lunedì 5 settembre 2011

La conserva di Maria del Tosone di Neive


La” Cerva” di Maria del Tosone di Neive



Corso Romano Scagliola a Neive inizia dal passaggio a livello e va verso Castagnole. Nel 1956 lo stradone era ancora da asfaltare . Dal Bar da Talina vi erano i mediatori da uve: Guido,Leonin,Mario, Carlucio , Tognin e Don Gino(Sì un prete con l’abito lungo,e dovevate vedere che agilità a salire sui carri e prendere il grappolo d’uva!!) .I carton con iarbi pieni d’uva andavano in piazza e poi sul peso o attendevano sotto l’ala in attesa che i mediator dessero delle indicazioni.

Seduto sulla base del distributore Petrol Caltex mi godevo lo spettacolo e aspettavo che papà Michelino caricasse Jucci e il sottoscritto sul Guzzino (con le marce al serbatoio) e ci portasse a prendere il latte da Maria Marello al Tosone. La mamma non era contenta che ci portasse in moto , soprattutto io ero “Dlicarin “ e anche d’estate ero a rischio di ammalarmi .Così per fare cinquecento metri mi imbaccuccava con la berretta e la maglia di lana “Da tene caod le stomi!”.Alla velocità della luce, il guzzino era 75 di cilindrata e non faceva più dei 70km orari ma tutto tirato!, si partiva con le raccomandazioni della mamma rigorosamente in Italiano:Tieniti Beppe! Jucci era sul sellino dietro e io sul serbatoio mi aggrappavo al manubrio. La guardia Municipale Ordan era intento a far la partita a tresette con Pietro dr’osel (l’orologiaio) altrimenti qualcosa avrebbe detto e forse anche multato. Jucci dall’alto dei suoi nove anni faceva la bulletta e con una mano si teneva al sellino e con l’altra dondolava il contenitore del latte, era di alluminio.

Si passava davanti alla latteria di Caterina Vacca e perciò il papà diceva di tenere il contenitore dalla parte sinistra, per non dar nell’occhio. La lattaia tuttavia lo sapeva che molti si servivano di latte da chi aveva la stalla .A quei tempi vi erano stalle anche in paese ,ad esempio la moglie di Pejrochin in via xx Settembre vendeva il latte. Era consentito, o perlomeno non vi erano ancora normative che lo proibissero.

Si passava davanti a Roé e il papà salutava Genio il fabbro , Slì oi fa er bec a n’usel” (Quello lì, è capace di rifare il becco ad un uccello)diceva per spiegarci che era un artigiano molto bravo.(A dire il vero un po’ distratto poiché lo ricordo con solo due dita di una mano). Nella casa da Jelmo lavorava Dante il Marmista grande amico e qui ci fermavamo a far due parole, nella casa successiva ,con il cancelletto di legno abitavano Celo con la moglie e la figlia Margherita, era la famiglia di Romano il Partigiano al quale venne dedicato il Corso. Da qui fino al Consorzio Agrario tutti prati,a destra .A sinistra vi era la villetta ed Monsù Negro il proprietario della fornace e poi tutti prati. Si incrociava la macchina del Dottor Velatta (la Topolino) o la Musone 1100 di Felicin. Cichin Pejrochin con la Balilla era riconoscibile perché suonava il clacson sovente,era un po’ esibizionista.

Finalmente si arrivava nell’aia di Augusto Marello Priore della congregazione dei  Battuti bianchi . Il fuoco e l’incastellatura per il paiolo lo organizzava lui ,al rimanente lavoro ci pensavano Maria e la figlia Lea. Lavare e pulire i pomodori, preparare le verdure (sedano carote cipolle basilico ) e cuocere la “cerva”.Era così che avevo definito il prodotto della brava Maria.Ho ancora in mente il profumo della legna e di quel succo rosso che volli vedere produrre fino al termine. Augusto vista la          nostra  richiesta insistente di rimanere ad “aiutare “Maria , si offrì di accompagnarci .A piedi naturalmente,poiché il suo mezzo di trasporto era la carretta trainata dalla mucca(sulla quale saliva raramente) o la bicicletta. Io e Jucci sapevamo che se avessimo avuto fortuna ci avrebbe accompagnato Gino ,il figlio, con la vespa.

Aiutammo a preparare le bottiglie ,poiché erano i contenitori usati ed ebbi l’onore ,dopo tutta una preparazione: vestizione di un grembiule antischizzo e salita su uno scagnetto, di mescolare la conserva che ribolliva. Non furono fatte fotografie ma le scene sono rimaste indelebili nelle nostre menti insieme ai profumi ,agli odori e ai sapori. Profumo caldo del pomodoro misto a basilico e sedano che venivano passati in quella macchina che separava le pelli  i semi e le verdure e lasciava colare solo il succo rosso e pastoso. Benchè rovente Maria lo assaggiava col cucchiaio di legno e mi chiedeva di sentirlo,previa raccomandazione:”soffia neh!”.Io mi sporcavo ,em fava i barbis” e facevo le smorfie , così suscitando le risate di tutti.

Odore del letame poco lontano e della stalla con gli afrori degli animali, odore di lisciva degli strofinacci di canapa  stesi, odore di conegrina delle mani di Maria che ridendo mi accarezzava e mi diceva “et sei propi na bela masnà”.

Profumo dei tappi preparati da Augusto e passati nell’olio di oliva. Per sanare la mia curiosità al vederlo seduto sulla macchina da imbottigliare mi sedeva e mi faceva odorare un tappo bagnandomi il naso di olio e sorridendo mi diceva “Ven che amboteglioma ra conserva!”

In Corso Scagliola l’aia di Marello non c’è più, ma quando passo sento i profumi e le risate di un tempo,di quando le mani di Augusto erano unte di olio di oliva , quelle di Maria odoravano di conegrina e il grembiule di Lea profumava di lavanda,ne metteva un mazzolino nella guardaroba e fungeva da antitarme.  




domenica 28 agosto 2011

Introduzione


" I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita; sono i vecchi da rispettare per essere rispettati da vecchi; sono il passato che vive nel presente ed i bambini sono il presente che vedrà il futuro " (M.R.Parsi)

Tutti noi abbiamo incontrato persone anziane con tanta esperienza di vita, di lavoro,di sofferenza, di sentimenti. Se abbiamo avuto la pazienza di ascoltarli,guardarli e comprenderli dovremmo aver ricevuto tanti insegnamenti da poter esclamare: “Quanta sapienza viene fuori da un vecchio e dai suoi ricordi!” Ecco, io sono sempre stato colpito dalle storie della vita e dagli avvenimenti belli e brutti che succedono e siccome sono convinto che ogni vita è stata una storia importante, con i ritratti sia verbali che fotografici delle mie amiche e amici che se ne sono andati o che ci sono ancora , vorrei riportare un po’ della sapienza della loro vita,solo per cercare di non perdere delle cose che il tempo si porterebbe via. Pertanto , per il principio “ verba volant ,scripta manent”,mi metto di buona lena per scrivere cosa mi hanno raccontato
queste amiche e amici ricchi di sapienza.
Fin dal 1974 /1975 , durante il servizio militare ,essendo in Friuli e quindi lontano dalle Langhe e dalla mia gente, iniziai a stilare il primo elenco di persone sia della famiglia che del paese che mi avevano affascinato con la loro pur semplice vita di lavoratori e lavoratrici. Sentivo che l’averli conosciuti ,anche tramite i racconti di papà , mamma e amici più anziani, mi accresceva e andò sempre aumentando il piacere di scrivere di loro, dei loro lavori ,dei loro piccoli drammi famigliari. Fu così che con grande rispetto iniziai a fotografarli e a descriverli raccontando le loro storie.
A distanza di trenta e più anni ho un grande rammarico: ho perso l’occasione di intervistare tantissime persone che avrebbero potuto darmi tanto in termini di conoscenze , sofferenze ,emozioni, insomma mi sono perso tanti insegnamenti. Per questo  e perché sento che quello che scriverò potrà servire a chi leggerà ,voglio cercare di non più perdermi donne e uomini che possono raccontarmi tanto di loro e di chi hanno conosciuto nella loro lunga vita con i fatti belli e brutti a loro successi.
Procedendo nell’impresa di intervistare queste amiche e amiche ho riscontrato che non creo fastidio nel farli parlare e anzi offro loro l’opportunità di esprimere opinioni  sensazioni ed emozioni che sono convinto forniscono soddisfazione. Ho constatato che le persone intervistate non hanno minimamente avuto “sogession” imbarazzo dall’essere video registrati e dopo aver avuto il “la” con la prima domanda hanno proceduto nel raccontare dimostrando piacere, e competenza . Infatti ,rivedendo i filmati si nota che sono loro che costruiscono la traccia del racconto e da affabulatori naturali sanno abbinare la mimica facciale adatta e suscitare nell’uditore l’emozione che hanno provato.
 Mi scuso se nel riportare i loro racconti e descrizioni non ho saputo essere incisivo come sono stati loro ma vorrei che questo servisse da stimolo a effettuare esperienze di ascolto per provare le emozioni che ho provato io. Si comprenderà così quanto sia piacevole ,ma difficile da trasferire, la sensazione di benessere che fornisce la storia di una vita sia pure vissuta semplicemente.
Pertanto , consapevole della difficoltà di trascrivere rispettosamente i racconti che ho registrato mi assumo questo incarico ringraziando i miei amici per quanto mi hanno dato in termini di emozioni e sapere.

                                                                             Beppe di Anna e Michelino

sabato 27 agosto 2011

Nando racconta della cattura di Pitros


Quella mattina del 20 Giugno1944 venni ad Alba con “er padron dra cassina dra Masseria Monsù Vigna."

Lui commerciava in caffè e doveva passare al Bar Coraglia in piazza Savona. Arrivando da Corso Italia avevo visto una moto spinta da due giovani e chissà perché dissi “Son doi partigian”. Uno aveva una giacca lunga. Mentre pensavo quello, arrivarono in piazza una macchina e un camion e io dissi a Monsù Vigna:” Andoma co rè ora”, non feci in tempo a ripeterlo che dalla macchina scesero dei tipi armati che ci squadrarono per poi andare qualcuno verso l’officina di Gamberani e qualcuno sotto i portici di piazza Savona.

Seppi in seguito che avevano arrestato Pitros, un partigiano di Neive e lo avevano prima massacrato di “ patéle” nella Caserma “Govone” poi trascinato per le vie di Alba per farlo vedere alla popolazione e infine lo avevano fucilato a Benevello.

Mentre tornavo a casa pensavo a quanti giovani erano già morti e quanti ne sarebbero ancora stati uccisi da una parte e dall’altra, senza contare quelli che erano stati dispersi in Russia per una guerra che nessuno aveva voluto .




venerdì 26 agosto 2011

Francesca racconta


Io e Carlo ci sposammo il 9 Aprile 1928 nel Duomo di Alba. Siccome sono nata nel 1907 a Santa Rosalia e non avevo ancora compiuto i 21 anni “iera ancora nen fora ‘d tuva”, allora mio padre andò in Municipio a “dé er content” per “fé scrive “ il matrimonio.  Siamo andati ad abitare nella cascina Canova di Montelupo in Valle Talloria e abbiamo vissuto per 67 anni. Io e mio marito abbiamo avuto la fortuna di festeggiare i 65 anni di matrimonio.Lui è mancato due  anni dopo e io sono ancora qui a tribolare, ma se il Signore vuole così , io sono già contenta della mia vita.



I Novanta anni di nonna Cichina sono la pubblicità del cielo sereno. Le sue mani ti raccontano quante “lessie” (lavaggi) hanno fatto

Biasin il violinista 1907 1997


Monsù Biasin “il violinista”


1997
Il mio nome è Biagio e sono di Torino.I miei nonni erano militari dei Savoia, ma non hanno fatto molte risorse giacchè mio padre ha lavorato sodo tutta la vita , mia mamma ,santa donna, da giovane faceva la lavandaia sulle vasche e lungo il torrente. Io ho lavorato quaranta anni al Catasto come un Travèt. Facevo proprio lo scribacchino e già da militare, ero attendente e scrivevo sia sui registri in Fureria sia le lettere per i miei commilitoni. Venivano da me e mi chiedevano di scrivere chi alla mamma chi alla morosa o moglie e figli ed io lo facevo volentieri,per niente neh!, so che c’era qualcuno che si faceva pagare. Io mi ritenevo fortunato di saper leggere e scrivere e mi facevano tenerezza quei miei compagni che sentivano la lontananza dei loro cari. A volte ai saluti aggiungevo qualche frase poetica o d’amore. Già perché io ero e sono un po’ poeta. Ho preso dalla mamma, mi raccontava che mentre sbatteva i panni sulla pietra fantasticava guardando il torrente oppure il cielo e gli uccelli. Lei era della Val Chisone e quando è mancata aveva la gobba come me, lei però per le fatiche,io perché sono stato alla scrivania. Sai che la pettinatura con la riga a sinistra è ancora la stessa che mi faceva la mamma quando ero bambino, mi sembra ancora di vederla mentre ci prepara per andare a lezione di violino . Si, io e mio fratello ,lui è più giovane ed è diventato un bravo violinista, ha suonato all’orchestra della RAI!

Io mi sono sempre dilettato con il violino e suonavo per mia moglie e mio figlio , suonare, per me, è come pregare.

A proposito di fede voglio raccontarti del viaggio a Lourdes. Non ero mai andato e il Buon Dio mi ha concesso di visitare questo Santuario a novanta anni! Un’esperienza meravigliosa che è servita a rafforzare la mia fede. A vedere tanta sofferenza ho capito che la mia lunga vita è stata un dono grande in preparazione alla vita eterna. A Lourdes ho visto tante persone che pur nella sofferenza avevano la serenità negli occhi e la certezza di avere Gesù e la Madre Maria al fianco. Io stesso, con i miei novanta anni e i miei acciacchi ho sopportato il viaggio e ho dimostrato a mio figlio e mia nuora che con l’aiuto della Madonna si fanno grandi cose. Mi sono portato il violino e ho suonato L’Ave Maria di Schubert davanti alla grotta dell’apparizione, credo di non aver suonato mai così bene, le dita e l’archetto me li guidava sicuramente la Madonna. Ho chiuso gli occhi e mentre suonavo ho visto mia mamma mio papà i nonni tutti avvolti da una gran luce e quando ho terminato tutti mi sorridevano.  Io mi sono sentito nuovamente bambino e ancora oggi dopo un mese dal viaggio mi sento una grande gioia in testa ,di quelle che si provano appunto da bambini.     

Infine ti recito una poesia che mi ricorda la mia mamma:

Giovanni Pascoli
Lavandare


Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese

INTERVISTA RACCOLTA PRESSO LA CASA DI RIPOSO LA PINETA CERRETTO LANGHE ANNO 1997