giovedì 21 maggio 2026

PIRITORE NARDINA 1936 VED. MARENDA PIETRINO

 




PALMA DI MONTECHIARO AGRIGENTO
CHIESA MADRE

CASTELLO DI CHIARAMONTANO

Nardina Piritore vedova di Marenda Pietrino nacque ad Aprile del 1936 a Palma di Montechiaro da Rosaria del 1915 e Angelo del 1910. Il nonno paterno Piritore Giuseppe di Angelo fu soldato del 141 Rgt. Fanteria, era nato il 15 febbraio 1884. Morì il 3 Novembre 1916 sul Carso per ferite riportate in combattimento.

 


In famiglia eravamo cinque fratelli, due sorelle e tre maschi. La mamma accudiva noi figli. Il papà contadino. andava con la mula a lavorare il podere che era abbastanza distante dal paese.

Io frequentai la scuola fino alla terza e poi rimasi a casa ad aiutare la mamma. Vi era, un fratello del ’32 Giuseppe, io del 36 una sorella del 1940 e poi due fratelli Calogero del ’52 e Gina del ’57.

Aiutavo nella raccolta dei pomodori, delle mandorle delle olive che si portavano al frantoio per ottenere l’olio per uso famigliare e anche per vendere. Se ne produceva abbastanza! Ne avevamo sempre un fusto di quelli da petrolio (180 Litri)

L’acqua a differenza di Arguello, dove sono venuta ad abitare, era comoda da recuperare. Si girava l’angolo e c’era la fontanella!

                                                          Fontanella del lungomare Todaro


 

LA GUERRA

Avevo solo pochi anni ma ricordo il periodo della guerra senza il papà che era stato richiamato alle armi. Non si avevano sue notizie e raccontò che operò in Liguria a Savona e a Genova.

 


 Gli Americani sbarcarono proprio a Palma di Montechiaro. Ricordo i grandi camion e carri armati e la popolazione che sventolava dei fazzoletti bianchi come a dire “Venite in Pace!”  

 


14 luglio 1943 LA LIBERAZIONE DELLA SICILIA

La 1ª divisione americana entra a Mazzarino e a Niscemi mentre nei pressi di Vizzini la 51ª inglese (del XXX corpo), appoggiata dalla 45ª americana, ha ragione della strenua resistenza delle truppe dell'Asse. Presso Lentini, nel settore del XIII corpo inglese, l'attacco della 5ª e della 51ª divisione è contenuto dalle forze dell'Asse. Al Ponte Primosole, i diavoli rossi inglesi vengono impegnati tutto il giorno in un duro contrasto con i diavoli verdi tedeschi.

La 2ª e la 3ª divisione americana, che da Licata si dirigono verso Agrigento, continuano a trovare la strenua resistenza dei bersaglieri italiani a Palma Montechiaro, Campobello e Castrofilippo.

Nel luglio del 1943, la "resistenza" a Palma di Montechiaro assunse i connotati di una strenua difesa militare opposta dalle truppe italiane contro lo sbarco alleato in Sicilia (Operazione Husky), piuttosto che della guerriglia partigiana tipica del Centro-Nord. Lo Sbarco (10-11 luglio): Le truppe anglo-americane sbarcarono nei pressi del litorale licatese (nella vicina spiaggia di Gaffe). Da lì, l'avanzata delle divisioni statunitensi verso Agrigento toccò inevitabilmente il territorio palmense. La difesa italiana (11-17 luglio): Le colonne americane incontrarono la decisa opposizione dei reparti del Regio Esercito, in particolare dei Bersaglieri del 527° Battaglione. Gli scontri rallentarono temporaneamente l'avanzata degli Alleati verso ovest.

Nardina: I soldati americani gettavano cioccolata, caramelle, gallette e anche sigarette. Subito la gente stava nascosta, poi attirata da quei regali uscì a sventolare bandiere bianche. Io andavo a prendere acqua e dove c’era una scuderia dei militari ricordo di un soldato che ogni volta che mi vedeva mi dava una caramella, forse aveva dei figli ed io glieli ricordavo!


Papà tornò nel 1945 ma prima non avemmo mai suoi scritti. Due fratelli di mio papà furono sullo stesso treno che li conduceva a casa e si incontrarono quando scesero alla stazione. Eh le guerre sono una brutta cosa! Durante una sparatoria una sorella di mia mamma fu uccisa!

 

EMIGRATI IN SVIZZERA

Dopo la guerra, siccome non c’era possibilità di lavorare, mio fratello Calogero andò in Svizzera a Zurigo a cercare lavoro.  Io, di 25 anni e mia sorella di 21 lo raggiungemmo dopo pochi mesi e rimanemmo a lavorare in una sartoria. Mia sorella stirava con la “pressa” gli abiti da uomo e io facevo lavori di rifinitura.

 


Partimmo per Zurigo e facemmo quel viaggio lunghissimo in treno. Quando arrivammo alla frontiera A “Chiasso” fummo visitati e controllati a lungo!

Si lavorava e si guadagnava abbastanza, certo che era una vita dura perché noi italiani non eravamo ben visti! Vivevamo in due camerette, una cucina e una camera da letto, io e mia sorella dormivamo nello stesso letto. Quando si tornava dal lavoro si stava lì!

E faceva un gran freddo! A chi dice dei migranti di adesso che potevano stare a casa loro, io dico che la storia si ripete! Noi in Sicilia non avevamo lavoro e questi anche! Dico, se aveste provato ad andare fuori  a vivere in mezzo a gente che ti guarda male adesso capireste cosa si prova a vivere lontano dal tuo paese. I controlli per gli emigranti in Svizzera nei primi anni '50 erano regolati dal primo Accordo bilaterale italo-svizzero (siglato nel 1948). I lavoratori italiani subivano rigide selezioni burocratiche, visti d'ingresso e controlli di polizia, oltre a umilianti visite mediche di frontiera per escludere malattie infettive come la tubercolosi. Istituiti per gestire la massiccia richiesta di manodopera italiana del dopoguerra, i controlli e le procedure consistevano in: Filtro sanitario alla frontiera: Arrivati in treno, i migranti venivano divisi per sesso e costretti a spogliarsi completamente per controlli medici approfonditi, un'esperienza traumatica che è stata documentata da diverse testimonianze storiche.

 

Anche il vivere nel periodo della guerra ci ha insegnato a capire le difficoltà degli altri. Da bambini non avevamo niente e si mangiava pane e formaggio. Abbiamo imparato ad accontentarci di quel poco! Adesso vedo i bambini che hanno tutto e sono schizzinosi. Questo non piace, quello non piace!

Dopo 55 anni che manco dalla Sicilia, il dialetto siciliano non lo parlo più e il piemontese lo capisco ma neppure lo parlo!

Interviene Maurizio il secondo figlio dei tre (Sergio e Letizia) e dice: > veramente quando parla al telefono con sua sorella parla il siciliano!)

Da bambina giocavo con i sassi al gioco della settimana e a saltare la cordicella. Tutti giochi che facevamo all’aperto. Un tempo non c’erano le auto e vi erano meno pericoli!

Poi la mamma si ammalò, il fratello e la sorella tornarono al paese e si sposarono, così io rimasi sola in Svizzera e decisi di tornare anch’io al paese. Così dopo due anni all’estero tornai a casa!

 

AD ARGUELLO

Tornata dalla Svizzera, nel 1963 rimasi sette anni a casa, poi tramite una compaesana che si era sposata ad Albaretto Torre conobbi Pietro di Arguello. Venne in Sicilia, ci conoscemmo e nel 1970 ci sposammo. Abbiamo formato una bella famiglia e abbiamo vissuto insieme fino al 2019, sono già sette anni che è andato avanti!



Quando venni ad Arguello trovai tutto molto strano, mi adattai a vivere con gli suoceri e con un cognato da sposare.

Da noi gli uomini partivano al mattino e andavano, con un’ora di cammino a lavorare i campi e le donne rimanevano a casa. Qui, orto, vigna, fagioli e prati per il fieno era tutto vicino a casa e così anch’io dovetti collaborare nei lavori. Fu una “vitaccia” perché, certi lavori erano molto faticosi. Ad esempio, caricare il fieno col tridente sul carro, per me che sono piccolina era pesante e difficile!

Arrivati i figli pensai a crescerli, ed aiutavo la suocera nelle faccende di casa. Anche se le abitudini qui erano diverse. La cucina si spazzava con una scopa di saggina e il pavimento non lo si lavava mai, certo l’acqua bisognava tirarla dal pozzo mentre da noi zampillava dalla fontanella, però il pavimento era sempre pulito, qui una polvere!

A Palma l’acqua la si prendeva alla fontana e la mettevamo nella Quartara o Brocca di terracotta, qui la lasciavano nel secchio e vedevo bere con la (“cassa”) il mestolone!

Al paese avevamo il forno e si cuoceva in casa la pasta che avevamo preparato, qui si preparava la pasta e poi la si portava con la carretta al forno di paese a cuocere e poi lo si andava a comprare dal panettiere “Annibale “ a Tre Cunei.

Noi preparavamo la pasta da fare asciutta con la farina di semola di grano duro che si portava al mulino, qui l’unica pasta che vedevo preparare erano gli gnocchi di patate e non capivo come facessero a mangiarli! Come anche la polenta di grano turco, da noi si faceva la polentina di semola con acqua o latte! Preparavamo vari tipi di pasta ma sempre con acqua e semola, mia mamma con il ferro faceva anche pasta tipo spaghetti (Busiate), caserecci,paccheri, scialatelli, rigatoni.


 

Qui, solo polenta e gnocchi!

Alla domanda < andavi d’accordo con la suocera?>

Nardina risponde con un sorriso e un detto siciliano: “Suocera e nuora buttale fora!”

Mariuccia era da “campagna”: andava nell’orto, a tagliare l’erba a far tutti i lavori ma alla casa non si dedicava. Aveva già 75 anni quando l’ho conosciut ma era fatta a suo modo, invece il suocero Angelo era più buono con me. Quando vedeva che non mangiavo a tavola con loro, lui mi chiedeva di sedermi. L’ho conosciuto soltanto per un anno perché poi ebbe un infarto e morì, si chiamava Angelo (1895)


e la moglie

Mariuccia ( 1898 Cortemilia)

 

 

 

 

A Palma usavamo solo farina di semola di grano duro e acqua e olio per preparare la pasta per il pane e per la pasta secca, qui ci mettono anche le uova. Il pane lo preparavamo ogni due o tre giorni perché a mio padre non piaceva il pane duro- raffermo!

A Natale e a Pasqua dopo aver cotto il pane, nel forno si cuoceva il riso e il cappone ripieno a Natale, e l’agnello a Pasqua. Per i dolci era tradizione andare a comprarli dalle Suore di Clausura del Monastero del Ss.RosariodelleBenedettine 



https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/fede/nel-paese-del-gattopardo-i-dolci-delle-monache-di-clausura-51962   

 

 

 

 

A casa preparavamo anche la Torta pasquale ma non è che ci fossero tante feste come oggi!

Una mia zia di nome “Provvidenza” preparava le torte pasquali che venivano belle alte e morbide, se le preparavo io non venivano bene! Si diceva che bisognasse avere “ la mano calda” per impastare.

In occasione del Battesimo del fratello Calogero zia Provvidenza preparò in casa i Taralli!

Io qui mantenni l’abitudine di preparare i “Cuddrurieddri”  frittelle che ricordano nella forma delle ciambelline sottili e allungate. L’impasto a base di latte, acqua, zucchero, olio di semi, scorza di arancia, cannella in polvere e farina è prima cotto sul fuoco e poi, una volta modellato, si fa friggere in olio di semi e zuccherati.

Li preparavo per i figli, da portare a scuola. Però bisogna mangiarli appena fatti, altrimenti non son più buoni.

Qui come da noi preparano anche le ”chiacchiere” e le fritelle che chiamano “friceu”. Hanno solo forme diverse.

Ho sempre mantenuto le tradizioni del mio paese e preparavo pasta con la semola di grano duro e i sughi con le verdure. Quando cucinavo il coniglio per Pietro era una “festa”, e anche Letizia mia figlia mi portava il coniglio da cucinare. Gradivano tutti i carciofi ripieni e fritti o le paste con le verdure ed il pane croccante!

 

LE ABITAZIONI DI PALMA





Zia Provvidenza e il fratello di mio papà abitavano sotto, nella stessa casa dove abitavamo noi.

Noi con il lavoro della poca terra si viveva, poi c’erano due o tre famiglie che erano più ricche e vivevano in ville con giardino recintate da muri. Possedevano tanti mandorli e assumevano lavoratori. C’era una di queste signore anziane che era da sola e chiedeva a noi di andare a tenerle compagnia. In casa aveva una camera con un tavolo di muratura e piastrellato. Lo usavano per stirare, con un ferro con manico di legno che veniva appoggiato ai carboni ardenti e poi utilizzato. Queste famiglie, “se la passavano bene”: prendevano manovalanza per pulire le mandorle, avevano l’acqua in casa e la vasca per il bagno!

Loro erano Signori e poco distante c’eravamo noi contadini e un falegname che costruiva “mastelli” con l’asse per lavare. Uno di quelli me lo portai ad Arguello quando mi sposai. Qua non avevano il mastello per lavare e non capivo come facessero a fare il bucato.

Da noi ogni famiglia aveva il mastello grande per fare il bucato


 

In Sicilia, per il bucato si usava la "terra blu", (una polvere a base di indaco o blu d'oltremare che le nonne chiamavano "azolo" (dal termine spagnolo azul). Serviva per sbiancare i capi, togliere l'ingiallimento e dare un riflesso candido ai tessuti.)veniva sciolta in poca acqua, poi filtrata legando la polvere in un pezzetto di stoffa (come un sacchetto) durante l'ultimo risciacquo. Avevamo del Bucato bianco e profumato!

Qui avevano un piccolo contenitore di legno dove lavavano tutto insieme, fazzoletti, camicie lenzuola. Costantina, la mamma di Anna Remo Marisa e Mauro mi diceva che lei lavava usando la cenere, ma da mia suocera non vidi mai lavare con la “liscivia”.

Da noi si avevano altre abitudini igieniche! Anche la madia dove si faceva pasta e pane era tutta affumicata e incrostata e appena fu possibile dissi a Pietro di bruciarla e la sostituimmo con un tavolo più moderno.

MATTHIAS

Quanto è utile far conoscere queste storie ai giovani?

Nardina: Eh! Chi non ha provato la miseria, fa fatica a capire! Noi fin da piccoli mangiavamo tutti i tipi di verdura: cavoli, broccoli, ceci, piselli, fave, adesso mangiano solo prosciutto e cibi come i wurstèl che non si sa cosa c’è dentro.

Un’altra cosa che non capisco dei giovani è l’uso esagerato del telefonino. Non alzano mai la testa da sto telefonino e non parlano quasi più!

LA “FUITINA” DI MARIA

Maurizio sollecita Nardina a raccontare della “fuitina” della sorella.

Eh! Esclama “chi ti tocca poi ti prende”!

Eravamo alla stazione ferroviaria di Zurigo ed eravamo uscite dal lavoro Maria mi disse: <aspettami, vado a salutare un’amica!> io attesi un po’ poi tornai a casa, la vedemmo tornare il giorno dopo! Eravamo nel periodo di Natale e tornammo a casa in treno. Mio fratello, ed io a Roma scendemmo dal treno e vedemmo che Maria e il paesano suo amico si guardavano in modo strano. Capimmo che era successo qualcosa ma finchè non fummo a casa non capimmo. Maria disse al padre che “doveva sposarsi. Il padre, molto severo si arrabbiò un po’ ma poi dovette accettare la situazione! Funzionava così, se due si mettevano insieme poi dovevano sposarsi. Se una ragazza dopo la “Fuitina” non si sposava era “disonorata”

                         FESTE E RELIGIOSITÀ

              


In siciliano: u'ghettu dè malati ma chiamato dalla popolazione locale u'cravaniu (il calvario), all'ingresso del paese, si scorge la collina detta "Calvario" con i ruderi dell'antica chiesa di Santa Maria della Luce, dove c'è una botola nel pavimento della chiesa; di sotto sono ancora presenti e rinchiusi i corpi delle persone lì ricoverate e morte di peste del tra il 1550 e 1700.

La madonna del Castello è detta Maria Montisclari All’interno della piccola cappella è custodita la statua della Madonna del Castello, affettuosamente chiamata “a bedda Matri du Casteddu“. Il simulacro è in marmo e ha un manto dorato. Insieme alla Vergine c’è Gesù Bambino. È un’opera dell’artista palermitano Antonello Gagini e risale al XVI secolo.

 

LA FESTA si tiene la domenica successiva a quella di Pasqua ed è molto sentita dai cittadini palmesi e ancora adesso. La statua della Madonna, viene portata dal castello fino al centro del paese. Vi sono parecchie leggende:

Il racconto dei Turchi e della statua decapitata

Castronovo:

“Ci sono due leggende inerenti la statua della Madonna – racconta Castronovo -. La prima, che è quella di epoca più antica, risale intorno al 1500 e si narra che i Turchi arrivarono nella spiaggia delle Sirene, andarono al castello e portarono via qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, tra cui anche la statua della Madonna. Ritornando in mare la loro imbarcazione, proprio per via della roba che conteneva, era diventata troppo pesante e non riusciva a proseguire il cammino. Per questo motivo fu data da parte dei Turchi la colpa alla Madonna stessa, che fu additata come una strega. Così venne tagliata la testa alla statua, che fu gettata in mare. In epoca moderna la statua è stata restaurata, ma si vedono dei segni lungo il collo”.

La battaglia tra palmesi e agrigentini

L’altra leggenda invece parla di una battaglia, ovvero “quella tra palmesi e agrigentini per contendersi la statua della Madonna dopo un furto. Andando in direzione Agrigento dal castello vi è un corso d’acqua indicato come Vallone della Battaglia proprio per via di questa battaglia. La leggenda riguardante i Turchi è quella più sentita perché si sente come se restare nel castello sia stata una volontà della Madonna, una vera e proprio presa di posizione della Madonna, che si rifiuta di andare con i Turchi.

NARDINA: Si faceva e si fa ancora una processione con addobbi a carri, cavalli e persone vestite di velluto che cantano e ballano. Alla Madonna si portano Corone ed ex voto per Grazie ricevute! Una volta la religiosità era più sentita.

 


Effettuavano il sentiero per salire al castello tutto in ginocchio!

Quando non pioveva da tanto tempo si prendeva la statua della Madonna e la si portava in paese. Era proprio tanto venerata!

Il Venerdì Santo Veniva posta più in alto la Croce con Gesù e alle 14.00 veniva la Madonna a far visita a Gesù. Erano anche molto venerati San Calogero e San Giuseppe, e infatti ci sono tante persone col nome dei due santi!

 


 

 

 

 

 

 

 

(Fonte: http://www.militarystory.org/la-battaglia-di-agrigento-10-16-luglio-1943/ )

 

La battaglia di Palma di Montechiaro viene descritta in questo modo nella storia ufficiale americana (Albert N. Garland, Howard Mcgraw Smith, “US Army in World War II – Mediterranean Theater of Operations – Sicily and the Surrender of Italy”):

 

Il generale Truscott, nel frattempo, aveva convocato i suoi comandanti più anziani la sera del 10 luglio e impartito gli ordini per l'operazione del giorno successivo. Il 7° Reggimento di Fanteria doveva avanzare verso ovest per prendere Palma di Montechiaro e le alture appena oltre; il 15° Reggimento di Fanteria doveva proseguire verso nord lungo la Strada Statale 123 per impadronirsi di Campobello; il CCA del generale Rose, operante tra queste due squadre di combattimento, doveva impadronirsi di Naro, quindi radunarsi sulle alture a nord e a est e prepararsi per ulteriori azioni. Il 30° Reggimento di Fanteria, a guardia del fianco destro esposto della divisione, doveva inviare un battaglione attraverso la campagna per impadronirsi di Riesi, bloccando così un'importante via d'accesso al fianco orientale della divisione. Il 3° Battaglione del 7° Reggimento di Fanteria (Tenente Colonnello John A. Heintges) guidò l'avanzata su Palma di Montechiaro all'inizio dell'11 luglio. Attraversato il ponte sul fiume Palma senza incidenti, il battaglione incontrò un intenso fuoco da parte delle truppe italiane che occupavano posizioni fortificate lungo un linea di basse colline appena a sud della città. Schierando le sue truppe, costruendo una base di fuoco e usando le armi di supporto con grande vantaggio, Heintges avanzò lentamente e spinse gli italiani nella città stessa. Mentre il battaglione si preparava a entrare a Palma intorno alle 11:00, numerose bandiere bianche apparvero sugli edifici della città. Il colonnello Heintges inviò una piccola pattuglia per accettare la resa. Sfortunatamente, erano civili, non soldati, ad aver esposto le bandiere bianche, e la piccola pattuglia americana finì sotto il fuoco. Due uomini eranoUccisi, altri due feriti. Infuriato, Heintges radunò dieci uomini e li condusse personalmente attraverso un campo aperto verso un edificio che sembrava essere teatro del fuoco più intenso. Raggiunsero l'edificio sani e salvi, piazzarono delle cariche esplosive al piano inferiore, si ritirarono di un breve tratto e fecero detonare gli esplosivi. L'esplosione segnò l'inizio dell'attacco e il battaglione si lanciò in città al seguito del suo comandante. I difensori di Palma erano stati rinforzati da una task force proveniente dal fiume Naro e si scatenò un violento combattimento lungo tutta la via principale. Per due ore la battaglia infuriò casa per casa. Verso le 13:00, stanchi della situazione, gli italiani sopravvissuti iniziarono a ritirarsi verso ovest lungo la Strada Statale 115. Riorganizzando rapidamente il suo battaglione, Heintges li inseguì da vicino, ripulì velocemente le colline sul lato sud della strada e si trincerò lì in attesa del resto della squadra di combattimento .

 

La debolezza delle persone

Nonostante il contributo determinante degli italiani alla prosperità della Svizzera, coloro che ne hanno beneficiato di meno, almeno inizialmente, sono stati proprio gli immigrati italiani. Per molti di essi, soprattutto dopo l’arrivo in massa dal Meridione, la vita è stata difficile e avara di soddisfazioni. Le loro sofferenze erano soprattutto psicologiche, perché avvertivano chiaramente che da molti svizzeri erano considerati indesiderati, fastidiosi, avari (perché forti risparmiatori), intrusi (nonostante fossero stati tutti «richiesti»), approfittatori, immorali (perché sembravano andare a caccia di ragazze), ecc.

Max Frisch

Purtroppo gli italiani non riuscivano a difendersi di fronte alle accuse infondate e oltraggiose perché non conoscevano la lingua del posto. Pensavano, quasi tutti, di rientrare dopo uno o pochi anni (sapevano di essere Gastarbeiter, lavoratori ospiti, cioè provvisori) e non si davano la pena di impararla. Preferivano in certo senso l’isolamento o al massimo l’associazione, giusto per avere un minimo di contatto umano.

Gli immigrati avevano contro gran parte dell’opinione pubblica, manipolata abilmente dagli xenofobi che riuscivano a diffondere tra la gente comune la paura, anzi, per dirla con Max Frisch, l’«odio verso lo straniero». Ci furono molte reazioni contro i movimenti xenofobi che agitavano lo spauracchio dell’inforestierimento (la contaminazione dei valori tradizioni svizzeri) con i barbarismi degli stranieri. Ebbero successo, perché nelle votazioni popolari i movimenti xenofobi furono sempre sconfitti perché il popolo svizzero, nonostante tutto, aveva gli anticorpi giusti. Ma dovette passare molto tempo prima che la maggioranza degli svizzeri si abituasse a considerare gli stranieri indispensabili, «persone» e non solo «braccia» e che «l’inforestierimento», lungi da distruggere i valori elvetici, offriva alla Svizzera «l’opportunità di rigenerarsi» (Max Frisch).

Giovanni

Longu
Berna, 26 giugno 2019

 

Monastero delle Benedettine

Costruito tra il 1653 e il 1659, inglobò il primo Palazzo ducale e accolse con la regola cassinese anche le figlie di Giulio, II duca di Palma, e in seguito anche la moglie Rosalia Traina.

Si trova su una semicircolare e impervia gradinata, in una piazza quadrata con le strade che si incrociano nel luogo che un tempo era segnato dalla colonna con la croce.

Venne inaugurato il 12 giugno 1659.

 

Il monastero ha un aspetto semplice con finestre prive di decorazioni. Sul cortile interno, invece, si affacciano delle finestre decorate in stile barocco. All'interno il parlatorio ha volte a botte da cui si accede ad un giardino ricco di alberi in cui è sistemata una scultura della Madonna con San Benedetto.

 

Le suore custodiscono, inoltre, la Madonna della Colomba Rosata. Ancora oggi è uno dei pochi monasteri di clausura in Sicilia, il cui accesso è impedito quasi a chiunque.

La figura di spicco del monastero di Palma di Montechiaro è Isabella Tomasi, Suor Maria Crocifissa, vissuta nel XVII secolo e considerata “venerabile”, che è sepolta nel cimitero interno.

 

La lettera del Diavolo

Nell’estate del 1676, Suor Maria Crocifissa 


– che aveva già avuto visioni mistiche importanti – ricevette una lettera scritta in una lingua incomprensibile che a quanto pare recava un messaggio del demonio! Secondo la leggenda il Diavolo in persona chiese alla donna di firmare la lettera, per sottometterla al suo volere. Ma lei vi scrisse solo la parola “ohimé!” ingannandolo e costringendolo ad andar via.

 

Sia Giuseppe Tomasi di Lampedusa che Andrea Camilleri hanno indagato sulla famosa lettera, ancora conservata presso il monastero. In effetti è scritta in una lingua che non corrisponde a nessun idioma – antico o moderno – conosciuto. Alcuni termini richiamano l’arabo o il greco, ma nessuno è mai riuscito a tradurre nemmeno questi. Che lingua è? Chi l’ha scritta? E soprattutto come fece a recapitarla, dato che il convento era chiuso a qualsiasi visita esterna? Un mistero talmente inquietante che Tomasi di Lampedusa uscì sconvolto dall’esperienza!







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