In cinque in
famiglia
Dante da servitò
Papà
Benedetto Nonna Ferrero Caterina
“Rà Brichétta”
Sono Dante Proglio nato qui al
Brichètt di Arguello. Avevamo solo due camere e la stalla e si dormiva tutti
nella stessa stanza sopra la cucina e la stalla
Mia madre, Carolina, preparava
una polenta e come companatico avevamo un’acciuga. Si passava una fetta di
polenta sull’acciuga e in cinque ne avanzavamo ancora. Io sono del 1933 e si
viveva così! Questo non è una frottola (bala) lo racconto sempre perché mi è
rimasto impresso.
BATIVO Èr gran antr’éra TREBBIAVAMO IL GRANO NELL’AIA
Per procurare un po’ di grano
per uso famigliare mio padre lo “bativa” trebbiava qui nell’aia. Prendeva acqua
e sterco della mucca e lo spargeva per foderare l’aia. Quando era essicato si
disponevano le spighe del grano in circolo. Si attaccava il “RIBAT” TREBBIO
alla mucca e si passava sopra la messe, si toglievano i gambi delle spighe e
raccoglievamo grano e pula, la si faceva saltare nel “Val” VAGLIO. Così si
separava la pula che volava via dal grano si portava al mulino a
macinare.Quella poca farina serviva per fare polenta e minestre. Il pane della
tessera andavamo a prenderlo al forno di Lequio Berria o di Cravanzana. Era un
pane scuro e durissimo, ma c’era solo quello e tornando a casa ne mangiavo
sempre un pezzo per la fame!
A SEI ANNI ANDAI DA SÈRVITÒ
Dante Proglio: Quando ebbi 6
anni fui mandato da pastorello in “Levì” da Carlo Brangero e Maria. Andavo
d’estate ma anche nel periodo delle scuole. Sovente non si andava a scuola
perché Carlo mi chiamava per aiutarlo. Mi pagava con il grano e a seconda delle
giornate mi dava mezzo sacco di grano o di più.
Quando ero a Rodello mi
mandavano a prendere il pane a Ricca d'Alba. Qui portavo la pasta a cuocere ed
attendevo due o tre ore prima di avere il pane. In quell'attesa chiedevo al
panettiere di farmi qualche pezzo più piccolo, così, tornando, un pane lo
mangiavo ed uno lo nascondevo, in modo
da prenderlo il giorno dopo quando sarei andato al pascolo con le pecore.
Solitamente ritrovavo il pane in modo di sfamarmi, ma una volta, nella notte
piovve e il pane si inzuppò. Fui deluso, però non mi persi d'animo lo feci
asciugare e lo mangiai ugualmente. Eh, da mangiare ne davano poco! Purtroppo
non ebbi fortuna capitai sempre con dei "padroni" avari e poco
sensibili. A Sinio dormivo nel "grupion" della stalla, contenitore
dove si faceva scendere dalla "Trapa" (buco della travà)il fieno per
gli animali. Quando reclamai che stavo
tutto storto mi dissero di mettermi nella " greppia" mangiatoia, e
così continuai a dormir male a causa del rumore che facevano gli animali e le
loro catene! Inoltre mi riempii di pidocchi e quando a dicembre tornai a casa,
mia madre si mise le mani nei capelli! Dovette sbollentare tutto il vestiario e
disinfestarmi per bene.
Non so come feci a sopravvivere tra il mangiare poco e male! La cuoca
era non vedente e più volte mangiai carne con i vermi! Una volta versò la
polenta e tagliandola con il filo sollevai un "tuturu" intero
(pannocchia). Lei non vedeva ed io la fregavo andando a rubare le uova dal
pollaio. Veniva per prendere le uova ed io che le avevo già prese mi mettevo su
un lato, lei passava e borbottava ma non mi vedeva.
DA SERVO AI GIAMESI.
Ai Giamesi da Angiolin Adriano
fui trattato meglio e furono gli anni migliori da servitò. Conobbi tante
persone e si lavorava e si stava in allegria. Vi era la famiglia di Lipo,Marietina,Francesco
che aveva sposato Rosina, poi vi era la famiglia di Gepinin e Cina e da loro da
manovale andava Augusto fratello d'r 'Ospidal di Bosio Cesarina mamma di Ettore
ed Elio. La serenità della Borgata fu funestata dalla tragica morte di
Francesco fratello di Marietina che colto da depressione si suicidò.
Forno di Arguello (2020)
ORESTE FRANCONE Reduce della
prigionia
Intorno ai 13/14 anni andai a lavorare da
Oreste Francone nel forno di Arguello. Imparai un po' il mestiere e mi trovavo
bene svolgendo un po' il lavoro di garzone e un po' di manovale di campagna.
Cosí guadagnavo e mangiavo. In seguito, mio cugino Germano mi trovò posto da
garzone nella panetteria in via Maestra ad Alba, quella che era difronte alla
Chiesa di San Damiano. Mio cugino Germano, zio di Arturo lui trovò lavoro
all'hotel Savona da Morra in cucina. Il mio era un lavoro pesante perché si
iniziava all'una dopo mezzanotte e tra portare su dalla cantina le fascine per
accendere il forno, preparare lo lvà (pasta) e infornare e cuocere si finiva a
mezzogiorno, poi si mangiava,si dormiva un po' e subito si ricominciava, però
vi era la soddisfazione del lavoro e del guadagno. Prima di fare il panettiere ricordo
il lavoro di pajarin d'estate a trebbiare il grano e le feste a spojè rà mejra.
Dopo il lavoro vi era sempre la festa e il divertimento. Una volta andai a
spojè da Angiolin e le donne ci promisero che avrebbero preparato i friceu,
poi il lavoro andó per le lunghe e noi
ragazzi e ragazze che avevamo piacere di ballare due, escogitammo un modo per
fare terminare il lavoro: nascondemmo
un po' di pannocchie che al buio non furono viste e si iniziò a ballare.
Un'altra volta la combiniamo più grossa. Gettammo parte delle pannocchie nel
pozzo! Eravamo allegri ed anche un po' incoscienti!
ALLA BORGATA “BRICHÈTT”
Noi abitavamo in sette in due
camere sopra la stalla e la cucina. Di fianco viveva la famiglia di mio zio che
era composta da sei persone. In una camera, qui al Brichett viveva anche
Nicolin che di professione era un giocatore di carte. Mi capitò una sera di
incontrarlo mentre tornavo dal lavoro. Lo trovai all'improvviso, nel buio,
seduto al bordo della strada. Anche lui fu stupito di vedermi e mi chiese: da
dove arrivi? Risposi: <dal lavoro> E lui,aprendo il fazzoletto giallo
annodato: < baica, mi sansa fatica reù vagnà tut sossi!> Era un bel
mucchio di soldi! Gli augurai buona fortuna e me ne andai. Non so più che fine
fece Nicolin, ma fu sempre da solo col suo vizio del gioco!
Da bambino e ragazzino la vita
della famiglia fu difficile, ma essendo tutti nella difficoltà si viveva in
armonia. Per andare a scuola aspettavi che qualcuno portasse a casa un paio di
scarpe, oppure se ti regalavano un paio di scarpe eri felice e èt blagavi anche
se erano un po' piccole e facevano male!
La famiglia viveva di quel poco che offriva la terra, grano, granturco una piccola vigna, si seminavano i ceci. Si teneva la mucca e si prendevano,due vitellini da Tantin di Pianfré, per allevarli. Quando erano da macello si riceveva una cifra per ripagare la spesa di allevamento.Avevamo quattro pecore e una capra si ricavava latte per noi e per far tome, lana e la mamma la cardava filava e lavorava con i ferri per realizzarci maglie, calze ed altri indumenti. Avevamo una capra che “a jerà propi bona da lat” era ottima produttrice di latte, allora papà Benedetto prese un vitellino da Tantin e lo fece poppare dalla capra.
Metteva la capra nella greppia
e così il bocinèt si attaccava alla “pupa”. Venne proprio bello, certo che noi
dovemmo allungare il latte con l’acqua perché lo prendeva tutto il vitellino!
Si teneva qualche gallina e qualche pollo. I
polli li portavamo nella Meliga a Prà neuv e li lasciavamo liberi affinché
crescessero. Non c'era nè il pericolo delle poiane, nè di altri animali.
Ricordo che una volta fu presa una volpe e fu mangiata! Ma erano rare.
I BACHI DA SETA
Una delle prime fonti di
reddito era l'allevamento dei bachi da seta per la produzione dei cochètt
bozzoli. Mettevamo nella camera da letto e in cucina le "pontà" e si
dormiva nella stalla.
Con la vendita dei bozzoli
arrivavano i primi soldi. Con i bozzoli scartati la mamma realizzava qualche
gomitolo di seta per produrre indumenti per tutti noi. Ho tenuto una camicietta
della mamma che ha preso mia figlia come ricordo. Propi bela!
PAPÀ COLTIVAVA TABACCO
Mio padre, fumatore di sigaro
e masticatore di tabacco ( o cicava), coltivava un po’ di tabacco per suo uso!
LE CASTAGNE
Tutti avevamo un po’ di
castagne e le facevamo seccare nell’”essicatoio” comune che era sull’angolo del
portico di Paolo all’Arditao. Una volta bianche le battevamo con la mazza
“diamante” e servivano per i nostri pasti! Per il principio “ is campava via
gnente” Non si sprecava niente, il brodo della bollitura delle castagne veniva
usato per le zuppe con il pane!
L’ACQUA
Si andava a prendere l’acqua
per uso alimentare alla fontana che era a duecento metri, e c’è ancora! Ci
prendevamo il “ baso” e con due secchielli si andava. Per gli animali avevamo
l’acqua del pozzo. “d’ogni modo” ho sempre sentito dire che qui al Brichètt
preferivano offrire un bicchiere di vino piuttosto che un bicchier d’acqua! Il
vino c’era e non mancava mai, l’acqua bisognava procurarsela.
DURANTE LA GUERRA
Nel periodo della guerra io
avevo 8/ 10 anni ma fu un tempo brutto e complicato. Qui da noi venivano a
nascondersi i partigiani e si costruivano dei nascondigli , così potevano avere
la visuale su Cravanzana e Bosia. Noi
vivevamo nella paura perché si sentiva che dove arrivavano i nazifascisti e
trovavano anche solo un bossolo dei partigiani davano fuoco alla casa. Inoltre
i partigiani prendevano il poco mangiare che avevamo per noi. Presero il
vitello a mio zio che aveva due razze e due ragazzi, e volevano prendere anche
il nostro se mio fratello Luigi non fosse intervenuto piangendo a chiedere di
lasciarcelo! Vennero i nazifasisti e si piazzarono con le mitraglie lì nel
prato del Gir dell’Arditao. Andò bene che non trovarono i “rifugi dei
partigiani”!.
QUANDO SI “BATTEVA IL GRANO”
Alla trebbiatura, quando
veniva la macchina si faceva il piazzamento nel prato dell’Arditao. Prima
venivano con il “motor a Feu” che paceva girare i meccanismi della trebbia, in
seguito vennero con “ il trattore a testa caoda”. Era proprio una bella festa.
Pensa che eravamo noi 14 del Brichètt,23 dell’Arditao, Giovanin della Masseria1
Si faceva una gran tavolata lì in mezzo alle case e tutti portavano qualcosa da
mangiare. Chi portava salame, chi preparava il pollo, chi il coniglio e si
faceva festa. Si cantava, si giocava al balon e a bocce! Ricordo Dolfo e
Carola, mia nona Catlinin “rà Brichetta Levatriz”, Domini fratello del nonno di
quelli della Masseria e mio zio perché aveva sposato una sorella di mio padre.
LA BOTTEGA E L’OSTERIA
ALL’ARDITAO
All’Arditao, mia nonna aveva
la bottega di tessuti della quale vi è ancora l’insegna sulla casa ormai
diroccata.
Vendeva pezze di stoffa,
camicie, pantaloni.
“Cin” tenne anche l’Osteria
all’Arditao, poi si spostò in Belbo.
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