lunedì 17 ottobre 2011

Nonno Nando racconta





Torniamo a giocare con gli aquiloni!!
Vorrei dedicare questi racconti di vita di Nando Mossio e Magda Cagnasso ai ragazzi e ragazze che non leggono e non trovano il tempo per ascoltare i racconti dei nonni, dei genitori o delle persone più grandi. Vorrei augurare loro di ritrovare la capacità di soffermarsi a sentire chi ha vissuto un’infanzia e adolescenza senza telefono né televisione e ha potuto gustare  una vita fatta di valori che li hanno resi capaci di essere felici e hanno imparato ad amare la natura e a gioire per le piccole cose .Queste vite semplici non vanno dimenticate e possono essere di grande aiuto per dare un senso e una regolata al vivere frenetico dei nostri tempi. A chi leggerà consiglio di immergersi nei tempi dei narratori e provare a immedesimarsi come nel vedere un film, sarà possibile provare sensazioni dettate da valori umani sempre più      
dimenticate nel nostro mondo “sbarlusant, ric ed ciolèire ma vod peid in balon volant”.
Torniamo a giocare con gli aquiloni! E a incantarci davanti "a i'arc an cièl"
 
FAMIGLIA MOSSIO DELLA BOSIA CASCINA” BSOL”

PADRE: LUIGI                      MADRE: LUCIA(Ciin)
FIGLI: FELICE(MIO PADRE),FERDINANDO(Mè PARIN),GABRIEL(PADRE DI Suor Emma),FRANCESCHIN(PADRE DEI MOSSIO DI RODELLO),LUIGIA,CELESTINA.

Mossio Felice nasce a Bosia nel 1870,si sposa con mia madre Porro Paola(1884) nel 1905.
Generano Luigi(1907),Ferdinando(1909),Marcellina(1911),Pietro(1913),Aurelia(1917),
Annibale(1922)Disperso in Russia
Nel 1914,mio padre,Felice si trasferisce da masoè(mezzadro) con mia madre ,presso la cascina”Maian” e vi rimane fino al 1920 ,quando si sistema alla cascina Langa fino al 1924.Le altre sistemazioni sono alla cascina Viarascio e quindi nel paese di Bosia alla cascina del Fré.Nel 1930, mentre ero militare si trasferirono alla Cascina Masseria di Arguello.

Vrova andé a sfojé ra meira
Mi ricordo che una volta,avrò avuto circa tre anni,loro dovevano andare a “sfoiié ra meira” dai vicini e io volevo anche andare .Le tentarono tutte per convincermi a rimanere con mio fratello Luigi: andarono a prendermi”in pom” una mela ,”der nos”delle noci,ma io non mi capacitavo. Infine “mè pore u rà ficamie” mio padre mi ha sculacciato, e così mi ha convinto.




M’èntrova nèn ra stoira ed Roma!!
Del periodo della scuola ricordo che una volta mi avevano dato da studiare la storia di Roma e “a m’entrava nen! Non riuscivo ad impararla!., così decisi di non andare a scuola e andai a nascondermi nella vigna fino a mezzogiorno. Destino volle che mio padre incontrasse la maestra che gli chiese perché non ero a scuola e lui stupito mi attese a casa con la cinghia dietro la schiena e dopo avermi chiesto perché avevo marinato la scuola mi fornì una dose di cinghiate sul sedere. Da quella volta non mancai più da scuola!! Anzi,presi in terza mio fratello Luigi,che era più grande di 2 anni! Lo bocciarono due volte!!
Fu la prima e ultima volta che mi picchiò. Mio padre mi voleva un gran bene, anche perché io lo seguivo molto.La mamma mi mandava con lui all’Osto(osteria) perché “chiel o beiviva an poch!”Lui beveva un po’! Con gli amici faceva la partita a tresette ed erano capaci di bersi una bottiglia ciascuno! Poi, “bele cioch”(ubriaco) se non lo accompagnavo a casa non riusciva a rientrare.


Dvan ai beu (Davanti ai buoi)

A quel tempo ,1917,si usava così, appena terminate le scuole mio padre mi mandò da servitò alla Cascina Bsol a Bosia dal “Cé”(nonno Luigi) per fare il garzone “èr tocao” “dvan ai beu”  Mio padre se ne era andato dalla famiglia a 14 anni per fare il servitò, in seguito mise su famiglia e prese prima la cascina Majan e poi la Cascina Langa da masoé (mezzadro).

R’infruensa Spagnola (l’influenza Spagnola)
Fu il periodo dell’epidemia di influenza Spagnola. Mia madre venne a chiamarmi(con er scialèt ansre spole a rè vnime a ciamè) poiché mio padre e il fratello erano a letto febbricitanti. Fortunatamente,nella mia famiglia nessuno morì di Spagnola. Quella volta venne il medico che girava tra Cerretto Arguello Bosia Benevello Borgomale tutto con il calesse a cavallo e mi diede un passaggio fino al mulino di Campetto poiché avevamo finito la farina.Mi caricarono un sacchetto da undici chili di grano e così andai a farlo macinare.


Gistò da servitò: (Sistemato da garzone) incarico “ tocào”

Quando ebbi 16 anni, nel 1925 ,mio padre “o rà gistone da servitò” ci ha sistemati da garzoni,io a Costepomo e Vigin(Luigi) a Castino. Guadagnavo 320 Lire all’anno ma rimasi un mese e poi dopo Natale ,con la scusa di tornare a prendermi degli abiti scappai e neppure accompagnato dal papà non volli rimanere. Soffrivo la malinconia di casa(magonava!),ero troppo distante. Tornando, mio padre mi disse:”Tant et giust da n’atra part, a cà et ten nen!” Tanto ti sistemo da un’altra parte,a casa non ti tengo. “E o ra fà parèi!”E ha fatto così!
Mi sistemò presso una famiglia di Borgomale alla Cascina Priosa. Erano solo”chiel e chila” (lui e lei) e andavo davanti ai buoi con lui o al pascolo con lei ,e a sboré ra feuja per i bigat (a raccogliere le foglie di gelso per i bachi da seta).Lui era un po’ sbrajasson(irascibile),ma lei mi voleva proprio bene e di nascosto dal marito mi dava r’euv sbatù (l’uovo sbattuto).Un po’ per lei e un pò perché dalla Priosa vedevo La Bosia, rimasi volentieri per un anno.


Er papà o fòva er ghirbine (Il papà fabbricava le ceste)
Mio padre sapeva fare tutti i mestieri, dal minusié ar caglié ar saroné ar cadreghè (falegname, calzolaio, carraio, impagliatore di sedie. Inoltre era bravissimo nel fabbricare le GHIRBINE ed doi mani – er toalete. Faceva cuocere i pali “BROPE” di castagno nel forno,Quindi si sedeva su una panca che aveva un pedale per fermare la bropa e con il coltello a due manici pelava i pali e otteneva gli “SCROS” (CORTECCE). O TAJAVA QUATR E QUATR OT SCROS e o ‘ncaminova a ‘ntersé er fond ( iniziava a intrecciare il fondo).Poi metteva quattro assette e “o tessiva i scros come fé na sesta” fino al bordo dove inseriva due manici di salice curvati. Mi sembra di vederlo mentre lavora. Aveva “na vos fausa ma o cantova:Rosin Rosin campme giù er ciavin che veui avni a dorme ansém a tì” .

I partigian ran pione èr crin…ma ra part der padron!!

Mi ricordo che nell’inverno del  ’44 avevamo ucciso il maiale.Eravamo alla Masseria di Arguello. Venne Augusto ‘d Pianfré a gistéro (a fare i salami).Stavo mangianda r’oiròt, ii ruva er partigian Moreto con otri tre.Mangio e beivo con noi, dop er Moreto om dis: Bèica Nando, e rò ra squadra a ra Srea(Cerretta) e antria che ei porteisa da mangé. Mi rò dije slarganda i bras: Lasme in bon e pijte sa part ed crin da Gisté A jera ra part der padron!(Con er Moreto soma sempre andò d’acordi).(Stavamo mangiando r’oriòt ,e arriva il Partigiano Moretto con altri tre,mangiano e bevono con noi.Poi mi dice,:guarda Nando,ho la squadra alla Cerretta e dovrei portare loro da mangiare.Io gli ho detto:Lasciami una ricevuta  e prenditi la parte di maiale ancora da lavorare.Era la parte del padrone! (con il Moretto siamo sempre andati d’accordo). 



Pinin er mascon birichin
Una volta caricai il carro di” scros ed pin” da portare al panettiere di Cravanzana. R’ava na bela caria ed fas de scros(avevo un bel carico di fascine di cortecce). Mi avviai dalla Cascina Langa e quando fui a cinquecento metri un gatto attraversò la strada e senza spaventare i buoi ra carà a ré anversase. Strano,perché i buoi non si erano spaventati e il carico era ben sistemato! Inizio a ricaricare le fascine, quando da una riva appare Pinin ,un vecchietto che viveva da solo in un Ciabòt(casotto).Mi salutò e mi aiutò a caricare.Tirai bene le corde e ripartii. Feci tre o quattrocento metri e”te lì natr gat” (ecco un altro gatto) e si rovesciano nuovamente le fascine.Sacramentando un po’ mi rimetto a caricare ed ecco dinuovo arrivare Pinin che mi aiuta. Aveva tutte le mani insanguinate eppure continuò ad aiutarmi. Per fera curta, e rò anversa ra carà quatr vote prima ed rivè a Cravansana e sempre Pinin o rà gitome a cariè.(Per farla corta,ho rovesciato il carico quattro volte prima di arrivare a Cravanzana, e sempre Pinin mi ha aiutato a caricare.)
Quando arrivai dal panettiere gli raccontai l’accaduto e lui mi confermò che Pinin o jéra in mascon Birichin ) Ma mi e ròva già mangiò ra feuja!(Pinin era una masca scherzosa. Ma a me era già venuto il dubbioò)


Nessun commento:

Posta un commento