mi procurai un profondo taglio ad una mano e mi fece infezione. I militari tedeschi mi dissero che non era nulla e che potevo lavorare con l’altra mano, fortunatamente il capo della miniera vedendomi soffrire mi concesse otto giorni di riposo. Per curare la ferita non c’era nessuno che mi degnasse di uno sguardo, mi rivolsi al barbiere, il quale con una lametta mi incise la ferita per far uscire la materia e disinfettarla. Dopo questo intervento fui ricoverato in una camera dove vi erano altri miei compagni moribondi. Dopo otto giorni mi inviarono al lavoro.
Un altro rischio
In varie occasioni, l’interprete ci aveva consigliato di consegnare soldi italiani o marchi tedeschi per evitare brutte situazioni. Io avevo ancora quattro biglietti da cento Lire con qualche immagine della Madonna e di Gesù e li volevo tenere come porta fortuna, speravo di tornare in Italia e li avrei subito spesi! Ma un Lunedì all’uscita dalla miniera, invece di ricevere il solito mestolo di brodaglia, fummo inquadrati nel salone della cucina, disposti su cinque file. Tre soldati e un maresciallo ci fecero lo “spoglio”. Consisteva nello spogliarsi completamente di scarpe e vestiario e farsi controllare se avevamo soldi. Controllavano i portafogli e persino i baveri delle giacche. Chi possedeva più di dieci lire veniva messo da parte per essere punito. Fortunatamente ero in ultima fila, ma cominciai a sudare di paura. Piano piano misi una mano in tasca ed estrassi i soldi, li stropicciai nel pugno e li lasciai cadere dietro di me sul pavimento. Quando fu il mio turno le guardie non videro i soldi e addirittura li calpestarono. La scampai! I cinque prigionieri trovati con i soldi , furono trascinati per le orecchie fuori dalla baracca e costretti a procedere strisciando con le ginocchia e i gomiti su di un percorso lastricato di pezzi di carbone tagliente. Dovettero ripetere il percorso finchè non ebbero ferite profonde in ogni parte del corpo e caddero stremati.


Altro bel ricordo!
Una domenica mattina, verso le otto ci riunirono inquadrati davanti alla baracca e chiesero se a qualcuno serviva del vestiario. Io alzai la mano per richiedere un paio di zoccoli, poiché quelli che avevo erano inservibili. Il capo con aria severa disse: “dietro front e mi tirò un calcio urlando di tornare a posto. Non chiesi mai più nulla e ringraziai il Signore per come era andata! Pazzo com’era, poteva anche sparami. Erano pazzi loro, ma cos’era peggio è che avevano dei metodi per fare impazzire noi! In mezzo a tanta cattiveria ho anche trovato della bontà. Per un po’ di tempo lavorai in miniera al montacarichi con un ragazzino tedesco che aveva 14 anni. Siccome lo aiutavo molto, lui riconoscente, ogni mattina mi portava pane e speck, io lo nascondevo e lo mangiavo in baracca di nascosto. Mi voleva bene quel ragazzo, il suo nome era Carl Heinz, ma un giorno non lo vidi più, lo destinarono al fronte “Ahrbheit front” e mi lasciarono da solo. Dopo alcuni giorni feci presente che da solo non riuscivo a effettuare tutto il lavoro ma il Capo mi rise in faccia. Una mattina, essendo in difficoltà a tirare due carrelli, lo feci presente al capo, questi come risposta mi ammollò un ceffone che mi fece imbestialire, non ci vidi più. Colto dalla furia gli scagliai il gancio tra le gambe e gli urlai in piemontese tutta una serie di “improperie” e di epiteti ,poi andai a sedermi pronto anche a morire, poiché non ne potevo più. Il capo, evidentemente capì che aveva torto e non mi disse nulla, anzi andò a procurare i due carrelli e rischiando in prima persona. Mi venne la tentazione di spingerlo, ma il buon senso ebbe il sopravvento. Alla sera mi diede un mezzo pacchetto sigarette Milit  senza dirmi nulla.

Mi trasferì in una galleria dove si effettuavano fori nella roccia con dei martelli pneumatici e punte da 50 cm. In questi fori venivano inseriti candelotti di dinamite e si procuravano esplosioni per scoprire nuove vene di carbone.

Da Lünen al campo di Hamm

Alla miniera di Hamm ci fu un’ esplosione che distrusse gran parte del campo, così trasferirono tutti i prigionieri rimasti nel nostro campo. Con l’ aumento del numero di prigionieri salì anche il livello della fame e fummo messi a dura prova. Si cercava di recuperare tutto ciò che poteva aiutarci a sopravvivere. Le bucce di patate o di barbabietole erano tenute come tesori e a volte venivano mangiate anche se marce. Mi ricordo di un mio compagno di Serravalle Langhe che era molto alto e aveva sempre fame, più ancora di me. Dopo un bombardamento si seppe che dietro una baracca c’era un maiale morto. Lui, con altri, senza esitare, nella notte andarono a prendere della carne che già puzzava e la mangiarono. Tuttavia, questo giovane non morì né di fame né per aver mangiato carne avariata. Quando avvenne il bombardamento, fu colpito un rifugio con 99 persone, tra cui 18 ragazze addette alla contabilità di ben altre 5 miniere. Venti di noi fummo tenuti fuori dalle miniere per effettuare lavoro di ripristino del campo, risistemammo gli uffici, alcune tubature ed effettuammo altri lavori. Rimanemmo poi in 19, poiché un mio compagno del brich di Cerretto Langhe fu scoperto a far cuocere delle patate e perciò punito e reinviato in miniera, morì di stenti nella miniera di Branbau. Dopo un po’ di tempo il maresciallo ci radunò e disse < i due che non chiamo rimangono a lavorare nel campo, gli altri tornano in miniera>. Sperai fortemente di non tornare in miniera, poiché sentivo che sarei morto. Il grisou mi faceva bruciare gli occhi e inoltre non riuscivo a respirare! Rimanemmo fuori io e Carlo di Serravalle. Lui non aveva paura di nulla, e durante un altro bombardamento non venne a ripararsi nel rifugio anti-aereo e rimase schiacciato sotto una struttura di cemento armato.


Il comandante italiano !

Voglio precisare che il comandante del campo di Hamm era un ufficiale italiano. Questi si rivelò veramente “croi”(cattivo crudele) fece ogni sorta di “dèsdèsi”, fu quello che punì i possessori di soldi, che mi diede il calcione nel sedere perché avevo chiesto gli zoccoli. Inoltre in occasione di un trasferimento a Branbau per la disinfezione, ci facevano marciare per sei chilometri, all’ultima salita , non so perché, mi spinse e mi fece ruzzolare in fondo. Non mi rivoltai, ma lui non ebbe vita lunga, il giorno dopo tornò dal lavoro che era malconcio: “ i suoi stessi compagni italiani lo avevano “Saccato”(Picchiato con tubi di gomma), per fargli pagare le angherie a cui li sottoponeva per mettersi in mostra con i tedeschi. Non lo vedemmo più, non so che fine fece, ma dubito sia sopravvissuto.

LA FINE!
Già da qualche giorno si erano intensificati i bombardamenti. Ci fecero marciare fino ad una miniera inattiva e dovemmo entrare per circa duecento metri. Vi era solo polvere, e dopo alcune ore capimmo che le nostre guardie ci avevano lasciati. Temendo che volessero seppellirci vivi, uscimmo e trovammo cinque tedeschi in bicicletta che ci fecero nuovamente marciare. La colonna era molto lunga e ad un certo punto ci accorgemmo che le guardie erano scomparse, ci avevano mollati in un bosco della Rhur senza mangiare e senza acqua. L’ultimo tedesco che fuggiva ci disse di andare avanti che avremmo incontrato i “Tom”(gli americani). Tuttavia  non sapevamo che fare. Vedemmo una cascina in lontananza e decidemmo di andare in pochi alla volta a chiedere da mangiare. Eravamo in tre di Cerretto, uno di Monforte e uno di Roccaforte di Mondovì. Ci diedero un po’ di brodaglia  poiché compresero che eravamo italiani, ai russi che facevano i prepotenti non davano nulla.
Per dodici giorni vagammo per i bosch,i”iero ‘d gnun
(eravamo di nessuno). I tedeschi erano fuggiti e gli americani avevano superato la linea Maginot poi erano arretrati. Arrivammo ad un fienile e scegliemmo di utilizzarlo per la notte. Il mio compagno Paolo Rinaldi salì per controllare il posto e dall’alto vide in lontananza una casa con la bandiera bianca. Raggiungemmo la cascina e fummo ospitati da una giovane coppia che ci diede un pentolone di minestra e ci disse che per la notte potevamo sistemarci dove c’erano già cinque olandesi. Intanto i colpi di cannone erano sempre più vicini e dicevamo che presto sarebbero arrivati i liberatori. Infatti la mattina seguente andando a cercare un’altra casa che ci desse da mangiare, una donna ci disse che sulla strada “Grossa”(Grande principale) avremmo trovato gli americani. Non poterono prenderci con loro ma ci diedero sigarette, cioccolato e cheving gum. Quando arrivarono con il “presidio” ci sistemarono nel campo sportivo del paese e attendemmo che ci facessero rientrare. Rimanemmo per qualche giorno con gli americani poi passammo con gli inglesi. Questi “blagavo”(si davano arie!) ma non avevano le disponibilità degli americani. Ci portarono a Dusseldorf e da qui in treno passammo a Münster, a Dortmund e a Monaco di Baviera. Per salire a  Innsbruck formarono tre tradotte ognuna con una macchina. Per scendere a Bressanone le unirono e divenne un unico convoglio di 42 vagoni. A causa delle piogge il ponte sull’Isarco divenne pericolante e così ci fecero scendere e dovemmo raggiungere Bressanone a piedi, qui ci caricarono sui camion e ci portarono a Pescantina dove ci disinfettarono.
Dopo alcuni giorni ci congedarono. A Torino e poi a Bra, tantissime persone ci chiedevano notizie di loro congiunti, ma eravamo così tanti che fu impossibile fornire informazioni. 
Ad Alba attraversammo il Tanaro con un barcone poiché il ponte era crollato. In Alba fummo accompagnati all’Oratorio di San Secondo e Don Vitale Demaria ci consigliò di pernottare presso di loro poiché in collina c’erano ancora i partigiani e poteva essere pericoloso viaggiare di notte. Il mio compagno Conterno avrebbe voluto rientrare a Cerretto al più presto poiché non aveva notizie dei suoi che erano da”masoè”(Mezzadri) e allora ci avviammo a piedi e alle due e mezza di notte arrivammo a Tre Cunei. Il mio amico Amilcare incontrò suo zio al Peso e lo accompagnò a casa. Io incontrai mio padre e “mè Parin”(mio padre e mio padrino) che nonostante l’età mi venivano incontro. Furono emozioni forti, ma finalmente ero a casa.

Era il 12 Agosto 1945 giorno della festa di Feisoglio. Non riconoscevo più le mie sorelle e mio fratello, ero stato via tre lunghi anni. Le situazioni vissute mi segnarono l’esistenza . Non riuscìi più né ad allontanarmi da casa né a frequentare “I bordèi”(Luoghi con tanta gente). Ho passato talmente tante peripezie che non so come ho fatto ad arrivare fin qui.

domenica 17 novembre 2013

Sivorin Beppe Priolo Cantavano i nostri nonni! E noi.........

Cantavano i nostri nonni! E noi…… Sivorin Negli anni settanta, nelle case e nelle osterie di Langa ogni occasione era buona per mangiare due friceu(frittelle) e cantarne due con l’accompagnamento di una fisarmonica e strumenti impropri. Sivorin,al secolo Beppe Priolo, originario di Bosia e Arguello era un artista del fischiare e del suonare strumenti come: la zucca,due cucchiai sulla mano,il manico della scopa sul pavimento, il cucchiaio dentro la bottiglia e anche la fisarmonica e l’armonica a bocca. Ma dal soprannome il suo strumento preferito era il “Sivorè”(fischiare).Partecipò alla Corrida e ad altre trasmissioni presso Televisioni private, ma la sua passione erano le fiere, le feste paesane e le osterie. Se ne andò in cielo proprio quando da Torino era riuscito a tornare a vivere a Bosia. Di Beppe “Sivorin” conservo un’armonica a bocca e il ricordo della sua simpatia. Voglio onorarlo inserendolo tra altri appassionati di musica popolare che sempre negli anni settanta si riunivano in Osteria e recuperavano i canti dei loro padri. ) L’emozione di ascoltare una musicassetta anni settanta Renzo Promio di Albaretto Torre mi ha prestato una musicassetta che suona ancora e fu registrata da Fenoglio di Serravalle, cultore di canti popolari. Le voci sono quelle di Promio Giovanni di Albaretto Torre ,di Dellaferrera di Serravalle e Travaglio di Bossolasco oltre al “tecnico del suono” Fenoglio. Mi piace ricordare ancora un aneddoto raccontato da Renzo e descritto nella foto allegata. Al termine di ogni serata canterina vi era Vigin ‘d Mini che per esprimere la gioia e l’apprezzamento della cantata effettuava “r’èrbo” l’albero sul tavolo. Questi ricordi la dicono lunga sulla serenità che si viveva in Langa cinquant’anni orsono. Voglio però segnalare che vi sono persone che ancora nel 2013 sanno apprezzare un incontro per intonare canti di un tempo. Alla Cà del Coco di Arguello, come testimonia l’immagine si sono incontrati Fabrizio,Elio (anche se febbricitante),Luigi, Piero, Stefano,Renzo, Silvio, Mariolin, Alessandro, Clara,Ilva e Fiorenza e hanno richiamato alla voce e alla memoria molti canti di una volta. Ne trascrivo due e invito, dove fosse possibile, a chiedere a padri e madri di cantare o fischiare o suonare. Garantisco che l’allegria sarà contagiosa. LA STRADA CHE CONDUCE A CASA MIA La strada che conduce a casa mia Tra verdi campi e profumi di gaggia Profumo, ricordo del passato ,la vecchia casa dove sono nato. Un giorno tornerò. Un giorno tornerò. Son già passate tante primavere E come allor mi par di rivedere Le verdi valli i limpidi orizzonti Al dolce mormorio delle fonti Socchiudo gli occhi ma dormir non posso Mio bel paese un giorno tornerò. Un giorno tornerò un giorno tornerò. Son già passate tante primavere E come allor mi par di rivedere Le verdi valli i limpidi orizzonti Al dolce mormorio delle fonti Socchiudo gli occhi ma dormir non posso Mio bel paese un giorno tornerò. Un giorno tornerò un giorno tornerò. Se la LANGA è così Io sono un contadino, mi piace bere vino a pasteggiar E se la vita è dura , io non ho paura di lavorar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Mi piaccion le ragazze che vanno sulle piazze a passeggiar Che cercano marito distinto e ben nutrito, che sappia lavar piatti e cucinar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Io sono un po’ poeta, compongo le canzoni, mi piaccion le emozioni del cantar, e vado con gli amici facciamo le nottate in lunghe tavolate a bere ed a mangiar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar! Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera, che io mangia e io beva voglio cantar! Andiamo per paesi, da Lequio a Niella Belbo Da Serravalle a Arguello all’imbrunir, ci piace l’allegria in buona compagnia a bere ed a cantar. Se la langa è così, ogni giorno e ogni sera,che io mangia e io beva voglio cantar

lunedì 14 ottobre 2013

Visssero nell’odio….hanno imparato ad amare. La Maestra Rosa 1913,Renato1923, Alfredo, Dario, Gino,Filippo, Ernesto, sono miei amici degli anni venti che ho voluto ascoltare per conoscere meglio la Storia dei periodi della guerra del quaranta e di riflesso di quella del ‘15/’18. Come diceva il mio insegnante Domenico “delle guerre non ci devono interessare le date ma le persone che le vissero e cercare di approfondire le loro emozioni.” Di certe guerre bisogna leggere molti libri e riuscire a comprendere come vissero persone di epoche così lontane. Per la prima e seconda guerra mondiale è sicuramente possibile conoscere quali furono le vicende che condizionarono la vita dei nostri nonni, padri, zii, fratelli leggendo libri o visionando film e documentari. Ma il dubbio che sorge è quanti siano quelli che hanno rimosso i ricordi delle guerre con la scusa che “quelle sono passate e invece continuano ad esserci focolai di guerra in tutto il mondo!” oppure “ bisogna guardare avanti!”. La mia preoccupazione è rivolta sia agli adulti che ai giovani e bambini, poiché ho la sensazione che la loro “memoria” abbia una lacuna: ricordare. Tuttavia è sufficiente aiutarli a colmare il vuoto di questo periodo “giovanile”. Arrivati alla fase anziana la memoria antica funzionerà bene e trainerà anche quella dei padri e dei nonni. Questa convinzione mi è stata confermata dai tanti amici che ho avuto modo di ascoltare. Alla domanda : Ho sempre avuto risposte di questo tipo:< Non ricordo cosa ho fatto un’ora fa ma ricordo quando avevo quattro o cinque anni!.> Ecco perché sento forte il dovere di raccontare le storie di vita che scopro avvolte di quei valori che la modernità ritiene superati. Ogni semplice storia recuperata e trascritta sarà utile agli anziani di domani.

Bressano Alfredo1923 "Testimone" del Campo di prigionia




  https://youtu.be/oh6zmayHkaw
Alfredo Bressano leva 1923 
 Fui preso prigioniero a Rodi e portato nel campo di Forbach. Qui per convincerci a passare con i Tedeschi, ci terrorizzarono fingendo di uccidere, a due a due dei prigionieri. Tuttavia, pochissimi firmarono e noi fummo inviati a lavorare nella miniera di carbone a 700 metri sotto terra. Lavoravamo 8 ore senza acqua e senza cibo e quando si risaliva ci veniva dato un pezzo di pane nero e una ciotola di brodaglia. Da settanta chili scesi a 29, ero un “sacco di pelle e ossa”. Fuori dalla miniera, in baracca, il lavoro più grande consisteva nello schiacciare i pidocchi. Come altri mi ammalai e fui messo in un corridoio in attesa della morte. Passò un prete e vedendomi in quelle condizioni mi somministrò l’Estrema Unzione, io sentendomi alla fine consegnai il portafoglio con i documenti ad un mio amico fraterno, Mario Rivetti di Neive, affinchè lo consegnasse ai genitori, ma non fu la mia ora e mi ripresi. Subii tanti maltrattamenti e a volte fui per reagire ma sempre mi trattenni nella speranza di poter tornare a vedere papà e mamma. Riuscìi a mettermi in contatto con la famiglia e ricevetti anche delle pagnotte di pane con dentro delle lettere inserite in pezzi di canna da mia sorella e così non soggette a censura. Mi raccontava tutto quello che succedeva qui a casa: dei partigiani e della guerra civile e anche dei lavori che svolgevano in campagna. Queste notizie mi aiutarono molto a non perdere la speranza di tornare. Quando tornai volli cercare di dimenticare e neppure mi informai se gli amici della prigionia si fossero salvati. Nel 2000, grazie a mio nipote Giorgio, anche se faticosamente, ho ricostruito la storia da quando partìi militare a quando tornai dal Campo di lavoro in Germania e l’ho dettata realizzando il libretto “Testimone”. Ho avuto piacere di raccontare questa parte di vita, perché credo che molte persone non credono siano successi dei fatti tanto atroci, eppure io li ho vissuti e garantisco che è la verità. Giorgio: 
 Scrivendo i fatti che il nonno mi raccontava mi immedesimavo e mi sembrava di rivivere quei momenti. Ho voluto mettere il titolo “Testimone” per indicare il passaggio della testimonianza vissuta dal nonno a me e mi sono assunto la responsabilità di trascrivere per tramandare e rendere note le brutture della guerra vissute dal nonno. 
LA MOGLIE DI ALFREDO:Tina Busso 


Anche mio fratello ebbe le stesse traversie. Anche lui dalla Grecia fu portato in Germania e tornò due giorni dopo Alfredo. Noi qui vivevamo pensando a loro e nella paura dei tedeschi dei fascisti e dei partigiani. A tutti davamo da mangiare e non sapevamo come comportarci. Venivano i nazi-fascisti e non volevano che aiutassimo i partigiani. Mia mamma che era una donna risoluta, una volta disse a un capitano tedesco: <noi aiutiamo tutti anche i Partigiani!>Il capitano fece una smorfia ma apprezzò la sincerità della mamma che decisa aggiunse:< abbiamo dei figli che non sappiamo se sono vivi o morti e speriamo che in Germania o in Russia li aiutino come facciamo noi!> I Tedeschi avevano messo il presidio a Murazzano e costringevano i giovani del 1924/25 che erano ancora a casa a nascondersi. Ricordo che quattro giovani rimasero per otto giorni sul soppalco del campanile della Chiesa senza né mangiare né bere.


BRESSANO ALFREDO RACCONTI DI SERRAVALLE

MARZO 2017

Con l’esempio dei nonni, realizzavamo tutto quanto ci serviva: dalle scope ai manici per attrezzi da lavoro, ai mobili. Non c’era nulla e non avevamo soldi!

Costruii tanti gioghi per gli animali, ne realizzai anche per i vicini, non solo per nostro uso. Usavo il legno di “obio” (Acero Spino) che è un legno resistente ma lavorabile con scalpelli e “cotèl ‘d doi mani” coltello a due manici. Fissavo il tronco ad un banco di legno con una morsa che lo tenesse ben fermo e lo lavoravo. Prima prendevo bene le misure all’animale per farlo su misura e quando era finito era una soddisfazione.

Utilizzai  i buoi a lavorare la terra finchè ebbi una cinquantina d’anni, poi acquistammo il primo trattore.

Comunque la passione per lavorare il legno mi è sempre rimasta ed ancora oggi a novant’anni uso le mani per lavorare un pezzo di legno se c’è da riparare un utensile. Sono attività che imparai da bambino!

 

Il materiale è disponibile, basta fermarlo “che ‘t peussi squarero” che si possa spianare e scolpire, e si ottiene il manico, il rastrello la pala,un paròt, quello che serve!

 

REALIZZAVO CESTE E CESTINI

Andavo nel bosco e tagliavo dei legni di castagno, a casa accendevo il forno e li mettevo al caldo affinchè fossero “coti” morbidi, con un coltello li incidevo a metà e poi li aprivo con le mani ottenendo tutte “Fette”  che fissavo ad un cavalletto che mi ero costruito e con il coltello a lama  li “squaravo”

                      
Cavalletto di Bruno Corsini San Benedetto Belbo
li spianavo perché fossero tutti uguali e potessero

essere flessibili senza rompersi. Poi questi pezzi

venivano adattati per intrecciare il fondo o i fianchi e

anche i manici. Erano robuste e duravano a lungo.

Realizzavo anche scope con la “meiretta” che avevo seminato e le utilizzavamo sia in casa che nel cortile.

Furono tutte attività che imparai da mio padre che a sua volta aveva appreso dai vecchi.


BERUTTI PIETRO Il comandante "Gino"








 

https://youtu.be/qXJQtjHGBo0  Alla "Presa DI ALBA"

  https://youtu.be/a_hzWorGLEA                                       

 Il COMANDANTE “Gino” PARTIGIANO PIETRO BERUTTI
Due anni fa(2011) alla Commemorazione del 25 Aprile a Valdivilla, fotografai alcuni partigiani noti e altri che non conoscevo. Mi ispiravano, il viso sempre birichino di “Favot”, quello sognante di “Freccia” e quello sofferente di “Gino” col fazzoletto azzurro, seduto sulla sponda del monumento. Mio padre mi aveva menzionato di “Gino” di “Pierre” Piero Ghiacci di “Romano Scagliola” Diaz di “ Walter” Boella Valerio”, ma il tempo aveva velato il ricordo. Guardai e riguardai quelle immagini che mi suscitavano positive emozioni e ispiravano fantasie collegate a ricordi e che rimanevano bozze virtuali. Fu l’amico Renato “maestro pasticciere” che mi accennò di aver conosciuto a Barbaresco un anziano con una storia interessante. Effettuai alcuni collegamenti e il cuore e nonno Nando mi suggerirono di ascoltarlo. Insistendo, riuscìi ad ottenere un incontro. Già al telefono la voce mi parve conosciuta, mi frullarono nuovamente sensazioni di relazioni tra nomi, luoghi e presenze eteree che mi davano gioia e serenità. Pietro Berutti del 1922 di Barbaresco, titolare della Cantina “La Spinona”, nato ad Alba con il papà Carlo originario di Neviglie. Mi chiese chi ero e mi presentai come il figlio di Michelino Fenocchio originario dei Tuninetti di Neviglie e “meccanico ciclista di Neive”, Pietro mi disse di aver conosciuto mio padre non solo come “riparatore della sua bicicletta” ma ancora prima, nel lontano 1932 quando con il fratello Vigin venivano ad Alba dai parenti Bocchino suoi vicini di casa. Il giorno dell’incontro ebbi la soluzione dell’evento e mi chiarìi che nella vita terrena si possono realizzare sogni che “il grande Burattinaio” dirige e rende possibili. Ho ascoltato tantissime persone e molte le ho perse ma Pietro è uno di quelli che era definito dovessi ritrovare qui sulle colline di Barbaresco con il palcoscenico sul fiume Tanaro. Il fiume di Michelino mio padre, di Michelino èr Postin, dei Portoné Mighin, Aurelio, Gidio, Gino e Rico Agnelli ma soprattutto il fiume di Pietro Berutti, il “comandante “Gino” e di Romana, la sua compagna da sessantotto anni. “Gino ha una voce chiara e sicura, un fluire dei ricordi che è la sceneggiatura di un film che avrò la fortuna di visionare per primo. Un grande onore e un dovere da assolvere con umiltà e rispetto per “Gino” e quei giovani che andarono avanti. Ascoltando il racconto di vita di “Gino” mi ritornano alla mente le parole dei tanti amici che ho avuto la fortuna di conoscere e che giunti al”patatrac”(come molti hanno denominato l’Armistizio), l’8 settembre 1943, mi hanno trasmesso le sensazioni di disorientamento che provarono. Oreste Francone 1921, Giacosa Gino 1924, Rivetti Dario 1921, Bosio Guido,1921 Pace Dario 1921, Bressano Alfredo 1921, Fenocchio Ernesto 1922 e molti altri mi hanno espresso da un lato la gioia nel sapere che qualcosa sarebbe cambiato ma anche la preoccupazione per come sarebbe andata. Tutti, seppur molto giovani, nel marasma del momento compresero che dovevano organizzarsi da soli e prendere decisioni che potevano costare la vita. Quelli che riuscirono ad evitare la prigionia o che riuscirono a fuggire scelsero sia pure a fatica, poiché non avrebbero mai voluto imbracciare un fucile, di opporsi alla dittatura fascista e all’invasione nazista. Queste sono le storie di Angelo Carmine “John”, di Edoardo Grimaldi, di Giovanni Negro”Negrito”di Neive, di Rossello Renzo”Foco” di Rocchetta Belbo, di Salvetti Renato di Dogliani, di Oreste Nano, Viglino Dante”Balilla”1930 e anche di giovani ragazze come Margherita Mo” Meghi” di Lequio Berria, Vincenzina Ruffino”Mary”di Neive, di Tersilla Fenoglio Oppedisano, “Trottolina” di Cerretto Langhe. E ancora, “Gino” mi ha confermato quanto disse Don Michele Balocco mio collega insegnante alla Media Macrino di Alba e grande maestro di vita:” …..loro(i partigiani)sapevano,senza tanti studi e senza tanti programmi, che la vita non è mai uno scherzo e che con la parola – Libertà - non si imbrattano i muri e le pagine dei giornali ma si formano delle salde coscienze, dei forti convincimenti, degli indistruttibili ideali, lontani da ipocriti alibi e da sporchi baratti. Lo sapevano. E morivano così. Senza chiedere nulla. Lasciando che il fulmine si avventasse sulle loro bestie, ma non che distruggesse le loro anime……..Non c’è altra strada da seguire per non morire. Occorre tornare alle sorgenti. Solo così saranno definitivamente rifiutati tutti i pagliacci e tutti i ciarlatani, ricacciati nelle fogne i mille approfittatori e avventurieri di ogni tempo. E i martiri di tutte le bandiere potranno finalmente riposare in pace.” 
   
A BARBARESCO
< Una Domenica, ero nel negozio dalla mia futura suocera “Emilia Massa Quassolo”, mi avvisarono che erano arrivati i “Repubblican”(fascisti). Uscii di corsa e infilai la porta del Castello che a quei tempi era abitato e mi buttai a gambe levate nel bosco di pini che era dietro, ora son tutti vigneti. C’erano trenta centimetri di neve e lasciavo delle orme che avrebbero segnalato il mio passaggio e neppure non potevo fermarmi perché se mi avessero inseguito mi avrebbero ucciso sicuramente. Mentre decidevo cosa fare girai gli occhi e vidi un passaggio, lo infilai senza sapere dove andasse. Procedetti per un po’ e mi trovai sull’orlo di un laghetto, era il fondo del pozzo del Castello. Attesi un po’ di tempo rimanendo ad ascoltare se vi fossero dei rumori, poi decisi di uscire. Però “son èntrò con èr muso e son sortì con èr cu!”(entrai in avanti e uscìi arretrando!” Era un piccolo cunicolo dove non ci si girava e pertanto cercando di non far rumore arretravo di tre passi gattonando e mi fermavo, finchè mi decisi di uscire nonostante sentissi parlare. Andò bene poiché i fascisti erano andati via e le voci erano di gente del paese che disputava sulla mia fine. Gino ha tante altre storie da raccontare e sarebbe bene che i giovani le conoscessero. Alcune me le ha già rivelate e mi hanno aiutato ad entrare nel periodo storico della sua giovinezza dove riuscivano a convivere con la paura e la povertà e senza voler essere eroi riuscirono a credere e combattere per dei valori che oggi consideriamo scontati ma sovente dimentichiamo. Ascoltando Gino e Romana ho compreso che la loro vita da giovani li temprò ad accettare le difficoltà e seppero impegnarsi per costruire serenità e pace.


Pietro Berutti 1922 il Comandante “Gino” Barbaresco

<Quel giorno eravamo alla Cascina Torretta di San Donato. Quando sentimmo il rumore della colonna di nazifascisti era ormai tardi per fuggire. Erano già nell’ultima curva dove poi c’è la strada che porta al Caffo di Neviglie. Con quattro salti ci portammo nella vigna sulla sinistra della cascina e di lì “oma sopataje” (abbiamo sparato). Ma presto ci rendemmo conto che potevamo fare ben poco contro le loro mitragliatrici “a quattro bocche”. Avevo con me una decina dei miei uomini di Barbaresco e con imprudenza(sènssa cognission) eravamo scesi ad affrontarli nella strada. Sostenemmo per un po’ la sparatoria poi dissi loro che era il momento di andare.

Già i proiettili sibilavano e iniziammo a correre a rotta di collo giù per il pendio di vigneti e "piovà" (terrazzamenti con dei salti che solo la giovinezza ci permetteva di effettuare. Si corse fino a Rocchetta e senza voltarci a guardare se ci inseguivano neh! Mentre si correva uno dei ragazzi mi urlò: “se arrivo al fondo sano e salvo domani vado a far la Comunione per ringraziare” Proprio lui che non frequentava la Chiesa!

Arrivati a Rocchetta non ci fermammo e continuammo a salire per giungere a Castino, nonostante gente del paese ci avesse fermato chiedendoci di sabotare la casa di un noto fascista! Non avendo avuto ordini non permisi ai miei Partigiani di entrare. A Castino trovammo subito una sistemazione e rimanemmo una decina di giorni. Da Castino ci spostammo allo Scorrone e poi, sempre a piedi tornammo a San Donato e fu lì che Poli mi destinò a Barbaresco. Paolo Farinetti era con il suo gruppo lì dove c’è Gaja e noi ci insediammo all’Ovello per controllare tutta la valle Tanaro. Avevamo due Bren piazzati che puntavano verso il Porto di Neive. Ricordo che un giorno venne il direttore della Cinzano il Dottor Ricaldone, per incontrarsi con Poli. Arrivò al Porto con il calesse e “l’autista-cocchiere”, io andai ad attenderlo e lo accompagnai da Poli. Quando se ne andò mi ringraziò e mi donò un bellissimo orologio con il marchio Cinzano che io però, consegnai a Piero Balbo.

Al termine della guerra questo Amministratore delegato mi propose di andare con lui a New York, io non accettai la proposta e venni qui a Barbaresco dove mi sposai. Se avessi accettato forse avrei fatto carriera in politica, ma io ero innamorato di Romana e feci un’altra scelta : coltivare vigneti. Sono ancora qui, alla cantina La Spinona e son quasi 70 anni che siamo sposati.>    


https://youtu.be/qXJQtjHGBo0                                    

 

ATTACCO SU ALBA DEL 15 APRILE 1945

<Alla presa di Alba del 15 Aprile, io ebbi l’incarico di sorvegliare con i miei uomini “Il sabotaggio del Molino Rizzoglio e della Centrale elettrica.” Comandavo la terza Colonna. Scendemmo da  Barbaresco e percorrendo le gallerie della ferrovia passammo sotto la galleria sulle rocche dove il Tanaro effettua un’ansa e vi sbuca il Torrente Cherasca. Lì davanti c’era il Seminario minore dove alloggiavano i fascisti. Noi arrivammo procedendo lungo l’argine che arrivava dal cimitero e passava dove ora c’è la rotonda e corso Torino. Sulla piazza del grande Peso Pubblico vi era una Torre dalla quale i repubblicani sparavano, ma noi riuscimmo a evitare i proiettili proteggendoci con la riva dell’argine, finchè giunse un piccolo carro armato che andò a girare dietro il vecchio campo sportivo e quindi alle nostre spalle e iniziò a effettuare una pioggia di fuoco. Fu così che dovemmo uscire allo scoperto e in quel frangente caddero colpiti  Valerio Boella Walter, Romano Scagliola Diaz, Marcello Montersino Giob, Solazzo Oronzo, Mereu Albino. Gino si mette le mani al viso e sussurra ”Abbiamo sbagliato tutto, ma eravamo giovani e inesperti e rischiavamo da incoscienti!”  Dal Seminario Minore sparavano, dalla torre del Peso sparavano, sparava il carro armato, a quel punto ordinai di fuggire e quando li vidi tutti al sicuro nella galleria ferroviaria, per ultimo, vedendo che i proiettili erano una pioggia nell’acqua della Cherasca pensai di rientrare attraversando il Tanaro sotto le rocche per arrivare da sotto a Barbaresco. Dove sfocia la Cherasca vi erano delle “Gore”(salici) e sapevo che sotto le rocche vi era “na roséla” (aquitrino di acqua corrente) dove avrei potuto attraversare il fiume. Con grande fatica percorsi il tragitto sotto i salici e un po’ piegato e un po’ a “Gatass”(a quattro zampe) arrivai dove c’era il porto di Barbaresco, attraversai con l’acqua alla gola, rischiando più di una volta di scivolare e di andare sotto.

Fui salvato da una ragazza(Adriana Alciati) sfollata da Genova  che viveva nel castello, vedendomi in difficoltà si tuffò e venne in mio aiuto. Ero stremato e riuscìi a salvarmi solo perché avevo ventidue anni, tanta forza e altrettanta incoscienza.

 

 

Boella Valerio “Walter”

e Montersino Marcello “Giob”

 

Il dieci Ottobre 1944, “Walter” aveva già partecipato alla prima occupazione di Alba e anche il 15 Aprile volle intervenire. Tutti i ragazzi fremevano all’idea di scendere ad Alba e liberarla definitivamente. La notte precedente, nessuno riuscì a chiudere occhio e anche Walter, che soffriva di ricorrenti emicranie, non riuscì a riposare. Tuttavia, al mattino, si presentò con un foulard attorno alle tempie e non volle sentir ragione, si avviò con noi e partecipò con vigore al combattimento finchè, esponendosi eccessivamente lo vedemmo cadere colpito in piena fronte. Toccò a me, in qualità di comandante, comunicare a Poli la perdita di Valerio e di Marcello. Anche Giob era un ragazzo che non aveva paura di niente e forse questo eccessivo coraggio gli costò la vita.

 


Salvetti Renato Partigiano Garibaldino a Mauthausen



   https://youtu.be/YZ__lxOvc6Y SALVETTIRENATO 15 MESI A             
                                                                 MAUTHAUSEN

                                                           Salvetti Renato 1924 Partigiano Garibaldino Deportato a Mauthausen                   La mia Storia                                                                                                  Testimonianza raccolta e trascritta da Beppe Fenocchio di Neive Arguello RENATO SALVETTI 1924 DOGLIANI                                                    Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio gridare “pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il benessere e per il futuro. Renato Salvetti operò per tre mesi in una formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due piemontesi,lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in uno scontro con i nazifascisti. L’8 Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire “marconista”, come altri ignoravo cosa stava succedendo, figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma. Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice presso i miei nonni e mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e per alcuni mesi ci nascondemmo e”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana, era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo dentro le armi, pertanto le lasciavamo fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso Camerana. Braccati inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per raggiungere Bonvicino. “braccati dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino. Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì. Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un certo punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere: nevicava alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle. Vedemmo che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi ci fece la proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo. In carcere Ci fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più di una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono, così la scampai, ma non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande fame vissuta. In seguito fummo messi al muro in uno stanzone e quattro fascisti bendati scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen) seppi in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare anche a me, la sorte mi risparmiò. Caricati su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone che venivano torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili. La mia mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a Dogliani. MAUTHAUSEN 1313 Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu passerai per il camino” di Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e figlio entrambi deportati a Mauthausen) Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei. I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei. Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento. Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza. I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore e la morte. La vita nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo. Ancora adesso,che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola e sentivo che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i bombardamenti qui a Dogliani. (Renato mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.) Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci sono solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane( professionisti e antifascisti convinti). Quando fummo in cima, un mio carissimo amico, Marchio di Dronero del 1882 mi disse. Lui aveva subito capito di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma ben presto lo avrei capito. Entrammo passando sotto un portale stupendo e vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio facendoci sanguinare. Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di “schnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187 scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io raccontai una “balla” (frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita , rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a costruire dei pezzi per i “moschetti” ne realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di Cherasco. Nel campi di Gusen I II e III morirono più di 5000 italiani! La prigionia era terribile, soprattutto perché eri soggetto a una sorveglianza strettissima e continuamente le guardie ti dicevano “arbheit, schnell” lavora, svelto “still” silenzio e non potevi assolutamente parlare, altrimenti ti colpivano. I Kapo erano delinquenti e peggio delle SS! Le donne di Mauthausen Nel campo vi erano anche circa 600 donne, tenute segregate e a disposizione dei nazisti. Quando rimanevano incinta venivano uccise con i loro figli! Erano tenute in una grande Haus(casa) posta sul percorso di ritorno dalla cava. Ricordo che quando si tornava la sera, ci buttavano un po’ di pane che a noi serviva per sopravvivere. Matteo Marchiò 1882 Dronero Negli ultimi 5 mesi di prigionia mi fecero andare a costruire il campo di Gusen III. Ebbi modo di conoscere Matteo Marchiò di Dronero, era del 1882, una persona stupenda, deportato perché convinto Liberale, antifascista e antinazista. Per questo fu perseguitato, incarcerato e deportato. Lui era falegname ed io lo aiutavo, quello fu un periodo con un po’ di sollievo poiché potevamo parlarci. Mi affezionai molto a Marchiò e lui a me, tanto che mi diceva: - tu sei come un figlio per me. Se torniamo a casa vieni a vivere da me a Dronero e ti do lavoro. Purtroppo, quindici giorni prima della fine della guerra, a causa delle pene sofferte in prigionia, morì. Piansi tanto e mi disperai. Quando tornai, andai ad avvisare la famiglia e sono sempre stato accolto come un famigliare. Dronero e Saluzzo furono le città da cui proveniva il maggior numero di deportati di tutto il Piemonte. La Liberazione Già da qualche giorno non ci facevano più lavorare ed erano scomparsi i nostri aguzzini, sulle garitte i giovani militari di guardia non c’erano più. Noi non avevamo neppure la forza di alzare gli occhi per vedere che non c’erano più, ci pareva strano che neppure portassero via i morti né li cremassero. Il 5 Maggio 1945 ore 17,15 si apre il portale ed entrano 4 0 5 camionette con gli americani. Ma noi non sapevamo chi fossero, tramite gli interpreti ci fu spiegato che chi se la sentiva poteva andarsene, era libero di fare ciò che voleva. Io uscìi e costeggiando il Danubio raggiunsi Linz, camminai per ventisette chilometri e nel tragitto entrai in uno zuccherificio. Come un bambino mi misi a mangiare zucchero, mi sembrava un sogno. Siccome si faceva notte e non sapevo dove andare decisi di tornare al campo, nel viaggio di ritorno trovai un campo degli I.M.I. Internati militari. Il comandante era l’Ing. Rusconi della Caproni di Milano, chiesi ospitalità e mi accettò. Mi assegnò a una baracca dove c’era un sergente maggiore di Cherasco, si chiamava Gorzegno: Un piccolo uomo di statura ma eccezionale, a casa svolgeva l’attività di ortolano ed era un organizzatore straordinario. Stringemmo subito amicizia e mi disse: . Lui andava a lavorare in campagna e sapeva come procurarsi il necessario per il nutrimento. Ricordo che aveva macellato un cavallo e mise la carne a pezzi sotto sale, dentro barili di legno. Questa doveva servire per sfamarci tutti, poiché non si pensava di rientrare presto. Rimanemmo circa due mesi in quel campo e a Giugno del 1945 fummo rimpatriati, prendemmo il treno e noi della provincia di Cuneo fummo portati a Moncalieri nella caserma dei carabinieri dove ci tennero una ventina di giorni. Ci rasarono e disinfettarono e ci inviarono a casa. Il mio amico di Cherasco avvisò suo padre che venne a prenderci a Bra con il calesse, ero una larva umana,pesavo 29 chili, avevo i denti spezzati e cadenti per la malnutrizione e stavo a malapena in piedi. Fui ospitato per alcuni giorni a casa dei Gorzegno, poi dissi che avevo piacere di tornare a casa a Dogliani per salutare mia madre. Il padre di Gorzegno, mi trattenne ancora un po’ di giorni, evidentemente aveva saputo che mia madre era morta, mentre io da due anni non avevo più notizie della famiglia. Su mia insistenza mi portò con il calesse fino al Tanaro di Monchiero, attraversai su di un traghetto e incontrai una mia compaesana, certa Rosina del Bar Riviera di Dogliani che in modo brutale mi disse che mia mamma era morta. A sentire quella notizia avrei voluto morire anch’io. Avevo superato tante pene per poter rivedere la mamma e non la trovai. Fui proprio angosciato e faticai a superare quei momenti, anche perché ero indebolito nel fisico e nell’animo. Da Monchiero per venire a Dogliani, presi il tramvai. Alla stazione di Dogliani trovai mia sorella ad aspettarmi e mi accompagnò a casa dove rimasi per alcuni giorni debolissimo e prostrato per la perdita della mamma. Il medico Lanza veniva tutti i giorni a curarmi e mi consigliò di ricoverarmi nell’ospedale civico.