domenica 12 luglio 2026

I PARTIGIANI HANNO RACCONTATO

 



QUADERNI DEL G.A.R.

BANCA DELLA MEMORIA DELLE TRADIZIONI DELL’IDENTITÀ          DELL’ALTA LANGA

PARTIGIANI TESTIMONI                

A cura di Beppe Fenocchio  di Neive Arguello

    

 
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

ABBÀ SEBASTIANO ”Bastianin”

BERUTTI PIETRO “ Gino”

CARMINE ANGELO “John 

CHIARLE MARIO “Tigre

ROSSELLO RENZO “Foco” 

FENOGLIO LORENZO “Renzo” 

FERRATO GIOVANNI “Va e torna” 

FERRO TERESIO 

GARELLI RICCARDO “Dick” 

GIORDANO GIOVANNI “Gino”

MARINO FELICE “Felix”

NEGRO GIOVANNI “ Jean della Val Varaita - Negrito”

SALVETTI RENATO "René"

SEGHESIO GIANNI “JAN”

SOMENZI ELIA

SORIA PIETRO “Pinin”

ZUCCARO RENZO “ Razzo”


 

 

 

 

 

 

 


ABBÀ SEBASTIANO

Cravanzana 26 08 1927 “BASTIANIN”

Partigiano 2^DIV. LANGHE BRG BELBO AUTONOMI

COMANDANTE SQUADRA 

Nato a Cravanzana nel paese, frequentai le scuole fino alla quinta classe. Nel 1944 con altri compagni facemmo un “assalto” ai Carabinieri poiché volevano prendere dei “giovinot” (giovani della leva del ‘24) che non volevano presentarsi alla chiamata alle armi.

Attaccammo la caserma e sparammo alcune “Scioptà” (schioppettate). Non ci furono né feriti né morti, non volevamo colpire i Carabinieri, ma intimidirli. Riuscimmo a neutralizzarli e questi non arrestarono i giovani renitenti alla leva.

Dopo poco tempo dalla nostra azione, altri Partigiani incrociarono casualmente una camionetta con 4 Carabinieri che veniva verso Cravanzana e che si era fermata in Loc.Olano di Bosia poiché aveva bucato una gomma. Un carabiniere, sparò e uccise un Partigiano, gli altri compagni uccisero tutti e quattro i Carabinieri. Dopo l’uccisione dei quattro inviarono una squadra della milizia fascista ma non trovò nessuno dei Partigiani, era una squadra di Garibaldini di Savona ed erano ormai lontani. Il partigiano morto fu Tamagnone Mario (in suo ricordo fu posto un cippo con foto e lapide, e c’è ancora.)

 Ricordo solo più alcuni compagni Partigiani, poiché è passato troppo tempo. Vi era uno originario di Torino che aveva come nome di battaglia “Annibale”. In un combattimento fu colpito da un proiettile alla pancia, ma una “bomba” che aveva appesa alla cintola lo salvò, fermò il proiettile e non si ruppe né esplose.

DEGIORGIS  ANNIBALE  08/11/1925  TORINO 

Nome di battaglia ANNIBALE  PARTIGIANO  3° DIV GL 1° BRGDIV GL Dal 26/02/1944 Al 19/12/1944 DIV GL 1° BRG Dal 19/12/1944 Al 08/06/1945

CAPOSQUADRA Dal 01/07/1944 Al 15/03/1945

COMANDANTE DIST Dal 15/03/1945 Al 08/06/1945

ferito NARZOLE  CUNEO  26/04/1945


 

BERUTTI  PIERO  16/05/1922  

BARBARESCO GENIO Reparto 1° RGT 
CAPORALE MAGG. 

PARTIGIANO “GINO”      2° DIV LANGHE

FORM. AUTONOMA 

PARTIGIANO Dal 20/02/1944 Al 20/03/1944

Seconda formazione BRG BELBO COM Dal 25/06/1944 Al 07/06/1945

PARTIGIANO Dal 25/06/1944 Al 10/01/1945

Grado conseguito VC.COM.TE COMP. Dal 10/01/1945 Al 07/06/1945


 

 

PIETRO BERUTTI Comandante Gino

 

 

DA MILITARE A PARTIGIANO

 

Riconosco di aver commesso tanti errori, però mi rammarico soprattutto di non aver tenuto un diario di cosa feci e cosa vidi durante la vita Partigiana. A raccontare oggi non è più la stessa cosa, “èr mond o rè sèmpre stà mès da vènde e mès da caté” (il mondo è sempre stato mezzo da vendere e mezzo da comprare!) , jè dèr bon e jè dèr gram!(c’è del buono e del cattivo!)

 

Partìi militare che avevo 19 anni, noi del ’22 fummo chiamati prima alle armi. Avevo 10 lire in tasca, arruolato nel Genio andai a Casale Monferrato, mi diedero la divisa e si doveva andare in Russia. Arrivammo fino a Trento con la tradotta poi ci riportarono a Candiolo dove restammo un mese , avremmo dovuto andare in Africa. Saremmo andati in Africa vestiti come  per la Russia! Andai invece a svolgere attività di Treno-ape in Francia, con la IV Armata, cioè a distribuire viveri alle truppe dislocate nelle valli.

 

 

L’otto Settembre a Nizza

Alle 19.45 dell’otto Settembre ora del giornale radio, ora in cui si sarebbe dovuto trasmettere il “bollettino di guerra n° 1202”, gli italiani ascoltarono questo proclama.

"Il governo italiano – diceva Badoglio dai microfoni dell'allora EIAR – riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze Alleate Angloamericane. La richiesta è stata accolta.


Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze Angloamericane deve cessare

da parte delle Forze Italiane in ogniluogo.

Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza"

Appena fummo a conoscenza dell’Armistizio, da Nizza, dove eravamo andati per la libera uscita in autobus, rientrammo velocemente a Beaulieu su Mèr, sede dell’Autocolonna, dove stavano già sbaraccando e recuperati gli zaini con le nostre poche cose, partimmo con i camion e raggiungemmo Cuneo. Dalla Caserma, io e altri ci fermammo in un cascinale sul lungo Stura dove chiedemmo degli abiti borghesi. Era una casa posta lungo il fiume e abitata da povera gente che ci diede  cosa aveva. Seppi in seguito che i nazi-fascisti uccisero i loro figli per rappresaglia. Da Cuneo prendemmo il treno per Torino. A Nichelino ci avvisarono del posto di blocco e scendemmo. Eravamo molti militari, tra i quali anche degli ufficiali e imboccammo una via stretta. Nella calca mi sentìi afferrare per un braccio e trascinare dentro una casa sulla via. Era un conoscente con il quale avevamo abitato come vicini di casa in corso Tripoli a Torino. Mi spiegarono che era pericoloso poiché vi erano i Tedeschi che cercavano i giovani per catturarli e inviarli in Germania. Dissi che volevo raggiungere Alba per rivedere mia mamma e mia sorella ma mi fecero capire che era troppo pericoloso poiché i nazifascisti ci davano una caccia spietata. Con altri quattro, il giorno dopo, ci avviammo a piedi per raggiungere Asti. Avevo pensato di recarmi da certi parenti che erano mezzadri presso una cascina dei De Benedetti. Non riuscimmo però ad arrivare al cascinale sopra Asti poiché incappammo in un posto di blocco e fummo condotti, insieme a tanti altri alla caserma di via Alfieri. Chi ci condusse presso la Caserma erano dei giovani che, devo dire non ci maltrattarono, ma semplicemente avevano ordine di controllare tutti quelli che erano in età del servizio militare. Fortunatamente, eravamo troppi e vi era una grande confusione e riuscimmo ad approfittarne sgattaiolando via. Attraverso campi e boschi impiegammo 3 o 4 giorni  e raggiungemmo Sommariva Perno dove ci aggregammo alla banda del Tenente Marco.


Marco Lamberti”Ten.Marco” sarà ucciso con altri sette a Carignano. Marco e Guido Portigliatti erano del 1° Gruppo Divisioni Alpine, Leonardo Cocito e Giorgio Porello della 12° Divisione Bra. Con loro furono impiccati anche Cossu Antonio di Nule, De Zardo liberale di Catania, Mancuso Pietro di Palermo e Brugo Giorgio di Romagnano Sesia.

 

DALLE LANGHE AL ROERO

Dopo una ventina di giorni decisi di andare verso Alba per unirmi a qualche gruppo di quelle parti. Seguii un rio e tra rovi e spine giunsi a Canale, da qui arrivai al ponte sul Tanaro presso Alba. La tentazione di andare a salutare mia madre e mia sorella fu grande, però mi resi conto che sarebbe stato troppo pericoloso. La città era piena di fascisti e tedeschi e pertanto scelsi di recarmi al porto di Barbaresco e attraversai con il traghetto. Incontrai altri giovani sbandati e salimmo a Neive Alto. All’arco di San Rocco incontrammo un partigiano che ci accompagnò a Mango, era Carlo Alberto Dacasto(1924 1945). Qui rimanemmo con Ugo Cerrato e andammo ad insediarci  nella cascina Bergui di Camoron . Si trova a sinistra nella salita della Madonna degli Angeli. Pochi giorni e via nuovamente verso Trezzo Tinella e poi a Canelli. Si viaggiava a piedi o per qualche tratto con il pullman di Berta. Dal Littorio di Canelli dove c’era il gruppo di “Davide” che passerà alla storia come quello che ci vendette ai Tedeschi, fuggimmo verso Cossano. Dopo lo scontro con i nazi-fascisti, alle porte di Cossano, rimasi sempre con Poli. Conobbi John(Angelo Carmine), Geraci(che sarà il comandante del gruppo di Coazzolo), Moretto(Giuseppe Berta) Pinco, Fodretta, Guzzi, Barba, Giacomino, Pierre(Piero Ghiacci), a Monbarcaro feci la conoscenza del mitico Lulù (Louis Chabas)  che fu ucciso il 9 febbraio 1945 a Bene Vagienna, in un tragico equivoco, da partigiani delle formazioni G.L.. Incontrandolo al buio sotto i portici di quel paese, travestito da ufficiale tedesco, quei partigiani non esitarono a far fuoco, nonostante il suo tentativo di farsi riconoscere. Si rimase qualche tempo alla Lodola di Castino e allo Scorrone, poi Poli mi destinò a Barbaresco.    

 

Sovente mi son tornate alla mente le situazioni vissute, i confronti avuti con Mauri, con Marco con “Poli” Piero Balbo e anche qualche scontro verbale con partigiani di altre fazioni. Passo in rassegna i vari fatti e se da un lato mi rammarico di non aver scritto un diario, mi convinco di aver sempre agito con onestà e buon senso rischiando di persona ma rispettando sempre le idee degli altri e cercando di proteggere la vita di chi si trovava immerso in un momento storico molto difficile e senza colpa ne pagava già le conseguenze vivendo nascosto e nella paura. Vivere senza libertà di esprimere la propria opinione o obbligato a nascondere la propria identità furono le idee che più mi infastidirono e mi fecero decidere di aggregarmi ai “Ribelli” di Sommariva Perno con “Marco” e poi con “Poli”. Dopo il 9 settembre nessuno sapeva cosa fare, nessuno dava ordini e provvedeva perché venissero eseguiti, nessuno si dimostrava capace di prendere in mano la situazione. Si capiva che gli alti comandi erano rassegnati e intenzionati a non prendere posizione contro i tedeschi. Questo  mi procurò delusione ma nello stesso tempo mi spinse ad agire. Compresi che l’unica via era quella di collaborare per intervenire contro le ingiustizie a cui si stava assistendo.

 

 

ALBA LIBERA DAL 10 OTTOBRE AL 2 NOVEMBRE 1944

Verso le 16 Alba fu in mano ai Partigiani. Il comando della Piazza venne assunto dal Ten. Carletto Morelli, comandante della Brigata Belbo della II Divisione Autonoma  Langhe mentre per l’Amministrazione della città venne insediato ufficialmente il C.L.N. che era già stato clandestinamente costituito nella  primavera con l’Avvocato Bubbio per la D.C.,l ‘Avvocato Roberto per il P.C.I., l’avvocato Chiampo per il C.D.A.,l’Avvocato Gioelli per il P.L.I.,l’Avvocato Viglino prima e il Sig. Favro Beltrando poi per il P.S.I.

 

 

A MOMBARCARO FUI RICONOSCIUTO DA LULÙ

Ero entrato da poco nel gruppo di Poli e fui inviato con Carletto e altri, in missione a Mombarcaro, quando fummo dopo Bossolasco sentimmo il rumore delle moto sidecar dei Tedeschi. Era all’imbrunire, si fece in tempo a buttarci nei, fortunatamente profondi fossi, che arrivarono e transitarono ben tre sidecar. Non ci videro e si ripartì. Buttandomi nel fosso trovai persino una pistola “Beretta” che consegnai a Bogliolo, il Comandante del gruppo. Ci fermammo la notte e chiacchierando si raccontavano le nostre esperienze. Intanto che spiegavo a Bogliolo che ero stato in Francia, sentii avvicinarsi un giovane che al termine, con cadenza francese  mi disse: < tu eri camionista a Beaulieu sur mèr, l’hai scampata bella. Noi Maquis ti tenevamo d’occhio e se non fosse arrivato l’armistizio ti avremmo sequestrato!> Io stupito confermai che ero in Francia e ci scherzammo su, il giorno seguente, rientrammo al nostro gruppo, lasciai detto che mi salutassero Louis Chabas detto Lulù(se mai fosse tornato!), poiché nella notte se ne era andato.  Di Lulù ne sentii parlare molto in seguito e ad ogni sua impresa mi tornavano alla mente quei suoi occhi intensi e il sorriso malinconico che  mi avevano colpito nell’unico incontro avuto. Diventò leggenda e ancora oggi, quando, trovo qualche sua foto mi “sale la malinconia”.

 

 

ATTACCO SU ALBA DEL 15 APRILE

                                           

       Alla presa di Alba del 15 Aprile, io ebbi l’incarico di sorvegliare con i miei uomini “Il sabotaggio del Molino Rizzoglio e della Centrale elettrica.” Comandavo la terza Colonna. Scendemmo da  Barbaresco e percorrendo le gallerie della ferrovia passammo sotto la galleria sulle rocche dove il Tanaro effettua un’ansa e vi sbuca il Torrente Cherasca. Lì davanti c’era il Seminario minore dove alloggiavano i fascisti. Noi arrivammo procedendo lungo l’argine che arrivava dal cimitero e passava dove ora c’è la rotonda e corso Torino. Sulla piazza del grande Peso Pubblico vi era una Torre dalla quale i repubblicani sparavano, ma noi riuscimmo a evitare i proiettili proteggendoci con la riva dell’argine, finchè giunse un piccolo carro armato che andò a girare dietro il vecchio campo sportivo e quindi alle nostre spalle e iniziò a effettuare una pioggia di fuoco. Fu così che dovemmo uscire allo scoperto e in quel frangente caddero colpiti  Valerio Boella Walter, Romano Scagliola Diaz, Marcello Montersino Giob, Solazzo Oronzo, Mereu Albino. Gino si mette le mani al viso e sussurra ”Abbiamo sbagliato tutto, ma eravamo giovani e inesperti e rischiavamo da incoscienti!”

Dal Seminario Minore sparavano, dalla torre del Peso sparavano, sparava il carro armato, a quel punto ordinai di fuggire e quando li vidi tutti al sicuro nella galleria ferroviaria, per ultimo, vedendo che i proiettili erano una pioggia nell’acqua della Cherasca pensai di rientrare attraversando il Tanaro sotto le rocche per arrivare da sotto a Barbaresco. Dove sfocia la Cherasca vi erano delle “Gore”(salici) e sapevo che sotto le rocche vi era “na roséla” (aquitrino di acqua corrente) dove avrei potuto attraversare il fiume. Con grande fatica percorsi il tragitto sotto i salici e un po’ piegato e un po’ a “Gatass”(a quattro zampe) arrivai dove c’era il porto di Barbaresco, attraversai con l’acqua alla gola, rischiando più di una volta di scivolare e di andare sotto.

Fui salvato da una ragazza(Adriana Alciati) sfollata da Genova  che viveva nel castello, vedendomi in difficoltà si tuffò e venne in mio aiuto. Ero stremato e riuscìi a salvarmi solo perché avevo ventidue anni, tanta forza e altrettanta incoscienza.

 

Boella Valerio “Walter”

e Montersino Marcello “Giob”

 

Il dieci Ottobre 1944, “Walter” aveva già partecipato alla prima occupazione di Alba e anche il 15 Aprile 45 volle intervenire. Tutti i ragazzi fremevano all’idea di scendere ad Alba e liberarla definitivamente. La notte precedente, nessuno riuscì a chiudere occhio e anche Walter, che soffriva di ricorrenti emicranie, non riuscì a riposare. Tuttavia, al mattino, si presentò con un foulard attorno alle tempie e non volle sentir ragione, si avviò con noi e partecipò con vigore al combattimento finchè, esponendosi eccessivamente lo vedemmo cadere colpito in piena fronte. Toccò a me, in qualità di comandante, comunicare a Poli la perdita di Valerio e di Marcello. Anche Giob era un ragazzo che non aveva paura di niente e forse questo eccessivo coraggio gli costò la vita.

 

Ancora a Barbaresco

Sempre di Domenica, ero nel negozio dalla mia futura suocera, mi avvisano che erano arrivati i “Repubblican”(fascisti). Uscìi di corsa e infilai la porta del Castello che a quei tempi era abitato e mi butto a gambe levate nel bosco di pini che era dietro, ora son tutti vigneti. C’erano trenta centimetri di neve e lasciavo delle orme che avrebbero segnalato il mio passaggio e neppure non potevo fermarmi perché se mi avessero inseguito mi avrebbero ucciso sicuramente. Mentre decidevo cosa fare girai gli occhi e vidi un passaggio, lo infilai senza sapere dove andasse. Procedetti per un po’ e mi trovai sull’orlo di un laghetto, era il fondo del pozzo del Castello. Attesi un po’ di tempo rimanendo ad ascoltare se vi fossero dei rumori, poi decisi di uscire. Però “son èntrò con èr muso e son sortì con èr cu!”(entrai in avanti e uscìi arretrando!” Era un piccolo cunicolo dove non ci si girava e pertanto cercando di non far rumore arretravo di tre passi gattonando e mi fermavo,

finchè mi decisi di uscire nonostante sentissi parlare. Andò

bene poiché i fascisti erano andati via e le voci erano di gente del paese che disputava sulla mia fine.

 

A Guarene

 

La Guardia Bianco(Vigile urbano)di Guarene, rinomatamente fascista, ma una brava persona, mi fece sapere che aveva bisogno di parlarmi. Mi avvisò tramite mia suocera che aveva la “bottega “ qui a Barbaresco. Donna di grande buon senso, mi pregò di andare a Guarene per parlare con la guardia. Mi feci accompagnare da due uomini e scesi al Porto sul Tanaro.(vi era quello di Neive,  gestito e azionato dalle famiglie Agnelli, situato subito dopo la Chiusa  dove c’era il Ciabot del canale per l’irrigazione, e quello di Barbaresco che si trovava sotto la rocca di fronte al Tiro al bersaglio dove c’erano i muri per il tiro.) Non prendemmo il traghetto ma guadammo in un punto che conoscevamo. Ero molto guardingo poiché era un periodo in cui “iera poch da fidésse”(bisognava fidarsi poco). Attraverso sentieri nelle “gorè”(salici), passammo in Vaccheria e salimmo nel paese di Guarene.

Rimanendo nascosto, mandai a chiamare il Bianco. Lo attesi dietro un cascinale ed arrivò presto. Guardingo, pure lui, mi prese in disparte e girando alla larga iniziò: < Ho voluto

parlare con te Gino perché so che sei un uomo di giudizio e capisci le cose. Insomma, è arrivata in paese la moglie di un Capitano tedesco con due figli piccoli. Lei e il marito pensano che qui sia un luogo sicuro, ma io non mi fido. Soprattutto i bambini danno troppo nell’occhio, e ho timore che qualche soffiata ai tuoi colleghi sfegatati li metta in grave pericolo>. Mi feci accompagnare da questa signora che era in un cascinale. Mi apparve molto spaventata e preoccupata. Io le consigliai:< Per quanto riguarda il mio gruppo le garantisco che non correte pericoli e anche se non ne ho ancora parlato con il mio comandante “Poli”, posso dirle che non facciamo la guerra alle donne e ai bambini, tuttavia ci sono altri che agiscono senza tanti scrupoli. Pertanto le consiglio di non uscire assolutamente e di non farsi vedere, né lei né tantomeno i bambini, poiché se altri vengono a conoscenza è probabile siano interessati ad avervi come prigionieri per usarvi come oggetto di scambio>. Era una bella donna e aveva due bimbi biondi che ignari giocavano nel cortile. Anche i proprietari della cascina rischiavano, ma tranquillizzai tutti, per quel che mi competeva,e ripartìi alla volta di Barbaresco. Preferìi fare un ampio giro e salire all’Ovello dal traghetto di Neive. Inviai a “Poli” un messaggio tramite staffetta e lui mi rispose che avevo agito bene e si augurava che anche gli altri gruppi si sarebbero comportati rispettando la donna e i bambini. Alla fine della guerra seppi che erano rimasti nascosti e non avevano avuto guai con i partigiani. Non so che fine fecero ma spero siano scampati e siano ritornati a casa loro. Di morti e feriti ne vidi troppi e speravo sempre che tutto si risolvesse senza dover sparare. Tanti innocenti ,purtroppo,  dovettero soffrire perché qualcuno voleva gloriarsi di essere potente. Qui a Barbaresco, il 5 Agosto, arrivò il Colonnello Aurelio Languasco

 

comandante il II Cacciatori degli Appennini. Sapendo di noi partigiani, spaventarono la popolazione e spararono colpendo una povera ragazza che guardava dalla finestra, rimarrà disabile per tutta la vita. Razziarono tutto quello che c’era nel negozio di alimentari di mia suocera e non trovando “Romana “, la mia futura moglie, portarono in carcere,Clara, la mamma, e il padre. Quando,per intercessione del vescovo Monsignor Luigi Maria Grassi furono rilasciati, la mia futura suocera fu colpita ad una caviglia da una scheggia di una granata che esplose, guarda caso, proprio mentre usciva dalle prigioni. Fu condotta alla Casa di Cura e fu operata dal Professor Dogliotti, ma tribolò finchè scampò.

 

A Madonna degli Angeli di Alba

 Il capitano Ballard chiese di poter disporre di un reparto ben addestrato, dotato di qualche pezzo da campagna e di un buon numero di mortai per agire in appoggio alle azioni partigiane. Il reparto avrebbe dovuto essere costituito da paracadutisti inglesi. La richiesta fu accolta. Dopo pochi giorni, atterrarono all’aeroporto di Vesime cinquanta commandos inglesi, che furono ospitati a Castino, a Cascina Lodola. Il loro comandante era il giovane Capitano Mac Donald, di origine canadese. Era di bell’aspetto, alto, bruno, persona simpaticissima, un vero signore nei modi e nel tratto e desideroso di manifestare la sua gratitudine per la calorosa accoglienza e ospitalità.

Essendo egli autonomo nei collegamenti con il Comando della Special Forces, i partigiani fecero chiedere  cartucce e colpi per tutti i calibri; le richieste furono puntualmente esaudite. Il capitano canadese era soprattutto un uomo d’azione e con i suoi commandos era ansioso di agire e di aiutare i partigiani nel loro impegno contro gl’invasori nazifascisti. L’occasione si presentò il 15 aprile del ’45 nella definitiva presa di Alba: i paracadutisti del capitano Mac Donald accompagnarono l’azione con le loro armi dalle alture a Sud-Est di Alba. Un’azione determinante per il successo finale.

Dovevano andare a sistemarsi sulla collina di Madonna degli Angeli. Avevano dei mortai che utilizzarono per sparare su Alba, delle “motorette” e dei “tubi” di Benzina e di alcool. Io ebbi il compito di accompagnarli alla postazione. Vi era un interprete e scelto il posto iniziarono a sparare. Anche da Alba sparavano e mentre si discuteva sugli adattamenti da apportare alle postazioni, diedi le spalle ad Alba. Fui colpito alla schiena, poi mi dissero all’altezza della pleura, provai un forte dolore e mi accasciai piegandomi sulle ginocchia. D’istinto portai le mani dietro ma non persi i sensi, anche se pensai “sì a rè finìia! Son bele andà”(Qui è finita, sono morto!) Ero stato colpito da un proiettile uscito dal mortaio degli Inglesi. Per qualche minuto non respirai e mi aiutarono a riprendermi.

Fui portato in ospedale e verificarono che avevo avuto una forte botta. Mi ripresi, e alla fine della guerra nonostante avessi i documenti che attestavano il ferimento non volli comunicarlo”  Addirittura, venne qui il Capitano inglese che, ricordando l’accaduto mi chiese perché non lo avevo segnalato, lui avrebbe potuto farmi avere una medaglia dal comando inglese, visto che stavo operando per loro! Cosa vuoi, finita la guerra fui dell’avviso che bisognava ripartire senza più pensare ai fatti della guerra e mi buttai anima e corpo nella nuova vita. Purtroppo nonostante mi fosse andata bene non seppi “vendere la pelle” e ne porto ancora le conseguenze con la lesione alla pleura.

Con grande fatica e non riuscendo a trattenere qualche gemito di dolore, Gino si alza e con un sorriso mi mostra il documento dell’ospedale e della suora che lo ringraziano per aver fornito dei preziosi viveri in cambio delle cure che aveva ricevute. 

 

 

Assalto alla Caserma del Rondò di Alba

 

Andammo io e tre  uomini per prelevare un fusto di benzina alla Caserma della Fanteria. Era situata dove ora c’è il Motel Alba. Arrivammo dalla Vaccheria con un carro, trainato da una mucca, carico di fieno per nascondere il “botal”fusto”. L’azione fu semplice, disarmammo la guardia e caricammo il fusto di benzina, lo coprimmo con il fieno e ci avviammo. Appena imboccata la strada che andava verso il Tanaro, le cose si complicarono. Arrivò un sidecar e una moto con tre tedeschi che si fermarono davanti alla panetteria e si misero a fermare chi transitava. Per evitare che capissero che eravamo partigiani facemmo andare verso il “porto” di Barbaresco il carro con due uomini e io ed un altro ci nascondemmo nel canale chiamato Riddone. A quei tempi aveva tanta vegetazione e potemmo nasconderci, aggrappandoci ai rovi della riva e mettendo i piedi nell’acqua. I tedeschi si fermarono ben due ore e noi dovemmo rimanere nascosti riempiendoci le mani di spine con l’acqua alla cintola che tendeva a trascinarci via. Quando quelli se ne andarono, noi infreddoliti e sanguinanti raggiungemmo il porto e quindi risalimmo a Barbaresco. La missione era compiuta, andò bene ma rischiammo di essere catturati.

 

 

 

Assalto ad un camion a Mussotto

Un giorno venimmo a sapere che sarebbe transitato un camion militare proveniente da Alba per recarsi verso Canale. Con cinque uomini scendemmo da Barbaresco, attraversammo il Tanaro e percorremmo la Vaccheria. Risalimmo verso Guarene e scendemmo verso Castelrotto. Ci mettemmo nel boschetto sopra la strada in attesa del camion. Quando sentimmo il rumore, con una corsa ci portammo davanti al camion e senza sparare, costringemmo l’autista a fermare. L’equipaggio era composto da tre militari, uno di questi riuscì a sparare un Bengala prima che li disarmassimo. A quel punto dovevamo  agire rapidamente prima che arrivassero i rinforzi. Costringemmo l’autista a portare il camion nella strada che conduce a Piobesi e qui diedi fuoco ad uno straccio intriso nel gasolio, mentre il camion andava distrutto risalimmo a Guarene, dopo aver immobilizzato i militari. L’obiettivo era stato centrato: distruggere un mezzo che avrebbe trasportato armi o viveri per i nazi-fascisti. Quando portavamo a compimento azioni che creavano un danno al nemico, nel gruppo vi era grande soddisfazione e si aggiungeva l’orgoglio di aver agito senza procurare  né aver subito perdite o danni a vite umane.

 

Riccardo Terzolo “Bleki”

 

<Riccardo,“pòr matòt”(povero ragazzo) era nato a Barbaresco nel 1916 . Il 28 Gennaio del 1945, travestito da Repubblicano, con il basco e teschio della “muti” e con altri tre uomini anche loro travestiti da Fascisti entrò  nella Trattoria “Stella Polare” dove vi erano dei Tedeschi che mangiavano. L’idea era quella di prenderli prigionieri per utilizzarli come scambio per liberare dei Partigiani. Aveva già effettuato altre azioni del genere, e sempre erano riuscite, in questa occasione i tedeschi reagirono e lo ferirono a morte. Gli altri compagni riuscirono a fuggire, dissero che Bleki prima di cadere lottò con tutta la sua forza e mise a terra due tedeschi. Fu portato in Ospedale a Bra ma morì dopo pochi giorni. Era di Tre Stelle, figlio di Battista, aveva solo 29 anni. Il 20 Gennaio, Bleki,  sempre a Bra aveva catturato, un militare tedesco di nazionalità francese. Era circolata voce che il Bleki, Comandante di distaccamento della Brigata Belbo avesse organizzato un’irruzione alla Trattoria Stella d’oro di Alba, dove erano riuniti a cena ben 18 ufficiali del presidio. Il colpo non andò a buon fine perché il locale aveva le zanzariere di retina metallica e quindi non poterono effettuare il lancio delle bombe all’interno. e dovettero desistere.

Bindello Luigi “Pitros”

Nato a Neive l’8 Marzo 1923 era figlio di Angelo e Giordano Luigia. All’8 Settembre 1943 era Alpino al 2° Regg.to, Batt.ne Borgo 608° Compagnia. Nel corso di un’azione fu sorpreso ed arrestato unitamente a Negro Giovanni, Comandante di squadra della 2° Divisione Langhe. Un reparto delle SS italo-tedesche li torturò e seviziò , nonostante le botte e le sevizie non rivelarono nulla. Questi i fatti:

Pitros si trovava nella formazione organizzata da “Jean  di Val Varaita” Giovanni Negro nato a Castino il 27 Febbraio 1925.<Resistenza Cuneese n.5 Maggio 1966>, che operava nella zona della bassa Langa, a Barbaresco,Treiso, Camo, San Rocco Seno D’Elvio, alle dirette dipendenze del CLN di Alba con cui era collegato tramite “Pinottina” Voghera, mitica maestra di Neive. All’alba del 20 Giugno, su una motocicletta, Jean e Pitros partirono, disarmati, diretti ad Alba e quindi a Canale per ritirare alcuni “stens” dal Comandante Ceka. Alla Madonna degli Angeli la moto si fermò e Pitros insistette per scendere in Alba e far riparare la moto dal meccanico Gamberani. Mentre erano in officina , comparvero in piazza Savona alcuni automezzi tedeschi delle SS. Jean viene catturato nell’officina, Pitros sotto i portici vicino alla gelateria Coraglia. Caricati entrambi sul camion, vengono portati nella Caserma Govone. Jean riuscì a inghiottire il tricolore con la scritta”Partigiani Langhe”, ma Pitros non vi riuscì avendo la bocca piena di sangue. Fu perquisito e trovato il tesserino, il capitano delle SS lo condannò a morte, con sentenza da eseguirsi a Benevello dove qualche giorno prima alcuni SS erano stati feriti dai Partigiani. Nonostante l’opposizione del cap. tedesco che non  voleva che il Parroco si avvicinasse, questi raccolse l’ultima volontà di Pitros che fu il perdono dei suoi carnefici.

Jean fu trasferito ad Asti e poi alle carceri Nuove di Torino e deportato in un Lager della Germania di dove ritornò a guerra finita.

A Trezzo Tinella “Mamma Pierina”

Per un certo periodo, prima di venire qui a Barbaresco, fui a Trezzo Tinella. Ricordo con piacere Mamma Pierina, “ra Fnoja” (la Fenocchio). Noi Partigiani gliene combinavamo di tutti i colori, ma lei ci trattava come suoi figli . Ricordo che sopra l’armadio, nella camera dove andavo a coricarmi, aveva nascosto delle stecche di sigarette nazionali, di me si fidava e mi voleva bene. Io non fumavo ma confidai il nascondiglio a Racot e Renato. Dissi loro di non prenderle tutte, ma loro fecero man bassa. Me la vedo ancora quando mi chiamò a rapporto e con le mani sui fianchi mi chiese se avevo visto delle sigarette. Mi difesi dicendole che non fumavo e lei con un sorriso - <capì, bitoma an sèr cont ..e peu lezima!>(capito, mettiamo sul conto.. e poi leggiamo!). Aveva capito benissimo che eravamo stati noi partigiani a prendere le sigarette ma non infierì più di tanto, sapeva che rischiavamo continuamente la vita e in noi vedeva i suoi figli. Anni dopo, quando andai nella Trattoria a pranzo, le ricordai il fatto e lei battendomi sulla spalla mi disse: <se quei tempi fossero costati solo un po’ di sigarette ne avrei offerte molte di più! I caduti non tornano!>

Il figlio Mario morì in Africa nel 1941 e a Trezzo, Pierina, vide cadere tanti giovani .

A Trezzo, prima ancora di Dicembre 1943, Pinotin Gavarino,  Lino Pelazza e Costantino Patetta avevano formato un Gruppo Partigiano di una ventina di giovani. Avevano raccolto delle armi e le avevano nascoste a Cappelletto in un buco. Una notte le recuperarono per  compiere un’azione  verso Canelli agli ordini del “ Capitano Davide”. Giunti a San Donato furono richiamati indietro. Nel pomeriggio del 30 Gennaio’44, giorno successivo a questo contrordine, stavano facendo baldoria a casa di Costantino e furono chiamati da un gruppo di Partigiani del Mango che dissero di voler discutere di alcune questioni. Si incontrarono dietro un muro del Cimitero di Trezzo e mentre parlavano tranquillamente, “Napoleone”un partigiano di Mango, sparò un colpo a Gioacchino Fenocchio e uno a Luigi Patetta. Presero le rimanenti armi e il gruppo autonomo di Trezzo dovette sciogliersi poiché disarmato. Dopo la Liberazione fu organizzato un processo, ma non ne venne in capo a nulla e il caso fu chiuso come “increscioso fatto bellico”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 





 

 

CARMINE  ANGELO  22/07/1925 CALOSSO (ASTI)

NOME DI BATTAGLIA JOHN  

PARTIGIANO  2° DIV LANGHE Dal 01/07/1944 Al 07/06/1945

Nel 1943, a diciotto anni lavoravo già con mio padre che aveva aperto il negozio in via Mazzini a Torino. Si approssimava il momento di essere arruolato e io non avevo intenzione di fare il militare, per cui avevo già tentato di inserirmi nella Polizia, nei vigili del fuoco, nella Croce Rossa, ma non prendevano più nessuno.

Un giorno, capitò in negozio un Capitano tedesco, che parlava benissimo italiano, con una radio da riparare. Mi disse che gli eravamo stati indicati come bravi riparatori e mi chiese di sistemargli la radio, io inserii la spina e compresi che era una stupidaggine. Gli dissi di tornare il giorno successivo che l’avrei riparata, intanto mi feci coraggio e gli dissi che il mese prossimo sarei stato chiamato alle armi e per la mia famiglia sarebbe stato un grosso problema. Lui mi ascoltò e mi guardò severo, poi: < sappia che in Germania a 16 anni i ragazzi sono già sotto le armi!> ed io < comprendo, ma io non è che non voglio effettuare il Servizio Militare, vorrei solo poter rimanere in zona per aiutare mio padre.> Lui, sempre guardandomi fisso negli occhi:< …mi interesserò del caso>. Se ne andò e tornò il giorno dopo a ritirare la radio che funzionava perfettamente, mi disse che per me non si poteva fare nulla poiché il personale specializzato era tutto tedesco e al completo. Io gli dissi che sarei stato disponibile per qualunque attività e quando gli dissi che ero fornito di patenti di terzo grado per mezzi a benzina e nafta mi chiese di andare con lui agli Alti Comandi in via Galileo Ferraris dove viste le mie patenti mi assunsero immediatamento

nell’Organizzazione Todt.(L’Organizzazione Todt era in origine una enorme impresa di costruzioni  fondata in Germania negli anni Trenta dall’ing. Fritz Todt.Con la guerra, assunse caratteristiche belliche: costruzione di installazioni militari, riparazione di danni da bombardamenti, costruzione di vie di comunicazioni strategiche, fortificazioni ecc.Divenne cioè il più grande cantiere edile della seconda guerra mondiale, e, insieme, una grande macchina per lo sfruttamento di risorse materiali e umane: milioni di individui rastrellati nell'Europa occupata furono obbligati al lavoro coatto, sia attraverso la leva militare di classi abili, sia tramite la mobilitazione civile che coinvolse uomini, donne e ragazzi.Dopo la morte di Todt in un incidente aereo, la direzione dell’Organizzazione passò ad Albert Speer, l’architetto del regime nazista.)

Fui tenuto al lavoro nelle Officine degli alti Comandi e un mese dopo ero già diventato”Mester autofachman”(Capo offficina meccanico), ero ben retribuito e tornavo a casa a dormire e mangiare. Svolgevo il mio lavoro di Autista e intanto trascorse un anno.

 Avvenne lo sbarco degli americani in Sicilia, e a Santo Stefano Belbo era sorto il primo nucleo di “Ribelli” con “Poli” e Pinin”. Io e la mia famiglia non conoscevamo Poli che aveva 9 anni in più di me ed era entrato giovane in Marina, ma conoscevamo molto bene il padre che lavorava all’esattoria di Santo Stefano Belbo. Conoscevamo anche il padre di Balbo Adriano”Giorgio” che svolgeva attività di Dentista a Santo Stefano, Asti e Torino e che fu arrestato dai tedeschi e poi liberato grazie ad uno scambio di prigionieri.

Con la formazione del gruppo a Santo Stefano, lasciai la Todt e raggiunsi i “ribelli” di Poli. Certo che inizialmente, a soli 19 anni non comprendevo bene gli obiettivi dei Partigiani, ma con l’aiuto di Poli e degli altri mi inserii bene. Con un po’ di incoscienza giovanile e un po’ di esperienza contribuii ad effettuare degli interventi che furono utili per la Liberazione.

LA TRAGICA CORSA DA Montà d’Alba a Canale

Nel primo periodo in cui ero con i Partigiani facevo  già l’autista. Poli mi disse che occorreva portare due prigionieri Tedeschi ad Asti per effettuare uno scambio

. Accompagnato dal tenente

 Carletto(MORELLI  CARLO  06/03/1921)   ci recammo ad Asti per effettuare lo scambio con mio zio, il Dottor Balbo(padre di Adriano). Andammo con il 1100, avevamo appuntamento con una pattuglia di militari della Repubblica, prima del ponte sul Tanaro. Ci scortarono fino alla casa Littoria dove il Tenente Carletto con i due prigionieri tedeschi salì sopra in ufficio e io attesi dalla macchina. Ero un po’ preoccupato poiché i repubblicani mi osservavano e pareva mi dicessero: “una volta o l’altra ti prendiamo!” tuttavia non successe nulla. Dopo mezz’ora Carletto scese e mi disse che i tedeschi li avevano presi ma lo scambio non poteva avvenire poiché il dott. Balbo era ancora a Torino. Il Tenente chiese di farsi scortare fuori Asti per poi andare ad effettuare una visita ai partigiani del distaccamento di San Rocco di Montà. Colà, trovammo altri partigiani, anche loro con un 1100, che venivano via e mi proposero di effettuare una gara su chi arrivava prima a Canale. Io avevo già la fama di uno che andava veloce in macchina! Accettai la sfida e partimmo, fui subito in testa e gli altri mi inseguivano. Senonché, quando fummo a circa due km. da Canale, ad un ponticello un sobbalzo mi fece saltare via il filo della calotta e la macchina si fermò. Sapevo di cosa si trattava e quindi saltai subito giù ma intanto che io effettuavo la riparazione, l’altra auto mi superò. Ripresi l’inseguimento, ed ero a circa duecento metri, ma quando fummo nel rettilineo prima di entrare in Canale vedemmo spuntare due 38Spa color coloniale che si misero a sparare e falciarono i cinque Partigiani della prima auto. Prontamente inchiodai, con un testacoda cambiai direzione e tornai a San Rocco. Solo verso sera ripartimmo e attraversando sul traghetto del porto di Barbaresco rientrammo poi a Castino.

IL RECUPERO DI UNA BOMBA

Nel 1944, quando si seppe che i nazifascisti stavano preparando il grande “rastrellamento nelle Langhe”, noi ribelli eravamo alla “Lodola” di Castino. Mi chiamò Poli e mi disse che per ritardare l’arrivo dei tedeschi occorreva far saltare il ponte di Borgomale – Campetto, perciò di andare da Moscon, il nostro Capo guastatore e accordarmi per far saltare il ponte la sera dopo. Al mattino del giorno successivo mi recai allo Scorrone di Castino da Renato Moscone e gli riferii la decisione di Poli. Moscon, però, mi spiegò che aveva soltanto due chili di plastico che aveva recuperato dai lanci degli inglesi e che solo con quello non si faceva nulla. A quel punto chiesi se poteva servire una bomba inesplosa. Alla sua risposta affermativa gli dissi che l’avrei recuperata io. Avevo saputo che presso la stazione ferroviaria di Castagnole Lanze vi era una bomba che non era esplosa e subito mi attivai per andarla a recuperare con 5 o 6 compagni. Partimmo con il camion TRE-RO Lancia e mi presentai al Capo Stazione di Castagnole Lanze che mi mostrò dove era la bomba. Quando gli dissi che intendevo portarla via si preoccupò e mi chiese di dargli il tempo di evacuare la sua famiglia che alloggiava nella stazione stessa. Attesi una mezz’ora e intanto studiai come fare per rimuovere da quel buco l’ordigno. Togliemmo un po’ di terra che la ricopriva e l’agganciai con il verricello del camion e la trascinai nei pressi della gru a manovella che si usava in stazione per caricare i vagoni e la sollevai in modo da poterci andare sotto con il pianale, quindi la fermammo con dei pezzi di legno e fummo pronti a partire. Per il viaggio di ritorno eravamo rimasti solo in due, gli altri cinque si avviarono a piedi e mi dissero che ero pazzo. Io avevo fatto questo ragionamento: <Se la bomba di 250 kg non è esplosa cadendo da mille metri, vuoi che esploda proprio adesso solamente a trascinarla?> Probabilmente oggi non lo rifarei! Ma a diciannove anni avevo un’altra visione della vita.

Partimmo e lentamente arrivai allo Scorrone dove ci attendeva Renato “Moscon”, visionò l’ordigno e mi chiese se l’avevo disinnescato. Alla mia risposta negativa arretrarono tutti e Renato esclamò: <Dio bono John, vuoi farci morire tutti da giovani!? > Si attivò subito e con martelletto e punzone, con grande cautela svitò la spoletta ed estrasse il detonatore, impiegando una buona mezz’ora. Tolta la spoletta e detonatore che risultò grande come un “Pintone da vino” la trasportammo a Borgomale, qui scavammo una buca e sistemammo la bomba inserimmo il plastico che avevamo e bagnando il terreno attorno la ricoprimmo, inserimmo la miccia e tutto fu pronto. Dopo aver comunicato ai responsabili del paese affinchè avvisassero i paesani di aprire le finestre e di stare pronti alla deflagrazione, Moscon si disse pronto ad accendere la miccia. Io chiesi di darmi il tempo di spostare il camion al riparo, e così feci, portandolo lontano due curve sotto. L’esplosione fu enorme, provocò una grande buca nella strada con smottamento di terra a valle e a monte. Quando arrivarono i tedeschi tribolarono parecchio a passare con i mezzi e si fecero aiutare dai paesani con i buoi.

 

 

 

 



 

CHIARLE  FEDERICO MARIO  07/10/1920  COSSANO BELBO 

CONTADINO 

SOLDATO ARTIGLIERIA Reparto 7° RGT  RUSSIA 

Nome di battaglia TIGRE  PATRIOTA  1° DIV LANGHE

Prima formazione PATRIOTA 2° BRG BIS Dal 25/03/1944 Al 07/06/1945

Quando tornai dalla Russia mi aggregai al Gruppo dei Partigiani di “Moscon”, l’altro gruppo di Partigiani di Cossano Belbo era agli ordini di “Moretto”.

Noi avevamo base a San Giorgio Scarampi e Roccaverano. Quando arrivarono i tedeschi a Canelli , noi attraverso i boschi ci spostammo sulle alture sopra Canelli. I nazifascisti li sentivamo urlare e “sciopaté( sparacchiare) ma non intervenimmo. Quando se ne andarono noi tornammo a San Giorgio Scarampi. Rimasi nei Partigiani da Settembre 1943 fino a fine aprile ’45. Prima non ci fidavamo a stare a casa poiché sapevamo che ci braccavano e chi veniva preso se andava bene finiva in Germania, ma molti furono uccisi!

 

NOE'  RENATO 14/12/1921  MONFORTE D'ALBA (CUNEO) -

STUDENTE ESERCITO  FANTERIA Reparto 3° RGT ALPINI
SOTTOTENENTE 

Nome di battaglia MUSCUN  PARTIGIANO  1° DIV AUT 2° BRG

FORM. BALBO Dal 01/01/1944 Al 29/06/1944

VICE COM.TE BANDA Dal 01/01/1944 Al 29/06/1944

GRUPPO AUT GUASTATORI Dal 29/06/1945 Al 15/02/1945

VICE COM.TE GRUPPO Dal 29/06/1944 Al 15/02/1945

1° DIV AUT 2° BRG Dal 15/02/1945 Al 08/06/1945

COMANDANTE BRG Dal 15/02/1945 Al 08/06/1945

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 ROSSELLO RENZO “FOCO”

Nato nel 1924, fui arruolato nel vecchio esercito in Fanteria il 28 Agosto 1943 e non essendo abile per tutti i servizi fui inviato al deposito di Alba. Alla Caserma Govone arrivarono ben tremila reclute che, con l’otto Settembre furono tenute come prigionieri finchè non arrivarono i Tedeschi. Duemilacinquecento furono inviati in Germania e altri cinquecento,tra i quali io, fummo destinati a svuotare i magazzini della Caserma. Dopo tre giorni senza mangiare studiai il da farsi e andai a nascondermi, poi sfruttando “er rigosiglio”(caos) sgattaiolai fuori. Devo ringraziare quattro ragazze di Alba che insieme alla popolazione fecero di tutto per salvare i giovani militari. Quando decisi di scappare, in divisa, perché avevo portato a casa gli abiti borghesi, due ragazze intrattenevano la guardia e altre due mi fecero segno che era ora di uscire. Andò bene, ma rischiai molto poiché le SS(guardie tedesche) avevano l’ordine di sparare mirando al cervello e cervelletto così da “fete sté sèc”(ucciderti sul colpo). Nei pochi giorni che rimasi dentro fui costretto a portare cadaveri di soldati sulla letamaia della scuderia e ce n’era una catasta eh!

A quei tempi la porta carraia della caserma dava sul buco della fornace dove adesso c’è Piazza Cristo Re e io, presa quella scorciatoia, trovai mio fratello che era venuto a portarmi gli abiti, così mi cambiai i vestiti e scampai la Germania. Una volta a casa avevo preso talmente in odio i fascisti e i tedeschi che diventai staffetta per Pinin Balbo e per Poli. Avevo anche l’esempio di mio padre che collaborava con i partigiani informandoli sui movimenti dei nazifascisti eh!. Una volta, a Castino, arrivò un’autocolonna di tedeschi e avevano messo un posto di blocco, mio padre si presentò alla barriera e alla guardia tedesca che gli chiedeva dove andasse rispose in Piemotese: “vagh a piémè in poch èd pan”(Vado a prendermi un po’ di pane) la guardia non capì e gli disse di parlare italiano, lui disse “se ‘t capissi nèn r’italian vèn nèn a fé o soldà an Italia”(se non capisci l’italiano non venire a fare il soldato in Italia.)” lo scortarono fino al forno ma lui intanto aveva potuto vedere quanti erano. Diceva sempre: “a mì ro nèn pao, ro fat 4 agn èd guera!”(io non ho paura,ho fatto 4 anni di guerra!)

A me successe che andavo a esplorare verso Cossano e fui fermato da una pattuglia, mi chiesero cosa facevo e io pronto: “vagh a consgneme”(vado a consegnarmi). Per i giovani del 1924 c’era la possibilità di consegnarsi in caserma onde evitare di essere denunciati come renitenti alla leva.

Andò bene che non avevo armi né tessera e così mi portarono al distretto di Alessandria. Scendendo dal treno incontrai un mio vicino di casa di Perletto che aveva studiato da prete, e gli confidai cos’era successo e che intendevo farmi mandare in una caserma in Val Casotto per collaborare con i Partigiani di Mauri, questo mi consigliò di non andare in Val Casotto poiché Mauri stava preparando gli assalti alle caserme per recuperare armi e potevo rischiare la vita se mi trovavano con la divisa dell’Esercito. Ascoltai il suo consiglio e rimasi ad Alessandria in ospedale dove con il mio modo di fare “disponibile” fui preso a benvolere da un Capitano medico che mi mandò a Saluzzo ad aiutare i militari mutilati. Anche qui ebbi modo di passare informazioni ai gruppi partigiani e intanto venivo a casa in permesso e mi tenevo in contatto con Pinin Balbo. Dopo tre mesi a Saluzzo ebbi una Licenza di sette giorni e..” devo ancora vogme adèss, son pi nèn tornà!”(Devono ancora vedermi adesso, non sono più tornato.)

Mi nascosi per un po’ di giorni presso una mia zia a San Giorgio Scarampi che viveva da sola con i proventi della “Tessera” e per questo mio padre mi portava da mangiare.

      Dopo un po’ di tempo tornai alla mia squadra Partigiana che aveva come Capo un certo Sgancia di origini siciliane. Ripresi i miei giri tra Mango, San Donato, Cortemilia, Vesime e secondo gli ordini portavo messaggi nei vari comandi. Quando a Rocchetta si insediò la commissione inglese feci la spola tra Rocchetta e San Donato dove c’era il comando di Poli. Non entrai mai nell’ufficio di Poli poiché non volevo essere a conoscenza di informazioni che ,qualora mi avessero catturato avrei potuto rivelare. Perché bisogna dire che “lor iavo i sistemi per fété parlé”! (Loro avevano i metodi per farti parlare!)

Il mio incarico era portare messaggi e ordini ai vari comandi e tuttavia viaggiavo armato con il Novantuno rimodernato, due caricatori nelle giberne e due bombe Sipe che avevamo ricevuto con i lanci degli americani. Fortunatamente non ho mai dovuto sparare

 

 

  FENOGLIO RENZO Comandante “Renzo”

Serravalle Langhe

“ Renzo” Fenoglio il Comandante Partigiano della 99a Brigata d’assalto Garibaldi è una persona di una semplicità e umiltà non comuni. Si rivela con l’affabilità dell’eloquio e soprattutto con la dedica che utilizzò nella monografia dal titolo Serravalle Langhe tra storia – Cronistoria e Luoghi della Memoria , “ Il tuo paese è come uno specchio, guardandolo ti riconosci”.

Dal primo incontro avuto con Renzo, ho avuto la sensazione di conoscerlo da sempre. Al telefono mi chiese  l’età, poi disse di dargli del tu. La richiesta fu molto gradita e così compresi che era il Renzo Fenoglio conosciuto nella musicassetta della Squadra di Canto di Alta Langa.

Quando gli strinsi la mano, ebbi voglia di abbracciarlo, tanta era la gioia di incontrare una così bella persona con la quale condividevo interessi: Recupero dei canti popolari e di Testimonianze .

Gli accennai degli amici cantori Promio, Dellaferrera e Travaglio ed ebbi la conferma che era proprio lui il promotore del  gruppo corale che negli anni settanta effettuavano registrazioni in piola o in casa per non “perdere” quei canti e quelle voci della Langa di un tempo.

La curiosità dell’ascoltare il racconto della vita di Renzo era grande e forse non diedi sufficiente importanza alla monografia , da lui realizzata, e che mi proponeva di leggere e lo sollecitai affinchè iniziasse.

Gli chiesi se avevo compreso bene e mi confermò di essere nato a Serravalle Langhe il 13 Aprile 1923. Frequentò le scuole elementari a Serravalle, poi chiese al Parroco di farlo entrare al Seminario di Alba poiché suo padre non poteva farlo studiare, ma questi gli rispose che avrebbe fatto meglio a praticare il lavoro di suo padre, cioè il meccanico. Renzo aveva le idee chiare e gli disse: < No, no, io voglio imparare l’analisi logica e il Latino perché voglio frequentare il ginnasio e poi il Liceo!> Il Reverendo di fronte a una tale richiesta, nonostante avesse detto che l’analisi e il Latino non li ricordava neppure lui, si adoperò per inserirlo al Seminario. Effettuò quasi tutto il Ginnasio, ma  insieme ad un compagno fu espulso  perché si erano recati dal barbiere esterno per farsi effettuare la “cirià”(la tonsura da Chierico) e così perse l’anno. Tuttavia Renzo non si diede per vinto e avendo saputo che ad Avigliana vi era una Scuola Salesiana che ospitava  le vocazioni tardive. che dovevano recuperare anni di studio.  si iscrisse e terminò il Ginnasio che in quella scuola durava solo quattro anni. Così recuperò l’anno perso ad Alba. Ricorda gli insegnanti che ebbe ad Avigliana e che furono tutti eccezionali, in particolare si confidò con Don Sordo al quale riferì  che lui non aveva intenzione di farsi prete e questi gli disse che lo aveva capito fin dal suo arrivo. Gli inviò una lettera in cui gli scriveva:<… ogni volta che sarai in difficoltà pensa a me che io ti aiuterò!> . Renzo conserva ancora quella lettera e conferma di aver tratto grande aiuto da quelle parole nelle varie vicissitudini della sua vita. In seguito andò a Cuneo in un collegio Salesiano e frequentò il Liceo cittadino. Qui ebbe un insegnante che fu importantissimo per la sua formazione anti fascista, fu Luigi Pariso Docente anche di Umberto Eco e del filosofo Gianni Vattimo.  Di questo Professore serba un particolare ricordo: loro, giovani allievi, avendo notato che alcune volte, nel sabato fascista, non indossava la camicia nera chiesero: <Come mai Voi Professore non adempite all’obbligo della camicia nera?> Pariso li invitò a leggere il punto 34 del  libro ” Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria che recita così:  < Il grande imbonitore ha gli applausi delle persone ignoranti e i fischi delle persone istruite.> Compresero che il loro insegnante era un Anti fascista e furono i primi elementi che fecero comprendere a Renzo e compagni  che la situazione fascista non era fissa come avevano sempre creduto, ma vi era chi la contrastava anche rischiando personalmente.

Terminato il Liceo, non avendo la famiglia di Renzo la possibilità di sostenere le spese Universitarie, sostenne il Concorso per accedere all’Accademia Militare di Modena. Ricorda che la visita medica finale, dopo una settimana di controlli e prove mediche, avvenne in un grande salone, erano una ventina di giovani, furono messi in riga completamente nudi e attesero l’arrivo del Generale medico. Il personaggio era un ometto di un metro e cinquanta con il monocolo. Passò in rassegna i giovani guardandoli dal basso verso l’alto, poiché erano tutti più alti e sentenziò , rivolgendosi al Colonnello: < Vorrà dire che anzichè i  cavalli faremo trottare gli asini!>. Tali parole diedero un enorme fastidio a Renzo,e rimasero impresse. Comprese che quella non era la vita per lui, nonostante fosse stato ammesso all’Accademia Militare.

Quando scoppiò l’otto settembre Renzo si trovò a casa in permesso, seppe che il Comandante Gerarca  della Accademia era stato fucilato dai tedeschi perché non si era arreso immediatamente e che tutti i Cadetti erano stati trasferiti a Tortona . Inviò suo padre presso dei colleghi di accademia per avere informazioni e questi riferirono:>dica a suo figlio di non muoversi da casa poiché noi stiamo per essere trasferiti in Germania e cerchiamo di fuggire.>

<Si era in pieno caos, fu un periodo eccezionalmente grave,- dice Renzo- chi non lo ha vissuto non se ne può rendere conto>.

Racconta che dalle caserme se ne andarono tutti e anche molti Carabinieri abbandonarono il loro posto, anche i delinquenti comuni fuggirono dalle carceri e chi aveva un’arma diventava padrone della situazione.

Il Partigianato organizzato sorse solo dopo quattro o cinque mesi dall’otto Settembre, prima furono gruppi di ribelli messi insieme soprattutto da chi era tornato dalla guerra di Spagna. Renzo conobbe Remo Guerra che fu poi commissario delle brigate Garibaldine e come molti dice:<Non si sapeva che pesci pigliare!>

Dopo qualche mese di attesa decise di presentarsi al comando di Brigata e fu inserito, gli chiesero che nome di Battaglia volesse assumere e scelse Renzo, poiché in zona era conosciuto come tale,  e posto in fureria siccome aveva una certa istruzione. Ma a Renzo non garbava quella vita da ufficio e successe che avendo saputo che a Bossolasco era giunta una Compagnia di Russi bianchi comandati da ufficiali tedeschi che stavano per entrare nelle case per rubare poiché avevano la facoltà di fare ciò che volevano, con qualche amico si recò presso la Fontana Azzurra di Bossolasco e con le armi che avevano iniziarono a sparare qualche colpo per disturbare i Russi e farli desistere dall’entrare nelle case a rubare. Alla risposta al fuoco i compagni fuggirono e lasciarono da solo Renzo. Egli, ricordandosi quanto gli avevano insegnato alcuni reduci della guerra di Spagna, mise in atto la Tattica per cui: < Per impaurire il nemico devi fargli credere che siete in tanti anche se sei uno solo>. Saltando da un albero all’altro sparò a più non posso e riuscì nell’intento, i Russi temendo ci fossero molti armati fuggirono e non vennero avanti. Dopo quell’azione, visto l’ardimento diedero a Renzo il Comando del Distaccamento di Rodello con una quarantina di  uomini. Aveva vent’anni e si trovò a comandare Partigiani più vecchi di lui. Iniziò così la sua vita Partigiana.

Il primo grande problema da affrontare fu il rapporto con i contadini. Dice<Sai perché ci sopportavano? Perche difendevamo i loro figli che non si erano presentati alla “chiamata alle armi”.> Per questo subivano anche l’onere economico di mantenere e collaborare con i Partigiani.

Renzo mi chiarì che la Brigata Garibaldi era costituita da 5 Distaccamenti e a lui fu affidato quello di Rodello , poi, quando ebbe il Comando della Brigata dovette gestire circa 210 partigiani. Il suo aiutante Maggiore era un tenente che aveva fatto la guerra di Russia.

Mi spiegò anche come avvenivano le nomine dei comandanti. Non ti eleggevano dall’alto bensì erano gli uomini della base che eleggevano chi doveva comandarli. Renzo si trovò nominato comandante di Brigata dei 5 Distaccamenti che andavano da Murazzano, fino ad Alba.

La 99° Brigata operò con attacchi e difensive contro i fascisti fino all’Ottobre 1944 quando sulla Linea Gotica si fermarono le operazioni militari e i tedeschi distaccarono tre Divisioni complete per distruggere i Partigiani che impedivano le comunicazioni tra il Piemonte e la Liguria. Renzo spiega che per operare meglio i Garibaldini decisero di adottare i metodi di chi aveva combattuto in Spagna, e suddivisero la Formazione in squadre di 5 uomini con il proposito di riunirsi ogni 15 giorni in un luogo prestabilito: Il Santuario della Madonna di Langa di Niella Belbo.

Renzo partì, a piedi, con i suoi 4 compagni e raggiunse il colle di Cadibona. Lungo il tragitto furono attaccati parecchie volte e negli scontri a fuoco perse tutti e quattro i suoi compagni. Rimasto solo, scelse di ritornare verso Mombarcaro e alla sera, stanco e affamato bussò ad una casa dove vide un lumino. Sentì rumore di gente che fuggiva a nascondersi e quindi apparve una vecchietta ad aprire. Renzo le chiese, in piemontese, se aveva un posto per dormire un paio d’ore e questa disse che chiedeva al marito. Dopo un po’ tornò e gli riferì che vi erano sette/ otto giovani nascosti in una cisterna e se voleva poteva nascondersi anche lui. Gli procurò una scaletta e lo fece entrare in quel nascondiglio. Le pareti erano di tufo e tutto intorno all’acqua vi era un bordo di neppure un metro sul quale, dopo essersi abituato al buio vide i giovani che sarebbero stati suoi compagni per una settimana. La vecchietta,ogni tanto, portava loro qualcosa da mangiare e lo calava dentro a un secchio legato a una fune. Una volta, mentre lasciava scendere il secchio, disse:<ij zon! Ij zon!> (ci sono, ci sono), aveva sentito arrivare dei tedeschi e dalla  fretta, mollò fune e secchio. Renzo sorride nel raccontare che si misero a pescare la polenta che era finita nell’acqua, ma ricorda anche che si preoccuparono molto, poichè se portavano via la donna loro dalla cisterna non sarebbero più usciti, era lei che calava la scala, e senza sarebbero rimasti là sotto!

TATTICA PARTIGIANA

I tedeschi non riuscirono ad insediarsi nel territorio poiché i Partigiani adottarono la tattica di attaccarli di notte e di rimanere nascosti di giorno. I tedeschi “ rastrellavano” di giorno e non trovavano nessuno, per questo dopo un mese e mezzo circa se ne andarono. Per i Partigiani, ricorda Renzo, < fu un periodo difficilissimo, poiché per un anno, cioè il periodo della Resistenza, si dormì sempre in rifugi di fortuna e nelle stalle, ma qui resistevi poco poiché le bestie assorbivano loro tutto l’ossigeno e dopo poco tempo non si riusciva a respirare. > Lui dormì tra  le lenzuola di un letto, solo due notti in un anno e mezzo.

 

 

 

 

 

FERRATO  GIOVANNI 

22/05/1929  COSTIGLIOLE D'ASTI-SANT'ANNA (ASTI) -

Nome di battaglia “VA E TORNA”  PATRIOTA 

102° BRG GARIBALDI Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945

 PATRIOTA Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945

 

ONORE AI PARTIGIANI “VA E TORNA ed al Fratello “DUK”

 

Il 25 Aprile 2014, dopo la Cerimonia al Monumento di Valdivilla, intanto che si tornava, salutammo un signore che stava salendo sull’auto dove lo attendeva un autista, forse il figlio. Sentendosi salutato e vedendomi con la macchina fotografica al collo, richiuse la porta e attaccò bottone: <son contento di essere venuto, anch’io sono stato Partigiano, facevo la Staffetta. ...> Io ed Alessandro, mio figlio, ci fermammo e lo ascoltammo. Con la videocamera iniziai a riprenderlo: < eh a quei tempi si era tutti un po’ fascisti, dovevi esserlo! Poi quando iniziarono a chiamare Militare i giovani del 23/24/25, i gruppi Partigiani iniziarono a infoltirsi. A casa mia si faceva la fame, ed eravamo orfani di padre. Poi mio fratello andò con i Partigiani e allora un po’ di farina per il pane la portava a casa! > gli chiesi di che leva era e mi rispose< sono del ‘29, ero giovane ma una mano come staffetta l’ho data anch’io!> Gli chiesi il nome di battaglia e mi disse che lo chiamavano “ va e torna” !< eh, ne ho dovute fare di corse per portare messaggi, anche rischiando, ma è andata sempre bene! Mi sono fatto portare a Valdivilla, ma non ho più conosciuto nessuno! Eh son quasi tutti morti! Ma mi ha fatto piacere vedere che ci sono anche tanti giovani che vogliono ricordare cosa hanno fatto i Partigiani. Speriamo non tornino più quei tempi di guerra! Ben, ciao, se soma ancora viv, ès voghima st’an chij vèn!> ci salutammo e non chiedemmo nè il nome nè la provenienza, il figlio aveva piacere di rientrare. Il video è rimasto nell’Archivio ed è saltato fuori cercando foto e video per il 25 Aprile 2020. Era nella cartella con titolo “ Partigiano Va e torna”, immediatamente rividi la scena dell’incontro e mi chiesi se non avessi ricercato il suo nome vero! Dopo sei anni era giunto il momento di rendere onore alla Staffetta partigiana. Digitai il nome di Battaglia nell’archivio del Partigianato  piemontese ed è uscita la scheda di 

FERRATO GIOVANNI 22/05/1929  COSTIGLIOLE D'ASTI-SANT'ANNA (ASTI)

Nome di battaglia VA E TORNA PATRIOTA Prima formazione 102° BRG GARIBALDI Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945

 PATRIOTA Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945

 

Dall’indicazione che mi diede “ Va e Torna” cercai anche il fratello e con fortuna , tra i Ferrato trovai Giuseppe registrato con lo stesso indirizzo. 

 

FERRATO GIUSEPPE 02/09/1925 

Comune di nascita COSTIGLIOLE D'ASTI (ASTI) 

CONTADINO

Nomedi battaglia “DUK” PARTIGIANO 

FORM AUTONOME SCOTTI 

Seconda formazione 9°

DIV. GARIBALDI IMERITO Dal 10/09/1944 Al 07/06/1945

Grado conseguito PARTIGIANO Dal 10/09/1944 Al 07/06/1945.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




FERRO TERESIO 1911

TERESIO DO Rì di  NEIVE

Nel 1931 fui chiamato alle armi per il servizio di leva e feci due anni di soldato, nel 1935 e 36 fui inviato in Africa. Nel 1939 fui richiamato per la guerra con la Francia e rimasi nel 1940/41/42/43 fino all’otto Settembre. Poi operai come Partigiano, un po’ ero a casa poi scappavo in alta Langa oppure andavo oltre il Tanaro nei Roeri.

 

MEZZADRIA

FERRO TERESIO spiegò alle ragazze e ai ragazzi della Scuola Montale quale fosse la situazione socio-economica degli anni 1950/60 nelle campagne di Neive Mango e paesi limitrofi.

Esisteva ancora molta “mezzadria” (Contratto agrario in base al quale un proprietario o affittuario terriero assegna al socio-colono un podere idoneo alla produzione agricola, già dotato di abitazione per la residenza stabile del coltivatore (ricevente) e della sua famiglia, di necessità proporzionata alla misura del suolo da coltivare; il colono si impegna a lavorarlo e partecipa con i familiari alle spese di gestione e agli utili nella misura del 50%.)

Purtroppo al cinquanta per cento pattuito il contadino doveva fornire al proprietario anche il cappone, i primi polli le uova, rendendo molto povera la rendita del lavoratore. Eppure i contadini non si lamentavano e rimanevano sottomessi.

Prima della guerra i contadini vivevano proprio male. Mancava persino il pane e di lavoro non se ne trovava. Si trovava lavoro andando da “servitò” ma la paga era misera! Si guadagnava 1000 Lire all’anno.

Dopo la Resistenza , negii anni ’50 iniziammo le lotte per ottenere migliorie per la vita dei contadini

 

La prima iniziativa fu la richiesta dell’abolizione del Dazio sul vino. Facemmo dei cartelli “ a mano”.

Il dazio incideva ben 27 Lire per litro a Torino e 16 lire a Cuneo.

Nel 1947 il prezzo del vino tenette un buon prezzo poiché vi era stata una buona vendemmia , ma negli anni successivi avvenne che il vino valeva meno di 27 Lire al litro!

Nel 1954 si fece una Dimostrazione chiamata “passeggiate “ con i carri e le bestie e i cartelli dove chiedevamo l’abolizione del Dazio e la “pensione per i Contadini, poiché non era prevista.

Nel 1955 e nel 1956 organizzammo altre passeggiate dimostrative e nel ’57, quando si stava per organizzare una grande manifestazione fu abolito il dazio sul vino e fu concessa la Pensione ai contadini.

Ai giovani consiglio di evitare con tutte le forze la “guerra” state attenti a diffidare di chiunque parla di guerra. Se penso che io dovetti dedicare undici anni della mia vita alla guerra , ancora oggi mi vengono i brividi.Dovetti patire la fame, il freddo, nonostante sia sempre stato contrario alla guerra. Venni denunciato come RENITENTE poiché quando ci fu la partenza er la campagna di Russia io rimasi nascosto. Quando rientrai in caserma i miei compagni erano partiti per la Russia e fui punito severamente. Comunque a distanza di tanti anni non mi pento di essere stato Renitente e contrario alla guerra e se dovessi riprendere quelle decisioni dico con forza che 2farei di peggio” pur di non andare in guerra.

Al termine dell’intervista, il Partigiano Giovanni Negro, commosso disse GRAZIE al “Ribelle di sempre, Teresio Ferro. Anche noi ci uniamo a Giovanni e ONORIAMO la Memoria del Ribelle TERESIO DO Rì di Neive.

 


 

 

 

GARELLI RICCARDO  CARMAGNOLA (TO) 26/10/1924

STUDENTE

PARTIGIANO DICH 

2° LANGHE Dal 10/07/1944 Al 05/03/1945

12° BRA Dal 15/03/1945 Al 07/06/1945

 

Mio padre Giorgio (1889 1978) fu il figlio più piccolo degli otto di Maria Dho di Roccaforte Mondovì e di Garelli Sebastiano di Villanova Mondovì, si laureò in Farmacia nell’Anno Accademico 1911 /12 con il Preside Icilio Guareschi. Nonno Bastian era del 1830 e andò avanti nel 1897, quando mio padre aveva appena sette anni. La nonna, andò avanti nel 1913. La mia mamma era Angiola Maria Fulcheri.

 

 

Perché PRESI POSIZIONE

Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra compresi che occorreva prendere posizione. Avevo già vissuto il periodo fascista dove bene o male bisognava sottostare a delle regole e la mia idea sarebbe stata di “neutralità”. Della Germania a quei tempi non si sapeva nulla, si seppe troppo tardi!

Qui si partecipava, anche se a malincuore, alle attività tipo le esercitazioni del “Sabato fascista”, ed io fui nominato caposquadra di un drappello! Ricordo che facevo marciare i ragazzini del mio gruppo e poi li portavo in campagna su una collinetta e li lasciavo giocare, ma facendo attenzione che non arrivasse il segretario politico, poiché in tal caso saremmo scattati per dimostrare che ci esercitavamo!

Ero studente a Torino ed ero stato fortunato ad avere l’incarico di Caposquadra qui a Canale, altrimenti avrei dovuto partecipare ai “sabato fascista” presso il Guf di Torino e sarebbe stato scomodo.

 

OTTO SETTEMBRE 1943

Quando ci fu l’Armistizio e si formarono i primi gruppi partigiani, si dovette decidere. Io ebbi indicazioni da un mio cugino, Garelli Mario del 1910 che divenne farmacista di Cortemilia(ricordo che si dilettava a scrivere poesie in piemontese!) (di Antonio 1913 di Lesegno CADUTO a Frabosa il 19 7 1944). Lui era amico di “Mauri” e mi disse che aveva aderito al gruppo di Partigiani formato appunto da Martini. Quindi io fui informato sull’attività partigiana che stava iniziando, e quando anche qui, grazie al Veterinario

 

SANDRI  GIOVANNI 29/10/1920  MONTEU ROERO (CUNEO)

GUARDIA ALLA FRONTIERA 3°Reparto RGT GAF SCIATORI

PARTIGIANO  BRANCA  12° DIV BRA

 

che aveva preso contatti con

MORA ANNIBALE Partigiano “Don”18/08/1917  TORINO 

Nome di battaglia DON   PARTIGIANO  Dal 14/09/1943 Al 07/06/1945

COMANDANTE BRG Dal 01/03/1945 Al 07/06/1945

 , si formò il gruppo , e con altri tre di Canale ci aggregammo alla 48 GL. In un primo tempo, non essendo ancora di Leva, attendemmo, ma quando ci arrivò la “cartolina Precetto” ci recammo fino a Mondovì al Distretto, ci fermammo davanti e non ci presentammo!. Ci recammo a Villanova Mondovì alla cascina del nonno e rimanemmo nascosti un po’ di tempo, poi tornammo a Canale e ci aggregammo ai “ribelli”. Eravamo una trentina e ci sistemammo al Brich TORNIOLA presso Montà D’Alba.

AL BRICH TORNIOLA

Il sito del Brich TORNIOLA che avevamo scelto come rifugio, si rivelò adatto e sicuro. Non avemmo mai incursioni nè rastrellamenti, nonostante tutti sapessero che eravamo rifugiati in quel luogo. Noi, agli ordini del Comandante Don e del

Vice Comandante SPERONE  BATTISTA  04/10/1919  CANALE 

Professione INSEGNANTE 

ESERCITO  FANTERIA Reparto 112° RGT FANTERIA MOTORIZZATA 62°

Grado conseguito TENENTE 

Nome di battaglia TELL  PARTIGIANO  Ultima formazione 12° DIV BRA

Come gruppo eravamo proprio male armati. Avevamo dei “Moschetti” e due mitragliatori con piedini e quindi non eravamo attrezzati per effettuare scontri. Ricevemmo due “sten”, ma fummo incaricati di “sabotare” la linea ferroviaria Asti- Chivasso. Avevamo preparato delle “bombe” con del “plastico” che ci avevano fornito e mediante le “micce” “nera”(lenta) e “gialla” (veloce) le facevamo esplodere danneggiando i binari.

Mantenemmo sempre buoni rapporti con i contadini della zona e mai mettemmo a rischio la sicurezza degli abitanti con attacchi sconsiderati, e nemmeno ci impossessammo di animali da trasporto o per mangiare.  Ci rendevamo conto che non eravamo sufficientemente equipaggiati per attaccare. Infatti ci limitammo a sabotare la linea Asti Chivasso Torino o ad andare a effettuare dei colpi di mano con i colleghi della Il LANGHE. Consapevoli dei limiti che avevamo come armi, quando ci chiamavano sulle colline di Neive di Barbaresco o Treiso, non passavamo per Alba, presidiata dai “repubblichini” ma scendevamo a Baraccone e con il traghetto del “porto di Neive” attraversavamo il Tanaro.

 

SEMPRE AIUTATI

Quando vennero i tedeschi a Canale, ricordo che una volta mi trovai a casa. Ero nelle camere sopra la Farmacia e mi avvisarono che i nazifascisti controllavano in paese. Due anziane donne mi fecero salire nella soffitta e vi rimasi per due giorni finchè non se ne andarono. A quel punto, con cautela, uscii dal nascondiglio e raggiunsi  i compagni al TORNIOLA.

 

INCARICATO MEDICO DEL 48 Gruppo DIV.BRA

Nel gruppo aiutavo a preparare le bombe per i sabotaggi  e fungevo da  medico. Vi fu un’ emergenza “scabbia” e dovetti venire alla Farmacia a preparare l’unguento. Si mischiava il preparato nel mortaio e lo si metteva in un barattolo di vetro. Ricordo che a fine guerra ricevemmo un attestato di ringraziamento per il contributo di collaborazione fornito come Farmacia. Anche il gruppo di Montà comandato dal Partigiano Edo usufruì delle mie cure mediche, poichè le condizioni igienico sanitarie procuravano sovente problematiche e io se potevo accorrevo  a curare i malati portando rimedi o medicinali, se c’erano!

 

Quando poi le problematiche si fecero più serie, Poli (Piero Balbo) ci consigliò di unirci ad una Brigata più vicino, e ci unimmo alla “Bra”.

Noi Garelli eravamo in ottimi rapporti anche con i Partigiani “Garibaldini” di Cattaneo “Gino” di Cisterna

CATTANEO  GINO 25/12/1921  COLLEGNO 

AVIERE 
GINO  PARTIGIANO 

CDO DIV.RENZO CATTANEO 

Dal 10/03/1944 Al 08/05/1945

COMANDANTE DIV Dal 01/01/1945 Al 08/05/1945, a cui uccisero il fratello “Renzo Partigiano “Falco”

 

CATTANEO  RENZO 24/08/1927  COLLEGNO (TORINO) –

 FALCO  CADUTO 45°BRG Dal 11/09/1943 Al 01/05/1944

Grado conseguito COMANDANTE  SQUADRA Dal 10/03/1944 Al 10/06/1944

Caduto il 27/07/1944 nel Comune di MONCALIERI 

CADUTO IN COMBATTIMENTO

 

 

CI UNIAMO ALLA FORMAZIONE “BRA”

La Divisione Bra a cui ci unimmo aveva il Quartier generale a Baldissero e quando si giunse al 22- 23 -24  Aprile 1945 il COMANDANTE ICILIO RONCHI DELLA ROCCA San Miniato (Pisa) 23 luglio 1910

Torino il 22 dicembre 1980, ingegnere, ufficiale di carriera.

disse al Comandante “Don” di postarsi nella direzione Sommariva Bosco , Caramagna, Racconigi.

Ci muovemmo in quella direzione e disponemmo un accampamento in zona di Caramagna da dove potevamo osservare i movimenti di un gruppo di repubblichini “Muti” che si era sistemato in una scuola. Assistemmo al transito di una “colonna tedesca” che aveva ancora parecchi “mezzi blindati” e mettemmo in atto il motto: “a nemico che si ritira : ponti d’oro!” anche perché non eravamo attrezzati per attaccarli!  Fermammo invece, un camion tedesco che procedeva da solo e che scoprimmo essere carico di soldati “ucraini”, arruolati forzatamente con le SS tedesche. Questi, all’intimazione di arrendersi, non se lo fecero ripetere due volte, alzarono le mani e consegnarono le armi. Erano molto impauriti poiché temevano che noi ci comportassimo come i tedeschi, ma noi li tenemmo qualche giorno reclusi e poi li consegnammo al Comando senza far loro nulla di male e anzi li sfamammo lasciandoli stupiti!

Facemmo prigioniero anche un capo della Monterosa e lo consegnammo al Maresciallo dei Carabinieri di Caramagna che ricordo si chiamava Abba.

TRASFERIMENTO AL CASTELLO DI RACCONIGI

Il 24 o 25 Aprile ci spostammo verso il castello di Racconigi dove c’era una postazione di “muti”. Ci sistemammo su una piccola altura che ci permetteva di osservare il castello e il parco, e notammo che i “muti” erano ancora insediati là! Il nostro Comandante Don chiese di procurarci una moto, e uno che la sapesse guidare. Trovata la motocicletta un Partigiano, mio amico di Canale si offrì per l’ azione! Fu applicata ad un’asta una bandiera bianca e andò davanti al Castello per chiedere che si arrendessero. Questi, come risposta iniziarono ad aprire il fuoco e lo costrinsero a scappare velocemente.

Ci preparammo per snidarli il mattino dopo, ma accerchiato il castello, scoprimmo che se ne erano andati nella notte passando nel parco e andando verso Carmagnola.

Rimanemmo per circa un mese nei dintorni del castello ma non potemmo entrare poiché il Sovrintendente ci intimò di non toccare nulla. Noi rispettammo le consegne e fummo ben accettati dalla popolazione che fece i festeggiamenti per la Liberazione insieme a noi. Nel periodo in cui rimanemmo a Racconigi venne la Regina Maria Josè e il comandante “Don”  fece predisporre il gruppo per rendere onore alla Regina. Furono organizzati dei turni per scortare la Regina, e un “drappello” schierato si alternava sotto il porticato del castello sempre pronto a scortarla. Ricordo che una Domenica uscì per andare alla S. Messa e in quell’occasione ci recammo tutti alla Funzione in San Giovanni Battista.

Nel periodo in cui si rimase a Racconigi fummo sistemati in un camerone del vecchio “manicomio”. Io e altri tre compagni ci pagammo due camere in un’osteria.

La mensa per noi Partigiani era predisposta dal “Partigiano “Branca” Sandri Giovanni di Monteu Roero. Era addetto agli acquisti di vettovagliamento che venne a pagare direttamente il Comandante Iciglio Ronchi della Rocca.

IL MIO AMICO PIETRO CAUDA 1919

Pietro Cauda di Canale  del 1919 partecipò alla campagna Greco Albanese e fu preso prigioniero dai tedeschi. Prima fu internato nei campi di lavoro in Germania e in seguito

Fu inviato in Polonia e ritornò gravemente malato dalla prigionia. Scrisse un libro “Quasi una vita” in cui raccontò la sua vita militare e me ne donò una copia dattiloscritta. Fu pubblicato dalla Pro Loco di Canale. 

 


 

GIORDANO GIOVANNI Partigiano "Gino"

27/01/1925  TREISO (CUNEO)

BORGATA PRANDI - DIANO D'ALBA-RICCA (CUNEO) - ITALIA

CONTADINO 

Reparto RSI 10° GRUPPO SPECIALE ARTIGLIERIA 

Grado conseguito  Dal 15/12/1944 Al 15/02/1945

Nome di battaglia GINO  2° DIV LANGHE 1° CMP BELBO

Prima formazione 2° DIV LANGHE 1° CMP BELBO Dal 01/03/1945 Al 07/06/1945

Gianni, rimase in piedi ed esordì subito col presentarmi la foto del gruppo dei Partigiani di San Rocco Cherasca. Dovetti chiedergli di sedersi e di iniziare a raccontarmi di sè. Lo fece e alla domanda di dove visse la sua infanzia e adolescenza, colsi un attimo di smarrimento subito risolto con un sorriso di compiacimento, compresi che ne fu felice. Estrasse dal portafogli due piccole foto tessera(le mamme)e una del papà, dalla borsina il quadretto del papà in alta uniforme e dicendo<i miei vecchi, li porto sempre con me> ancora un po’ emozionato iniziò.  Io sono Giordano Giovanni, nato a Barbaresco il 27 Gennaio 1925 e residente a Diano d’Alba. A scuola andavo a Treiso poiché abitavo in Località Ferrere, ma frequentai solo fino alla terza elementare. Una volta le famiglie avevano tanti bambini e mio padre mi mise a servizio, avevo tredici anni. Devo precisare che io persi la mamma che morì dopo pochi giorni dalla mia nascita, aveva 20 anni. Gianni ha un momento di emozione e, guardando la foto della mamma soggiunge:  fui cresciuto da una zia e certo non ho avuto le carezze che deve avere un bambino né le attenzioni dell’infanzia , purtroppo la mia vita fu così.  Mio padre  si risposò ed ebbe altri quattro  figli maschi. Abitavamo a Treiso in Loc. Ferrere e io frequentai le scuole a Treiso solo fino alla terza elementare. Ebbi come insegnanti le maestre Occhetti di Monteu Roero, la Voghera che abitava tra Barbaresco e Neive e la Cavigliasso di Neive. Rimasi in famiglia fino a 13 anni.

DA “SERVO” a 13 anni

Mio padre mi mise da servo e cambiai tre “Padroni”, un anno fui a servizio a Castagnole Lanze. Mangiavo e dormivo dal mio padrone e la paga che era di cinquecento lire All’’anno la ritirava mio padre, non la vidi mai! Venivo a casa una volta al mese a portare a lavare i vestiti sporchi. Tornavo a casa l’ ultima domenica del mese e alla sera rientravo a Castagnole. Chiaramente andavo e tornavo a piedi e mai nessuno venne ad accompagnarmi, avevo tredici anni. Di quei viaggi ho il ricordo delle iscrizioni della propaganda fascista che vedevo sui muri delle case.( “è l’ aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”  L’anno dopo fui spostato a Costigliole d’Asti presso un’altra cascina. Intanto mio padre, che era Carabiniere fu richiamato in servizio, prima a Costigliole e poi trasferito a Saliceto. Ricordo che la Domenica andavo a trovarlo e mangiavo in Caserma con lui. Quando lui fu richiamato, essendo io il più grande dei figli, ebbi l’incarico di lavorare le tre giornate di terra che possedevamo ai Prandi.

ARRIVA IL TEMPO DELLA LEVA

Mio padre, quando ricevetti l’ordine di presentarmi al distretto, mi disse di stare a casa e di non preoccuparmi. Io, però, non ero per nulla tranquillo perché sapevo dei rastrellamenti che facevano nelle Langhe e temevo venissero a incendiare la cascina come facevano continuamente nei vari paesi. Vivevo col terrore che arrivassero i fascisti e dovevo continuamente nascondermi appena qualcuno avvisava che stavano arrivando. Questi effettuavano i rastrellamenti alla ricerca dei”disertori” come me, girando in incognito con delle biciclette e a volte non si sentivano arrivare.

AVREBBERO UCCISO MIO PADRE

Un giorno, io ero in casa e arrivò urlando mio fratello Aldo che era del 1927 e che morì nel 1949 perché soffriva di soffio al cuore. <iè i fascisti, iè i fascisti! Scapa!>. Sentendo quanto diceva, decisi di nascondermi nello spazio che c’era tra “la trameza e rà sofia”(soffitto di assi di legno e la soffitta). Saltai sul mobile che era sotto la botola, la aprii e mi acquattai su quelle assi attendendo che arrivassero i fascisti. Dopo poco tempo sentii che dicevano a mio padre che era a casa: “consegnaci tuo figlio Giovanni del ’25 o ti sparo”. Mio padre disse che non c’ero, ma io a sentire che gli avrebbero sparato, urlai che mi arrendevo e saltai fuori. I fascisti entrarono in casa e gettarono tutto per aria, ma non trovarono nulla di compromettente e neppure le due “rivoltelle” che mio padre teneva nascoste sopra la “guarda roba” (armadio)

 

AD ALBA IN PRIGIONE

Dopo aver rovistato per la casa, mi obbligarono a portare il carretto con la mitragliatrice sopra e loro in bici mi scortarono fino ad Alba. Temetti di essere fucilato, invece mi portarono nell’interrato del Convitto dove avevano gli alloggiamenti avendo mandato via i preti e gli studenti. Nei sotterranei, usati come carceri vi erano già una ventina di persone. Ricordo che era buio e la luce era fornita solo da una lampadina che illuminava scarsamente. In fondo al camerone vi era “na tola”(una latta) che serviva da latrina per i bisogni di tutti. Per dormire vi erano delle panche larghe 50 cm e lunghe un metro e ottanta. Faceva freddo e non avevamo coperte o altro. Mio padre venne a parlare con un maresciallo fascista e questi  acconsentì a farmi lavorare di giorno andando a raccogliere il pane avanzato per i muli e in cucina a pelare patate e carote, alla sera tornavo a dormire nel sotterraneo. Per tre mesi condussi quella vita lì, e devo dire che mi andò bene, poiché il loro regolamento parlava chiaro: I giovani di leva che non si fossero presentati alle caserme sarebbero stati ritenuti DISERTORI E FUCILATI.

L’ INTERROGATORIO

Ebbi la fortuna di non essere condannato a morte, ma dovetti sottomettermi a svolgere questi lavori per i fascisti. Fu un periodo veramente duro poiché la sera comunque venivo riportato nei sotterranei per trascorrere la notte. In quel carcere trovai anche il padre di un mio coscritto (Felice Fontana Liciòt) che era stato imprigionato perché il figlio era andato con i Partigiani e gli era stato detto che se il figlio si fosse presentato  lo avrebbero lasciato libero. Ma il padre, un omone di 120 kg, sapeva benissimo che se il figlio si fosse presentato sarebbe stato ucciso, e per questo non parlò mai e lasciò che lo costringessero a quella carcerazione e sofferenza: immaginatevi una persona di quella stazza a dormire su quelle panche e ad essere continuamente assillato con interrogatori che erano vere e proprie torture!

Per quanto mi riguarda, rammento che ogni settimana venivo convocato dal comandante fascista e venivo sottoposto ad un interrogatorio che aveva come obiettivo di impaurirmi e farmi dire cose che mi avrebbero condannato. Il fascista, un ufficiale, era seduto alla scrivania e aveva la pistola in bella vista, in mano teneva il frustino e mi poneva domande come: < Con quali Partigiani stavi? Dimmi qualche nome! Quali armi hai usato? > Io rispondevo sempre che non ero mai stato con i Partigiani e che non ne conoscevo, e che di armi non ne possedevo e non ne avevo mai usate! Dopo un po’ di volte che rispondevo sempre allo stesso modo, il fascista mi colpiva in faccia col frustino e faceva portare via. Questo trattamento mi fu riservato per tre mesi ogni settimana e ti garantisco che mi stava facendo crollare i nervi. Ero disperato.

Mi vestirono anche da fascista e mi diedero in dotazione il Moschetto 38 con baionetta fissa. Tutte le sere con altri ero costretto a fare servizio sul Borgo Tanaro dove vi era il peso pubblico e il Corpo di guardia. Si stava due ore nella “CASA MATTA” gabbiotto con le feritoie per avvistamento e poi si andava al Corpo di Guardia per il riposo. Questo servizio durava tutta la notte. Ricordo che vi erano due Militi che provenivano dalla Pia Società San Paolo e ci facevano pregare, il loro nome era Gigliotti e Delprete. A fine guerra venni a trovarli in San Paolo ad Alba e ne trovai solo uno, l’altro era stato trasferito.

L’unica cosa positiva della vestizione da fascista fu che mi portavano in Convitto a mangiare e a dormire nelle camerate e non più nei sotterranei. Purtroppo però, i letti e gli armadietti era infestati dai pidocchi e nonostante ogni settimana ci cambiassero gli indumenti intimi ne eravamo pieni.

 

 

COME NON PARTECIPAI AL RASTRELLAMENTO

Oltre alle guardie ed ai servizi nelle camerate, noi prigionieri del Convitto, quando fummo “vestiti da fascisti”, ci volevano portare ad effettuare i rastrellamenti per cercare di convincerci a diventare “fascisti”. A me questo proprio “non andava giù”, odiavo le armi e non volevo essere dei loro! Mi dava fastidio anche il modo che avevano “i miliziani” di sceglierci per i rastrellamenti: chiamavano per cognome e se qualcuno non rispondeva all’appello sparavano nel soffitto per impaurirci. Presi una decisione, andai nel bagno e toltomi la scarpa mi diedi un forte colpo con il calcio del fucile sull’alluce, quindi andai dal ufficiale medico e gli dissi che avevo un unghia incarnita che mi aveva fatto gonfiare il dito e quindi non potevo mettere la scarpa né camminare. Questi capì subito che mi ero ferito con il moschetto ma non prese provvedimento e così rimasi dolorante per tre giorni senza poter uscire. Rischiai molto, perché avrebbe potuto denunciarmi e farmi fucilare! Anche in questo caso ebbi la protezione del mio Angelo Custode! Mia Mamma.

 

LA FUGA DEI “RASTRELLATI” DALLA CASERMA

Nella notte del 9 settembre 1943, mentre ero di guardia a Borgo Tanaro, arrivò la notizia che trecento “rastrellati”, così erano chiamati i giovani di leva che come me non si erano presentati spontaneamente alla R.sociale, erano fuggiti dalla Caserma di Corso Piave armati e affardellati.(conferma del racconto effettuato a Renzo Tablino dal soldato Angelo Racca. Vedi GAZZETTA D’ALBA 12 SETTEMBRE 2013 Il DRAMMA DEL 43° RGT FANTERIA) La notte stessa venne l’ufficiale fascista e chiamò noi tre rastrellati (Giordano, Ghignotti, Delprete) e ci condusse in Convitto dicendo che era per cambiarci il Moschetto con un fucile automatico, invece ci disarmarono e non ci diedero più nessuna arma. Comprendemmo dopo il perché del disarmamento, temevano che anche noi tentassimo la fuga con le armi. Per tre giorni ci tennero segregati nei sotterranei poi il quarto giorno arrivarono due autotreni e ci caricarono per condurci a Torino. Nella notte prima della partenza per Torino qualcuno di noi che era in contatto con i Partigiani li avvisò del trasferimento e questi dissero che avrebbero “attaccato” il convoglio nel tratto tra Mussotto e Bra, ucciso gli autisti e ci avrebbero fatti fuggire. Noi essendo avvisati, rimanemmo pronti, ma l’attacco non avvenne e fummo condotti all’Arsenale in pieno centro di Torino. In questa grande Caserma fummo ammassati nei sotterranei e il giorno dopo suddivisi in gruppi di 7/8 nelle varie Caserme torinesi.

 

 

FUGA DALLA CASERMA VALDOCCO

Io fui condotto alla Caserma di Polizia di Corso Valdocco. Qui mi armarono nuovamente per effettuare servizio di guardia interno. Dopo tre o quattro giorni tre dei miei compagni fuggirono. Noi rimanenti fummo chiamati dal Maggiore che ad uno ad uno ci disse che aveva avuto l’ordine di fucilarci poiché  gli altri erano scappati. Io, impaurito dissi che non intendevo fuggire e che avrei fatto il mio dovere e fui talmente convincente che il Maggiore mi diede 5Lire di premio. Lo ringraziai, ma due giorni dopo senza dire niente a nessuno mi presentai alla porta carraia e dissi che non mi sentivo bene e andavo all’osteria che era oltre la strada a bere qualcosa e sarei subito tornato portandogli una bibita. La guardia acconsentì ed io attraversato il corso entrai nell’Osteria  e uscii da una porta che dava sul corso dietro in via Cernaia, presi il Tram n. 13 e con l’aiuto di una Staffetta andai in Val Salice. Strada facendo trovai altri fuggiaschi e salimmo a dormire preso L’EREMO da una famiglia che ci fornì abiti civili e ci liberammo della divisa.

L’INCONTRO CON I PRIMI RIBELLI

Dalla collina di Torino, in tre, sempre a piedi e attraverso i campi arrivammo nei pressi di Pralormo, dove dei contadini ci indicarono una cascina dove avremmo trovato i Partigiani. Questi erano in molti e tutti armati “fino ai denti”, avevano delle barbe lunghe e dopo aver ascoltato della nostra fuga ci rifocillarono e ci lasciarono ripartire. Arrivammo a Santa Vittoria e siccome scendeva la notte chiedemmo ospitalità ad una cascina proprio sopra lo stabilimento Cinzano. Trascorremmo la notte, ma dal timore di essere presi non dormimmo per nulla.

ATTRAVERSAMENTO DEL TANARO E ARRIVO A RICCA DI DIANO

All’alba ci portammo sulla riva del Tanaro e pagammo un Carrettiere che con il cavallo e il carro dalle grandi ruote traghettava i dipendenti della Cinzano. Arrivati al Gallo ci dividemmo, uno era di Monforte e uno di Serralunga. Io salii a Diano e scesi a Ricca, ma siccome era ancora giorno mi nascosi nel boschetto dove oggi c’è lo Sferisterio e attesi  che facesse notte. Anche in questo caso, ebbi grande paura perché ogni tanto passava qualcuno e temevo di essere visto e denunciato. Vidi passare il macellaio Renzo che fece finta di niente e solo a guerra terminata mi confidò di avermi notato ma di non averlo riferito a nessuno. Con il buio raggiunsi casa mia ai Prandi dove sapendo che era pericoloso rimanere andai a nascondermi dalla zia Antonietta a Treiso. Lei era la moglie del fratello di mio padre, anche lui Carabiniere. Rimasi otto dieci giorni da lei poi decisi di tornare a casa.

BRUTTO INCONTRO SALENDO A TREISO

Mi avviai per la strada che da Loc. Ferrere porta sul crinale di San Stefanetto e poi a Treiso. Terminata la salita giunsi al bivio che a sx scende a Trezzo Tinella e a dx spiana fino all’incrocio con la provinciale e a trecento metri mi trovai tre tedeschi che mi intimarono di alzare le mani e fermarmi. Decisi in un attimo e iniziai a correre a rotta di collo nel campo di meliga che costeggiava la strada verso la Val Tinella, Trezzo. Non mi voltai ma sentii sibilare i proiettili finchè incrociai lo Rian (il canalone) trecento metri sotto e sentii commentare: <l’abbiamo ammazzato!>. Avevano smesso di sparare convinti di avermi colpito. Anche in questa occasione, me la cavai sotto quella pioggia di proiettili. Procedetti nel letto del rio e raggiunsi la provinciale per Trezzo e attraverso le vigne e i campi risalii a casa ai Prandi. Gianni rivive con fatica quella fuga e si chiede come riuscì a sopravvivere, ma è un attimo e subito reagisce, riprende a raccontare seguendo la pellicola del film delle sue peripezie.

ANDAI CON I PARTIGIANI

Rimasi pochi giorni a casa e nuovamente mi trasferii a Ferrere dalla zia. Ero consapevole dei rischi che correvo io, se mi prendevano mi fucilavano, e dei pericoli a cui sottoponevo chi mi nascondeva, avrebbero bruciato e ucciso chi mi ospitava. A vent’anni si era poco aperti agli altri e io rimuginavo queste cose durante i miei trasferimenti e pensavo a mio padre che non voleva andassi con i Partigiani. Effettuai alcuni spostamenti per nascondermi, poi mi accordai con altri miei compagni di San Rocco Cherasca e formammo un Gruppo aggregato alla II Divisione Langhe con Mauri, anche se io non lo vidi mai. Al nostro gruppo venne dato in dotazione un mitragliatore, ma noi di comune accordo decidemmo di mai attaccare né i fascisti né i tedeschi poiché sapevamo che questi avrebbero effettuato ritorsioni sui contadini e la gente della zona. Non sparammo mai e neppure ci recammo dalle cascine di cui conoscevamo i proprietari a prendere una gallina o un vitello o i salami. I contadini “odiavano i partigiani” e quindi anche noi poiché non distinguevano tra chi si comportava bene o male. Noi pertanto si decise di stare alla larga dalle cascine e cambiare sovente nascondiglio, si andava a mangiare nella Piola di Manera e ci fu sempre dato senza pagare, d’altronde non potevamo pagare poiché soldi non ne avevamo.

DAI ZANOT VEDEMMO UNA COLONNA DI TEDESCHI

Il nostro gruppo si spostava da Manera ai vari punti più alti per avvistare l’arrivo dei nazifascisti e poter avvisare altri gruppi. Un giorno eravamo ai Zanot, località in alto, cinquecento metri prima del Mulino Poggio che era in basso e scorgemmo una colonna di tedeschi che saliva a Manera. Era composta da molti carri trainati dai cavalli e squadroni di uomini a piedi e avremmo potuto attaccarli ma saggiamente ci rendemmo conto che se noi avessimo sparato anche un solo colpo quelli avrebbero incendiato tutta la valle. Così segnalammo l’arrivo ma li lasciammo procedere.

 

APRILE 1945 SCENDEMMO AD ALBA E POI A TORINO

Ad Aprile lasciammo le colline per entrare in Alba, era dopo il 15 e Gagliardi e Rossi, i due terribili comandanti fascisti erano già stati arrestati. In Alba vi era una grande desolazione provocata dai bombardamenti e dalle sparatorie. Gli albesi erano tutti rintanati in casa e nessuno osava uscire. Io ero armato con il moschetto 38 mentre altri miei compagni chi aveva lo Sten e qualcuno il Mitra, ma procedevamo guardinghi poiché non sapevamo se ci fossero ancora dei fascisti o dei tedeschi nascosti. Andai al Convitto, al presidio fascista per vedere chi ci fosse ancora, siccome vi ero stato parecchi mesi e ne avevo conosciuti tanti. Salii nelle camerate e trovai molti giovani volontari impauriti che riconoscendomi mi chiesero cosa sarebbe stato di loro. Io li tranquillizzai, dicendo che a breve li avrebbero lasciati liberi, ma non ne ero sicurissimo poiché sapevo che tra i partigiani vi erano degli esaltati che erano capacissimi di uccidere senza chiedere perché quei ragazzini si erano arruolati nella Milizia. Erano proprio dei ragazzini, avevano 18 anni soltanto, alcuni, e non avevano avuto né l’occasione né il coraggio di fuggire dai fascisti. Fortunatamente dopo qualche tempo li lasciarono liberi. Andai anche con i miei compagni a vedere Rossi che era in prigione, volevo vederlo bene in faccia e gli urlai con gli altri qualche insulto, ma lui col volto segnato dalle percosse subite, non si scompose, continuò a camminare  e a fumare nervosamente.

Il 27 ci caricarono sopra dei camioncini mézi rot(sgangherati), che erano stati requisiti e ci portarono a Torino. Anche i fascisti erano malmessi come mezzi di trasporto, ricordo che avevano solo due piccoli carri armati Balilla e ai rastrellamenti ci andavano con le biciclette che sovente venivano guastate dai partigiani.

A Torino ci fermammo in Corso Casale e fummo alloggiati all’Albergo Cucco per mangiare e in un capannone dove vi erano delle scuole, per dormire.

CASERMA DI VIA ASTI

In via Asti , parallela di Corso Casale, vi era la Caserma dell’R.S.I. dove venivano torturati i Partigiani. Ricordo che andammo nei pressi e assistemmo ad atti di vendetta che mi turbarono. Asserragliati nella Caserma vi erano dei fascisti che quando furono stanati vennero gettati nel PO dai partigiani mentre altri li utilizzavano come bersaglio dei loro fucili. Furono scene che disapprovai e che son rimaste per tutta la vita nei miei ricordi.

Il giorno successivo ci spostammo presso il Palazzo Reale in centro dove si erano radunati tantissimi partigiani.

DALLE SOFFITTE SPARARONO

Intanto che eravamo accalcati nel grande piazzale si udirono degli spari e parecchi Partigiani furono feriti. In quella confusione partirono alcuni partigiani più ardimentosi e salirono a bloccare lo sparatore. Si seppe che era un Capitano sui cinquant’anni. Io assistetti alla scena e vidi che lo trascinarono giù per le scale. Quando lo portarono nel grande camerone gli avevano già strappato i vestiti di dosso ed era stato malmenato e ferito. Vi era un gran vociare attorno e vidi una scena raccapricciante che mi costrinse ad andarmene fuori. Mi vengono ancora i brividi a raccontarlo: Un partigiano che aveva fama di essere un “carnefice” estrasse il pugnale che portava sempre in bella vista nel fodero allo stivale e prima iniziò a ferirlo nelle gambe provocandogli grandi fuoriuscite di sangue e poi gli tagliò i testicoli e glieli mise in bocca! Anche se avevo vent’anni come tanti altri, al vedere quelle atrocità uscii disapprovando. Questa è verità che vidi con i miei occhi.

Per dileggiarlo ulteriormente, lo presero in due o tre e lo misero in un grande armadio del salone.

Oltre a questi brutti ricordi di Torino ho anche in memoria le feste che tributarono i torinesi sia a noi Partigiani sia agli americani – Brasiliani. Questi erano bellissimi nelle loro divise di panno eleganti, con gli stivaletti lucidi. Il camion Dodge che apriva la sfilata in via ROMA, aveva un aquila morta con le ali aperte appesa al radiatore, forse a simboleggiare la fine del REICH

Ad ascoltarlo siamo tutti commossi e Gianni capendo che sembra inverosimile ciò che racconta, precisa che non dice bugie né racconta fantasie è tutta verità, vita vissuta.

Nel 1946 mi arrivò la “cartolina di precetto” e dovetti partire per il Servizio Militare. Fui inviato a Messina e siccome sul foglio matricolare era indicato che ero stato Partigiano, mi fecero evitare il C.A.R. (Centro addestramento reclute), mi dissero:” poiché avevo già conoscenza dell’uso delle armi”. In verità né con l’R.S.I., né con i Partigiani io non avevo mai sparato né fatto pratica con le armi, ma non dissi nulla a nessuno e svolsi i miei servizi sperando che anche quel periodo trascorresse velocemente.

 

 

ALTRA BEFFA

Quando tornai dal Servizio Militare, un mio amico mi disse che chi aveva svolto il periodo nei Partigiani aveva diritto ad una piccola pensione. Mi recai al Distretto e mi sentii dire che al “contributo” avevano diritto soltanto quelli delle leve fino al 1924. Mi feci una bella risata e ringraziai Iddio per avermi concesso di uscire indenne dal periodo di Guerra e di Militare. Iniziai a lavorare e ed ebbi tanti amici e soddisfazioni che mi hanno permesso di vivere sereno fino ad oggi.

 MARINO FELICE PARTIGIANO "Felix"

 

 

ALL’OTTO SETTEMBRE venni a casa dal Brenero con Fredo Giletti del Casasse di Neive. Suo Padre Pinoto era anche Commerciante da bestie come mio padre. Ci conoscevamo perché seguivamo i nostri padri sui Mercati e destino volle che ci trovassimo a Cuneo al Comando di Divisione quando tornò dalla Russia.

L’otto Settembre ci trovammo ad Appiano di Bolzano e al comando di un Capitano di Roccavione che si era rifiutato di consegnare le armi salimmo al Colle della Mendola. Il giorno dopo vedemmo due autoblindo che sventolavano bandiera bianca. Fummo radunati sotto degli alberi e il Gen. Tassi, un fascistone che io ascoltavo sempre intento a telefonare a Mussolini, poiché ero al comando di Divisione, ci disse: < Alpini , Badoglio ha firmato l’Armistizio, ma noi non siamo d’accordo e siccome siamo malvestiti, male armati abbiamo deciso con i camerati tedeschi di consegnare le armi e andremo in Germania dove avremo divise nuove e armi nuove così potremo combattere con loro per la “vittoria finale”>

Il Capitano, in segreto ci chiese se volevamo fuggire per evitare la Germania. Molti di noi aderimmo subito e allora ci invitò a preparare lo zaino . Nella notte scendemmo a Follo e poi percorremmo la val di Non. A Malé incontrammo dei militari che rientravano alle loro case e spiegando loro cosa  era successo ci consigliarono di liberarci degli abiti militari e di fornirci di documenti altrimenti i nazisti ci avrebbero deportati in Germania. Giunti a Malè andai in Municipio e mi feci preparare la carta d’identità, che ho ancora qui conservata. Dovemmo attraversare il Po e grazie a un pescatore che aveva conservato e nascosto un barchino, a tre alla volta ci portammo sull’altra sponda. Fu un tragitto pericoloso poiché oltre al timore di essere visti dai nazi-fascisti rischiammo di affondare poiché la barca faceva acqua e così dovevamo usare una latta per toglierla dal fondo!

 Arrivammo a Valenza e si seppe che ad Alba il Colonnello aveva consegnato ai nazisti tutto il 43° fanteria e ci consigliarono di non andare verso Alessandria ma verso Cantalupo. Così facemmo e a Cantalupo una donna ci disse di informarci presso un Capo-treno del posto. Questi ci rassicurò e ci fece salire sulla locomotiva nel vano carboniera, così nel caso ci fossero stati problemi il fuochista ci avrebbe avvisati con un fischio della vaporiera. Tutto andò bene ed io fui il primo a scendere a Castagnole Lanze, da dove procedetti a piedi per la Val di Bera e raggiunsi Riforno, casa mia in piena notte. Esitai un po’ prima di svegliare tutti, poi sommessamente chiamai la mamma! Mi sentì subito e diede voce a tutti: <jè Felice, jè Felice!> Era il 21 Settembre 1943

21 SETTEMBRE 1943 PRIME DECISIONI E LA BASE AD ALBA

Quando fui a casa cominciai a chiedere come fosse la situazione, dalle nostre parti e si seppe che ad Alba i nazifascisti avevano ucciso parecchia gente e che erano transitati i militari provenienti dalla Francia che avevano abbandonato mezzi e armi . I famigliari e i giovani che venivano dalla mamma per tabacco mi dissero che avevano fatto rotolare negli rian mezzi e armi per evitare di avere grane con i fascisti. Insieme si decise di prendere le armi e nasconderle dentro dei sacchi del cemento e poi dietro a un muro a secco in costruzione al “Brich drà riana” di nostra proprietà. In seguito seppi che a Neive Giovanni Negro aveva organizzato e “dèsvijà” i giovan, che a Cossano Poli, che era rientrato, aveva formato un gruppo di “ribelli” e che anche a Mango vi era il Professor Gallina Oreste(1894 Capitano nella guerra del ‘15/18),                     conosciuto come antifascista operava con Carletto Morelli che diventò Vicecomandante della II DIVISIONE LANGHE.

Valutando queste informazioni e tenendo i contatti tramite “Talina” del Bar di Neive che era la sorella di Rita che abitava a Mango, decidemmo di formare un nostro gruppo collegato al Prof. Oreste, considerando che conoscendo i nostri territori avevamo la possibilità di nasconderci ed essere al sicuro riparando nei rii e nei sentieri della boscaglia.

Così facemmo e si collaborava con Poli e Pinin suo padre amico di mio padre e grande antifascista. Eravamo ben organizzati e collegati sia con Neive poiché mia sorella Elia del 1925 ci portava le informazioni mentre scendeva per la “levata” (prelievo dei Sali e tabacchi) e tenevamo i collegamenti con il gruppo di Cossano che aveva base al Bricco della Rovere. Da Riforno si vede benissimo èr Brich drà Rò e avevamo queste segnalazioni: stenduva rossa ALLARME STATE FERMI

Stenduva bianca TUTTO TRANQUILLO

Stenduva neira: TENSSION CH’IV MASSO!( ATTENZIONE VI SPARANO)

COLLABORAI CON “DIAZ” CON PIERRE GHIACCI E CON POLI

Siccome abitavo in una località strategica e vicina a Neive, Mango e Cossano, collaboravo con tutti. Inoltre avevo svolto attività di commerciante di bestiame con mio padre e conoscevo bene strade e sentieri poiché conducevo a piedi gli animali per i mercati di Nizza e di Alba. Piero Ghiacci quando doveva effettuare qualche azione veniva a chiedere a me e diventammo grandi amici.                         

DALLA TORRETTA DI SAN DONATO A SAN BOVO DI CASTINO

Il 16 agosto ci fu lo scontro alla Torretta dove caddero otto nostri compagni. Fu allora che si evidenziò la scarsità di munizioni! Noi avevamo armi e uomini ma poche munizioni. Quando il diciotto agosto venne Mauri a San Bovo e si stipulò la fondazione della Brigata Belbo che avrebbe avuto come segno distintivo il fazzoletto blu. Lui aveva già formato la prima divisione Langhe con Bogliolo. Dopo 4 o 5 giorni paracadutarono un ufficiale inglese, il Maggiore Temple, che sarebbe stato l’Ufficiale della nostra Brigata. Andammo a prenderlo a Cigliano sotto Monesiglio e diventò subito ottimo amico di Pinin e Poli che essendo stati in Australia parlavano benissimo l’inglese. Temple lanciò subito la proposta per la costruzione del CAMPO D’AVIAZIONE  che servisse alla II Divisione Langhe.

LA RICETRASMITTENTE ALLA CASCINA “LODOLA”

Con l’arrivo di Temple il Comando della Brigata Belbo si trasferì alla cascina Lodola di Castino e intanto che si cercava il luogo per un campo di aviazione o almeno di atterraggio che servisse come base ‘di appoggio per l’eventuale sbarco nel Mediterraneo fu effettuato il lancio paracadutato di una piccola “radio Ricetrasmittente”. Si individuò il radio-telegrafista che era a Neviglie e si trovò un luogo per far funzionare la Radio proprio poco sopra la Cascina “Lodola” con grande soddisfazione del Maggiore Temple.

IL CAMPO D’AVIAZIONE A VESIME

Un giorno Temple disse a Poli che occorreva accelerare i tempi per la costruzione del campo di aviazione. Poli caricò il Maggiore sulla moto e si avviò verso Cortemilia a perlustrare la zona verso ACQUI, QUANDO FURONO A Vesime alla Cascina Cavallero, Temple fece fermare Poli e gli indicò il campo oltre il Bormida. Gli disse che il campo andava realizzato proprio lì. Si presero i contatti e si stabilì di iniziare i lavori. Quando scendemmo per iniziare fu incredibile quanta gente arrivò con zappe, badili e carri per collaborare. Si abbattè e ricostruì il portico che ingombrava e si spianò il campo che risultò di 380 metri. Temple disse che era un po’ corto ma che si poteva provare. Si fece venire l’ apparecchio pilotato da “Giacomino”. Doveva venire anche Ghiacci, ma per qualche impedimento non arrivò.

Si portò l’aereo proprio al limite dell’erta del campo e dopo aver battuto bene la pista con pietre, si diede massima forza al motore rollò con potenza e ad un certo punto si alzò. Passò a non più di tre metri sopra i “fornèi” delle case di Vesime, ma decollò! Il commento unanime fu che occorreva allungare la pista.Detto fatto si decise di incanalare “rà riana” con dei tubi e si prolungò la pista di ben 280 metri. Anche a questa attività collaborò tantissima gente e il campo funzionò. Atterrarono dei Bimotori e scesero dei paracadutisti. Il Campo risultò di grandissima utilità poiche oltre a permettere di portare uomini e materiali, servi per il trasporto di feriti e malati che curati nel piccolo Ospedale di Cortemilia poi avevano bisogno di cure in centri appositi. Mediante i trasporti aerei arrivarono anche buoni quantitativi di “penicillina” che servì ai medici a curare anche bambini e adulti che cronicizzavano malattie incurabili senza quel medicinale.

 

IL LANCIO DELLA VAL DI BERA

Tra il 18 e il 19 agosto fu effettuato il Lancio che cadde nella Val di Bera. Si attendeva un lancio tra San Donato e Mango, ma per un errore del Pilota fu sganciato oltre. Intanto avendo sentito il rumore dell’apparecchio si temette fosse “pippo il repubblichino” che aveva scaricato su Mango alcune bombe e quindi non si fecero segnalazioni, così il pilota sganciò in ritardo e finì nel territorio di Val di Bera. Venne da me un certo Borello e mi disse cosa era avvenuto. Incredulo radunai alcuni miei amici e con delle biciclette ci recammo a vedere. Vi erano tutti i paracadute agganciati agli alberi e da questi penzolavano i bidoni con armi e materiali. Immediatamente, come prima cosa tagliammo i fili dei paracadute e li togliemmo dalla vista. Avevano sganciato in territorio di Mango e Castiglione ma erano finiti in quello di Neive e Castagnole. Il problema era che a Neive era stanziata la “repubblica”. Anche in questa occasione vennero in tanti ad aiutarci e così portammo le armi al “Gallo” di Mango passando da Coazzolo e il vestiario ed altre armi le portammo in un campo di proprietà della mia famiglia. Qui con l’aiuto di una cinquantina di persone realizzammo dei solchi e sotterrammo tutte le casse. Fatto questo andai a San Bovo di Castino ad avvisare Poli del recupero. Incredulo venne con Moretto alla guida del 1100, con Jhon, e Piero Ghiacci. Il materiale fu trasportato a San Donato ed io ebbi due Sten. Ci fu qualche discussione con “Freccia” di Castglione Tinella(mio cugino) che venne a reclamare parte del materiale, ma questo servì a vestire ed armare i nuovi arrivati!

 

 

LA PRESA DI ALBA 10 OTTOBRE 2 NOVEMBRE 1944

Andai alcune volte con “CARLETTO” dal Vescovo di Alba Monsignor Luigi Maria Grassi. Lui voleva bene ai Partigiani e insisteva affinchè prendessimo Alba.  Io avevo chiesto a Carletto cosa avremmo dato da mangiare ai giovani Partigiani con i quali avremmo conquistato Alba, e lui mi rispose che non sarebbe durata molto! Doveva essere più che altro una dimostrazione di forza del partigianato. Ricordo sempre che disse” r’oma da feje voghe che soma bon a pié èr sità, che soma nèn di “bandì” dobbiamo dimostrare che siamo capaci a prendere le città, che non siamo dei “Banditi”. E fu così, riuscimmo nell’intento e poi dovemmo lasciare la città. L’ordine arrivò anche dal Vescovo: < non sparare un colpo in città!> Questo perché i fascisti non aspettavano altro per obbedire a Mussolini e Graziani che avevano detto> Alba deve essere presa a ferro e fuoco!>.Io andai a Castel Gherlone con Piero Ghiacci, eravamo fradici e sporchi di fango comprese le armi. Mentre risalivamo un “rivass”, stanco e depresso dissi: < ma come ci siamo ridotti!> Piero mi rincuorò dicendomi di fare ancora uno sforzo e di arrivare fino a Mango, poi qualcosa avremmo deciso. E infatti a Mango rimettemmo in forze.

Certo con i rastrellamenti per noi Partigiani fu terribile, come lo fu per i contadini che tuttavia compresero cosa stavamo facendo e collaborarono. I Partigiani a costo di gravi perdite effettuarono imboscate ai nazifascisti che così iniziarono a comprendere di che pasta erano i Partigiani.

 

 

 

TATTICA CON “IL GRIGIO” E “GIORGIO”

…Arrivammo a Vesime e ci incontrammo con Il Grigio e con Giorgio e stabilimmo di utlizzare la tattica dei “movimenti notturni” avendo capito che i nazifascisti di notte non si muovevano. Noi conoscevamo bene i sentieri e gli attraversamenti dei fiumi ed infatti trovammo un piccolo pontile che ci permise di attraversare indisturbati il Bormida e di evitare i rastrellamenti.

PROTEZIONE ALLA FAMIGLIA DEL RABBINO DI TORINO

…Le operazioni di noi Partigiani non erano solo di guerriglia ma anche di protezione di chi doveva proteggersi dai nazifascisti. Ad esempio col mio gruppo abbiamo protetto e nascosto la famiglia del Rabbino di Torino che nascondemmo presso una famiglia Ao “Lan” di Mango sotto il Bricco d’AVENE. Vi era lui, la moglie e un figlio di nome Gilio. Altri due figli furono deportati in Germania e da qui uno non tornò.

Qualche problema lo crearono, poiché il padre anziano pretendeva che mia mamma gli fornisse una “toma” al giorno poiché lui non mangiava carne di maiale, e il figlio voleva che lo portassi a Vesime e lo facessi salire su un aereo che lo portasse a Roma. Fu difficile gestirlo e fargli capire che si era in guerra!. Dopo la guerra Il figlio riuscì a tornare in Israele.

GESTIRE I GIOVANI PARTIGIANI

Fu anche complicato far capire ai giovani Partigiani che non dovevano approfittare dell’essere armati. Qualcuno infatti si recava al Mulino e si faceva consegnare la farina, ed era difficile far comprendere che la violenza e la sopraffazione non doveva essere la nostra legge.

FORMAZIONE DELLA II DIVISIONE LANGHE

Dopo la costruzione del campo di aviazione di Vesime a Castino si formò la II Divisione Langhe.

LA BATTAGLIA DI ALBA 15 APRILE 1945

Il 15 Aprile con la squadra di cui ero capo entrammo per primi in Vescovado. Poi tornammo alla Vernazza con Gandino e Farinetti mentre i paracadutisti inglesi (vedi fatto narrato da Piero Berutti) sparavano da Altavilla.

26 Aprile 1945 ALBA LIBERA

IL PRIMO MAGGIO  si fece la sfilata e conobbi Sandro Pertini. Quando fu Presidente della Repubblica mi nominò Cavaliere della Repubblica

ERAVAMO UNA BELLA SQUADRA

Ricordo volentieri i miei compagni Partigiani: Teresio dèr Mancin, Dario Arossa “Caccia”, Bindello “Pitros”, Giachino “Marien”, Risso “Tilio”, Rivetti Guido,

 

 

 

 https://youtu.be/qhDpQJGyFV4      

  Giovanni alla Canova ricordo Caduti

NEGRO GIOVANNI ED ESTERINA

 La mamma nel 1935, all’aggressione fascista all’Etiopia con un contadino di San Rocco Seno d’Elvio, < Luis Manera, criticò aspramente l’intervento fascista trovando la simpatia, di tutta o quasi, la popolazione contadina.

Il papà, fu socialista fin dal 1915/18. Già allora pagarono per il loro antifascismo! Fu fatta  chiudere l’Osteria di San Rocco per un certo periodo di giorni come azione intimidatoria.

 A Neive, negli anni ’40 in casa Negro,  nella grande cantina si davano convegno alcune persone antifasciste il papà offriva loro uno spuntino e intanto si parlava di come opporsi a Mussolini .

A Neive in San Sebastiano era di stanza un Reparto di Fanteria che era adibito alla guardia delle gallerie della ferrovia che da Neive porta ad Alba(1912-1943). L’otto settembre ’43 all’armistizio il padre Carlo raccolse subito numerosi fucili, munizioni e bombe a mano gettate via dai soldati che sbandavano. Alcuni di questi soldati di origine slovena già il 25 luglio 1943 quando appresero della caduta di Mussolini fecero festa con Carlo. Sotterrò le armi in un angolo del cortile. Tutta la famiglia l’8 settembre aiutò moltissimi soldati che provenivano dalla Francia e cercavano abiti civili ed altro aiuto.La mamma diceva <gitomiè che cò noi n’oma un an Fransa> aiutiamoli che anche noi ne abbiamo uno in Francia.

AMALIA ED ESTERINA: Ricordiamo come nostro fratello Giovanni ricevuta la cartolina fu costretto a presentarsi al Distretto e poi fu inviato in Francia a Tolone con centinaia di ragazzi del 1925 e per tutto il tempo che rimasero là non fu data loro nessuna divisa.

Tornò dalla “prima prigionia” molto stanco e depresso e  con una brutta malattia polmonare.

Dopo alcuni giorni di riposo raccolse l’invito di papà ad organizzarsi per intraprendere la lotta contro i nazisti.

Si trovarono ancora altre armi e costituì la prima Banda partigiana della zona di Neive ad orientamento socialista. Erano i primi giorni dell’ottobre ’43! Giovanni fu il responsabile di una squadra di Ribelli composta da 19 giovani. Nell’ottobre ’43 vennero in San Sebastiano ad accordarsi con Giovanni anche Piero Balbo ”Poli e “Moretto”.

ESTERINA: Era il 20 giugno ’44 e da un po’ di tempo non avevamo notizie di Giovanni. Mentre mi recavo ad Alba come Staffetta , seppi che vi era stato uno scontro a fuoco tra partigiani ed SS a Pertinace; e nel contempo appresi della cattura da parte nemica di un Partigiano. Incontrai mia zia Maddalena e seppi che era stato catturato mio fratello.

Lo trovammo in uno stato pietoso per le percosse subite con il suo compagno Bindello Luigi alla Caserma Govone piena di “nazisti”. Giovanni era riuscito ad inghiottire il tesserino da Partigiano mentre il compagno Luigi non era riuscito.

Luigi fu fucilato a Benevello, Giovanni fu portato ad Asti, poi a Torino e deportato nel campo di Zwickau da dove tornò gravemente invalido per le brutalità subite.

Il Comitato di Liberazione di Neive che aveva giurisdizione sui paesi vicini, fu fondato dal padre Carlo con l’appoggio di Don Boffa alla fine di ottobre 1943 ed era composto da CARLO NEGRO, DON FRANCESCO BOFFA,MARIA DA CASTO, BATTISTA CAPRA E DA ROSETTA, MAMMA DEL PARTIGIANO CADUTO “CARLO ALBERTO DA CASTO”.

Il giorno della Festa della Madonna l’8 dicembre 1944 vi fu un grosso rastrellamento che impegnò centinaia di nazifascisti in tutte le Langhe.I Partigiani resistettero pur con poche munizioni, malvestiti infreddoliti ed affamati. Parecchi furono catturati sulle colline. Improvvisamente i fascisti si recarono a casa nostra e papà Carlo non fece in tempo a fuggire. Fu brutalmente catturato poiché trovarono in casa segni del passaggio dei partigiani: munizioni e un telefono da campo.

Papà, ricorda Esterina, fu trascinato tra sputi ed urla, nel Palazzo del conte Riccardi Candiani  di Neive. Io avevo solo sedici anni e lo torturarono in mia presenza per fargli rivelare i nomi dei Comandanti Partigiani, quelli del C.L.N. dove erano nascoste le armi e chi sosteneva i Partigiani. Papà non parlò, anche se venne picchiato in modo crudele. Fu terribile, non lo dimenticherò mai più!

Il mattino seguente i nazifascisti andarono via da Neive portandosi dietro mio papà e numerosi Partigiani e civili   con molti oggetti di valore razziati nelle case.Io rimasi tutta la notte davanti al Castello in attesa e all’all’alba ricordo che un ufficiale guardandomi con ironia mi disse: < Esterina carogna di una carogna dopo questo lo dirai ancora ai giovani di andare nei Partigiani?> Poco dopo quando la lunga colonna iniziò il suo cammino mio papà che non si reggeva in piedi svenne al Rondò di Neive e Maria Da Casto che era con me gli fece un’ iniezione per il cuore ma papà non reagì. A questo punto il comandante fascista decise di lasciarlo sul mucchio di pietre dove era riverso. Per loro era morto.

 


 

 

 

 

 


 

 

 

Alla Commemorazione dell’Eccidio della Canova di Neive tra i partigiani presenti fui attratto da un omino che mi incuriosì per la sua semplicità e vigoria. Gli chiesi di che paese fosse e mi rispose “èd Rochetta”. Alla richiesta se potevo andare a farmi raccontare un po’ della sua storia , con un sorriso mi disse “sì sì, ma ciamomie a mia nora e mè fieù!” (Sì sì ma chiediamo a mia nuora e mio figlio). Compresi che avevo contattato un personaggio che mi avrebbe insegnato molto. Anche i figli acconsentirono e quando ad Agosto mi presentai fu un bell’incontro. Andai a cercare Renzo nell’orto. La nuora mi spiegò che il lavoro era il suo passatempo e che avrebbe raccontato volentieri della sua gioventù. Fin dalle prime battute capii che raccontava non per fregiarsi ma per onorare i suoi coetanei e commilitoni che più sfortunati di lui avevano avuto una vita meno facile.

Insomma Renzo fu un partigiano che svolse il suo compito perché suo padre e sua madre gli avevano insegnato che quando è necessario bisogna anche saper affrontare il pericolo. Durante il racconto, più volte mi rivelò con parole e gesti la naturalezza del suo operato di giovane militare e partigiano e mi fece comprendere che fu grazie a giovani come lui che si realizzò una grande epopea e che è necessario rendere noti questi racconti di vita affinchè non vadano persi insegnamenti importanti. Nel dare a lui la parola ricordo che è comunque indescrivibile l’emozione che ti trasmettono persone di grande semplicità ma di fondamentale importanza per la nostra crescita morale e civile. Grazie Foco

 

Nato nel 1924, fui arruolato nel vecchio esercito in Fanteria il 28 Agosto 1943 e non essendo abile per tutti i servizi fui inviato al deposito di Alba. Alla Caserma Govone arrivarono ben tremila reclute che, con l’otto Settembre furono tenute come prigionieri finchè non arrivarono i Tedeschi. Duemilacinquecento furono inviati in Germania e altri cinquecento,tra i quali io, fummo destinati a svuotare i magazzini della Caserma. Dopo tre giorni senza mangiare studiai il da farsi e andai a nascondermi, poi sfruttando “er rigosiglio”(caos) sgattaiolai fuori. Devo ringraziare quattro ragazze di Alba che insieme a tutta la popolazione fecero di tutto per salvare i giovani militari. Quando decisi di scappare, in divisa, perché avevo portato a casa gli abiti borghesi, due ragazze intrattenevano la guardia e altre due mi fecero segno che era ora di uscire. Andò bene, ma rischiai molto poiché le SS(guardie tedesche) avevano l’ordine di sparare mirando al cervello e cervelletto così da “fete sté sèc”(ucciderti sul colpo). Nei pochi giorni che rimasi dentro fui costretto a portare cadaveri di soldati sulla letamaia della scuderia e ce n’era una catasta eh!

A quei tempi la porta carraia della caserma dava sul buco della fornace dove adesso c’è Piazza Cristo Re e io, presa quella scorciatoia, trovai mio fratello che era venuto a portarmi gli abiti, così mi cambiai i vestiti e scampai la Germania. Una volta a casa avevo preso talmente in odio i fascisti e i tedeschi che diventai staffetta per Pinin Balbo e per Poli. Avevo anche l’esempio di mio padre che collaborava con i partigiani informandoli sui movimenti dei nazifascisti eh!. Una volta a Castino arrivò un’autocolonna di tedeschi e avevano messo un posto di blocco, mio padre si presentò alla barriera e alla guardia tedesca che gli chiedeva dove andasse rispose in Piemotese: “vagh a piémè in poch èd pan”(Vado a prendermi un po’ di pane) la guardia non capì e gli disse di parlare italiano, lui disse “se ‘t capisi nèn r’italian vèn nèn a fé o soldà an Italia”(se non capisci l’italiano non venire a fare il soldato in Italia.) lo scortarono fino al forno ma lui intanto aveva potuto vedere quanti erano. Diceva sempre: “ah mì ro nèn pao, ro fat 4 agn èd guera!”(ah io non ho paura,ho fatto 4 anni di guerra!)

A me successe che andavo a esplorare verso Cossano e fui fermato da una pattuglia, mi chiesero cosa facevo e io pronto: “vagh a consgneme”(vado a consegnarmi). Per i giovani del 1924 c’era la possibilità di consegnarsi in caserma onde evitare di essere denunciati come renitenti alla leva.

Andò bene che non avevo armi né tessera e così mi portarono al distretto di Alessandria. Scendendo dal treno incontrai un mio vicino di casa di Perletto che aveva studiato da prete, e gli confidai cos’era successo e che intendevo farmi mandare in una caserma in Val Casotto per collaborare con i Partigiani di Mauri, questo mi consigliò di non andare in Val Casotto poiché Mauri stava preparando gli assalti alle caserme per recuperare armi e potevo rischiare la vita se mi trovavano con la divisa dell’Esercito. Ascoltai il suo consiglio e rimasi ad Alessandria in ospedale dove con il mio modo di fare “disponibile” fui preso a benvolere da un Capitano medico che mi mandò a Saluzzo ad aiutare i militari mutilati. Anche qui ebbi modo di passare informazioni ai gruppi partigiani e intanto venivo a casa in permesso e mi tenevo in contatto con Pinin Balbo. Dopo tre mesi a Saluzzo ebbi una Licenza di sette giorni e..” devo ancora vogme adèss, son pi nèn tornà!”(Devono ancora vedermi adesso, non sono più tornato.)

Mi nascosi per un po’ di giorni presso una mia zia a San Giorgio Scarampi che viveva da sola con i proventi della “Tessera” e per questo mio padre mi portava da mangiare.

     

Dopo un po’ di tempo tornai alla mia squadra Partigiana che aveva come Capo un certo Sgancia di origini siciliane. Ripresi i miei giri tra Mango, San Donato, Cortemilia, Vesime e secondo gli ordini portavo messaggi nei vari comandi. Quando a Rocchetta si insediò la commissione inglese feci la spola tra Rocchetta e San Donato dove c’era il comando di Poli. Non entrai mai nell’ufficio di Poli poiché non volevo essere a conoscenza di informazioni che ,qualora mi avessero catturato avrei potuto rivelare. Perché bisogna dire che “lor iavo i sistemi per fété parlé”! (Loro avevano i metodi per farti parlare!) Ricordo che presero una staffetta come me a Mango. Questi aveva dei documenti e non volle parlare, ben, lo legarono alla Jepp e lo trascinarono fino a San Donato facendolo a pezzi. Non mi fidavo neppure delle staffette ragazze poiché avevo sentito che delle donne erano riuscite a carpire la parola d’ordine a un “betè di partigiano di Perletto” e poi avendolo riferito ai Fascisti ne fecero uccidere sette! Per questi motivi agìi sempre con molta cautela .

Il mio incarico era portare messaggi e ordini ai vari comandi e tuttavia viaggiavo armato con il Novantuno rimodernato, due caricatori nelle giberne e due bombe Sipe che avevamo ricevuto con i lanci degli americani. Fortunatamente non ho mai dovuto sparare ma in alcune occasioni mi spaventai veramente. Una volta, stavo salendo a San Donato per incarico della Commissione Inglese, quando a metà strada, nel bosco, sentìi parlare e non capivo che lingua, allora mi liberai delle armi che nascosi e quando compresi che erano Francesi con lo zaino affardellato che salivano a San Donato provenienti da Vesime, mi tranquillizzai e tornai a riprendere il mio armamentario.

Nei miei ricordi che vanno sfumando, rimangono personaggi come Pinin Balbo che era Esattore a Cossano e amico di mio padre perché entrambi combattenti della guerra del ’15. Io seguivo sempre mio padre e li sentivo parlare della guerra e compresi che pur odiando le armi bisognava prendere posizione. Conobbi anche Miliano, Rosamunda, Giorgio(Adriano Balbo) e soprattutto ebbi a che fare con Poli.

Ho sempre odiato le armi, ma erano tempi in cui venivano usate con grande facilità e pur avendo a cuore la mia e altrui vita in parecchi casi vidi da vicino il rischio di uccidere o essere fatto fuori.

Quando eravamo di pattuglia a Canelli eravamo una squadra di Azzurri e una di Rossi e ricordo che per sicurezza andai ad accordarmi sulla parola d’ordine con Rocca il comandante dei Garibaldini perché avevo compreso che si poteva sparare con troppa facilità. In un’altra situazione, intimai l’alto là a una persona che veniva verso il posto di blocco e non si fermava, poi nuovamente “alto là chi va là” e questo procedeva. Fortunatamente non sparai, era un militare sbandato che andava verso casa e io lo capii, ma quando gli fui vicino gli dissi che poteva ringraziare che di pattuglia c’ero io, perché chiunque altro lo avrebbe fatto secco! Ci voleva buonsenso e umanità ma in quei momenti là era complicato!

 

 

 

 

 

 

 

 

 RAGAZZO neivese di origini tedesche chiede scusa a RENATO!

RENATO SALVETTI 1924 DOGLIANI

Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio gridare “Pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il benessere e per il futuro.

 

 Renato Salvetti operò per tre mesi in una formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due piemontesi,lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in uno scontro con i nazifascisti.

L’8 Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire “marconista”,  come altri ignoravo cosa stava succedendo, figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma. Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice presso  i miei nonni e mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e per alcuni mesi ci nascondemmo e”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana, era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo dentro le armi, pertanto le lasciavamo  fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso Camerana. Braccati inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per raggiungere Bonvicino.

“braccati dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino. Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì. Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un certo punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere: nevicava alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle.

Vedemmo che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi ci fece la proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo.

Ci fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più di una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono, così la scampai, ma non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande fame vissuta.

In seguito fummo messi al muro in uno stanzone  e quattro fascisti bendati scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen)

seppi in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare anche a me, la sorte mi risparmiò.

Caricati su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone che venivano torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili.

La mia mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a Dogliani.

1313 Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu passerai per il camino” di  Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e figlio entrambi deportati a Mauthausen)

Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.

 

 

 

 

Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza.

I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore e la morte.

La vita nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo.

Ancora adesso,che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola, sentivo che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i bombardamenti qui a Dogliani.

(Renato mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)

 

Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci sono solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane( professionisti e antifascisti convinti).

Quando fummo in cima, un mio carissimo amico, Marchiò di Dronero del 1882 mi disse.<Renato, andiamo verso il buio questo è un campo di sterminio, ci sono i forni crematori!> Lui aveva subito capito di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma ben presto lo avrei capito.

Entrammo passando sotto un portale stupendo e vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio facendoci sanguinare.

Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di “scnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187 scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io raccontai una “balla” (frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita , rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a  costruire dei pezzi per i “moschetti” ne realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di Cherasco.

 

 

 

 

 

 

 



SEGHESIO  GIANNI 21/12/1928  DOGLIANI 

 Nome di battaglia “IAN”“ PARTIGIANO  1° DIV LANGHE

Seghesio Gianni 1928 di Carolina Navello 1901 di San Quirico di Dogliani e di Valentino del 1899 nel ’44 a soli 16 anni seguì il fratello Lorenzo Partigiano “Renzino” del 1925. Il fratello Renzo fu arruolato nel Corpo dei Vigili del fuoco e inviato a Livorno. Con l’otto settembre fuggì, tornò a casa, e si aggregò al gruppo partigiano che si era formato a Mombarcaro. In seguito si unì alla squadra di Lulù.

  Si rimase per due mesi con “Genio Stipcevic”, poi, siccome non avevano armi una notte il gruppo si trasferì a Rocca Ciglié e rimase in quell’inverno 1943/44 a preparare i detonatori per gli atti di sabotaggio. Ricordo un “ciabot” pieno zeppo di “plastico” e una Chiesetta che fungeva da magazzino dei paracadute dei lanci. Il gruppo era addetto al recupero dei materiali dei lanci. Nel cuore della notte, quando avveniva il lancio vi erano già i mezzi pronti ed in due ore si recuperava tutto e lo si nascondeva. Quando venimmo via da Rocca Cigliè ci nascondevamo nelle borgate e cascine, d’inverno si dormiva nella stalla e col bel tempo sulla “travà” fienile”.

Quando il gruppo di Partigiani :  ODERDA “ORIS”- SEGHESIO “RENZINO” -GALLO “MARIO”ED IO SEGHESIO GIANNI “JAN” avemmo l’incarico di trasferire il corpo di “Lulù” dovemmo attraversare con l’auto su di un traghetto che aveva una sola barca e quindi molto instabile. Io e Balilla, seduti sui parafanghi dovemmo stare immobili senza fiatare! Arrivammo alla frazione “Manzoni” di Monforte e lo consegnammo. Il giorno dopo fu sepolto provvisoriamente nel Cimitero di Monforte. A fine guerra gli fu celebrato il funerale e traslato al Sacrario di Chiusa Pesio, da lì lo venne a prelevare il papà. Ricordo il papà che assomigliava molto al figliolo “..in citinot mair”(un piccolino ,magro”).

 

COL GRUPPO DI PIERINO FERRARA “IL BIONDO”

Nel periodo che fui con il gruppo partigiano di Pierino “il biondo” originario di Albisola marina, ricordo un fatto per cui fummo redarguiti. …eravamo in quattro o più con un carro trainato da un cavallo che trottava come un metronomo. Si andava verso Trinità sulla statale Fossano Mondovì quando avvistammo due (birocin)Calessi con un tedesco ciascuno sopra, uno lo prendemmo, ma l’altro lo lasciammo andare perché nell’abitato di Trinità fummo fermati da un centinaio di persone che ci pregavano di lasciarlo andare poiché temevano “rappresaglia”. Lo lasciammo andare ma quando arrivammo alla base il Capo gruppo “Pierin il biondo” ci fece una solenne sgridata. Tuttavia noi eravamo abituati ad essere bistrattati dai capi che dipendevano proprio da Mauri,(ci davano degli incapaci perché non sapevamo “marciare”), ma preferivamo essere comprensivi nei confronti della gente che rischiava poi l’incendio delle case.

GIOVANI PARTIGIANI

Gianni ripensa all’incontro commemorativo del 27 gennaio ad Arguello e riflette sui ragazzi presenti:<Alla vista di quei ragazzi di 14 anni mi son tornati alla mente i miei compagni che di 13 -14 anni svolgevano attività di staffette o di guardia in condizioni incredibili e con grandi rischi, poiché i Muti o i tedeschi se ti beccavano non stavano a chiedere i documenti. Partiva una raffica ed era finita.

Vi erano tedeschi, russi vestiti da tedeschi, slavi con i quali non ti capivi o anche i repubblicani che sparavano a tutto ciò che si muoveva. Lo zio di mia moglie fu ucciso perché aveva guardato chi passava in strada.

A PROPOSITO DI RUSSI

A proposito di russi, una volta io e mio fratello venimmo a casa per darci una lavata, e mentre lui era sopra, io rimasi sotto a sorvegliare. In un un attimo sentii dei passi e mi trovai di fronte due russi vestiti da tedeschi che chiedevano “grappa”. Mi si gelò il sangue perché “renzino” mio fratello era sopra con le armi e loro messomi da parte stavano salendo la scala. Richiamai la loro attenzione con una fiasca di grappa e questi vennero da me a prenderla e uscirono! La scampammo, ma che paura! Se fossero saliti e visto le armi avrebbero sicuramente sparato! In fretta e furia prendemmo la strada della campagna e tornammo col gruppo.

 

JAN VICO DI CHERASCO- MELO- RENZINO- FLAVIO- LULU’- LIPO GABETTI che era il meccanico del gruppo. Lulù requisì a un abitante di Dogliani una “Citroen a trazione “anterieur!”(ricorda la pronuncia di “Loulou” Era tenuta benissimo e il proprietario si era raccomandato che se si fosse guastata gliela avrebbe riportata a riparare senza “pasticciarla” Ci teneva molto!

GIOVANI PARTIGIANI

Balilla era del 1930 era di Farigliano ed io “Jan” del ‘29 

Dice: <ma noi ragazzi non avevamo divise. Eravamo tutti anonimi. Se succedeva qualcosa gettavamo via l’arma e non potevano dirci nulla.> Da Farigliano venivamo a Dogliani dove c’erano i repubblicani ma non avemmo mai problemi. Furono i capi che vollero fossimo vestiti normalmente per poterci muovere indisturbati. Si andava ad Alba e in altri paesi e città a prendere o portare messaggi e certo facevamo attenzione ma non successe mai di essere fermati.

Quando fu ucciso “Lulù” eravamo partiti per un’azione nei dintorni di Fossano, avevamo un “1100 tagliato, una campagnola , due o tre moto e un “birocc” (calesse). Mentre eravamo in viaggio giunse la notizia del tragico incidente.

“DEMIS” CHE MI SVELÒ IL NOME DI LULÙ

Io fui uno dei primi che seppi il nome di “Louis Chabas “ poiché ero amico di “Demi” il francese amico di Lulù. Un giorno aveva un foglietto con su scritto “Louis Chabas” e me lo mostrò, io gli chiesi: < chi è?> e lui: “Lulù!” Una sera, mentre si andava a ballare, perché si faceva anche festa neh!? Gli dissi<Ehi Louis Chabas!> lui stupito, si arrabbiò e volle sapere chi me lo aveva detto! Poi gli passò, ma si era infuriato.Era molto geloso della sua identità e non voleva che nessuno lo sapesse.

MIO FRATELLO ED IO CON LULÙ



 

Lorenzo Seghesio “Renzino”       Benevagenna: strada dove fu ucciso “Lulù”

Il 9 Febbraio 1945, Lulù e la sua squadra, tra i quali eravamo anche mio fratello ed io, era diretto a Fossano per far saltare con la dinamite un viadotto ferroviario.Quella sera si fermò per cenare a Benevagenna e stava per rimettersi in viaggio quando in lontananza, sotto i portici, notò delle ombre che si muovevano.Prese un mitra e andò avanti per vedere chi ci fosse.Renzino mio fratello e un altro partigiano lo seguivano a breve distanza.

Chi va là! Intimò una voce dall’ombra. Sono Lulù e si proiettò la lampadina in volto per farsi riconoscere. Era sicuro che fossero Partigiani e che lo avrebbero riconosciuto. Ma quella sera indossava una divisa da tedesco e come risposta partì una raffica di mitra. Anche noi corremmo in avanti pensando che Lulù ci precedesse, ma fummo tutti ingannati dalle ombre in fuga. Sapemmo dopo che gli sparatori allontanatisi erano partigiani di <Giustizia e Libertà> in marcia di trasferimento; non conoscevano quei posti e non avevano mai visto Lulù. Tornati indietro trovammo Lulù anncora con la lampadina accesa e colpito a morte alla gola e alla fronte. Lo portammo a Monforte e i giornali il giorno dopo diedero la notizia con un lungo articolo dal titolo “LA MORTE DI UN BANDITO

AGGUATO A DOGLIANI

Un paio di mesi prima, Lulù era stato attirato in un agguato  nei pressi di una scala predisposta all’albergo reale di Dogliani da militi fascisti della legione. Non ebbe sospetti poiché i fascisti indossavano abiti borghesi. Ma quando uno di questi si avvicinò puntandogli il mitra, ebbe una razione fulminea. Anziché alzare le mani come gli era stato intimato, si butto sull’avversario e gli strappò l’arma. Con questa si aprì poi la strada fra i fascisti che lo avevano circondato e si allontanò scomparendo.

 

RICORDO DI AZIONI

Ricordo che Lulù era già stato ucciso e noi Partigiani andammo ancora a Dogliani ad effettuare un’azione contro i repubblicani che alloggiavano all’Albergo “Fiorito”. Avevamo ricevuto tante armi  “lanciate” dagli americani! Nonostante fosse quasi finita, soprattutto i capi erano ricercati da quella”gineuira fascista” che aveva nome “FARINA, LANGUASCO,I MUTI”. Eravamo stanchi di nasconderci e di correre pericoli, ma vedevamo che i tedeschi se ne andavano e allora cercavamo di produrre ancora “disturbo”.

 

 ELIA SOMENZI 1928 ANNICCO (Cremona)

 

Ciao Elia Buon viaggio e Buona Luce!

Ti conobbi alla Canova di Neive il 16 agosto 2012, ti diedi un passaggio in auto per tornare ad Alba e durante il tragitto mi raccontasti alcuni fatti della tua gioventù che mi rimasero impressi e per mi proposi di venire ad ascoltarti con più tempo. Tu mi desti il N. di telefono ma mi anticipasti, con molta umiltà, che mi avevi raccontato già tutto. In effetti, ricordo che parlasti ininterrottamente, narrando e commentando e mi dispiacque di doverti lasciare in via P. Ferrero, avrei ancora voluto ascoltarti. Mi annotai, subito alcuni nomi e parole della tua Testimonianza "fiume" e le tenni per trascrivere, eccole ora le posto in tuo Ricordo e so che ti faranno piacere.

Il NONNO, TUO PADRE, MILANO, DON BUSSA, SUOR ANGELICA, IL PADRE CON IL CAMION, EBREI, GIUDEI, BAMBINI IN SVIZZERA, LA RAGAZZINA EBREA E LA SUA FAMIGLIA, I CONTRABBANDIERI, I PESCATORI, GLI AMICI ANARCHICI DI CARRARA, IL BAMBINO DI DIECI ANNI UCCISO DALLE SS, TREVIGLIO, BOTTE, DIFFICOLTÀ A PERDONARE!...............

<Ho avuto modo di conoscere il fascismo nel 1933.Avevo cinque anni, a quel tempo vivevo ad Annicco, in prov. Di Cremona.

Il primo fatto che ricordo è l’arresto di un giovane di 19 anni che si era nascosto nell’officina di mio zio, mi turbò il vederlo con le manette tra i due carabinieri. Chiesi al nonno cosa avesse fatto e il nonno mi spiegò che aveva scherzato con una battuta rivolta ai carabinieri e fu denunciato come “ pericoloso sovversivo”. Fu portato all’Isola di Ponza con altri Antifascisti. Quindi grazie al nonno iniziai a sapere cos’era il fascismo.

Nel 1934 con la famiglia ci trasferimmo a Milano e andando a scuola cominciai a sentire parlare dei “Giudei-Ebrei di maestri fascisti e maestre Socialiste! Più avanti, quando iniziai le scuole professionali venni a sapere che una mia cara Maestra fu Deportata a Mauthausen perchè Socialista e Antifascista. Successe che anche dei miei insegnanti e compagni di scuola “sparirono” perchè Ebrei e venni a sapere che erano stati caricati su delle tradotte e Deportati in Germania.

A Milano mio padre fu contattato da DON BUSSA , gli chiese di offrire un lavoro a ragazzi e ragazze del quartiere Isola e mio padre ne sistemò molti nelle filande che conosceva per il suo lavoro di trasportatore. In seguito mio padre aiutò anche DON BUSSA  nascondere bambini e adulti Ebrei.

Io con questi esempi aiutai , con altri amici I tanti militari che scappavano dalle caserme dopo l’otto settembre e fornimmo loro il vestiario da civili. Inoltre facemmo saltare molte traversine dei binari sui quali arrivavano le tradotte con i Deportati e ci aiutarono a distrarre le guardie addette alle tradotte ferme, così che molti riuscirono a fuggire. Dalle tradotte ci furono consegnati molti bambini ebrei piccoli che con l’aiuto di DON BUSSA e mio padre portammo in Svizzera. Con l’aiuto di SUOR ANGELICA dell’ospizio di Treviglio che nascondeva I bambini, poi li caricavamo tra le balle dei cascami di seta che trasportava mio padre. I bambini venivano anche portati  nella Casa Vacanze che Don Bussa aveva organizzato a SERINA( nelle valli  bergamasche). I bambini venivano anche accolti dalle famiglie del Quartiere Isola e così attendevano per essere trasferiti in Svizzera. Viera anche una contadina a Cadegliano che nascondeva I bambini nel fienile dove aveva realizzato un nascondiglio con dei giacigli.

Grazie ad un anziano avevo conosciuto I camminamenti che erano stati I sentieri della Guerra del 15/ 18 e mi ero fatto mostrare i passaggi per la Svizzera utilizzati daI pescatori e contrabbandieri, inoltre questo amico ci avvisava quando era il momento di portare I bambini per farli passare in Svizzera.

In quegli anni, e fino alla fine della guerra, su tutto il confine c’era una rete alta 5 metri con dei campanelli e bastava toccare la rete per farli suonare ed allarmare le pattuglie. Astutamente questi amici andavano a far suonare I campanellini a dieci chilometri, cioè a Luino e facevano accorrere le pattuglie, così noi con i bambini passavamo nell’apertura che era rimasta sguarnita. Si erano creati dei camminamenti sotterranei di quattro o cinque metri! Faceva paura sentire sopra l’abbaiare dei cani delle pattuglie  che ci sentivano ma non capivano dove fossimo.

Una volta di ritorno dalla Svizzera, per ripararmi da un temporale mi riparai sotto un portico che sembrava disabitato e invece venne una ragazzina che mi offrì da bere un “Martini”, poi uscirono anche I genitori che mi dissero essere Ebrei sfollati da Ferrara. Avevano scelto di rimanere nascosti in quella casa e preferirono non tentare neppure di andare in Svizzera.

Per me tutto filò lisciò finchè qualcuno , per avere le 5000 Lire promesse a chi avesse denunciato chi aiutava gli Ebrei, mi fece arrestare dai militi dellla X MAS, volevano sapere dove avessi nascosto I bambini. Mi picchiarono duramente e poi mi passarono al federale Resmini Capo delle Brigate nere di Bergamo. Continuarono con le botte , ma siccome non parlai fui messo in prigione in attesa di essere inviato in Germania. Dalla prigione riuscii a fuggire insieme a quttro anrchici di Carrara. Andammo verso Serina nella Casa di Don Bussa e poi raggiungemmo casa mia, per continuare a collaborare con mio padre per portare I bambini in Svizzera. Si passava sopra Porto Ceresio e di lì a Serpiano.

Fino a Luglio 1944 svolsi questa attività col piccolo gruppo partigiano poichè avevamo capito che nei gruppi più grandi era facile si infiltrassero delle spie.

Il nostro gruppo fu aiutato sia dagli amici  del quartiere “Isola” che da amici Contrabbandieri che ci rifornivano di viveri recuperati con la Borsa nera, e ci insegnavano sentieri battuti solo da loro. Anche I pescatori ci aiutavano nel trasportare bamini e persone in svizzera.Ci nascondevano sotto le reti.

Quando fu istituita la Repubblica dell’Ossola andammo a vedere come funzionava, e poi pebnsando la guerra fosse finita tornammo a casa. Dovemmo nuovamente nasconderci e combattere fino alla fine di maggio poichè  I militi della Wermacht mollarono tutto ma le SS CONTINUARONO A SPARARE. I miei amici di Carrara andarono verso casa ed io andai a Milano e mi aggregai ai miei amici e combattemmo ancora contro le SS che al contrario dei militari della Wermacht che consegnavano le armi, quelli non si arrendevano e ricordo che uccisero un bambino di dieci anni che era uscito di casa sventolando la bandiera tricolore. In quel caso noi “facemmo fuori” tutte le SS che si erano nascoste in una casa

 

Gariwo

Don Eugenio Bussa nato il 3 settembre 1904 a Milano nella popolare Isola, Suo padre, Gaudenzio Bussa e sua madre, Maria Coldesina, a causa della povertà, erano emigrati dalla campagna

Nel 1908 il padre di Eugenio, Gaudenzio, sposò in seconde nozze Antonietta Miglio. Eugenio ebbe sempre vicina la mamma adottiva che collaborò al suo ministero fino a quando morì nel 1957. Nell'anno 1909, nacque la sorella di Eugenio, Maria, che sostenne sempre, assieme al marito Alfredo, il fratello sacerdote specialmente dopo la morte della madre Antonietta. Eugenio maturò presto la vocazione al sacerdozio e nel 1916 entrò in seminario. Il padre, operaio verificatore delle Ferrovie dello Stato non riusciva a mantenere il figlio agli studi. Antonietta, la madre, per permettere al figlio Eugenio di diventare sacerdote, lavorò come domestica, quindi come operaia in una fabbrica di lucido da scarpe, e la sera ricamava i poggiatesta per i sedili di 1ª Classe delle Ferrovie dello Stato

Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra. Quasi 120 giovani del Patronato di Sant'Antonio partirono per il fronte e diciassette fra loro non torneranno più. Per tutta la durata della guerra don Eugenio seguì costantemente i ragazzi del suo oratorio scrivendo ad essi regolarmente e ricevendone risposta. Di ognuno di essi custodiva la fotografia con i dati anagrafici e l'indirizzo di Posta Militare

Nel febbraio del 1943, a SerinaVal Brembana, don Eugenio aprì una casa di sfollamento per i bambini del rione le cui famiglie non potevano lasciare la città. Nella casa di Serina furono ospitati molti bambini ebrei ai quali non fu proposta la religione cattolica. Per questo motivo a don Eugenio Bussa, nel 1990, fu assegnata la medaglia di Giusti tra le Nazioni e un albero gli è dedicato a Gerusalemme. Nell'agosto del 1943 i bombardamenti sconvolsero Milano e il Patronato di Sant'Antonio fu duramente colpito. L'8 settembre 1943 arrivò l'annuncio dell'armistizio. Alla guerra ancora violentemente in atto tra tedeschi e forze alleate si aggiunse la guerra di liberazione nazionale che in molti aspetti si configurò in una vera e propria guerra civile. Don Eugenio protesse, nascondendoli, molti giovani del Patronato evitandone così la deportazione in Germania. Don Eugenio protesse anche molti ebrei e per una notte nascose anche Ferruccio Parri, primo Presidente del Consiglio Italiano del dopoguerra. Anche don Eugenio fu arrestato e rischiò la deportazione, ma a seguito delle dimostrazioni dei suoi parrocchiani e dell'intervento del Cardinale Ildefonso Schuster fu liberato dopo tre giorni di detenzione e interrogatori. Il 25 aprile arrivò il giorno della liberazione. Don Eugenio questa volta scese in campo per difendere i fascisti dalle esecuzioni sommarie, senza processo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 SORIA PIETRO “PININ” TREZZO TINELLA 1924

 Sono nato a Luglio del 1924 nella Cascina Teilà costruita dal mio nonno materno Culasso Pietrin.

Il padre Soria Pasqualin(1895), veniva da San Martino di Castiglion Tinella, “ attaccò “il cappello al chiodo”

e sposò Luigia la cugina di Culasso Pierina ra Fnoja, erano figlie delle sorelle Boffa di Vigin.

La cascina Teilà fu costruita da nonno Pietrin con tanto legname e pietre usando “èr ciape”(lose) come copertura e dopo la guerra furono costruite altre quattro camere. Nel ’62 noi Soria costruimmo questa casa.

Nel 1921 nacque Luigi(+2001) nel ‘22 Maria(+90) e nel 24 io. Nell’80 e nell’81 morirono il papà e la mamma.

Io sto abbastanza bene di salute ma soffro la solitudine. Vivo da solo nella grande casa costruita sotto la strada della collina di Naranzana e sopra la borgata Tèilà.<Rà vita a rè passà e soma nèn sdassnè! La vita è passata e non ce ne siamo accorti. La guerra, il lavoro e le malattie hanno avuto il sopravvento sulla vita. Nessuno di noi tre fratelli si è sposato e sono rimasto io a ricordare della guerra, delle rappresaglie su queste colline e del lavoro svolto con tanta fatica.

IL NOSTRO VINO

Noi avevamo tante vigne e pigiavamo per produrre vino. Portavamo “èr Bonze”(grandi botti) col carro alla stazione di Alba e le caricavamo sui vagoni merci per inviarle a dei clienti di Boves e Fontanelle. Questi li servimmo per tanti anni, e si vede che si trovavano bene!

                          LUIGI MIO FRATELLO


Luigi, mio fratello più grande, al termine della classe quarta, venne condotto ad Alba, in Seminario per frequentare la classe quinta. Rimase tre anni con i preti imparando il Latino ma rimediando una malattia polmonare. I medici Castiati e Velatta di Neive sconsigliarono di lasciarlo ancora al chiuso delle aule seminariali e così si rinsanì col lavoro della frazione Teilà. Si preparò anche per partire soldato, gli toccherà la Russia. Da Fante non andò in prima linea ma ebbe modo di vedere i carri armati che passavano sul Don gelato e i morti e i feriti, la povera gente di Russia che soffriva come loro la guerra. Tornò a casa con tanti tristi ricordi e una malattia, il tifo, che lo costringerà ad assumere medicinali per tutta la vita. Da persona intelligente e sensibile scrisse ricordi che sono andati persi e cantava, in russo, nenie delle donne Ucraine. “… non c’è pane non c’è latte, quattro figli devono mangiare e gli uomini sono al fronte…..!”

Ricordava che si ammalò di tifo perché fu costretto a bere acqua sporca, ma diceva: o morivi di sete o bevevi l’acqua sporca che trovavi anche nelle pozzanghere!”   

Dopo l’otto Settembre, che mi trovò a Cesena in caserma, fuggii da solo, con l’ idea di tornare a casa. Vagai un po’  per campagne e Appennini e mi ritrovai alla stazione di Bologna. Presi un treno che mi portò a Modena, poi nel timore di incontrare fascisti e tedeschi viaggiai a piedi. Qualche volta chiesi da mangiare in qualche cascina, ma non avendone neppure per loro ottenevo soltanto delle mele. Non corsi rischi poiché non trovai né fascisti né tedeschi. Impiegai quindici giorni ed arrivai a casa.

Qui a Trezzo vi erano già i primi Partigiani, e vi furono parecchi rastrellamenti. Io e mio fratello ci nascondevamo per evitare di essere presi. Lì sotto nella cascina avevamo realizzato un nascondiglio e una via di fuga in aperta campagna nel caso fossero arrivati all’improvviso. Di notte dormivamo “sota èr carere” sotto le botti nella cantina e tirammo avanti.          https://youtu.be/a6fNhL-CLtY        SORIA PIETRO PININ PARTIGIANO PER UN MESE

Nel ’45, a Marzo mi aggregai ai Badogliani di San Donato col gruppo di “Enzo”Manzone Lorenzo nostro vicino che era Sergente del 1916. Eravamo sei o sette e andammo quindici giorni alla “Ca dèr murador”, poi ci spostammo a Cappelletto e quindi a San Donato con Poli. Il quindici Aprile andammo a schierarci con gli altri sulla collina della Madonna degli Angeli sopra Alba e si iniziò a sparare in direzione del Civico Convitto. I fascisti risposero al fuoco e ricordo che dovetti “bité èr musu antr’ortìe!(mettere la faccia nelle ortiche, poiché arrivavano proiettili da tutte le parti. Verso le dieci e trenta e fino a mezzogiorno loro ridussero molto il “fuoco”, si vede che avevano terminato le munizioni. Noi Partigiani scendemmo e attraversammo la Cherasca”all’altezza del “Mattatoio”, dove dei partigiani fecero saltare un muro con la dinamite e si entrò in Alba. Noi eravamo male armati, io avevo il moschetto i nazifascisti asserragliati nel cortile del Convitto riuscirono ad impossessarsi di un cannone e una mitragliatrice, così ripresero a sparare e a noi fu ordinato di tornare a Cappelletto e poi a San Donato e così facemmo passando dalla Vernazza e in Como, dove fummo un po’ più al sicuro. 

Penso che,gli uomini di Gagliardi quando smisero di sparare, se gli fosse stato richiesto si sarebbero arresi, ma nessuno glielo intimò e così rimasero ancora per otto giorni.

Fui compagno di branda di “Gilera” un “venturino”  di Mango e conobbi “Napoleon” che per me aveva pistola e coltello troppo “facili”, infatti se c’era “cheicun da massé!” qualcuno da uccidere chiamavano lui.

Ricordo Magior Sacco che era con Paolo Farinetti, Gallina Oreste èr Professor, Manzone Renzo che sposò una Slava e alla fine della guerra andò in America. Ricordo Balbo il Comandante che mi diede il nome di battaglia “Pinin”, si vede che gli ricordavo suo padre che era stato ucciso da poco. Fu un’esperienza di paura in cui io e quelli come me non capimmo molto ma era un momento così e ci adeguammo, poi la guerra finì e “adess son restà da sol”.

I RASTRELLAMENTI A TREZZO TINELLA

Ad agosto, quando i Partigiani fecero finire in Tanaro il treno che partì da Neive e passò a gran velocità alla stazione di Alba per poi deragliare sul ponte, qui a Trezzo e in tutte le Langhe arrivarono a rastrellare e fu terribile. I Partigiani erano al Brichett e sapendo che stavano arrivando i repubblican e i tedesch fuggirono , ma questi trovarono tracce di armi e munizioni e incendiarono il cascinale, anche qui sopra di noi diedero fuoco. Noi giovani e vecchi scappammo da qui e ci rifugiammo nel bosco della Langa. Di là vedemmo quando “Gatin” dalla Torretta lanciò la bomba sull’autocarretta che stava salendo da Mango verso San Donato. Col rovesciamento di quel mezzo, per rappresaglia, incendiarono tutto. A Novembre del 1944 di nuovo arrivarono e setacciarono tutta la Langa alla ricerca di Partigiani e uomini. Noi non si sapeva più dove andare.

GALLINA  ORESTE  24/01/1898 Comune di nascita MANGO 

INSEGNANTE

CAPITANO  FANTERIA 
Nome di battaglia NEO  BENEMERITO 

BANDA DI MANGO Dal 15/11/1943 Al 30/05/1944

FORM AUTONOME MAURI Dal 01/06/1944 Al 31/12/1944

Terza formazione 10° DIV GL Dal 01/01/1945 Al 08/06/1945

 

GALLIZIA  GIUSEPPE 

12/05/1907 Comune di nascita COSSANO BELBO (CUNEO) - ITALIA Cittadinanza ITA

Nome di battaglia GILERA Qualifica ottenuta CADUTO Periodo attività  Ultima formazione FORM MAURI

Prima formazione 2° DIV LANGHE Dal 18/12/1943 Al 29/06/1944

Grado conseguito PARTIGIANO Dal 18/01/1943 Al 29/06/1944

Caduto il 29/06/1944 nel Comune di LEQUIO BERRIA  CADUTO IN COMBATTIMENTO

 

 

GATTI  CARLO 26/04/1926  CASTIGLIONE TINELLA (CUNEO)

SANTO STEFANO BELBO 

Nome di battaglia GATIN Qualifica ottenuta PARTIGIANO  2° DIV LANGHE

Prima formazione 2° DIV LANGHE COM Dal 15/12/1943 Al 07/06/1945

PARTIGIANO Dal 15/12/1943 Al 07/06/1945

 

 

MANZONE  LORENZO 29/07/1916  TREZZO TINELLA (CUNEO) CASCINA TEILA'

AGRICOLTORE Settore AGRICOLTURA 

ESERCITO  ARTIGLIERIA  SERGENTE MAGG. 

Nome di battaglia ENZO  PATRIOTA  2° DIV LANGHE

BRG BELBO Dal 25/02/1945 Al 07/06/1945

 

SACCO  MAGGIORE 25/05/1925  TREZZO TINELLA (CUNEO)

MECCANICO AUTISTA 

Reparto RSI GNR Grado conseguito  Dal 24/12/1943 Al 02/02/1944

Nome di battaglia MILLER  PARTIGIANO  21° BRG MAT

FORM AUTONOME Dal 10/10/1943 Al 24/12/1943

COMANDANTE DIST Dal 10/10/1943 Al 24/12/1943

Luogo di deportazione  Dal 24/12/1943 Al 02/02/194

 

ZUCCARO  RENZO  21/06/1925  ISOLA D'ASTI (ASTI)                      https://youtu.be/Zhacf_TTC78

Nome di battaglia RAZZO  PARTIGIANO  2° DIV LANGHE

BANDA GL Dal 20/06/1944 Al 15/08/1944

COMANDANTE SQUADRA Dal 01/01/1945 Al 08/05/1945

BRG ROCCA D'ARAZZO 2° COMP Dal 16/08/1944 Al 08/05/1945

Il mio nome di Battaglia era “Razzo” ed ero della Brigata Rocca d’Arazzo, avevo uno Sten, ma il mio compito era di venire a prendere materiali dei lanci e portarli ai miei compagni. A volte effettuavano lanci verso Costigliole d’Asti, ma più sovente li facevano qui, ed allora facevo la staffetta: tra Valdivilla, San Donato e la Rocca. Andavo e venivo, soprattutto di notte.I miei compagni dicevano che portassi loro delle armi e munizioni. Purtroppo scarseggiavano sia le armi che le munizioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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