QUADERNI DEL G.A.R.
BANCA DELLA
MEMORIA DELLE TRADIZIONI
DELL’IDENTITÀ DELL’ALTA LANGA
PARTIGIANI TESTIMONI
A cura di
Beppe Fenocchio di Neive Arguello
|
ABBÀ SEBASTIANO ”Bastianin”
BERUTTI PIETRO “ Gino”
CARMINE ANGELO “John
CHIARLE MARIO “Tigre
ROSSELLO RENZO “Foco”
FENOGLIO LORENZO “Renzo”
FERRATO GIOVANNI “Va e torna”
FERRO TERESIO
GARELLI RICCARDO “Dick”
GIORDANO GIOVANNI “Gino”
MARINO FELICE “Felix”
NEGRO GIOVANNI “ Jean della Val Varaita -
Negrito”
SALVETTI RENATO "René"
SEGHESIO GIANNI “JAN”
SOMENZI ELIA
SORIA PIETRO “Pinin”
ZUCCARO RENZO “ Razzo”
ABBÀ
SEBASTIANO
Cravanzana 26
08 1927 “BASTIANIN”
Partigiano
2^DIV. LANGHE BRG BELBO AUTONOMI
COMANDANTE SQUADRA
Nato a Cravanzana nel paese, frequentai le scuole
fino alla quinta classe. Nel 1944 con altri compagni facemmo un “assalto” ai
Carabinieri poiché volevano prendere dei “giovinot” (giovani della leva del
‘24) che non volevano presentarsi alla chiamata alle armi.
Attaccammo la caserma e sparammo alcune “Scioptà”
(schioppettate). Non ci furono né feriti né morti, non volevamo colpire i
Carabinieri, ma intimidirli. Riuscimmo a neutralizzarli e questi non
arrestarono i giovani renitenti alla leva.
Dopo poco tempo dalla nostra azione, altri
Partigiani incrociarono casualmente una camionetta con 4 Carabinieri che veniva
verso Cravanzana e che si era fermata in Loc.Olano di Bosia poiché aveva bucato
una gomma. Un carabiniere, sparò e uccise un Partigiano, gli altri compagni
uccisero tutti e quattro i Carabinieri. Dopo l’uccisione dei quattro inviarono
una squadra della milizia fascista ma non trovò nessuno dei Partigiani, era una
squadra di Garibaldini di Savona ed erano ormai lontani. Il partigiano morto fu
Tamagnone Mario (in suo ricordo fu posto un cippo con foto e lapide, e c’è
ancora.)
Ricordo
solo più alcuni compagni Partigiani, poiché è passato troppo tempo. Vi era uno
originario di Torino che aveva come nome di battaglia “Annibale”. In un
combattimento fu colpito da un proiettile alla pancia, ma una “bomba” che aveva
appesa alla cintola lo salvò, fermò il proiettile e non si ruppe né esplose.
DEGIORGIS ANNIBALE
08/11/1925 TORINO
Nome di
battaglia ANNIBALE PARTIGIANO 3° DIV GL 1° BRGDIV
GL Dal 26/02/1944 Al 19/12/1944 DIV GL 1°
BRG Dal 19/12/1944 Al 08/06/1945
CAPOSQUADRA Dal 01/07/1944 Al 15/03/1945
COMANDANTE
DIST Dal 15/03/1945 Al 08/06/1945
ferito NARZOLE CUNEO 26/04/1945
BERUTTI PIERO 16/05/1922
BARBARESCO GENIO Reparto 1° RGT
CAPORALE MAGG.
PARTIGIANO “GINO” 2° DIV
LANGHE
FORM. AUTONOMA
PARTIGIANO Dal 20/02/1944 Al 20/03/1944
Seconda formazione BRG BELBO
COM Dal 25/06/1944 Al 07/06/1945
PARTIGIANO Dal 25/06/1944 Al 10/01/1945
Grado conseguito VC.COM.TE
COMP. Dal 10/01/1945 Al 07/06/1945
PIETRO BERUTTI Comandante Gino
DA MILITARE A PARTIGIANO
Riconosco di aver
commesso tanti errori, però mi rammarico soprattutto di non aver tenuto un
diario di cosa feci e cosa vidi durante la vita Partigiana. A raccontare oggi
non è più la stessa cosa, “èr mond o rè sèmpre stà mès da vènde e mès da caté”
(il mondo è sempre stato mezzo da vendere e mezzo da comprare!) , jè dèr bon e
jè dèr gram!(c’è del buono e del cattivo!)
Partìi militare che
avevo 19 anni, noi del ’22 fummo chiamati prima alle armi. Avevo 10 lire in
tasca, arruolato nel Genio andai a Casale Monferrato, mi diedero la divisa e si
doveva andare in Russia. Arrivammo fino a Trento con la tradotta poi ci riportarono
a Candiolo dove restammo un mese , avremmo dovuto andare in Africa. Saremmo
andati in Africa vestiti come per la
Russia! Andai invece a svolgere attività di Treno-ape in Francia, con la IV
Armata, cioè a distribuire viveri alle truppe dislocate nelle valli.
L’otto Settembre a
Nizza
Alle 19.45 dell’otto Settembre ora del giornale
radio, ora in cui si sarebbe dovuto trasmettere il “bollettino di guerra n°
1202”, gli italiani ascoltarono questo proclama.
"Il governo italiano – diceva Badoglio
dai microfoni dell'allora EIAR – riconosciuta la impossibilità di
continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria,
nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha
chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze
Alleate Angloamericane. La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze Angloamericane deve
cessare
da parte delle Forze Italiane in ogniluogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da
qualsiasi altra provenienza"
Appena fummo a conoscenza dell’Armistizio, da
Nizza, dove eravamo andati per la libera uscita in autobus, rientrammo
velocemente a Beaulieu su Mèr, sede dell’Autocolonna, dove stavano già
sbaraccando e recuperati gli zaini con le nostre poche cose, partimmo con i
camion e raggiungemmo Cuneo. Dalla Caserma, io e altri ci fermammo in un
cascinale sul lungo Stura dove chiedemmo degli abiti borghesi. Era una casa
posta lungo il fiume e abitata da povera gente che ci diede cosa aveva. Seppi in seguito che i nazi-fascisti
uccisero i loro figli per rappresaglia. Da Cuneo prendemmo il treno per Torino.
A Nichelino ci avvisarono del posto di blocco e scendemmo. Eravamo molti
militari, tra i quali anche degli ufficiali e imboccammo una via stretta. Nella
calca mi sentìi afferrare per un braccio e trascinare dentro una casa sulla
via. Era un conoscente con il quale avevamo abitato come vicini di casa in
corso Tripoli a Torino. Mi spiegarono che era pericoloso poiché vi erano i
Tedeschi che cercavano i giovani per catturarli e inviarli in Germania. Dissi
che volevo raggiungere Alba per rivedere mia mamma e mia sorella ma mi fecero
capire che era troppo pericoloso poiché i nazifascisti ci davano una caccia
spietata. Con altri quattro, il giorno dopo, ci avviammo a piedi per
raggiungere Asti. Avevo pensato di recarmi da certi parenti che erano mezzadri
presso una cascina dei De Benedetti. Non riuscimmo però ad arrivare al
cascinale sopra Asti poiché incappammo in un posto di blocco e fummo condotti,
insieme a tanti altri alla caserma di via Alfieri. Chi ci condusse presso la
Caserma erano dei giovani che, devo dire non ci maltrattarono, ma semplicemente
avevano ordine di controllare tutti quelli che erano in età del servizio
militare. Fortunatamente, eravamo troppi e vi era una grande confusione e
riuscimmo ad approfittarne sgattaiolando via. Attraverso campi e boschi
impiegammo 3 o 4 giorni e raggiungemmo
Sommariva Perno dove ci aggregammo alla banda del Tenente Marco.
Marco Lamberti”Ten.Marco” sarà ucciso con altri sette a Carignano. Marco e
Guido Portigliatti erano del 1° Gruppo Divisioni Alpine, Leonardo Cocito e
Giorgio Porello della 12° Divisione Bra. Con loro furono impiccati anche Cossu
Antonio di Nule, De Zardo liberale di Catania, Mancuso Pietro di Palermo e
Brugo Giorgio di Romagnano Sesia.
DALLE LANGHE AL ROERO
Dopo una ventina di
giorni decisi di andare verso Alba per unirmi a qualche gruppo di quelle parti.
Seguii un rio e tra rovi e spine giunsi a Canale, da qui arrivai al ponte sul
Tanaro presso Alba. La tentazione di andare a salutare mia madre e mia sorella
fu grande, però mi resi conto che sarebbe stato troppo pericoloso. La città era
piena di fascisti e tedeschi e pertanto scelsi di recarmi al porto di
Barbaresco e attraversai con il traghetto. Incontrai altri giovani sbandati e
salimmo a Neive Alto. All’arco di San Rocco incontrammo un partigiano che ci
accompagnò a Mango, era Carlo Alberto Dacasto(1924 1945). Qui rimanemmo con Ugo
Cerrato e andammo ad insediarci nella
cascina Bergui di Camoron . Si trova a sinistra nella salita della Madonna
degli Angeli. Pochi giorni e via nuovamente verso Trezzo Tinella e poi a
Canelli. Si viaggiava a piedi o per qualche tratto con il pullman di Berta. Dal
Littorio di Canelli dove c’era il gruppo di “Davide” che passerà alla storia
come quello che ci vendette ai Tedeschi, fuggimmo verso Cossano. Dopo lo
scontro con i nazi-fascisti, alle porte di Cossano, rimasi sempre con Poli.
Conobbi John(Angelo Carmine), Geraci(che sarà il comandante del gruppo di
Coazzolo), Moretto(Giuseppe Berta) Pinco, Fodretta, Guzzi, Barba, Giacomino,
Pierre(Piero Ghiacci), a Monbarcaro feci la conoscenza del mitico Lulù (Louis
Chabas) che
fu ucciso il 9 febbraio 1945 a Bene Vagienna, in un tragico equivoco, da
partigiani delle formazioni G.L.. Incontrandolo al buio sotto i portici di quel
paese, travestito da ufficiale tedesco, quei partigiani non esitarono a far
fuoco, nonostante il suo tentativo di farsi riconoscere. Si rimase
qualche tempo alla Lodola di Castino e allo Scorrone, poi Poli mi destinò a
Barbaresco.
Sovente mi son tornate alla mente le situazioni
vissute, i confronti avuti con Mauri, con Marco con “Poli” Piero Balbo e anche
qualche scontro verbale con partigiani di altre fazioni. Passo in rassegna i
vari fatti e se da un lato mi rammarico di non aver scritto un diario, mi
convinco di aver sempre agito con onestà e buon senso rischiando di persona ma
rispettando sempre le idee degli altri e cercando di proteggere la vita di chi
si trovava immerso in un momento storico molto difficile e senza colpa ne pagava
già le conseguenze vivendo nascosto e nella paura. Vivere senza libertà di
esprimere la propria opinione o obbligato a nascondere la propria identità
furono le idee che più mi infastidirono e mi fecero decidere di aggregarmi ai
“Ribelli” di Sommariva Perno con “Marco” e poi con “Poli”. Dopo il 9 settembre
nessuno sapeva cosa fare, nessuno dava ordini e provvedeva perché venissero
eseguiti, nessuno si dimostrava capace di prendere in mano la situazione. Si
capiva che gli alti comandi erano rassegnati e intenzionati a non prendere
posizione contro i tedeschi. Questo mi
procurò delusione ma nello stesso tempo mi spinse ad agire. Compresi che
l’unica via era quella di collaborare per intervenire contro le ingiustizie a
cui si stava assistendo.
ALBA LIBERA DAL 10 OTTOBRE AL 2 NOVEMBRE 1944
Verso le 16 Alba fu in
mano ai Partigiani. Il comando della Piazza venne assunto dal Ten. Carletto
Morelli, comandante della Brigata Belbo della II Divisione Autonoma Langhe mentre per l’Amministrazione della
città venne insediato ufficialmente il C.L.N. che era già stato
clandestinamente costituito nella
primavera con l’Avvocato Bubbio per la D.C.,l ‘Avvocato Roberto per il
P.C.I., l’avvocato Chiampo per il C.D.A.,l’Avvocato Gioelli per il
P.L.I.,l’Avvocato Viglino prima e il Sig. Favro Beltrando poi per il P.S.I.
A MOMBARCARO FUI
RICONOSCIUTO DA LULÙ
Ero entrato da poco
nel gruppo di Poli e fui inviato con Carletto e altri, in missione a
Mombarcaro, quando fummo dopo Bossolasco sentimmo il rumore delle moto sidecar
dei Tedeschi. Era all’imbrunire, si fece in tempo a buttarci nei,
fortunatamente profondi fossi, che arrivarono e transitarono ben tre sidecar.
Non ci videro e si ripartì. Buttandomi nel fosso trovai persino una pistola
“Beretta” che consegnai a Bogliolo, il Comandante del gruppo. Ci fermammo la
notte e chiacchierando si raccontavano le nostre esperienze. Intanto che
spiegavo a Bogliolo che ero stato in Francia, sentii avvicinarsi un giovane che
al termine, con cadenza francese mi
disse: < tu eri camionista a Beaulieu sur mèr, l’hai scampata bella. Noi
Maquis ti tenevamo d’occhio e se non fosse arrivato l’armistizio ti avremmo
sequestrato!> Io stupito confermai che ero in Francia e ci scherzammo su, il
giorno seguente, rientrammo al nostro gruppo, lasciai detto che mi salutassero
Louis Chabas detto Lulù(se mai fosse tornato!), poiché nella notte se ne era
andato. Di Lulù ne sentii parlare molto
in seguito e ad ogni sua impresa mi tornavano alla mente quei suoi occhi
intensi e il sorriso malinconico che mi
avevano colpito nell’unico incontro avuto. Diventò leggenda e ancora oggi,
quando, trovo qualche sua foto mi “sale la malinconia”.
ATTACCO SU ALBA DEL 15
APRILE
Alla presa di Alba del 15 Aprile, io
ebbi l’incarico di sorvegliare con i miei uomini “Il sabotaggio del Molino
Rizzoglio e della Centrale elettrica.” Comandavo la terza Colonna. Scendemmo da Barbaresco e percorrendo le gallerie della
ferrovia passammo sotto la galleria sulle rocche dove il Tanaro effettua
un’ansa e vi sbuca il Torrente Cherasca. Lì davanti c’era il Seminario minore
dove alloggiavano i fascisti. Noi arrivammo procedendo lungo l’argine che
arrivava dal cimitero e passava dove ora c’è la rotonda e corso Torino. Sulla
piazza del grande Peso Pubblico vi era una Torre dalla quale i repubblicani
sparavano, ma noi riuscimmo a evitare i proiettili proteggendoci con la riva
dell’argine, finchè giunse un piccolo carro armato che andò a girare dietro il
vecchio campo sportivo e quindi alle nostre spalle e iniziò a effettuare una
pioggia di fuoco. Fu così che dovemmo uscire allo scoperto e in quel frangente
caddero colpiti Valerio Boella Walter,
Romano Scagliola Diaz, Marcello Montersino Giob, Solazzo Oronzo, Mereu Albino.
Gino si mette le mani al viso e sussurra ”Abbiamo sbagliato tutto, ma eravamo
giovani e inesperti e rischiavamo da incoscienti!”
Dal Seminario Minore
sparavano, dalla torre del Peso sparavano, sparava il carro armato, a quel
punto ordinai di fuggire e quando li vidi tutti al sicuro nella galleria
ferroviaria, per ultimo, vedendo che i proiettili erano una pioggia nell’acqua
della Cherasca pensai di rientrare attraversando il Tanaro sotto le rocche per
arrivare da sotto a Barbaresco. Dove sfocia la Cherasca vi erano delle
“Gore”(salici) e sapevo che sotto le rocche vi era “na roséla” (aquitrino di
acqua corrente) dove avrei potuto attraversare il fiume. Con grande fatica
percorsi il tragitto sotto i salici e un po’ piegato e un po’ a “Gatass”(a
quattro zampe) arrivai dove c’era il porto di Barbaresco, attraversai con
l’acqua alla gola, rischiando più di una volta di scivolare e di andare sotto.
Fui salvato da una
ragazza(Adriana Alciati) sfollata da Genova
che viveva nel castello, vedendomi in difficoltà si tuffò e venne in mio
aiuto. Ero stremato e riuscìi a salvarmi solo perché avevo ventidue anni, tanta
forza e altrettanta incoscienza.
Boella Valerio
“Walter”
e Montersino Marcello
“Giob”
Il dieci Ottobre 1944,
“Walter” aveva già partecipato alla prima occupazione di Alba e anche il 15
Aprile 45 volle intervenire. Tutti i ragazzi fremevano all’idea di scendere ad
Alba e liberarla definitivamente. La notte precedente, nessuno riuscì a chiudere
occhio e anche Walter, che soffriva di ricorrenti emicranie, non riuscì a
riposare. Tuttavia, al mattino, si presentò con un foulard attorno alle tempie
e non volle sentir ragione, si avviò con noi e partecipò con vigore al
combattimento finchè, esponendosi eccessivamente lo vedemmo cadere colpito in
piena fronte. Toccò a me, in qualità di comandante, comunicare a Poli la
perdita di Valerio e di Marcello. Anche Giob era un ragazzo che non aveva paura
di niente e forse questo eccessivo coraggio gli costò la vita.
Ancora a Barbaresco
Sempre di Domenica,
ero nel negozio dalla mia futura suocera, mi avvisano che erano arrivati i
“Repubblican”(fascisti). Uscìi di corsa e infilai la porta del Castello che a
quei tempi era abitato e mi butto a gambe levate nel bosco di pini che era
dietro, ora son tutti vigneti. C’erano trenta centimetri di neve e lasciavo
delle orme che avrebbero segnalato il mio passaggio e neppure non potevo
fermarmi perché se mi avessero inseguito mi avrebbero ucciso sicuramente.
Mentre decidevo cosa fare girai gli occhi e vidi un passaggio, lo infilai senza
sapere dove andasse. Procedetti per un po’ e mi trovai sull’orlo di un
laghetto, era il fondo del pozzo del Castello. Attesi un po’ di tempo rimanendo
ad ascoltare se vi fossero dei rumori, poi decisi di uscire. Però “son èntrò
con èr muso e son sortì con èr cu!”(entrai in avanti e uscìi arretrando!” Era
un piccolo cunicolo dove non ci si girava e pertanto cercando di non far rumore
arretravo di tre passi gattonando e mi fermavo,
finchè mi decisi di
uscire nonostante sentissi parlare. Andò
bene poiché i fascisti
erano andati via e le voci erano di gente del paese che disputava sulla mia
fine.
A Guarene
La Guardia
Bianco(Vigile urbano)di Guarene, rinomatamente fascista, ma una brava persona,
mi fece sapere che aveva bisogno di parlarmi. Mi avvisò tramite mia suocera che
aveva la “bottega “ qui a Barbaresco. Donna di grande buon senso, mi pregò di
andare a Guarene per parlare con la guardia. Mi feci accompagnare da due uomini
e scesi al Porto sul Tanaro.(vi era quello di Neive, gestito e azionato dalle famiglie Agnelli,
situato subito dopo la Chiusa dove c’era
il Ciabot del canale per l’irrigazione, e quello di Barbaresco che si trovava
sotto la rocca di fronte al Tiro al bersaglio dove c’erano i muri per il tiro.)
Non prendemmo il traghetto ma guadammo in un punto che conoscevamo. Ero molto
guardingo poiché era un periodo in cui “iera poch da fidésse”(bisognava fidarsi
poco). Attraverso sentieri nelle “gorè”(salici), passammo in Vaccheria e
salimmo nel paese di Guarene.
Rimanendo nascosto,
mandai a chiamare il Bianco. Lo attesi dietro un cascinale ed arrivò presto.
Guardingo, pure lui, mi prese in disparte e girando alla larga iniziò: < Ho
voluto
parlare con te Gino
perché so che sei un uomo di giudizio e capisci le cose. Insomma, è arrivata in
paese la moglie di un Capitano tedesco con due figli piccoli. Lei e il marito
pensano che qui sia un luogo sicuro, ma io non mi fido. Soprattutto i bambini
danno troppo nell’occhio, e ho timore che qualche soffiata ai tuoi colleghi
sfegatati li metta in grave pericolo>. Mi feci accompagnare da questa
signora che era in un cascinale. Mi apparve molto spaventata e preoccupata. Io
le consigliai:< Per quanto riguarda il mio gruppo le garantisco che non
correte pericoli e anche se non ne ho ancora parlato con il mio comandante
“Poli”, posso dirle che non facciamo la guerra alle donne e ai bambini,
tuttavia ci sono altri che agiscono senza tanti scrupoli. Pertanto le consiglio
di non uscire assolutamente e di non farsi vedere, né lei né tantomeno i
bambini, poiché se altri vengono a conoscenza è probabile siano interessati ad
avervi come prigionieri per usarvi come oggetto di scambio>. Era una bella
donna e aveva due bimbi biondi che ignari giocavano nel cortile. Anche i
proprietari della cascina rischiavano, ma tranquillizzai tutti, per quel che mi
competeva,e ripartìi alla volta di Barbaresco. Preferìi fare un ampio giro e
salire all’Ovello dal traghetto di Neive. Inviai a “Poli” un messaggio tramite
staffetta e lui mi rispose che avevo agito bene e si augurava che anche gli
altri gruppi si sarebbero comportati rispettando la donna e i bambini. Alla
fine della guerra seppi che erano rimasti nascosti e non avevano avuto guai con
i partigiani. Non so che fine fecero ma spero siano scampati e siano ritornati
a casa loro. Di morti e feriti ne vidi troppi e speravo sempre che tutto si
risolvesse senza dover sparare. Tanti innocenti ,purtroppo, dovettero soffrire perché qualcuno voleva
gloriarsi di essere potente. Qui a Barbaresco, il 5 Agosto, arrivò il
Colonnello Aurelio Languasco
comandante il II
Cacciatori degli Appennini. Sapendo di noi partigiani, spaventarono la
popolazione e spararono colpendo una povera ragazza che guardava dalla
finestra, rimarrà disabile per tutta la vita. Razziarono tutto quello che c’era
nel negozio di alimentari di mia suocera e non trovando “Romana “, la mia
futura moglie, portarono in carcere,Clara, la mamma, e il padre. Quando,per
intercessione del vescovo Monsignor Luigi Maria Grassi furono rilasciati, la
mia futura suocera fu colpita ad una caviglia da una scheggia di una granata
che esplose, guarda caso, proprio mentre usciva dalle prigioni. Fu condotta
alla Casa di Cura e fu operata dal Professor Dogliotti, ma tribolò finchè
scampò.
A Madonna degli Angeli
di Alba
Il capitano Ballard chiese di poter
disporre di un reparto ben addestrato, dotato di qualche pezzo da campagna e di
un buon numero di mortai per agire in appoggio alle azioni partigiane. Il
reparto avrebbe dovuto essere costituito da paracadutisti inglesi. La richiesta
fu accolta. Dopo pochi giorni, atterrarono all’aeroporto di Vesime cinquanta
commandos inglesi, che furono ospitati a Castino, a Cascina Lodola. Il loro
comandante era il giovane Capitano Mac Donald, di origine canadese. Era di bell’aspetto,
alto, bruno, persona simpaticissima, un vero signore nei modi e nel tratto e
desideroso di manifestare la sua gratitudine per la calorosa accoglienza e
ospitalità.
Essendo egli autonomo nei collegamenti con il
Comando della Special Forces, i partigiani fecero chiedere cartucce e colpi per tutti i calibri; le
richieste furono puntualmente esaudite. Il capitano canadese era soprattutto un
uomo d’azione e con i suoi commandos era ansioso di agire e di aiutare i
partigiani nel loro impegno contro gl’invasori nazifascisti. L’occasione si
presentò il 15 aprile del ’45 nella definitiva presa di Alba: i paracadutisti
del capitano Mac Donald accompagnarono l’azione con le loro armi dalle alture a
Sud-Est di Alba. Un’azione determinante per il successo finale.
Dovevano andare a
sistemarsi sulla collina di Madonna degli Angeli. Avevano dei mortai che
utilizzarono per sparare su Alba, delle “motorette” e dei “tubi” di Benzina e
di alcool. Io ebbi il compito di accompagnarli alla postazione. Vi era un
interprete e scelto il posto iniziarono a sparare. Anche da Alba sparavano e
mentre si discuteva sugli adattamenti da apportare alle postazioni, diedi le
spalle ad Alba. Fui colpito alla schiena, poi mi dissero all’altezza della
pleura, provai un forte dolore e mi accasciai piegandomi sulle ginocchia.
D’istinto portai le mani dietro ma non persi i sensi, anche se pensai “sì a rè
finìia! Son bele andà”(Qui è finita, sono morto!) Ero stato colpito da un
proiettile uscito dal mortaio degli Inglesi. Per qualche minuto non respirai e
mi aiutarono a riprendermi.
Fui portato in
ospedale e verificarono che avevo avuto una forte botta. Mi ripresi, e alla
fine della guerra nonostante avessi i documenti che attestavano il ferimento
non volli comunicarlo” Addirittura,
venne qui il Capitano inglese che, ricordando l’accaduto mi chiese perché non
lo avevo segnalato, lui avrebbe potuto farmi avere una medaglia dal comando
inglese, visto che stavo operando per loro! Cosa vuoi, finita la guerra fui
dell’avviso che bisognava ripartire senza più pensare ai fatti della guerra e
mi buttai anima e corpo nella nuova vita. Purtroppo nonostante mi fosse andata
bene non seppi “vendere la pelle” e ne porto ancora le conseguenze con la
lesione alla pleura.
Con grande fatica e
non riuscendo a trattenere qualche gemito di dolore, Gino si alza e con un
sorriso mi mostra il documento dell’ospedale e della suora che lo ringraziano
per aver fornito dei preziosi viveri in cambio delle cure che aveva ricevute.
Assalto
alla Caserma del Rondò di Alba
Andammo io e tre
uomini per prelevare un fusto di benzina alla Caserma della Fanteria.
Era situata dove ora c’è il Motel Alba. Arrivammo dalla Vaccheria con un carro,
trainato da una mucca, carico di fieno per nascondere il “botal”fusto”.
L’azione fu semplice, disarmammo la guardia e caricammo il fusto di benzina, lo
coprimmo con il fieno e ci avviammo. Appena imboccata la strada che andava
verso il Tanaro, le cose si complicarono. Arrivò un sidecar e una moto con tre
tedeschi che si fermarono davanti alla panetteria e si misero a fermare chi
transitava. Per evitare che capissero che eravamo partigiani facemmo andare
verso il “porto” di Barbaresco il carro con due uomini e io ed un altro ci
nascondemmo nel canale chiamato Riddone. A quei tempi aveva tanta vegetazione e
potemmo nasconderci, aggrappandoci ai rovi della riva e mettendo i piedi
nell’acqua. I tedeschi si fermarono ben due ore e noi dovemmo rimanere nascosti
riempiendoci le mani di spine con l’acqua alla cintola che tendeva a
trascinarci via. Quando quelli se ne andarono, noi infreddoliti e sanguinanti
raggiungemmo il porto e quindi risalimmo a Barbaresco. La missione era
compiuta, andò bene ma rischiammo di essere catturati.
Assalto ad un camion a Mussotto
Un giorno venimmo a
sapere che sarebbe transitato un camion militare proveniente da Alba per
recarsi verso Canale. Con cinque uomini scendemmo da Barbaresco, attraversammo
il Tanaro e percorremmo la Vaccheria. Risalimmo verso Guarene e scendemmo verso
Castelrotto. Ci mettemmo nel boschetto sopra la strada in attesa del camion.
Quando sentimmo il rumore, con una corsa ci portammo davanti al camion e senza
sparare, costringemmo l’autista a fermare. L’equipaggio era composto da tre
militari, uno di questi riuscì a sparare un Bengala prima che li disarmassimo.
A quel punto dovevamo agire rapidamente
prima che arrivassero i rinforzi. Costringemmo l’autista a portare il camion
nella strada che conduce a Piobesi e qui diedi fuoco ad uno straccio intriso
nel gasolio, mentre il camion andava distrutto risalimmo a Guarene, dopo aver
immobilizzato i militari. L’obiettivo era stato centrato: distruggere un mezzo
che avrebbe trasportato armi o viveri per i nazi-fascisti. Quando portavamo a
compimento azioni che creavano un danno al nemico, nel gruppo vi era grande
soddisfazione e si aggiungeva l’orgoglio di aver agito senza procurare né aver subito perdite o danni a vite umane.
Riccardo Terzolo “Bleki”
<Riccardo,“pòr
matòt”(povero ragazzo) era nato a Barbaresco nel 1916 . Il 28 Gennaio del 1945,
travestito da Repubblicano, con il basco e teschio della “muti” e con altri tre
uomini anche loro travestiti da Fascisti entrò
nella Trattoria “Stella Polare” dove vi erano dei Tedeschi che
mangiavano. L’idea era quella di prenderli prigionieri per utilizzarli come
scambio per liberare dei Partigiani. Aveva già effettuato altre azioni del genere,
e sempre erano riuscite, in questa occasione i tedeschi reagirono e lo ferirono
a morte. Gli altri compagni riuscirono a fuggire, dissero che Bleki prima di
cadere lottò con tutta la sua forza e mise a terra due tedeschi. Fu portato in
Ospedale a Bra ma morì dopo pochi giorni. Era di Tre Stelle, figlio di
Battista, aveva solo 29 anni. Il 20 Gennaio, Bleki, sempre a Bra aveva catturato, un militare
tedesco di nazionalità francese. Era circolata voce che il Bleki, Comandante di
distaccamento della Brigata Belbo avesse organizzato un’irruzione alla
Trattoria Stella d’oro di Alba, dove erano riuniti a cena ben 18 ufficiali del
presidio. Il colpo non andò a buon fine perché il locale aveva le zanzariere di
retina metallica e quindi non poterono effettuare il lancio delle bombe
all’interno. e dovettero desistere.
Bindello Luigi “Pitros”
Nato a Neive l’8 Marzo
1923 era figlio di Angelo e Giordano Luigia. All’8 Settembre 1943 era Alpino al
2° Regg.to, Batt.ne Borgo 608° Compagnia. Nel corso di un’azione fu sorpreso ed
arrestato unitamente a Negro Giovanni, Comandante di squadra della 2° Divisione
Langhe. Un reparto delle SS italo-tedesche li torturò e seviziò , nonostante le
botte e le sevizie non rivelarono nulla. Questi i fatti:
Pitros si trovava
nella formazione organizzata da “Jean di
Val Varaita” Giovanni Negro nato a Castino il 27 Febbraio 1925.<Resistenza
Cuneese n.5 Maggio 1966>, che operava nella zona della bassa Langa, a Barbaresco,Treiso,
Camo, San Rocco Seno D’Elvio, alle dirette dipendenze del CLN di Alba con cui
era collegato tramite “Pinottina” Voghera, mitica maestra di Neive. All’alba
del 20 Giugno, su una motocicletta, Jean e Pitros partirono, disarmati, diretti
ad Alba e quindi a Canale per ritirare alcuni “stens” dal Comandante Ceka. Alla
Madonna degli Angeli la moto si fermò e Pitros insistette per scendere in Alba
e far riparare la moto dal meccanico Gamberani. Mentre erano in officina ,
comparvero in piazza Savona alcuni automezzi tedeschi delle SS. Jean viene
catturato nell’officina, Pitros sotto i portici vicino alla gelateria Coraglia.
Caricati entrambi sul camion, vengono portati nella Caserma Govone. Jean riuscì
a inghiottire il tricolore con la scritta”Partigiani Langhe”, ma Pitros non vi
riuscì avendo la bocca piena di sangue. Fu perquisito e trovato il tesserino,
il capitano delle SS lo condannò a morte, con sentenza da eseguirsi a Benevello
dove qualche giorno prima alcuni SS erano stati feriti dai Partigiani.
Nonostante l’opposizione del cap. tedesco che non voleva che il Parroco si avvicinasse, questi
raccolse l’ultima volontà di Pitros che fu il perdono dei suoi carnefici.
Jean fu trasferito ad
Asti e poi alle carceri Nuove di Torino e deportato in un Lager della Germania
di dove ritornò a guerra finita.
A Trezzo Tinella “Mamma Pierina”
Per un certo periodo,
prima di venire qui a Barbaresco, fui a Trezzo Tinella. Ricordo con piacere
Mamma Pierina, “ra Fnoja” (la Fenocchio). Noi Partigiani gliene combinavamo di
tutti i colori, ma lei ci trattava come suoi figli . Ricordo che sopra l’armadio,
nella camera dove andavo a coricarmi, aveva nascosto delle stecche di sigarette
nazionali, di me si fidava e mi voleva bene. Io non fumavo ma confidai il
nascondiglio a Racot e Renato. Dissi loro di non prenderle tutte, ma loro
fecero man bassa. Me la vedo ancora quando mi chiamò a rapporto e con le mani
sui fianchi mi chiese se avevo visto delle sigarette. Mi difesi dicendole che
non fumavo e lei con un sorriso - <capì, bitoma an sèr cont ..e peu
lezima!>(capito, mettiamo sul conto.. e poi leggiamo!). Aveva capito
benissimo che eravamo stati noi partigiani a prendere le sigarette ma non
infierì più di tanto, sapeva che rischiavamo continuamente la vita e in noi
vedeva i suoi figli. Anni dopo, quando andai nella Trattoria a pranzo, le
ricordai il fatto e lei battendomi sulla spalla mi disse: <se quei tempi
fossero costati solo un po’ di sigarette ne avrei offerte molte di più! I
caduti non tornano!>
Il figlio Mario morì
in Africa nel 1941 e a Trezzo, Pierina, vide cadere tanti giovani .
A Trezzo, prima ancora
di Dicembre 1943, Pinotin Gavarino, Lino
Pelazza e Costantino Patetta avevano formato un Gruppo Partigiano di una
ventina di giovani. Avevano raccolto delle armi e le avevano nascoste a Cappelletto
in un buco. Una notte le recuperarono per
compiere un’azione verso Canelli
agli ordini del “ Capitano Davide”. Giunti a San Donato furono richiamati
indietro. Nel pomeriggio del 30 Gennaio’44, giorno successivo a questo
contrordine, stavano facendo baldoria a casa di Costantino e furono chiamati da
un gruppo di Partigiani del Mango che dissero di voler discutere di alcune
questioni. Si incontrarono dietro un muro del Cimitero di Trezzo e mentre
parlavano tranquillamente, “Napoleone”un partigiano di Mango, sparò un colpo a
Gioacchino Fenocchio e uno a Luigi Patetta. Presero le rimanenti armi e il
gruppo autonomo di Trezzo dovette sciogliersi poiché disarmato. Dopo la
Liberazione fu organizzato un processo, ma non ne venne in capo a nulla e il
caso fu chiuso come “increscioso fatto bellico”.
CARMINE ANGELO
22/07/1925 CALOSSO (ASTI)
NOME DI BATTAGLIA JOHN
PARTIGIANO 2° DIV LANGHE
Dal 01/07/1944 Al 07/06/1945
Nel 1943, a diciotto anni lavoravo già con mio padre che aveva aperto il
negozio in via Mazzini a Torino. Si approssimava il momento di essere arruolato
e io non avevo intenzione di fare il militare, per cui avevo già tentato di
inserirmi nella Polizia, nei vigili del fuoco, nella Croce Rossa, ma non
prendevano più nessuno.
Un giorno, capitò in negozio un Capitano tedesco, che
parlava benissimo italiano, con una radio da riparare. Mi disse che gli eravamo
stati indicati come bravi riparatori e mi chiese di sistemargli la radio, io
inserii la spina e compresi che era una stupidaggine. Gli dissi di tornare il
giorno successivo che l’avrei riparata, intanto mi feci coraggio e gli dissi
che il mese prossimo sarei stato chiamato alle armi e per la mia famiglia
sarebbe stato un grosso problema. Lui mi ascoltò e mi guardò severo, poi: <
sappia che in Germania a 16 anni i ragazzi sono già sotto le armi!> ed io
< comprendo, ma io non è che non voglio effettuare il Servizio Militare,
vorrei solo poter rimanere in zona per aiutare mio padre.> Lui, sempre
guardandomi fisso negli occhi:< …mi interesserò del caso>. Se ne andò e
tornò il giorno dopo a ritirare la radio che funzionava perfettamente, mi disse
che per me non si poteva fare nulla poiché il personale specializzato era tutto
tedesco e al completo. Io gli dissi che sarei stato disponibile per qualunque
attività e quando gli dissi che ero fornito di patenti di terzo grado per mezzi
a benzina e nafta mi chiese di andare con lui agli Alti Comandi in via Galileo
Ferraris dove viste le mie patenti mi assunsero immediatamento
nell’Organizzazione Todt.(L’Organizzazione Todt era in
origine una enorme impresa di costruzioni fondata in Germania negli anni
Trenta dall’ing. Fritz Todt.Con la guerra, assunse caratteristiche belliche:
costruzione di installazioni militari, riparazione di danni da bombardamenti,
costruzione di vie di comunicazioni strategiche, fortificazioni ecc.Divenne
cioè il più grande cantiere edile della seconda guerra mondiale, e, insieme,
una grande macchina per lo sfruttamento di risorse materiali e umane: milioni
di individui rastrellati nell'Europa occupata furono obbligati al lavoro
coatto, sia attraverso la leva militare di classi abili, sia tramite la
mobilitazione civile che coinvolse uomini, donne e ragazzi.Dopo la morte di
Todt in un incidente aereo, la direzione dell’Organizzazione passò ad Albert
Speer, l’architetto del regime nazista.)
Fui tenuto al lavoro nelle Officine degli alti Comandi
e un mese dopo ero già diventato”Mester autofachman”(Capo offficina meccanico),
ero ben retribuito e tornavo a casa a dormire e mangiare. Svolgevo il mio
lavoro di Autista e intanto trascorse un anno.
Avvenne lo
sbarco degli americani in Sicilia, e a Santo Stefano Belbo era sorto il primo
nucleo di “Ribelli” con “Poli” e Pinin”. Io e la mia famiglia non conoscevamo
Poli che aveva 9 anni in più di me ed era entrato giovane in Marina, ma
conoscevamo molto bene il padre che lavorava all’esattoria di Santo Stefano
Belbo. Conoscevamo anche il padre di Balbo Adriano”Giorgio” che svolgeva
attività di Dentista a Santo Stefano, Asti e Torino e che fu arrestato dai
tedeschi e poi liberato grazie ad uno scambio di prigionieri.
Con la formazione del gruppo a Santo Stefano, lasciai
la Todt e raggiunsi i “ribelli” di Poli. Certo che inizialmente, a soli 19 anni
non comprendevo bene gli obiettivi dei Partigiani, ma con l’aiuto di Poli e
degli altri mi inserii bene. Con un po’ di incoscienza giovanile e un po’ di
esperienza contribuii ad effettuare degli interventi che furono utili per la
Liberazione.
LA TRAGICA CORSA DA Montà d’Alba a Canale
Nel primo periodo in cui ero con i Partigiani
facevo già l’autista. Poli mi disse che
occorreva portare due prigionieri Tedeschi ad Asti per effettuare uno scambio
. Accompagnato dal tenente
Carletto(MORELLI CARLO
06/03/1921) ci recammo ad Asti per effettuare lo scambio
con mio zio, il Dottor Balbo(padre di Adriano). Andammo con il 1100, avevamo
appuntamento con una pattuglia di militari della Repubblica, prima del ponte
sul Tanaro. Ci scortarono fino alla casa Littoria dove il Tenente Carletto con
i due prigionieri tedeschi salì sopra in ufficio e io attesi dalla macchina.
Ero un po’ preoccupato poiché i repubblicani mi osservavano e pareva mi
dicessero: “una volta o l’altra ti prendiamo!” tuttavia non successe nulla.
Dopo mezz’ora Carletto scese e mi disse che i tedeschi li avevano presi ma lo
scambio non poteva avvenire poiché il dott. Balbo era ancora a Torino. Il
Tenente chiese di farsi scortare fuori Asti per poi andare ad effettuare una
visita ai partigiani del distaccamento di San Rocco di Montà. Colà, trovammo
altri partigiani, anche loro con un 1100, che venivano via e mi proposero di
effettuare una gara su chi arrivava prima a Canale. Io avevo già la fama di uno
che andava veloce in macchina! Accettai la sfida e partimmo, fui subito in
testa e gli altri mi inseguivano. Senonché, quando fummo a circa due km. da
Canale, ad un ponticello un sobbalzo mi fece saltare via il filo della calotta
e la macchina si fermò. Sapevo di cosa si trattava e quindi saltai subito giù
ma intanto che io effettuavo la riparazione, l’altra auto mi superò. Ripresi
l’inseguimento, ed ero a circa duecento metri, ma quando fummo nel rettilineo
prima di entrare in Canale vedemmo spuntare due 38Spa color coloniale che si
misero a sparare e falciarono i cinque Partigiani della prima auto. Prontamente
inchiodai, con un testacoda cambiai direzione e tornai a San Rocco. Solo verso
sera ripartimmo e attraversando sul traghetto del porto di Barbaresco
rientrammo poi a Castino.
IL RECUPERO DI UNA BOMBA
Nel 1944, quando si seppe che i nazifascisti
stavano preparando il grande “rastrellamento nelle Langhe”, noi ribelli eravamo
alla “Lodola” di Castino. Mi chiamò Poli e mi disse che per ritardare l’arrivo
dei tedeschi occorreva far saltare il ponte di Borgomale – Campetto, perciò di
andare da Moscon, il nostro Capo guastatore e accordarmi per far saltare il
ponte la sera dopo. Al mattino del giorno successivo mi recai allo Scorrone di
Castino da Renato Moscone e gli riferii la decisione di Poli. Moscon, però, mi
spiegò che aveva soltanto due chili di plastico che aveva recuperato dai lanci
degli inglesi e che solo con quello non si faceva nulla. A quel punto chiesi se
poteva servire una bomba inesplosa. Alla sua risposta affermativa gli dissi che
l’avrei recuperata io. Avevo saputo che presso la stazione ferroviaria di
Castagnole Lanze vi era una bomba che non era esplosa e subito mi attivai per
andarla a recuperare con 5 o 6 compagni. Partimmo con il camion TRE-RO Lancia e
mi presentai al Capo Stazione di Castagnole Lanze che mi mostrò dove era la
bomba. Quando gli dissi che intendevo portarla via si preoccupò e mi chiese di
dargli il tempo di evacuare la sua famiglia che alloggiava nella stazione
stessa. Attesi una mezz’ora e intanto studiai come fare per rimuovere da quel
buco l’ordigno. Togliemmo un po’ di terra che la ricopriva e l’agganciai con il
verricello del camion e la trascinai nei pressi della gru a manovella che si
usava in stazione per caricare i vagoni e la sollevai in modo da poterci andare
sotto con il pianale, quindi la fermammo con dei pezzi di legno e fummo pronti
a partire. Per il viaggio di ritorno eravamo rimasti solo in due, gli altri
cinque si avviarono a piedi e mi dissero che ero pazzo. Io avevo fatto questo
ragionamento: <Se la bomba di 250 kg non è esplosa cadendo da mille metri,
vuoi che esploda proprio adesso solamente a trascinarla?> Probabilmente oggi
non lo rifarei! Ma a diciannove anni avevo un’altra visione della vita.
Partimmo e lentamente arrivai allo Scorrone dove
ci attendeva Renato “Moscon”, visionò l’ordigno e mi chiese se l’avevo
disinnescato. Alla mia risposta negativa arretrarono tutti e Renato esclamò:
<Dio bono John, vuoi farci morire tutti da giovani!? > Si attivò subito e
con martelletto e punzone, con grande cautela svitò la spoletta ed estrasse il
detonatore, impiegando una buona mezz’ora. Tolta la spoletta e detonatore che
risultò grande come un “Pintone da vino” la trasportammo a Borgomale, qui
scavammo una buca e sistemammo la bomba inserimmo il plastico che avevamo e
bagnando il terreno attorno la ricoprimmo, inserimmo la miccia e tutto fu
pronto. Dopo aver comunicato ai responsabili del paese affinchè avvisassero i
paesani di aprire le finestre e di stare pronti alla deflagrazione, Moscon si
disse pronto ad accendere la miccia. Io chiesi di darmi il tempo di spostare il
camion al riparo, e così feci, portandolo lontano due curve sotto. L’esplosione
fu enorme, provocò una grande buca nella strada con smottamento di terra a
valle e a monte. Quando arrivarono i tedeschi tribolarono parecchio a passare
con i mezzi e si fecero aiutare dai paesani con i buoi.
CHIARLE FEDERICO MARIO
07/10/1920 COSSANO BELBO
CONTADINO
SOLDATO ARTIGLIERIA Reparto 7° RGT RUSSIA
Nome di battaglia TIGRE PATRIOTA 1° DIV LANGHE
Prima formazione PATRIOTA 2° BRG
BIS Dal 25/03/1944 Al 07/06/1945
Quando tornai dalla Russia mi aggregai al Gruppo dei Partigiani di
“Moscon”, l’altro gruppo di Partigiani di Cossano Belbo era agli ordini di
“Moretto”.
Noi avevamo base a San Giorgio Scarampi e Roccaverano. Quando arrivarono i
tedeschi a Canelli , noi attraverso i boschi ci spostammo sulle alture sopra
Canelli. I nazifascisti li sentivamo urlare e “sciopaté( sparacchiare) ma non
intervenimmo. Quando se ne andarono noi tornammo a San Giorgio Scarampi. Rimasi
nei Partigiani da Settembre 1943 fino a fine aprile ’45. Prima non ci fidavamo
a stare a casa poiché sapevamo che ci braccavano e chi veniva preso se andava
bene finiva in Germania, ma molti furono uccisi!
NOE' RENATO 14/12/1921 MONFORTE
D'ALBA (CUNEO) -
STUDENTE ESERCITO FANTERIA Reparto 3°
RGT ALPINI
SOTTOTENENTE
Nome di
battaglia MUSCUN PARTIGIANO 1° DIV AUT 2° BRG
FORM.
BALBO Dal 01/01/1944 Al 29/06/1944
VICE COM.TE
BANDA Dal 01/01/1944 Al 29/06/1944
GRUPPO AUT
GUASTATORI Dal 29/06/1945 Al 15/02/1945
VICE COM.TE
GRUPPO Dal 29/06/1944 Al 15/02/1945
1° DIV AUT 2°
BRG Dal 15/02/1945 Al 08/06/1945
COMANDANTE
BRG Dal 15/02/1945 Al 08/06/1945
Nato
nel 1924, fui arruolato nel vecchio esercito in Fanteria il 28 Agosto 1943 e
non essendo abile per tutti i servizi fui inviato al deposito di Alba. Alla
Caserma Govone arrivarono ben tremila reclute che, con l’otto Settembre furono
tenute come prigionieri finchè non arrivarono i Tedeschi. Duemilacinquecento
furono inviati in Germania e altri cinquecento,tra i quali io, fummo destinati
a svuotare i magazzini della Caserma. Dopo tre giorni senza mangiare studiai il
da farsi e andai a nascondermi, poi sfruttando “er rigosiglio”(caos)
sgattaiolai fuori. Devo ringraziare quattro ragazze di Alba che insieme alla
popolazione fecero di tutto per salvare i giovani militari. Quando decisi di
scappare, in divisa, perché avevo portato a casa gli abiti borghesi, due
ragazze intrattenevano la guardia e altre due mi fecero segno che era ora di
uscire. Andò bene, ma rischiai molto poiché le SS(guardie tedesche) avevano
l’ordine di sparare mirando al cervello e cervelletto così da “fete sté
sèc”(ucciderti sul colpo). Nei pochi giorni che rimasi dentro fui costretto a
portare cadaveri di soldati sulla letamaia della scuderia e ce n’era una
catasta eh!
A quei
tempi la porta carraia della caserma dava sul buco della fornace dove adesso
c’è Piazza Cristo Re e io, presa quella scorciatoia, trovai mio fratello che
era venuto a portarmi gli abiti, così mi cambiai i vestiti e scampai la
Germania. Una volta a casa avevo preso talmente in odio i fascisti e i tedeschi
che diventai staffetta per Pinin Balbo e per Poli. Avevo anche l’esempio di mio
padre che collaborava con i partigiani informandoli sui movimenti dei
nazifascisti eh!. Una volta, a Castino, arrivò un’autocolonna di tedeschi e
avevano messo un posto di blocco, mio padre si presentò alla barriera e alla
guardia tedesca che gli chiedeva dove andasse rispose in Piemotese: “vagh a
piémè in poch èd pan”(Vado a prendermi un po’ di pane) la guardia non capì e
gli disse di parlare italiano, lui disse “se ‘t capissi nèn r’italian vèn nèn a
fé o soldà an Italia”(se non capisci l’italiano non venire a fare il soldato in
Italia.)” lo scortarono fino al forno ma lui intanto aveva potuto vedere quanti
erano. Diceva sempre: “a mì ro nèn pao, ro fat 4 agn èd guera!”(io non ho
paura,ho fatto 4 anni di guerra!)
A me
successe che andavo a esplorare verso Cossano e fui fermato da una pattuglia,
mi chiesero cosa facevo e io pronto: “vagh a consgneme”(vado a consegnarmi).
Per i giovani del 1924 c’era la possibilità di consegnarsi in caserma onde
evitare di essere denunciati come renitenti alla leva.
Andò
bene che non avevo armi né tessera e così mi portarono al distretto di
Alessandria. Scendendo dal treno incontrai un mio vicino di casa di Perletto
che aveva studiato da prete, e gli confidai cos’era successo e che intendevo
farmi mandare in una caserma in Val Casotto per collaborare con i Partigiani di
Mauri, questo mi consigliò di non andare in Val Casotto poiché Mauri stava
preparando gli assalti alle caserme per recuperare armi e potevo rischiare la
vita se mi trovavano con la divisa dell’Esercito. Ascoltai il suo consiglio e
rimasi ad Alessandria in ospedale dove con il mio modo di fare “disponibile”
fui preso a benvolere da un Capitano medico che mi mandò a Saluzzo ad aiutare i
militari mutilati. Anche qui ebbi modo di passare informazioni ai gruppi
partigiani e intanto venivo a casa in permesso e mi tenevo in contatto con
Pinin Balbo. Dopo tre mesi a Saluzzo ebbi una Licenza di sette giorni e..” devo
ancora vogme adèss, son pi nèn tornà!”(Devono ancora vedermi adesso, non sono
più tornato.)
Mi
nascosi per un po’ di giorni presso una mia zia a San Giorgio Scarampi che
viveva da sola con i proventi della “Tessera” e per questo mio padre mi portava
da mangiare.
Dopo un po’ di tempo tornai alla mia
squadra Partigiana che aveva come Capo un certo Sgancia di origini siciliane.
Ripresi i miei giri tra Mango, San Donato, Cortemilia, Vesime e secondo gli
ordini portavo messaggi nei vari comandi. Quando a Rocchetta si insediò la
commissione inglese feci la spola tra Rocchetta e San Donato dove c’era il
comando di Poli. Non entrai mai nell’ufficio di Poli poiché non volevo essere a
conoscenza di informazioni che ,qualora mi avessero catturato avrei potuto
rivelare. Perché bisogna dire che “lor iavo i sistemi per fété parlé”! (Loro
avevano i metodi per farti parlare!)
Il mio
incarico era portare messaggi e ordini ai vari comandi e tuttavia viaggiavo
armato con il Novantuno rimodernato, due caricatori nelle giberne e due bombe
Sipe che avevamo ricevuto con i lanci degli americani. Fortunatamente non ho
mai dovuto sparare
Serravalle Langhe
“ Renzo” Fenoglio il Comandante Partigiano della
99a Brigata d’assalto Garibaldi è una persona di una semplicità e umiltà non
comuni. Si rivela con l’affabilità dell’eloquio e soprattutto con la dedica che
utilizzò nella monografia dal titolo Serravalle Langhe tra storia – Cronistoria
e Luoghi della Memoria , “ Il tuo paese è come uno specchio, guardandolo ti
riconosci”.
Dal primo incontro avuto con Renzo, ho avuto la
sensazione di conoscerlo da sempre. Al telefono mi chiese l’età, poi disse di dargli del tu. La
richiesta fu molto gradita e così compresi che era il Renzo Fenoglio conosciuto
nella musicassetta della Squadra di Canto di Alta Langa.
Quando gli strinsi la mano, ebbi voglia di
abbracciarlo, tanta era la gioia di incontrare una così bella persona con la
quale condividevo interessi: Recupero dei canti popolari e di Testimonianze .
Gli accennai degli amici cantori Promio,
Dellaferrera e Travaglio ed ebbi la conferma che era proprio lui il promotore
del gruppo corale che negli anni
settanta effettuavano registrazioni in piola o in casa per non “perdere” quei
canti e quelle voci della Langa di un tempo.
La curiosità dell’ascoltare il racconto della
vita di Renzo era grande e forse non diedi sufficiente importanza alla
monografia , da lui realizzata, e che mi proponeva di leggere e lo sollecitai
affinchè iniziasse.
Gli chiesi se avevo compreso bene e mi confermò
di essere nato a Serravalle Langhe il 13 Aprile 1923. Frequentò le scuole
elementari a Serravalle, poi chiese al Parroco di farlo entrare al Seminario di
Alba poiché suo padre non poteva farlo studiare, ma questi gli rispose che
avrebbe fatto meglio a praticare il lavoro di suo padre, cioè il meccanico.
Renzo aveva le idee chiare e gli disse: < No, no, io voglio imparare
l’analisi logica e il Latino perché voglio frequentare il ginnasio e poi il
Liceo!> Il Reverendo di fronte a una tale richiesta, nonostante avesse detto
che l’analisi e il Latino non li ricordava neppure lui, si adoperò per
inserirlo al Seminario. Effettuò quasi tutto il Ginnasio, ma insieme ad un compagno fu espulso perché si erano recati dal barbiere esterno
per farsi effettuare la “cirià”(la tonsura da Chierico) e così perse l’anno.
Tuttavia Renzo non si diede per vinto e avendo saputo che ad Avigliana vi era
una Scuola Salesiana che ospitava le
vocazioni tardive. che dovevano recuperare anni di studio. si iscrisse e terminò il Ginnasio che in
quella scuola durava solo quattro anni. Così recuperò l’anno perso ad Alba.
Ricorda gli insegnanti che ebbe ad Avigliana e che furono tutti eccezionali, in
particolare si confidò con Don Sordo al quale riferì che lui non aveva intenzione di farsi prete e
questi gli disse che lo aveva capito fin dal suo arrivo. Gli inviò una lettera
in cui gli scriveva:<… ogni volta che sarai in difficoltà pensa a me che io
ti aiuterò!> . Renzo conserva ancora quella lettera e conferma di aver
tratto grande aiuto da quelle parole nelle varie vicissitudini della sua vita.
In seguito andò a Cuneo in un collegio Salesiano e frequentò il Liceo
cittadino. Qui ebbe un insegnante che fu importantissimo per la sua formazione
anti fascista, fu Luigi Pariso Docente anche di Umberto Eco e del filosofo
Gianni Vattimo. Di questo Professore
serba un particolare ricordo: loro, giovani allievi, avendo notato che alcune
volte, nel sabato fascista, non indossava la camicia nera chiesero: <Come
mai Voi Professore non adempite all’obbligo della camicia nera?> Pariso li
invitò a leggere il punto 34 del libro ”
Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria che recita così: < Il grande imbonitore ha gli applausi
delle persone ignoranti e i fischi delle persone istruite.> Compresero che
il loro insegnante era un Anti fascista e furono i primi elementi che fecero
comprendere a Renzo e compagni che la
situazione fascista non era fissa come avevano sempre creduto, ma vi era chi la
contrastava anche rischiando personalmente.
Terminato il Liceo, non avendo la famiglia di
Renzo la possibilità di sostenere le spese Universitarie, sostenne il Concorso
per accedere all’Accademia Militare di Modena. Ricorda che la visita medica
finale, dopo una settimana di controlli e prove mediche, avvenne in un grande
salone, erano una ventina di giovani, furono messi in riga completamente nudi e
attesero l’arrivo del Generale medico. Il personaggio era un ometto di un metro
e cinquanta con il monocolo. Passò in rassegna i giovani guardandoli dal basso
verso l’alto, poiché erano tutti più alti e sentenziò , rivolgendosi al
Colonnello: < Vorrà dire che anzichè i
cavalli faremo trottare gli asini!>. Tali parole diedero un enorme
fastidio a Renzo,e rimasero impresse. Comprese che quella non era la vita per
lui, nonostante fosse stato ammesso all’Accademia Militare.
Quando scoppiò l’otto settembre Renzo si trovò a
casa in permesso, seppe che il Comandante Gerarca della Accademia era stato fucilato dai
tedeschi perché non si era arreso immediatamente e che tutti i Cadetti erano stati
trasferiti a Tortona . Inviò suo padre presso dei colleghi di accademia per
avere informazioni e questi riferirono:>dica a suo figlio di non muoversi da
casa poiché noi stiamo per essere trasferiti in Germania e cerchiamo di
fuggire.>
<Si era in pieno caos, fu un periodo
eccezionalmente grave,- dice Renzo- chi non lo ha vissuto non se ne può rendere
conto>.
Racconta che dalle caserme se ne andarono tutti e
anche molti Carabinieri abbandonarono il loro posto, anche i delinquenti comuni
fuggirono dalle carceri e chi aveva un’arma diventava padrone della situazione.
Il Partigianato organizzato sorse solo dopo
quattro o cinque mesi dall’otto Settembre, prima furono gruppi di ribelli messi
insieme soprattutto da chi era tornato dalla guerra di Spagna. Renzo conobbe
Remo Guerra che fu poi commissario delle brigate Garibaldine e come molti
dice:<Non si sapeva che pesci pigliare!>
Dopo qualche mese di attesa decise di presentarsi
al comando di Brigata e fu inserito, gli chiesero che nome di Battaglia volesse
assumere e scelse Renzo, poiché in zona era conosciuto come tale, e posto in fureria siccome aveva una certa
istruzione. Ma a Renzo non garbava quella vita da ufficio e successe che avendo
saputo che a Bossolasco era giunta una Compagnia di Russi bianchi comandati da
ufficiali tedeschi che stavano per entrare nelle case per rubare poiché avevano
la facoltà di fare ciò che volevano, con qualche amico si recò presso la
Fontana Azzurra di Bossolasco e con le armi che avevano iniziarono a sparare
qualche colpo per disturbare i Russi e farli desistere dall’entrare nelle case
a rubare. Alla risposta al fuoco i compagni fuggirono e lasciarono da solo
Renzo. Egli, ricordandosi quanto gli avevano insegnato alcuni reduci della
guerra di Spagna, mise in atto la Tattica per cui: < Per impaurire il nemico
devi fargli credere che siete in tanti anche se sei uno solo>. Saltando da
un albero all’altro sparò a più non posso e riuscì nell’intento, i Russi
temendo ci fossero molti armati fuggirono e non vennero avanti. Dopo
quell’azione, visto l’ardimento diedero a Renzo il Comando del Distaccamento di
Rodello con una quarantina di uomini.
Aveva vent’anni e si trovò a comandare Partigiani più vecchi di lui. Iniziò
così la sua vita Partigiana.
Il primo grande problema da affrontare fu il
rapporto con i contadini. Dice<Sai perché ci sopportavano? Perche
difendevamo i loro figli che non si erano presentati alla “chiamata alle
armi”.> Per questo subivano anche l’onere economico di mantenere e
collaborare con i Partigiani.
Renzo mi chiarì che la Brigata Garibaldi era
costituita da 5 Distaccamenti e a lui fu affidato quello di Rodello , poi,
quando ebbe il Comando della Brigata dovette gestire circa 210 partigiani. Il
suo aiutante Maggiore era un tenente che aveva fatto la guerra di Russia.
Mi spiegò anche come avvenivano le nomine dei
comandanti. Non ti eleggevano dall’alto bensì erano gli uomini della base che
eleggevano chi doveva comandarli. Renzo si trovò nominato comandante di Brigata
dei 5 Distaccamenti che andavano da Murazzano, fino ad Alba.
La 99° Brigata operò con attacchi e difensive
contro i fascisti fino all’Ottobre 1944 quando sulla Linea Gotica si fermarono
le operazioni militari e i tedeschi distaccarono tre Divisioni complete per
distruggere i Partigiani che impedivano le comunicazioni tra il Piemonte e la
Liguria. Renzo spiega che per operare meglio i Garibaldini decisero di adottare
i metodi di chi aveva combattuto in Spagna, e suddivisero la Formazione in
squadre di 5 uomini con il proposito di riunirsi ogni 15 giorni in un luogo prestabilito:
Il Santuario della Madonna di Langa di Niella Belbo.
Renzo partì, a piedi, con i suoi 4 compagni e
raggiunse il colle di Cadibona. Lungo il tragitto furono attaccati parecchie
volte e negli scontri a fuoco perse tutti e quattro i suoi compagni. Rimasto
solo, scelse di ritornare verso Mombarcaro e alla sera, stanco e affamato bussò
ad una casa dove vide un lumino. Sentì rumore di gente che fuggiva a
nascondersi e quindi apparve una vecchietta ad aprire. Renzo le chiese, in
piemontese, se aveva un posto per dormire un paio d’ore e questa disse che
chiedeva al marito. Dopo un po’ tornò e gli riferì che vi erano sette/ otto
giovani nascosti in una cisterna e se voleva poteva nascondersi anche lui. Gli
procurò una scaletta e lo fece entrare in quel nascondiglio. Le pareti erano di
tufo e tutto intorno all’acqua vi era un bordo di neppure un metro sul quale,
dopo essersi abituato al buio vide i giovani che sarebbero stati suoi compagni
per una settimana. La vecchietta,ogni tanto, portava loro qualcosa da mangiare
e lo calava dentro a un secchio legato a una fune. Una volta, mentre lasciava
scendere il secchio, disse:<ij zon! Ij zon!> (ci sono, ci sono), aveva
sentito arrivare dei tedeschi e dalla
fretta, mollò fune e secchio. Renzo sorride nel raccontare che si misero
a pescare la polenta che era finita nell’acqua, ma ricorda anche che si
preoccuparono molto, poichè se portavano via la donna loro dalla cisterna non
sarebbero più usciti, era lei che calava la scala, e senza sarebbero rimasti là
sotto!
TATTICA PARTIGIANA
I tedeschi non riuscirono ad insediarsi nel
territorio poiché i Partigiani adottarono la tattica di attaccarli di notte e
di rimanere nascosti di giorno. I tedeschi “ rastrellavano” di giorno e non
trovavano nessuno, per questo dopo un mese e mezzo circa se ne andarono. Per i
Partigiani, ricorda Renzo, < fu un periodo difficilissimo, poiché per un
anno, cioè il periodo della Resistenza, si dormì sempre in rifugi di fortuna e
nelle stalle, ma qui resistevi poco poiché le bestie assorbivano loro tutto l’ossigeno
e dopo poco tempo non si riusciva a respirare. > Lui dormì tra le lenzuola di un letto, solo due notti in un
anno e mezzo.
FERRATO GIOVANNI
22/05/1929 COSTIGLIOLE
D'ASTI-SANT'ANNA (ASTI) -
Nome di battaglia “VA E TORNA”
PATRIOTA
102° BRG
GARIBALDI Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945
PATRIOTA Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945
ONORE AI
PARTIGIANI “VA E TORNA ed al Fratello “DUK”
Il 25 Aprile
2014, dopo la Cerimonia al Monumento di Valdivilla, intanto che si tornava,
salutammo un signore che stava salendo sull’auto dove lo attendeva un autista,
forse il figlio. Sentendosi salutato e vedendomi con la macchina fotografica al
collo, richiuse la porta e attaccò bottone: <son contento di essere venuto,
anch’io sono stato Partigiano, facevo la Staffetta. ...> Io ed Alessandro,
mio figlio, ci fermammo e lo ascoltammo. Con la videocamera iniziai a
riprenderlo: < eh a quei tempi si era tutti un po’ fascisti, dovevi esserlo!
Poi quando iniziarono a chiamare Militare i giovani del 23/24/25, i gruppi
Partigiani iniziarono a infoltirsi. A casa mia si faceva la fame, ed eravamo
orfani di padre. Poi mio fratello andò con i Partigiani e allora un po’ di
farina per il pane la portava a casa! > gli chiesi di che leva era e mi
rispose< sono del ‘29, ero giovane ma una mano come staffetta l’ho data
anch’io!> Gli chiesi il nome di battaglia e mi disse che lo chiamavano “ va
e torna” !< eh, ne ho dovute fare di corse per portare messaggi, anche
rischiando, ma è andata sempre bene! Mi sono fatto portare a Valdivilla, ma non
ho più conosciuto nessuno! Eh son quasi tutti morti! Ma mi ha fatto piacere
vedere che ci sono anche tanti giovani che vogliono ricordare cosa hanno fatto
i Partigiani. Speriamo non tornino più quei tempi di guerra! Ben, ciao, se soma
ancora viv, ès voghima st’an chij vèn!> ci salutammo e non chiedemmo nè il
nome nè la provenienza, il figlio aveva piacere di rientrare. Il video è rimasto
nell’Archivio ed è saltato fuori cercando foto e video per il 25 Aprile 2020.
Era nella cartella con titolo “ Partigiano Va e torna”, immediatamente rividi
la scena dell’incontro e mi chiesi se non avessi ricercato il suo nome vero!
Dopo sei anni era giunto il momento di rendere onore alla Staffetta partigiana.
Digitai il nome di Battaglia nell’archivio del Partigianato piemontese ed
è uscita la scheda di
FERRATO
GIOVANNI 22/05/1929
COSTIGLIOLE D'ASTI-SANT'ANNA (ASTI)
Nome di
battaglia VA E TORNA PATRIOTA Prima formazione 102° BRG
GARIBALDI Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945
PATRIOTA
Dal 30/06/1944 Al 07/06/1945
Dall’indicazione
che mi diede “ Va e Torna” cercai anche il fratello e con fortuna , tra i
Ferrato trovai Giuseppe registrato con lo stesso indirizzo.
FERRATO
GIUSEPPE 02/09/1925
Comune di
nascita COSTIGLIOLE D'ASTI (ASTI)
CONTADINO
Nomedi
battaglia “DUK” PARTIGIANO
FORM AUTONOME
SCOTTI
Seconda
formazione 9°
DIV. GARIBALDI
IMERITO Dal 10/09/1944 Al 07/06/1945
Grado
conseguito PARTIGIANO Dal 10/09/1944 Al 07/06/1945.
FERRO TERESIO 1911
TERESIO DO Rì di NEIVE
Nel 1931 fui chiamato alle armi per il servizio
di leva e feci due anni di soldato, nel 1935 e 36 fui inviato in Africa. Nel
1939 fui richiamato per la guerra con la Francia e rimasi nel 1940/41/42/43
fino all’otto Settembre. Poi operai come Partigiano, un po’ ero a casa poi
scappavo in alta Langa oppure andavo oltre il Tanaro nei Roeri.
MEZZADRIA
FERRO TERESIO spiegò alle ragazze e ai ragazzi
della Scuola Montale quale fosse la situazione socio-economica degli anni
1950/60 nelle campagne di Neive Mango e paesi limitrofi.
Esisteva ancora molta “mezzadria” (Contratto agrario in base al quale un proprietario o affittuario
terriero assegna al socio-colono un podere idoneo alla produzione agricola, già
dotato di abitazione per la residenza stabile del coltivatore (ricevente) e
della sua famiglia, di necessità proporzionata alla misura del suolo da
coltivare; il colono si impegna a lavorarlo e partecipa con i familiari alle
spese di gestione e agli utili nella misura del 50%.)
Purtroppo al cinquanta per cento
pattuito il contadino doveva fornire al proprietario anche il cappone, i primi
polli le uova, rendendo molto povera la rendita del lavoratore. Eppure i
contadini non si lamentavano e rimanevano sottomessi.
Prima della guerra i contadini
vivevano proprio male. Mancava persino il pane e di lavoro non se ne trovava.
Si trovava lavoro andando da “servitò” ma la paga era misera! Si guadagnava
1000 Lire all’anno.
Dopo la Resistenza , negii
anni ’50 iniziammo le lotte per ottenere migliorie per la vita dei contadini
La prima iniziativa fu la
richiesta dell’abolizione del Dazio sul vino. Facemmo dei cartelli “ a mano”.
Il dazio incideva ben 27 Lire
per litro a Torino e 16 lire a Cuneo.
Nel 1947 il prezzo del vino
tenette un buon prezzo poiché vi era stata una buona vendemmia , ma negli anni
successivi avvenne che il vino valeva meno di 27 Lire al litro!
Nel 1954 si fece una
Dimostrazione chiamata “passeggiate “ con i carri e le bestie e i cartelli dove
chiedevamo l’abolizione del Dazio e la “pensione per i Contadini, poiché non
era prevista.
Nel 1955 e nel 1956
organizzammo altre passeggiate dimostrative e nel ’57, quando si stava per
organizzare una grande manifestazione fu abolito il dazio sul vino e fu
concessa la Pensione ai contadini.
Ai giovani consiglio di
evitare con tutte le forze la “guerra” state attenti a diffidare di chiunque
parla di guerra. Se penso che io dovetti dedicare undici anni della mia vita
alla guerra , ancora oggi mi vengono i brividi.Dovetti patire la fame, il freddo,
nonostante sia sempre stato contrario alla guerra. Venni denunciato come
RENITENTE poiché quando ci fu la partenza er la campagna di Russia io rimasi
nascosto. Quando rientrai in caserma i miei compagni erano partiti per la
Russia e fui punito severamente. Comunque a distanza di tanti anni non mi pento
di essere stato Renitente e contrario alla guerra e se dovessi riprendere
quelle decisioni dico con forza che 2farei di peggio” pur di non andare in
guerra.
Al termine dell’intervista, il
Partigiano Giovanni Negro, commosso disse GRAZIE al “Ribelle di sempre, Teresio
Ferro. Anche noi ci uniamo a Giovanni e ONORIAMO la Memoria del Ribelle TERESIO
DO Rì di Neive.
GARELLI RICCARDO CARMAGNOLA (TO)
26/10/1924
STUDENTE
PARTIGIANO DICH
2° LANGHE Dal 10/07/1944 Al 05/03/1945
12° BRA Dal 15/03/1945 Al 07/06/1945
Mio padre
Giorgio (1889 1978) fu il figlio più piccolo degli otto di Maria Dho di
Roccaforte Mondovì e di Garelli Sebastiano di Villanova Mondovì, si laureò in
Farmacia nell’Anno Accademico 1911 /12 con il Preside Icilio Guareschi. Nonno
Bastian era del 1830 e andò avanti nel 1897, quando mio padre aveva appena
sette anni. La nonna, andò avanti nel 1913. La mia mamma era Angiola Maria
Fulcheri.
Perché PRESI POSIZIONE
Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra
compresi che occorreva prendere posizione. Avevo già vissuto il periodo
fascista dove bene o male bisognava sottostare a delle regole e la mia idea
sarebbe stata di “neutralità”. Della Germania a quei tempi non si sapeva nulla,
si seppe troppo tardi!
Qui si partecipava, anche se a malincuore, alle
attività tipo le esercitazioni del “Sabato fascista”, ed io fui nominato
caposquadra di un drappello! Ricordo che facevo marciare i ragazzini del mio
gruppo e poi li portavo in campagna su una collinetta e li lasciavo giocare, ma
facendo attenzione che non arrivasse il segretario politico, poiché in tal caso
saremmo scattati per dimostrare che ci esercitavamo!
Ero studente a Torino ed ero stato fortunato ad
avere l’incarico di Caposquadra qui a Canale, altrimenti avrei dovuto
partecipare ai “sabato fascista” presso il Guf di Torino e sarebbe stato
scomodo.
OTTO SETTEMBRE
1943
Quando ci fu l’Armistizio e si formarono i primi
gruppi partigiani, si dovette decidere. Io ebbi indicazioni da un mio cugino,
Garelli Mario del 1910 che divenne farmacista di Cortemilia(ricordo che si
dilettava a scrivere poesie in piemontese!) (di Antonio 1913 di Lesegno CADUTO
a Frabosa il 19 7 1944). Lui era amico di “Mauri” e mi disse che aveva aderito
al gruppo di Partigiani formato appunto da Martini. Quindi io fui informato
sull’attività partigiana che stava iniziando, e quando anche qui, grazie al Veterinario
SANDRI GIOVANNI 29/10/1920
MONTEU ROERO (CUNEO)
GUARDIA ALLA
FRONTIERA 3°Reparto RGT GAF SCIATORI
PARTIGIANO BRANCA 12°
DIV BRA
che aveva preso contatti con
MORA ANNIBALE Partigiano “Don”18/08/1917 TORINO
Nome di battaglia DON
PARTIGIANO Dal 14/09/1943 Al 07/06/1945
COMANDANTE
BRG Dal 01/03/1945 Al 07/06/1945
, si formò il gruppo , e con altri tre di
Canale ci aggregammo alla 48 GL. In un primo tempo, non essendo ancora di Leva,
attendemmo, ma quando ci arrivò la “cartolina Precetto” ci recammo fino a
Mondovì al Distretto, ci fermammo davanti e non ci presentammo!. Ci recammo a
Villanova Mondovì alla cascina del nonno e rimanemmo nascosti un po’ di tempo,
poi tornammo a Canale e ci aggregammo ai “ribelli”. Eravamo una trentina e ci
sistemammo al Brich TORNIOLA presso Montà D’Alba.
AL BRICH TORNIOLA
Il sito del Brich TORNIOLA che avevamo scelto come
rifugio, si rivelò adatto e sicuro. Non avemmo mai incursioni nè
rastrellamenti, nonostante tutti sapessero che eravamo rifugiati in quel luogo.
Noi, agli ordini del Comandante Don e del
Vice Comandante SPERONE BATTISTA 04/10/1919
CANALE
Professione INSEGNANTE
ESERCITO FANTERIA Reparto 112°
RGT FANTERIA MOTORIZZATA 62°
Grado conseguito TENENTE
Nome di battaglia TELL
PARTIGIANO Ultima formazione 12° DIV BRA
Come gruppo eravamo proprio male armati. Avevamo
dei “Moschetti” e due mitragliatori con piedini e quindi non eravamo attrezzati
per effettuare scontri. Ricevemmo due “sten”, ma fummo incaricati di “sabotare”
la linea ferroviaria Asti- Chivasso. Avevamo preparato delle “bombe” con del
“plastico” che ci avevano fornito e mediante le “micce” “nera”(lenta) e
“gialla” (veloce) le facevamo esplodere danneggiando i binari.
Mantenemmo
sempre buoni rapporti con i contadini della zona e mai mettemmo a rischio la
sicurezza degli abitanti con attacchi sconsiderati, e nemmeno ci impossessammo
di animali da trasporto o per mangiare.
Ci rendevamo conto che non eravamo sufficientemente equipaggiati per
attaccare. Infatti ci limitammo a sabotare la linea Asti Chivasso Torino o ad
andare a effettuare dei colpi di mano con i colleghi della Il LANGHE.
Consapevoli dei limiti che avevamo come armi, quando ci chiamavano sulle
colline di Neive di Barbaresco o Treiso, non passavamo per Alba, presidiata dai
“repubblichini” ma scendevamo a Baraccone e con il traghetto del “porto di
Neive” attraversavamo il Tanaro.
SEMPRE AIUTATI
Quando vennero
i tedeschi a Canale, ricordo che una volta mi trovai a casa. Ero nelle camere
sopra la Farmacia e mi avvisarono che i nazifascisti controllavano in paese.
Due anziane donne mi fecero salire nella soffitta e vi rimasi per due giorni
finchè non se ne andarono. A quel punto, con cautela, uscii dal nascondiglio e
raggiunsi i compagni al TORNIOLA.
INCARICATO
MEDICO DEL 48 Gruppo DIV.BRA
Nel gruppo
aiutavo a preparare le bombe per i sabotaggi e fungevo da medico.
Vi fu un’ emergenza “scabbia” e dovetti venire alla Farmacia a preparare
l’unguento. Si mischiava il preparato nel mortaio e lo si metteva in un
barattolo di vetro. Ricordo che a fine guerra ricevemmo un attestato di
ringraziamento per il contributo di collaborazione fornito come Farmacia. Anche
il gruppo di Montà comandato dal Partigiano Edo usufruì delle mie cure mediche,
poichè le condizioni igienico sanitarie procuravano sovente problematiche e io
se potevo accorrevo a curare i malati portando rimedi o medicinali, se
c’erano!
Quando poi le
problematiche si fecero più serie, Poli (Piero Balbo) ci consigliò di unirci ad
una Brigata più vicino, e ci unimmo alla “Bra”.
Noi Garelli eravamo in ottimi rapporti anche con i
Partigiani “Garibaldini” di Cattaneo “Gino” di Cisterna
CATTANEO
GINO 25/12/1921 COLLEGNO
AVIERE
GINO PARTIGIANO
CDO DIV.RENZO CATTANEO
Dal 10/03/1944 Al 08/05/1945
COMANDANTE
DIV Dal 01/01/1945 Al 08/05/1945, a cui uccisero il fratello “Renzo
Partigiano “Falco”
CATTANEO RENZO 24/08/1927
COLLEGNO (TORINO) –
FALCO
CADUTO 45°BRG Dal 11/09/1943 Al 01/05/1944
Grado
conseguito COMANDANTE
SQUADRA Dal 10/03/1944 Al 10/06/1944
Caduto il 27/07/1944 nel
Comune di MONCALIERI
CADUTO IN COMBATTIMENTO
CI UNIAMO ALLA
FORMAZIONE “BRA”
La Divisione
Bra a cui ci unimmo aveva il Quartier generale a Baldissero e quando si giunse
al 22- 23 -24 Aprile 1945 il COMANDANTE ICILIO RONCHI DELLA ROCCA San Miniato
(Pisa) 23 luglio 1910
Torino il 22 dicembre 1980, ingegnere, ufficiale
di carriera.
disse al Comandante “Don” di postarsi nella
direzione Sommariva Bosco , Caramagna, Racconigi.
Ci muovemmo in quella direzione e disponemmo un
accampamento in zona di Caramagna da dove potevamo osservare i movimenti di un
gruppo di repubblichini “Muti” che si era sistemato in una scuola. Assistemmo
al transito di una “colonna tedesca” che aveva ancora parecchi “mezzi blindati”
e mettemmo in atto il motto: “a nemico che si ritira : ponti d’oro!” anche
perché non eravamo attrezzati per attaccarli!
Fermammo invece, un camion tedesco che procedeva da solo e che scoprimmo
essere carico di soldati “ucraini”, arruolati forzatamente con le SS tedesche.
Questi, all’intimazione di arrendersi, non se lo fecero ripetere due volte,
alzarono le mani e consegnarono le armi. Erano molto impauriti poiché temevano
che noi ci comportassimo come i tedeschi, ma noi li tenemmo qualche giorno
reclusi e poi li consegnammo al Comando senza far loro nulla di male e anzi li
sfamammo lasciandoli stupiti!
Facemmo prigioniero anche un capo della Monterosa
e lo consegnammo al Maresciallo dei Carabinieri di Caramagna che ricordo si
chiamava Abba.
TRASFERIMENTO AL CASTELLO DI RACCONIGI
Il 24 o 25 Aprile ci spostammo verso il castello
di Racconigi dove c’era una postazione di “muti”. Ci sistemammo su una piccola
altura che ci permetteva di osservare il castello e il parco, e notammo che i
“muti” erano ancora insediati là! Il nostro Comandante Don chiese di procurarci
una moto, e uno che la sapesse guidare. Trovata la motocicletta un Partigiano,
mio amico di Canale si offrì per l’ azione! Fu applicata ad un’asta una
bandiera bianca e andò davanti al Castello per chiedere che si arrendessero.
Questi, come risposta iniziarono ad aprire il fuoco e lo costrinsero a scappare
velocemente.
Ci preparammo per snidarli il mattino dopo, ma
accerchiato il castello, scoprimmo che se ne erano andati nella notte passando
nel parco e andando verso Carmagnola.
Rimanemmo per circa un mese nei dintorni del
castello ma non potemmo entrare poiché il Sovrintendente ci intimò di non
toccare nulla. Noi rispettammo le consegne e fummo ben accettati dalla
popolazione che fece i festeggiamenti per la Liberazione insieme a noi. Nel
periodo in cui rimanemmo a Racconigi venne la Regina Maria Josè e il comandante
“Don” fece predisporre il gruppo per
rendere onore alla Regina. Furono organizzati dei turni per scortare la Regina,
e un “drappello” schierato si alternava sotto il porticato del castello sempre
pronto a scortarla. Ricordo che una Domenica uscì per andare alla S. Messa e in
quell’occasione ci recammo tutti alla Funzione in San Giovanni Battista.
Nel periodo in cui si rimase a Racconigi fummo
sistemati in un camerone del vecchio “manicomio”. Io e altri tre compagni ci
pagammo due camere in un’osteria.
La mensa per noi Partigiani era predisposta dal
“Partigiano “Branca” Sandri Giovanni di Monteu Roero. Era addetto agli acquisti
di vettovagliamento che venne a pagare direttamente il Comandante Iciglio
Ronchi della Rocca.
IL MIO AMICO
PIETRO CAUDA 1919
Pietro Cauda di Canale del 1919 partecipò alla campagna Greco
Albanese e fu preso prigioniero dai tedeschi. Prima fu internato nei campi di
lavoro in Germania e in seguito
Fu inviato in Polonia e ritornò gravemente malato
dalla prigionia. Scrisse un libro “Quasi una vita” in cui raccontò la sua vita
militare e me ne donò una copia dattiloscritta. Fu pubblicato dalla Pro Loco di
Canale.
GIORDANO GIOVANNI Partigiano "Gino"
27/01/1925
TREISO (CUNEO)
BORGATA PRANDI - DIANO
D'ALBA-RICCA (CUNEO) - ITALIA
CONTADINO
Reparto RSI 10° GRUPPO SPECIALE ARTIGLIERIA
Grado conseguito Dal 15/12/1944 Al 15/02/1945
Nome di battaglia GINO 2° DIV LANGHE 1° CMP BELBO
Prima formazione 2° DIV LANGHE 1° CMP
BELBO Dal 01/03/1945 Al 07/06/1945
Gianni, rimase in piedi ed esordì subito col presentarmi la foto del gruppo
dei Partigiani di San Rocco Cherasca. Dovetti chiedergli di sedersi e di
iniziare a raccontarmi di sè. Lo fece e alla domanda di dove visse la sua
infanzia e adolescenza, colsi un attimo di smarrimento subito risolto con un
sorriso di compiacimento, compresi che ne fu felice. Estrasse dal portafogli
due piccole foto tessera(le mamme)e una del papà, dalla borsina il quadretto
del papà in alta uniforme e dicendo<i miei vecchi, li porto sempre con
me> ancora un po’ emozionato iniziò.
Io sono Giordano Giovanni, nato a Barbaresco il 27 Gennaio 1925 e
residente a Diano d’Alba. A scuola andavo a Treiso poiché abitavo in Località
Ferrere, ma frequentai solo fino alla terza elementare. Una volta le famiglie
avevano tanti bambini e mio padre mi mise a servizio, avevo tredici anni. Devo
precisare che io persi la mamma che morì dopo pochi giorni dalla mia nascita,
aveva 20 anni. Gianni ha un momento di emozione e, guardando la foto della
mamma soggiunge: fui cresciuto da una
zia e certo non ho avuto le carezze che deve avere un bambino né le attenzioni
dell’infanzia , purtroppo la mia vita fu così.
Mio padre si risposò ed ebbe
altri quattro figli maschi. Abitavamo a
Treiso in Loc. Ferrere e io frequentai le scuole a Treiso solo fino alla terza
elementare. Ebbi come insegnanti le maestre Occhetti di Monteu Roero, la
Voghera che abitava tra Barbaresco e Neive e la Cavigliasso di Neive. Rimasi in
famiglia fino a 13 anni.
DA “SERVO” a 13 anni
Mio padre mi mise da servo e cambiai tre “Padroni”, un anno fui a servizio
a Castagnole Lanze. Mangiavo e dormivo dal mio padrone e la paga che era di
cinquecento lire All’’anno la ritirava mio padre, non la vidi mai! Venivo a
casa una volta al mese a portare a lavare i vestiti sporchi. Tornavo a casa l’
ultima domenica del mese e alla sera rientravo a Castagnole. Chiaramente andavo
e tornavo a piedi e mai nessuno venne ad accompagnarmi, avevo tredici anni. Di
quei viaggi ho il ricordo delle iscrizioni della propaganda fascista che vedevo
sui muri delle case.( “è l’ aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo
difende” L’anno dopo fui spostato a
Costigliole d’Asti presso un’altra cascina. Intanto mio padre, che era
Carabiniere fu richiamato in servizio, prima a Costigliole e poi trasferito a
Saliceto. Ricordo che la Domenica andavo a trovarlo e mangiavo in Caserma con
lui. Quando lui fu richiamato, essendo io il più grande dei figli, ebbi
l’incarico di lavorare le tre giornate di terra che possedevamo ai Prandi.
ARRIVA IL TEMPO DELLA LEVA
Mio padre, quando ricevetti l’ordine di presentarmi al distretto, mi disse
di stare a casa e di non preoccuparmi. Io, però, non ero per nulla tranquillo
perché sapevo dei rastrellamenti che facevano nelle Langhe e temevo venissero a
incendiare la cascina come facevano continuamente nei vari paesi. Vivevo col
terrore che arrivassero i fascisti e dovevo continuamente nascondermi appena
qualcuno avvisava che stavano arrivando. Questi effettuavano i rastrellamenti
alla ricerca dei”disertori” come me, girando in incognito con delle biciclette
e a volte non si sentivano arrivare.
AVREBBERO UCCISO MIO PADRE
Un giorno, io ero in casa e arrivò urlando mio fratello Aldo che era del
1927 e che morì nel 1949 perché soffriva di soffio al cuore. <iè i fascisti,
iè i fascisti! Scapa!>. Sentendo quanto diceva, decisi di nascondermi nello
spazio che c’era tra “la trameza e rà sofia”(soffitto di assi di legno e la
soffitta). Saltai sul mobile che era sotto la botola, la aprii e mi acquattai
su quelle assi attendendo che arrivassero i fascisti. Dopo poco tempo sentii
che dicevano a mio padre che era a casa: “consegnaci tuo figlio Giovanni del
’25 o ti sparo”. Mio padre disse che non c’ero, ma io a sentire che gli
avrebbero sparato, urlai che mi arrendevo e saltai fuori. I fascisti entrarono
in casa e gettarono tutto per aria, ma non trovarono nulla di compromettente e
neppure le due “rivoltelle” che mio padre teneva nascoste sopra la “guarda
roba” (armadio)
AD ALBA IN PRIGIONE
Dopo aver rovistato per la casa, mi obbligarono a portare il carretto con
la mitragliatrice sopra e loro in bici mi scortarono fino ad Alba. Temetti di
essere fucilato, invece mi portarono nell’interrato del Convitto dove avevano
gli alloggiamenti avendo mandato via i preti e gli studenti. Nei sotterranei,
usati come carceri vi erano già una ventina di persone. Ricordo che era buio e
la luce era fornita solo da una lampadina che illuminava scarsamente. In fondo
al camerone vi era “na tola”(una latta) che serviva da latrina per i bisogni di
tutti. Per dormire vi erano delle panche larghe 50 cm e lunghe un metro e
ottanta. Faceva freddo e non avevamo coperte o altro. Mio padre venne a parlare
con un maresciallo fascista e questi
acconsentì a farmi lavorare di giorno andando a raccogliere il pane
avanzato per i muli e in cucina a pelare patate e carote, alla sera tornavo a
dormire nel sotterraneo. Per tre mesi condussi quella vita lì, e devo dire che
mi andò bene, poiché il loro regolamento parlava chiaro: I giovani di leva che
non si fossero presentati alle caserme sarebbero stati ritenuti DISERTORI E
FUCILATI.
L’ INTERROGATORIO
Ebbi la fortuna di non essere condannato a morte, ma dovetti sottomettermi
a svolgere questi lavori per i fascisti. Fu un periodo veramente duro poiché la
sera comunque venivo riportato nei sotterranei per trascorrere la notte. In
quel carcere trovai anche il padre di un mio coscritto (Felice Fontana Liciòt)
che era stato imprigionato perché il figlio era andato con i Partigiani e gli
era stato detto che se il figlio si fosse presentato lo avrebbero lasciato libero. Ma il padre, un
omone di 120 kg, sapeva benissimo che se il figlio si fosse presentato sarebbe
stato ucciso, e per questo non parlò mai e lasciò che lo costringessero a
quella carcerazione e sofferenza: immaginatevi una persona di quella stazza a
dormire su quelle panche e ad essere continuamente assillato con interrogatori
che erano vere e proprie torture!
Per quanto mi riguarda, rammento che ogni settimana venivo convocato dal
comandante fascista e venivo sottoposto ad un interrogatorio che aveva come
obiettivo di impaurirmi e farmi dire cose che mi avrebbero condannato. Il
fascista, un ufficiale, era seduto alla scrivania e aveva la pistola in bella
vista, in mano teneva il frustino e mi poneva domande come: < Con quali
Partigiani stavi? Dimmi qualche nome! Quali armi hai usato? > Io rispondevo
sempre che non ero mai stato con i Partigiani e che non ne conoscevo, e che di
armi non ne possedevo e non ne avevo mai usate! Dopo un po’ di volte che
rispondevo sempre allo stesso modo, il fascista mi colpiva in faccia col
frustino e faceva portare via. Questo trattamento mi fu riservato per tre mesi
ogni settimana e ti garantisco che mi stava facendo crollare i nervi. Ero
disperato.
Mi vestirono anche da fascista e mi diedero in dotazione il Moschetto 38
con baionetta fissa. Tutte le sere con altri ero costretto a fare servizio sul
Borgo Tanaro dove vi era il peso pubblico e il Corpo di guardia. Si stava due
ore nella “CASA MATTA” gabbiotto con le feritoie per avvistamento e poi si
andava al Corpo di Guardia per il riposo. Questo servizio durava tutta la
notte. Ricordo che vi erano due Militi che provenivano dalla Pia Società San
Paolo e ci facevano pregare, il loro nome era Gigliotti e Delprete. A fine
guerra venni a trovarli in San Paolo ad Alba e ne trovai solo uno, l’altro era
stato trasferito.
L’unica cosa positiva della vestizione da fascista fu che mi portavano in
Convitto a mangiare e a dormire nelle camerate e non più nei sotterranei.
Purtroppo però, i letti e gli armadietti era infestati dai pidocchi e
nonostante ogni settimana ci cambiassero gli indumenti intimi ne eravamo pieni.
COME NON PARTECIPAI AL
RASTRELLAMENTO
Oltre alle guardie ed ai servizi nelle camerate, noi prigionieri del
Convitto, quando fummo “vestiti da fascisti”, ci volevano portare ad effettuare
i rastrellamenti per cercare di convincerci a diventare “fascisti”. A me questo
proprio “non andava giù”, odiavo le armi e non volevo essere dei loro! Mi dava
fastidio anche il modo che avevano “i miliziani” di sceglierci per i
rastrellamenti: chiamavano per cognome e se qualcuno non rispondeva all’appello
sparavano nel soffitto per impaurirci. Presi una decisione, andai nel bagno e
toltomi la scarpa mi diedi un forte colpo con il calcio del fucile sull’alluce,
quindi andai dal ufficiale medico e gli dissi che avevo un unghia incarnita che
mi aveva fatto gonfiare il dito e quindi non potevo mettere la scarpa né
camminare. Questi capì subito che mi ero ferito con il moschetto ma non prese
provvedimento e così rimasi dolorante per tre giorni senza poter uscire.
Rischiai molto, perché avrebbe potuto denunciarmi e farmi fucilare! Anche in
questo caso ebbi la protezione del mio Angelo Custode! Mia Mamma.
LA FUGA DEI “RASTRELLATI” DALLA
CASERMA
Nella notte del 9 settembre 1943, mentre ero di guardia a Borgo Tanaro,
arrivò la notizia che trecento “rastrellati”, così erano chiamati i giovani di
leva che come me non si erano presentati spontaneamente alla R.sociale, erano
fuggiti dalla Caserma di Corso Piave armati e affardellati.(conferma del
racconto effettuato a Renzo Tablino dal soldato Angelo Racca. Vedi GAZZETTA
D’ALBA 12 SETTEMBRE 2013 Il DRAMMA DEL 43° RGT FANTERIA) La notte stessa venne
l’ufficiale fascista e chiamò noi tre rastrellati (Giordano, Ghignotti,
Delprete) e ci condusse in Convitto dicendo che era per cambiarci il Moschetto
con un fucile automatico, invece ci disarmarono e non ci diedero più nessuna
arma. Comprendemmo dopo il perché del disarmamento, temevano che anche noi
tentassimo la fuga con le armi. Per tre giorni ci tennero segregati nei
sotterranei poi il quarto giorno arrivarono due autotreni e ci caricarono per
condurci a Torino. Nella notte prima della partenza per Torino qualcuno di noi
che era in contatto con i Partigiani li avvisò del trasferimento e questi
dissero che avrebbero “attaccato” il convoglio nel tratto tra Mussotto e Bra,
ucciso gli autisti e ci avrebbero fatti fuggire. Noi essendo avvisati,
rimanemmo pronti, ma l’attacco non avvenne e fummo condotti all’Arsenale in
pieno centro di Torino. In questa grande Caserma fummo ammassati nei
sotterranei e il giorno dopo suddivisi in gruppi di 7/8 nelle varie Caserme
torinesi.
FUGA DALLA CASERMA VALDOCCO
Io fui condotto alla Caserma di Polizia di Corso Valdocco. Qui mi armarono
nuovamente per effettuare servizio di guardia interno. Dopo tre o quattro
giorni tre dei miei compagni fuggirono. Noi rimanenti fummo chiamati dal
Maggiore che ad uno ad uno ci disse che aveva avuto l’ordine di fucilarci
poiché gli altri erano scappati. Io,
impaurito dissi che non intendevo fuggire e che avrei fatto il mio dovere e fui
talmente convincente che il Maggiore mi diede 5Lire di premio. Lo ringraziai,
ma due giorni dopo senza dire niente a nessuno mi presentai alla porta carraia
e dissi che non mi sentivo bene e andavo all’osteria che era oltre la strada a
bere qualcosa e sarei subito tornato portandogli una bibita. La guardia
acconsentì ed io attraversato il corso entrai nell’Osteria e uscii da una porta che dava sul corso
dietro in via Cernaia, presi il Tram n. 13 e con l’aiuto di una Staffetta andai
in Val Salice. Strada facendo trovai altri fuggiaschi e salimmo a dormire preso
L’EREMO da una famiglia che ci fornì abiti civili e ci liberammo della divisa.
L’INCONTRO CON I PRIMI RIBELLI
Dalla collina di Torino, in tre, sempre a piedi e attraverso i campi
arrivammo nei pressi di Pralormo, dove dei contadini ci indicarono una cascina
dove avremmo trovato i Partigiani. Questi erano in molti e tutti armati “fino
ai denti”, avevano delle barbe lunghe e dopo aver ascoltato della nostra fuga
ci rifocillarono e ci lasciarono ripartire. Arrivammo a Santa Vittoria e
siccome scendeva la notte chiedemmo ospitalità ad una cascina proprio sopra lo
stabilimento Cinzano. Trascorremmo la notte, ma dal timore di essere presi non
dormimmo per nulla.
ATTRAVERSAMENTO DEL TANARO E ARRIVO
A RICCA DI DIANO
All’alba ci portammo sulla riva del Tanaro e pagammo un Carrettiere che con
il cavallo e il carro dalle grandi ruote traghettava i dipendenti della
Cinzano. Arrivati al Gallo ci dividemmo, uno era di Monforte e uno di
Serralunga. Io salii a Diano e scesi a Ricca, ma siccome era ancora giorno mi
nascosi nel boschetto dove oggi c’è lo Sferisterio e attesi che facesse notte. Anche in questo caso, ebbi
grande paura perché ogni tanto passava qualcuno e temevo di essere visto e
denunciato. Vidi passare il macellaio Renzo che fece finta di niente e solo a
guerra terminata mi confidò di avermi notato ma di non averlo riferito a
nessuno. Con il buio raggiunsi casa mia ai Prandi dove sapendo che era
pericoloso rimanere andai a nascondermi dalla zia Antonietta a Treiso. Lei era
la moglie del fratello di mio padre, anche lui Carabiniere. Rimasi otto dieci
giorni da lei poi decisi di tornare a casa.
BRUTTO INCONTRO SALENDO A TREISO
Mi avviai per la strada che da Loc. Ferrere porta sul crinale di San
Stefanetto e poi a Treiso. Terminata la salita giunsi al bivio che a sx scende
a Trezzo Tinella e a dx spiana fino all’incrocio con la provinciale e a
trecento metri mi trovai tre tedeschi che mi intimarono di alzare le mani e
fermarmi. Decisi in un attimo e iniziai a correre a rotta di collo nel campo di
meliga che costeggiava la strada verso la Val Tinella, Trezzo. Non mi voltai ma
sentii sibilare i proiettili finchè incrociai lo Rian (il canalone) trecento
metri sotto e sentii commentare: <l’abbiamo ammazzato!>. Avevano smesso
di sparare convinti di avermi colpito. Anche in questa occasione, me la cavai
sotto quella pioggia di proiettili. Procedetti nel letto del rio e raggiunsi la
provinciale per Trezzo e attraverso le vigne e i campi risalii a casa ai
Prandi. Gianni rivive con fatica quella fuga e si chiede come riuscì a
sopravvivere, ma è un attimo e subito reagisce, riprende a raccontare seguendo
la pellicola del film delle sue peripezie.
ANDAI CON I PARTIGIANI
Rimasi pochi giorni a casa e nuovamente mi trasferii a Ferrere dalla zia.
Ero consapevole dei rischi che correvo io, se mi prendevano mi fucilavano, e
dei pericoli a cui sottoponevo chi mi nascondeva, avrebbero bruciato e ucciso
chi mi ospitava. A vent’anni si era poco aperti agli altri e io rimuginavo
queste cose durante i miei trasferimenti e pensavo a mio padre che non voleva
andassi con i Partigiani. Effettuai alcuni spostamenti per nascondermi, poi mi
accordai con altri miei compagni di San Rocco Cherasca e formammo un Gruppo
aggregato alla II Divisione Langhe con Mauri, anche se io non lo vidi mai. Al
nostro gruppo venne dato in dotazione un mitragliatore, ma noi di comune
accordo decidemmo di mai attaccare né i fascisti né i tedeschi poiché sapevamo
che questi avrebbero effettuato ritorsioni sui contadini e la gente della zona.
Non sparammo mai e neppure ci recammo dalle cascine di cui conoscevamo i
proprietari a prendere una gallina o un vitello o i salami. I contadini
“odiavano i partigiani” e quindi anche noi poiché non distinguevano tra chi si
comportava bene o male. Noi pertanto si decise di stare alla larga dalle
cascine e cambiare sovente nascondiglio, si andava a mangiare nella Piola di
Manera e ci fu sempre dato senza pagare, d’altronde non potevamo pagare poiché
soldi non ne avevamo.
DAI ZANOT VEDEMMO UNA COLONNA DI
TEDESCHI
Il nostro gruppo si spostava da Manera ai vari punti più alti per avvistare
l’arrivo dei nazifascisti e poter avvisare altri gruppi. Un giorno eravamo ai
Zanot, località in alto, cinquecento metri prima del Mulino Poggio che era in
basso e scorgemmo una colonna di tedeschi che saliva a Manera. Era composta da
molti carri trainati dai cavalli e squadroni di uomini a piedi e avremmo potuto
attaccarli ma saggiamente ci rendemmo conto che se noi avessimo sparato anche
un solo colpo quelli avrebbero incendiato tutta la valle. Così segnalammo
l’arrivo ma li lasciammo procedere.
APRILE 1945 SCENDEMMO AD ALBA E POI
A TORINO
Ad Aprile lasciammo le colline per entrare in Alba, era dopo il 15 e
Gagliardi e Rossi, i due terribili comandanti fascisti erano già stati
arrestati. In Alba vi era una grande desolazione provocata dai bombardamenti e
dalle sparatorie. Gli albesi erano tutti rintanati in casa e nessuno osava
uscire. Io ero armato con il moschetto 38 mentre altri miei compagni chi aveva
lo Sten e qualcuno il Mitra, ma procedevamo guardinghi poiché non sapevamo se
ci fossero ancora dei fascisti o dei tedeschi nascosti. Andai al Convitto, al
presidio fascista per vedere chi ci fosse ancora, siccome vi ero stato parecchi
mesi e ne avevo conosciuti tanti. Salii nelle camerate e trovai molti giovani
volontari impauriti che riconoscendomi mi chiesero cosa sarebbe stato di loro. Io
li tranquillizzai, dicendo che a breve li avrebbero lasciati liberi, ma non ne
ero sicurissimo poiché sapevo che tra i partigiani vi erano degli esaltati che
erano capacissimi di uccidere senza chiedere perché quei ragazzini si erano
arruolati nella Milizia. Erano proprio dei ragazzini, avevano 18 anni soltanto,
alcuni, e non avevano avuto né l’occasione né il coraggio di fuggire dai
fascisti. Fortunatamente dopo qualche tempo li lasciarono liberi. Andai anche
con i miei compagni a vedere Rossi che era in prigione, volevo vederlo bene in
faccia e gli urlai con gli altri qualche insulto, ma lui col volto segnato
dalle percosse subite, non si scompose, continuò a camminare e a fumare nervosamente.
Il 27 ci caricarono sopra dei camioncini mézi rot(sgangherati), che erano
stati requisiti e ci portarono a Torino. Anche i fascisti erano malmessi come
mezzi di trasporto, ricordo che avevano solo due piccoli carri armati Balilla e
ai rastrellamenti ci andavano con le biciclette che sovente venivano guastate
dai partigiani.
A Torino ci fermammo in Corso Casale e fummo alloggiati all’Albergo Cucco
per mangiare e in un capannone dove vi erano delle scuole, per dormire.
CASERMA DI VIA ASTI
In via Asti , parallela di Corso Casale, vi era la Caserma dell’R.S.I. dove
venivano torturati i Partigiani. Ricordo che andammo nei pressi e assistemmo ad
atti di vendetta che mi turbarono. Asserragliati nella Caserma vi erano dei
fascisti che quando furono stanati vennero gettati nel PO dai partigiani mentre
altri li utilizzavano come bersaglio dei loro fucili. Furono scene che
disapprovai e che son rimaste per tutta la vita nei miei ricordi.
Il giorno successivo ci spostammo presso il Palazzo Reale in centro dove si
erano radunati tantissimi partigiani.
DALLE SOFFITTE SPARARONO
Intanto che eravamo accalcati nel grande piazzale si udirono degli spari e
parecchi Partigiani furono feriti. In quella confusione partirono alcuni
partigiani più ardimentosi e salirono a bloccare lo sparatore. Si seppe che era
un Capitano sui cinquant’anni. Io assistetti alla scena e vidi che lo
trascinarono giù per le scale. Quando lo portarono nel grande camerone gli
avevano già strappato i vestiti di dosso ed era stato malmenato e ferito. Vi
era un gran vociare attorno e vidi una scena raccapricciante che mi costrinse
ad andarmene fuori. Mi vengono ancora i brividi a raccontarlo: Un partigiano
che aveva fama di essere un “carnefice” estrasse il pugnale che portava sempre
in bella vista nel fodero allo stivale e prima iniziò a ferirlo nelle gambe
provocandogli grandi fuoriuscite di sangue e poi gli tagliò i testicoli e
glieli mise in bocca! Anche se avevo vent’anni come tanti altri, al vedere
quelle atrocità uscii disapprovando. Questa è verità che vidi con i miei occhi.
Per dileggiarlo ulteriormente, lo presero in due o tre e lo misero in un
grande armadio del salone.
Oltre a questi brutti ricordi di Torino ho anche in memoria le feste che
tributarono i torinesi sia a noi Partigiani sia agli americani – Brasiliani.
Questi erano bellissimi nelle loro divise di panno eleganti, con gli stivaletti
lucidi. Il camion Dodge che apriva la sfilata in via ROMA, aveva un aquila
morta con le ali aperte appesa al radiatore, forse a simboleggiare la fine del
REICH
Ad ascoltarlo siamo tutti commossi e Gianni capendo che sembra inverosimile
ciò che racconta, precisa che non dice bugie né racconta fantasie è tutta
verità, vita vissuta.
Nel 1946 mi
arrivò la “cartolina di precetto” e dovetti partire per il Servizio Militare.
Fui inviato a Messina e siccome sul foglio matricolare era indicato che ero
stato Partigiano, mi fecero evitare il C.A.R. (Centro addestramento reclute),
mi dissero:” poiché avevo già conoscenza dell’uso delle armi”. In verità né con
l’R.S.I., né con i Partigiani io non avevo mai sparato né fatto pratica con le
armi, ma non dissi nulla a nessuno e svolsi i miei servizi sperando che anche
quel periodo trascorresse velocemente.
ALTRA BEFFA
Quando tornai
dal Servizio Militare, un mio amico mi disse che chi aveva svolto il periodo
nei Partigiani aveva diritto ad una piccola pensione. Mi recai al Distretto e
mi sentii dire che al “contributo” avevano diritto soltanto quelli delle leve
fino al 1924. Mi feci una bella risata e ringraziai Iddio per avermi concesso
di uscire indenne dal periodo di Guerra e di Militare. Iniziai a lavorare e ed
ebbi tanti amici e soddisfazioni che mi hanno permesso di vivere sereno fino ad
oggi.
ALL’OTTO SETTEMBRE venni a
casa dal Brenero con Fredo Giletti del Casasse di Neive. Suo Padre Pinoto era
anche Commerciante da bestie come mio padre. Ci conoscevamo perché seguivamo i
nostri padri sui Mercati e destino volle che ci trovassimo a Cuneo al Comando
di Divisione quando tornò dalla Russia.
L’otto Settembre ci trovammo
ad Appiano di Bolzano e al comando di un Capitano di Roccavione che si era
rifiutato di consegnare le armi salimmo al Colle della Mendola. Il giorno dopo
vedemmo due autoblindo che sventolavano bandiera bianca. Fummo radunati sotto
degli alberi e il Gen. Tassi, un fascistone che io ascoltavo sempre intento a
telefonare a Mussolini, poiché ero al comando di Divisione, ci disse: <
Alpini , Badoglio ha firmato l’Armistizio, ma noi non siamo d’accordo e siccome
siamo malvestiti, male armati abbiamo deciso con i camerati tedeschi di
consegnare le armi e andremo in Germania dove avremo divise nuove e armi nuove
così potremo combattere con loro per la “vittoria finale”>
Il Capitano, in segreto ci
chiese se volevamo fuggire per evitare la Germania. Molti di noi aderimmo
subito e allora ci invitò a preparare lo zaino . Nella notte scendemmo a Follo
e poi percorremmo la val di Non. A Malé incontrammo dei militari che
rientravano alle loro case e spiegando loro cosa era successo ci consigliarono di liberarci
degli abiti militari e di fornirci di documenti altrimenti i nazisti ci
avrebbero deportati in Germania. Giunti a Malè andai in Municipio e mi feci
preparare la carta d’identità, che ho ancora qui conservata. Dovemmo
attraversare il Po e grazie a un pescatore che aveva conservato e nascosto un
barchino, a tre alla volta ci portammo sull’altra sponda. Fu un tragitto
pericoloso poiché oltre al timore di essere visti dai nazi-fascisti rischiammo
di affondare poiché la barca faceva acqua e così dovevamo usare una latta per
toglierla dal fondo!
Arrivammo a Valenza e si seppe che ad Alba il
Colonnello aveva consegnato ai nazisti tutto il 43° fanteria e ci consigliarono
di non andare verso Alessandria ma verso Cantalupo. Così facemmo e a Cantalupo
una donna ci disse di informarci presso un Capo-treno del posto. Questi ci
rassicurò e ci fece salire sulla locomotiva nel vano carboniera, così nel caso
ci fossero stati problemi il fuochista ci avrebbe avvisati con un fischio della
vaporiera. Tutto andò bene ed io fui il primo a scendere a Castagnole Lanze, da
dove procedetti a piedi per la Val di Bera e raggiunsi Riforno, casa mia in
piena notte. Esitai un po’ prima di svegliare tutti, poi sommessamente chiamai
la mamma! Mi sentì subito e diede voce a tutti: <jè Felice, jè Felice!>
Era il 21 Settembre 1943
21 SETTEMBRE 1943 PRIME
DECISIONI E LA BASE AD ALBA
Quando fui a casa cominciai a
chiedere come fosse la situazione, dalle nostre parti e si seppe che ad Alba i
nazifascisti avevano ucciso parecchia gente e che erano transitati i militari
provenienti dalla Francia che avevano abbandonato mezzi e armi . I famigliari e
i giovani che venivano dalla mamma per tabacco mi dissero che avevano fatto
rotolare negli rian mezzi e armi per evitare di avere grane con i fascisti.
Insieme si decise di prendere le armi e nasconderle dentro dei sacchi del
cemento e poi dietro a un muro a secco in costruzione al “Brich drà riana” di
nostra proprietà. In seguito seppi che a Neive Giovanni Negro aveva organizzato
e “dèsvijà” i giovan, che a Cossano Poli, che era rientrato, aveva formato un
gruppo di “ribelli” e che anche a Mango vi era il Professor Gallina Oreste(1894
Capitano nella guerra del ‘15/18), conosciuto come
antifascista operava con Carletto Morelli che diventò Vicecomandante della II
DIVISIONE LANGHE.
Valutando queste informazioni
e tenendo i contatti tramite “Talina” del Bar di Neive che era la sorella di
Rita che abitava a Mango, decidemmo di formare un nostro gruppo collegato al
Prof. Oreste, considerando che conoscendo i nostri territori avevamo la
possibilità di nasconderci ed essere al sicuro riparando nei rii e nei sentieri
della boscaglia.
Così facemmo e si collaborava
con Poli e Pinin suo padre amico di mio padre e grande antifascista. Eravamo
ben organizzati e collegati sia con Neive poiché mia sorella Elia del 1925 ci
portava le informazioni mentre scendeva per la “levata” (prelievo dei Sali e
tabacchi) e tenevamo i collegamenti con il gruppo di Cossano che aveva base al
Bricco della Rovere. Da Riforno si vede benissimo èr Brich drà Rò e avevamo
queste segnalazioni: stenduva rossa ALLARME STATE FERMI
Stenduva bianca TUTTO
TRANQUILLO
Stenduva neira: TENSSION CH’IV
MASSO!( ATTENZIONE VI SPARANO)
COLLABORAI CON “DIAZ” CON
PIERRE GHIACCI E CON POLI
Siccome abitavo in una
località strategica e vicina a Neive, Mango e Cossano, collaboravo con tutti.
Inoltre avevo svolto attività di commerciante di bestiame con mio padre e
conoscevo bene strade e sentieri poiché conducevo a piedi gli animali per i mercati
di Nizza e di Alba. Piero Ghiacci quando doveva effettuare qualche azione
veniva a chiedere a me e diventammo grandi amici.
DALLA TORRETTA DI SAN DONATO A
SAN BOVO DI CASTINO
Il 16 agosto ci fu lo scontro
alla Torretta dove caddero otto nostri compagni. Fu allora che si evidenziò la
scarsità di munizioni! Noi avevamo armi e uomini ma poche munizioni. Quando il
diciotto agosto venne Mauri a San Bovo e si stipulò la fondazione della Brigata
Belbo che avrebbe avuto come segno distintivo il fazzoletto blu. Lui aveva già
formato la prima divisione Langhe con Bogliolo. Dopo 4 o 5 giorni
paracadutarono un ufficiale inglese, il Maggiore Temple, che sarebbe stato
l’Ufficiale della nostra Brigata. Andammo a prenderlo a Cigliano sotto
Monesiglio e diventò subito ottimo amico di Pinin e Poli che essendo stati in
Australia parlavano benissimo l’inglese. Temple lanciò subito la proposta per
la costruzione del CAMPO D’AVIAZIONE che
servisse alla II Divisione Langhe.
LA RICETRASMITTENTE ALLA
CASCINA “LODOLA”
Con l’arrivo di Temple il
Comando della Brigata Belbo si trasferì alla cascina Lodola di Castino e
intanto che si cercava il luogo per un campo di aviazione o almeno di
atterraggio che servisse come base ‘di appoggio per l’eventuale sbarco nel
Mediterraneo fu effettuato il lancio paracadutato di una piccola “radio
Ricetrasmittente”. Si individuò il radio-telegrafista che era a Neviglie e si
trovò un luogo per far funzionare la Radio proprio poco sopra la Cascina
“Lodola” con grande soddisfazione del Maggiore Temple.
IL CAMPO D’AVIAZIONE A VESIME
Un giorno Temple disse a Poli
che occorreva accelerare i tempi per la costruzione del campo di aviazione.
Poli caricò il Maggiore sulla moto e si avviò verso Cortemilia a perlustrare la
zona verso ACQUI, QUANDO FURONO A Vesime alla Cascina Cavallero, Temple fece
fermare Poli e gli indicò il campo oltre il Bormida. Gli disse che il campo
andava realizzato proprio lì. Si presero i contatti e si stabilì di iniziare i
lavori. Quando scendemmo per iniziare fu incredibile quanta gente arrivò con
zappe, badili e carri per collaborare. Si abbattè e ricostruì il portico che
ingombrava e si spianò il campo che risultò di 380 metri. Temple disse che era
un po’ corto ma che si poteva provare. Si fece venire l’ apparecchio pilotato
da “Giacomino”. Doveva venire anche Ghiacci, ma per qualche impedimento non
arrivò.
Si portò l’aereo proprio al
limite dell’erta del campo e dopo aver battuto bene la pista con pietre, si
diede massima forza al motore rollò con potenza e ad un certo punto si alzò.
Passò a non più di tre metri sopra i “fornèi” delle case di Vesime, ma decollò!
Il commento unanime fu che occorreva allungare la pista.Detto fatto si decise
di incanalare “rà riana” con dei tubi e si prolungò la pista di ben 280 metri.
Anche a questa attività collaborò tantissima gente e il campo funzionò.
Atterrarono dei Bimotori e scesero dei paracadutisti. Il Campo risultò di
grandissima utilità poiche oltre a permettere di portare uomini e materiali,
servi per il trasporto di feriti e malati che curati nel piccolo Ospedale di
Cortemilia poi avevano bisogno di cure in centri appositi. Mediante i trasporti
aerei arrivarono anche buoni quantitativi di “penicillina” che servì ai medici
a curare anche bambini e adulti che cronicizzavano malattie incurabili senza
quel medicinale.
IL LANCIO DELLA VAL DI BERA
Tra il 18 e il 19 agosto fu
effettuato il Lancio che cadde nella Val di Bera. Si attendeva un lancio tra
San Donato e Mango, ma per un errore del Pilota fu sganciato oltre. Intanto
avendo sentito il rumore dell’apparecchio si temette fosse “pippo il repubblichino”
che aveva scaricato su Mango alcune bombe e quindi non si fecero segnalazioni,
così il pilota sganciò in ritardo e finì nel territorio di Val di Bera. Venne
da me un certo Borello e mi disse cosa era avvenuto. Incredulo radunai alcuni
miei amici e con delle biciclette ci recammo a vedere. Vi erano tutti i
paracadute agganciati agli alberi e da questi penzolavano i bidoni con armi e
materiali. Immediatamente, come prima cosa tagliammo i fili dei paracadute e li
togliemmo dalla vista. Avevano sganciato in territorio di Mango e Castiglione
ma erano finiti in quello di Neive e Castagnole. Il problema era che a Neive
era stanziata la “repubblica”. Anche in questa occasione vennero in tanti ad
aiutarci e così portammo le armi al “Gallo” di Mango passando da Coazzolo e il
vestiario ed altre armi le portammo in un campo di proprietà della mia
famiglia. Qui con l’aiuto di una cinquantina di persone realizzammo dei solchi
e sotterrammo tutte le casse. Fatto questo andai a San Bovo di Castino ad
avvisare Poli del recupero. Incredulo venne con Moretto alla guida del 1100,
con Jhon, e Piero Ghiacci. Il materiale fu trasportato a San Donato ed io ebbi
due Sten. Ci fu qualche discussione con “Freccia” di Castglione Tinella(mio
cugino) che venne a reclamare parte del materiale, ma questo servì a vestire ed
armare i nuovi arrivati!
LA PRESA DI ALBA 10 OTTOBRE 2
NOVEMBRE 1944
Andai alcune volte con
“CARLETTO” dal Vescovo di Alba Monsignor Luigi Maria Grassi. Lui voleva bene ai
Partigiani e insisteva affinchè prendessimo Alba. Io avevo chiesto a Carletto cosa avremmo dato
da mangiare ai giovani Partigiani con i quali avremmo conquistato Alba, e lui
mi rispose che non sarebbe durata molto! Doveva essere più che altro una
dimostrazione di forza del partigianato. Ricordo sempre che disse” r’oma da
feje voghe che soma bon a pié èr sità, che soma nèn di “bandì” dobbiamo
dimostrare che siamo capaci a prendere le città, che non siamo dei “Banditi”. E
fu così, riuscimmo nell’intento e poi dovemmo lasciare la città. L’ordine
arrivò anche dal Vescovo: < non sparare un colpo in città!> Questo perché
i fascisti non aspettavano altro per obbedire a Mussolini e Graziani che
avevano detto> Alba deve essere presa a ferro e fuoco!>.Io andai a Castel
Gherlone con Piero Ghiacci, eravamo fradici e sporchi di fango comprese le
armi. Mentre risalivamo un “rivass”, stanco e depresso dissi: < ma come ci siamo
ridotti!> Piero mi rincuorò dicendomi di fare ancora uno sforzo e di
arrivare fino a Mango, poi qualcosa avremmo deciso. E infatti a Mango
rimettemmo in forze.
Certo con i rastrellamenti per
noi Partigiani fu terribile, come lo fu per i contadini che tuttavia compresero
cosa stavamo facendo e collaborarono. I Partigiani a costo di gravi perdite
effettuarono imboscate ai nazifascisti che così iniziarono a comprendere di che
pasta erano i Partigiani.
TATTICA CON “IL GRIGIO” E
“GIORGIO”
…Arrivammo a Vesime e ci
incontrammo con Il Grigio e con Giorgio e stabilimmo di utlizzare la tattica
dei “movimenti notturni” avendo capito che i nazifascisti di notte non si
muovevano. Noi conoscevamo bene i sentieri e gli attraversamenti dei fiumi ed infatti
trovammo un piccolo pontile che ci permise di attraversare indisturbati il
Bormida e di evitare i rastrellamenti.
PROTEZIONE ALLA FAMIGLIA DEL
RABBINO DI TORINO
…Le operazioni di noi
Partigiani non erano solo di guerriglia ma anche di protezione di chi doveva
proteggersi dai nazifascisti. Ad esempio col mio gruppo abbiamo protetto e
nascosto la famiglia del Rabbino di Torino che nascondemmo presso una famiglia
Ao “Lan” di Mango sotto il Bricco d’AVENE. Vi era lui, la moglie e un figlio di
nome Gilio. Altri due figli furono deportati in Germania e da qui uno non
tornò.
Qualche problema lo crearono,
poiché il padre anziano pretendeva che mia mamma gli fornisse una “toma” al
giorno poiché lui non mangiava carne di maiale, e il figlio voleva che lo
portassi a Vesime e lo facessi salire su un aereo che lo portasse a Roma. Fu
difficile gestirlo e fargli capire che si era in guerra!. Dopo la guerra Il
figlio riuscì a tornare in Israele.
GESTIRE I GIOVANI PARTIGIANI
Fu anche complicato far capire
ai giovani Partigiani che non dovevano approfittare dell’essere armati.
Qualcuno infatti si recava al Mulino e si faceva consegnare la farina, ed era
difficile far comprendere che la violenza e la sopraffazione non doveva essere
la nostra legge.
FORMAZIONE DELLA II DIVISIONE
LANGHE
Dopo la costruzione del campo
di aviazione di Vesime a Castino si formò la II Divisione Langhe.
LA BATTAGLIA DI ALBA 15 APRILE
1945
Il 15 Aprile con la squadra di
cui ero capo entrammo per primi in Vescovado. Poi tornammo alla Vernazza con
Gandino e Farinetti mentre i paracadutisti inglesi (vedi fatto narrato da Piero
Berutti) sparavano da Altavilla.
26 Aprile 1945 ALBA LIBERA
IL PRIMO MAGGIO si fece la sfilata e conobbi
Sandro Pertini. Quando fu Presidente della Repubblica mi nominò Cavaliere della
Repubblica
ERAVAMO UNA BELLA SQUADRA
Ricordo volentieri i miei
compagni Partigiani: Teresio dèr Mancin, Dario Arossa “Caccia”, Bindello
“Pitros”, Giachino “Marien”, Risso “Tilio”, Rivetti Guido,
Giovanni alla Canova ricordo Caduti
NEGRO GIOVANNI ED ESTERINA
Il papà, fu socialista
fin dal 1915/18. Già allora pagarono per il loro antifascismo! Fu fatta chiudere l’Osteria di San Rocco per un certo
periodo di giorni come azione intimidatoria.
A Neive, negli anni ’40 in casa Negro, nella grande cantina si davano convegno
alcune persone antifasciste il papà offriva loro uno spuntino e intanto si
parlava di come opporsi a Mussolini .
A Neive in San
Sebastiano era di stanza un Reparto di Fanteria che era adibito alla guardia
delle gallerie della ferrovia che da Neive porta ad Alba(1912-1943). L’otto
settembre ’43 all’armistizio il padre Carlo raccolse subito numerosi fucili,
munizioni e bombe a mano gettate via dai soldati che sbandavano. Alcuni di
questi soldati di origine slovena già il 25 luglio 1943 quando appresero della
caduta di Mussolini fecero festa con Carlo. Sotterrò le armi in un angolo del
cortile. Tutta la famiglia l’8 settembre aiutò moltissimi soldati che
provenivano dalla Francia e cercavano abiti civili ed altro aiuto.La mamma
diceva <gitomiè che cò noi n’oma un an Fransa> aiutiamoli che anche noi
ne abbiamo uno in Francia.
AMALIA ED ESTERINA: Ricordiamo
come nostro fratello Giovanni ricevuta la cartolina fu costretto a presentarsi
al Distretto e poi fu inviato in Francia a Tolone con centinaia di ragazzi del
1925 e per tutto il tempo che rimasero là non fu data loro nessuna divisa.
Tornò dalla “prima
prigionia” molto stanco e depresso e con
una brutta malattia polmonare.
Dopo alcuni giorni
di riposo raccolse l’invito di papà ad organizzarsi per intraprendere la lotta
contro i nazisti.
Si trovarono ancora
altre armi e costituì la prima Banda partigiana della zona di Neive ad
orientamento socialista. Erano i primi giorni dell’ottobre ’43! Giovanni fu il
responsabile di una squadra di Ribelli composta da 19 giovani. Nell’ottobre ’43
vennero in San Sebastiano ad accordarsi con Giovanni anche Piero Balbo ”Poli e
“Moretto”.
ESTERINA: Era il 20
giugno ’44 e da un po’ di tempo non avevamo notizie di Giovanni. Mentre mi
recavo ad Alba come Staffetta , seppi che vi era stato uno scontro a fuoco tra
partigiani ed SS a Pertinace; e nel contempo appresi della cattura da parte
nemica di un Partigiano. Incontrai mia zia Maddalena e seppi che era stato
catturato mio fratello.
Lo trovammo in uno
stato pietoso per le percosse subite con il suo compagno Bindello Luigi alla
Caserma Govone piena di “nazisti”. Giovanni era riuscito ad inghiottire il
tesserino da Partigiano mentre il compagno Luigi non era riuscito.
Luigi fu fucilato a
Benevello, Giovanni fu portato ad Asti, poi a Torino e deportato nel campo di
Zwickau da dove tornò gravemente invalido per le brutalità subite.
Il Comitato di
Liberazione di Neive che aveva giurisdizione sui paesi vicini, fu fondato dal
padre Carlo con l’appoggio di Don Boffa alla fine di ottobre 1943 ed era
composto da CARLO NEGRO, DON FRANCESCO BOFFA,MARIA DA CASTO, BATTISTA CAPRA E
DA ROSETTA, MAMMA DEL PARTIGIANO CADUTO “CARLO ALBERTO DA CASTO”.
Il giorno della
Festa della Madonna l’8 dicembre 1944 vi fu un grosso rastrellamento che
impegnò centinaia di nazifascisti in tutte le Langhe.I Partigiani resistettero
pur con poche munizioni, malvestiti infreddoliti ed affamati. Parecchi furono
catturati sulle colline.
Improvvisamente i fascisti si recarono a casa nostra e papà Carlo non fece in
tempo a fuggire. Fu brutalmente catturato poiché trovarono in casa segni del
passaggio dei partigiani: munizioni e un telefono da campo.
Papà, ricorda
Esterina, fu trascinato tra sputi ed urla, nel Palazzo del conte Riccardi
Candiani di Neive. Io avevo solo sedici
anni e lo torturarono in mia presenza per fargli rivelare i nomi dei Comandanti
Partigiani, quelli del C.L.N. dove erano nascoste le armi e chi sosteneva i
Partigiani. Papà non parlò, anche se venne picchiato in modo crudele. Fu
terribile, non lo dimenticherò mai più!
Il mattino seguente
i nazifascisti andarono via da Neive portandosi dietro mio papà e numerosi
Partigiani e civili con molti oggetti
di valore razziati nelle case.Io rimasi tutta la notte davanti al Castello in
attesa e all’all’alba ricordo che un ufficiale guardandomi con ironia mi disse:
< Esterina carogna di una carogna dopo questo lo dirai ancora ai giovani di
andare nei Partigiani?> Poco dopo quando la lunga colonna iniziò il suo
cammino mio papà che non si reggeva in piedi svenne al Rondò di Neive e Maria
Da Casto che era con me gli fece un’ iniezione per il cuore ma papà non reagì.
A questo punto il comandante fascista decise di lasciarlo sul mucchio di pietre
dove era riverso. Per loro era morto.
Alla
Commemorazione dell’Eccidio della Canova di Neive tra i partigiani presenti fui
attratto da un omino che mi incuriosì per la sua semplicità e vigoria. Gli
chiesi di che paese fosse e mi rispose “èd Rochetta”. Alla richiesta se potevo
andare a farmi raccontare un po’ della sua storia , con un sorriso mi disse “sì
sì, ma ciamomie a mia nora e mè fieù!” (Sì sì ma chiediamo a mia nuora e mio
figlio). Compresi che avevo contattato un personaggio che mi avrebbe insegnato
molto. Anche i figli acconsentirono e quando ad Agosto mi presentai fu un
bell’incontro. Andai a cercare Renzo nell’orto. La nuora mi spiegò che il
lavoro era il suo passatempo e che avrebbe raccontato volentieri della sua
gioventù. Fin dalle prime battute capii che raccontava non per fregiarsi ma per
onorare i suoi coetanei e commilitoni che più sfortunati di lui avevano avuto
una vita meno facile.
Insomma
Renzo fu un partigiano che svolse il suo compito perché suo padre e sua madre
gli avevano insegnato che quando è necessario bisogna anche saper affrontare il
pericolo. Durante il racconto, più volte mi rivelò con parole e gesti la
naturalezza del suo operato di giovane militare e partigiano e mi fece
comprendere che fu grazie a giovani come lui che si realizzò una grande epopea
e che è necessario rendere noti questi racconti di vita affinchè non vadano
persi insegnamenti importanti. Nel dare a lui la parola ricordo che è comunque
indescrivibile l’emozione che ti trasmettono persone di grande semplicità ma di
fondamentale importanza per la nostra crescita morale e civile. Grazie Foco
Nato
nel 1924, fui arruolato nel vecchio esercito in Fanteria il 28 Agosto 1943 e
non essendo abile per tutti i servizi fui inviato al deposito di Alba. Alla
Caserma Govone arrivarono ben tremila reclute che, con l’otto Settembre furono
tenute come prigionieri finchè non arrivarono i Tedeschi. Duemilacinquecento
furono inviati in Germania e altri cinquecento,tra i quali io, fummo destinati
a svuotare i magazzini della Caserma. Dopo tre giorni senza mangiare studiai il
da farsi e andai a nascondermi, poi sfruttando “er rigosiglio”(caos)
sgattaiolai fuori. Devo ringraziare quattro ragazze di Alba che insieme a tutta
la popolazione fecero di tutto per salvare i giovani militari. Quando decisi di
scappare, in divisa, perché avevo portato a casa gli abiti borghesi, due
ragazze intrattenevano la guardia e altre due mi fecero segno che era ora di
uscire. Andò bene, ma rischiai molto poiché le SS(guardie tedesche) avevano
l’ordine di sparare mirando al cervello e cervelletto così da “fete sté
sèc”(ucciderti sul colpo). Nei pochi giorni che rimasi dentro fui costretto a
portare cadaveri di soldati sulla letamaia della scuderia e ce n’era una
catasta eh!
A quei
tempi la porta carraia della caserma dava sul buco della fornace dove adesso
c’è Piazza Cristo Re e io, presa quella scorciatoia, trovai mio fratello che
era venuto a portarmi gli abiti, così mi cambiai i vestiti e scampai la
Germania. Una volta a casa avevo preso talmente in odio i fascisti e i tedeschi
che diventai staffetta per Pinin Balbo e per Poli. Avevo anche l’esempio di mio
padre che collaborava con i partigiani informandoli sui movimenti dei
nazifascisti eh!. Una volta a Castino arrivò un’autocolonna di tedeschi e
avevano messo un posto di blocco, mio padre si presentò alla barriera e alla
guardia tedesca che gli chiedeva dove andasse rispose in Piemotese: “vagh a
piémè in poch èd pan”(Vado a prendermi un po’ di pane) la guardia non capì e
gli disse di parlare italiano, lui disse “se ‘t capisi nèn r’italian vèn nèn a
fé o soldà an Italia”(se non capisci l’italiano non venire a fare il soldato in
Italia.) lo scortarono fino al forno ma lui intanto aveva potuto vedere quanti
erano. Diceva sempre: “ah mì ro nèn pao, ro fat 4 agn èd guera!”(ah io non ho
paura,ho fatto 4 anni di guerra!)
A me
successe che andavo a esplorare verso Cossano e fui fermato da una pattuglia,
mi chiesero cosa facevo e io pronto: “vagh a consgneme”(vado a consegnarmi).
Per i giovani del 1924 c’era la possibilità di consegnarsi in caserma onde
evitare di essere denunciati come renitenti alla leva.
Andò
bene che non avevo armi né tessera e così mi portarono al distretto di
Alessandria. Scendendo dal treno incontrai un mio vicino di casa di Perletto
che aveva studiato da prete, e gli confidai cos’era successo e che intendevo
farmi mandare in una caserma in Val Casotto per collaborare con i Partigiani di
Mauri, questo mi consigliò di non andare in Val Casotto poiché Mauri stava
preparando gli assalti alle caserme per recuperare armi e potevo rischiare la
vita se mi trovavano con la divisa dell’Esercito. Ascoltai il suo consiglio e
rimasi ad Alessandria in ospedale dove con il mio modo di fare “disponibile”
fui preso a benvolere da un Capitano medico che mi mandò a Saluzzo ad aiutare i
militari mutilati. Anche qui ebbi modo di passare informazioni ai gruppi
partigiani e intanto venivo a casa in permesso e mi tenevo in contatto con
Pinin Balbo. Dopo tre mesi a Saluzzo ebbi una Licenza di sette giorni e..” devo
ancora vogme adèss, son pi nèn tornà!”(Devono ancora vedermi adesso, non sono
più tornato.)
Mi
nascosi per un po’ di giorni presso una mia zia a San Giorgio Scarampi che
viveva da sola con i proventi della “Tessera” e per questo mio padre mi portava
da mangiare.
Dopo un
po’ di tempo tornai alla mia squadra Partigiana che aveva come Capo un certo
Sgancia di origini siciliane. Ripresi i miei giri tra Mango, San Donato,
Cortemilia, Vesime e secondo gli ordini portavo messaggi nei vari comandi.
Quando a Rocchetta si insediò la commissione inglese feci la spola tra
Rocchetta e San Donato dove c’era il comando di Poli. Non entrai mai
nell’ufficio di Poli poiché non volevo essere a conoscenza di informazioni che
,qualora mi avessero catturato avrei potuto rivelare. Perché bisogna dire che
“lor iavo i sistemi per fété parlé”! (Loro avevano i metodi per farti parlare!)
Ricordo che presero una staffetta come me a Mango. Questi aveva dei documenti e
non volle parlare, ben, lo legarono alla Jepp e lo trascinarono fino a San Donato
facendolo a pezzi. Non mi fidavo neppure delle staffette ragazze poiché avevo
sentito che delle donne erano riuscite a carpire la parola d’ordine a un “betè
di partigiano di Perletto” e poi avendolo riferito ai Fascisti ne fecero
uccidere sette! Per questi motivi agìi sempre con molta cautela .
Il mio
incarico era portare messaggi e ordini ai vari comandi e tuttavia viaggiavo
armato con il Novantuno rimodernato, due caricatori nelle giberne e due bombe
Sipe che avevamo ricevuto con i lanci degli americani. Fortunatamente non ho
mai dovuto sparare ma in alcune occasioni mi spaventai veramente. Una volta,
stavo salendo a San Donato per incarico della Commissione Inglese, quando a
metà strada, nel bosco, sentìi parlare e non capivo che lingua, allora mi
liberai delle armi che nascosi e quando compresi che erano Francesi con lo
zaino affardellato che salivano a San Donato provenienti da Vesime, mi
tranquillizzai e tornai a riprendere il mio armamentario.
Nei
miei ricordi che vanno sfumando, rimangono personaggi come Pinin Balbo che era
Esattore a Cossano e amico di mio padre perché entrambi combattenti della
guerra del ’15. Io seguivo sempre mio padre e li sentivo parlare della guerra e
compresi che pur odiando le armi bisognava prendere posizione. Conobbi anche
Miliano, Rosamunda, Giorgio(Adriano Balbo) e soprattutto ebbi a che fare con
Poli.
Ho
sempre odiato le armi, ma erano tempi in cui venivano usate con grande facilità
e pur avendo a cuore la mia e altrui vita in parecchi casi vidi da vicino il
rischio di uccidere o essere fatto fuori.
Quando
eravamo di pattuglia a Canelli eravamo una squadra di Azzurri e una di Rossi e
ricordo che per sicurezza andai ad accordarmi sulla parola d’ordine con Rocca
il comandante dei Garibaldini perché avevo compreso che si poteva sparare con
troppa facilità. In un’altra situazione, intimai l’alto là a una persona che
veniva verso il posto di blocco e non si fermava, poi nuovamente “alto là chi
va là” e questo procedeva. Fortunatamente non sparai, era un militare sbandato
che andava verso casa e io lo capii, ma quando gli fui vicino gli dissi che
poteva ringraziare che di pattuglia c’ero io, perché chiunque altro lo avrebbe
fatto secco! Ci voleva buonsenso e umanità ma in quei momenti là era
complicato!
RENATO
SALVETTI 1924 DOGLIANI
Documentare e ricordare diviene quindi un dovere.
E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare
testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che
fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più
di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio
gridare “Pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i
mezzi per il benessere e per il futuro.
Renato Salvetti operò per tre mesi in una
formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due
piemontesi,lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in
uno scontro con i nazifascisti.
L’8
Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria
Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio
militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire
“marconista”, come altri ignoravo cosa
stava succedendo, figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci
capire qual era la destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al
braccio! Quando arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a
Dogliani, a casa, ma dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per
riportarmi in caserma. Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle
Bormida a Levice presso i miei nonni e
mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto
Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e
per alcuni mesi ci nascondemmo e”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un
colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana,
era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo
dentro le armi, pertanto le lasciavamo
fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma
qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente
fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un
inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso
Camerana. Braccati inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per
raggiungere Bonvicino.
“braccati
dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e
attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo
terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino.
Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di
quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e ci
fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due balòt
di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera
annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo contadino
ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e salame e
formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad aiutarci rischiando
moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver ringraziato, ci recammo a
San Giacomo di Roburent presso Mondovì. Marciammo per trenta chilometri
riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo ospitati in una piola di campagna che
esiste tuttora. Era la vigilia di Natale del 1943, stavamo cuocendo le castagne
bianche sulla stufa quando a un certo punto il cane che era accucciato sotto la
stufa iniziò a ringhiare e andò verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per
vedere chi ci fosse. Era una serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più
visto una cosa del genere: nevicava alla grande ma c’era una luna che
illuminava tutta la valle.
Vedemmo
che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni
che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e
prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di
reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve
fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei
frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello
Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi
ci fece la proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani
della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della
Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le
sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale
di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza
Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante
Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo.
Ci
fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci
interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di
brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo
sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più di
una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca
per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno
aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non
scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo dove
metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da cesso) e che
aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono, così la scampai, ma
non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che rischiare la morte!
Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai
il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande
fame vissuta.
In seguito
fummo messi al muro in uno stanzone e
quattro fascisti bendati scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e
Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un
quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a
Mathausen)
seppi
in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare
anche a me, la sorte mi risparmiò.
Caricati
su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle
Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu
atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone che venivano
torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un rastrellamento
in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo
su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui
salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci
riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su
563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non so se furono le preghiere di
mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu
veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili.
La mia
mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a
Dogliani.
1313
Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu
passerai per il camino” di Vincenzo e
Antonio Pappalettera(padre e figlio entrambi deportati a Mauthausen)
Gli
italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci
sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.
Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René
Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati
per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora adesso
sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai giovani e per
questo andrò finchè ne avrò la forza.
I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava
anche qui il terrore e la morte.
La vita
nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi
di Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo
di sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande
dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano
crudeli e sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con
qualcuno. Anche di notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci
portavano nei loro alloggi per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi
sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla
quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come
poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo.
Ancora
adesso,che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la
invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei
mesi della prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e
pregandola, sentivo che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la
trovai perché morì sotto i bombardamenti qui a Dogliani.
(Renato
mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le
lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui
vive, solo perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)
Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero
scendere, quindi incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che
conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci sono
solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane( professionisti e
antifascisti convinti).
Quando fummo in cima, un mio carissimo amico,
Marchiò di Dronero del 1882 mi disse.<Renato, andiamo verso il buio questo è
un campo di sterminio, ci sono i forni crematori!> Lui aveva subito capito
di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma ben presto
lo avrei capito.
Entrammo passando sotto un portale stupendo e
vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e
nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero spogliare
nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri improvvisati ci
depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci rasarono in testa e ci
fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio facendoci sanguinare.
Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e
calde e tra urla di “scnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con
i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le
ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre
giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se
ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in piedi. Il
quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio numero era 59138 e ho
dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco perché altrimenti erano 25
scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore
nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187
scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza
scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci
picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una sigaretta. Le
pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo dentro a dei vagoni e
venivano vendute, vendevano tutto persino le ceneri dei morti! Quella vita per
me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave poi uscì un proclama che
ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io raccontai una “balla”
(frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita
, rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a costruire dei pezzi per i “moschetti” ne
realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a Mauthausen.
Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di Cherasco.
SEGHESIO GIANNI 21/12/1928
DOGLIANI
Nome di battaglia “IAN”“ PARTIGIANO 1° DIV LANGHE
Seghesio Gianni 1928 di Carolina Navello 1901 di San Quirico di Dogliani e
di Valentino del 1899 nel ’44 a soli 16 anni seguì il fratello Lorenzo
Partigiano “Renzino” del 1925. Il fratello Renzo fu arruolato nel Corpo dei
Vigili del fuoco e inviato a Livorno. Con l’otto settembre fuggì, tornò a casa,
e si aggregò al gruppo partigiano che si era formato a Mombarcaro. In seguito
si unì alla squadra di Lulù.
Si rimase
per due mesi con “Genio Stipcevic”, poi, siccome non avevano armi una notte il
gruppo si trasferì a Rocca Ciglié e rimase in quell’inverno 1943/44 a preparare
i detonatori per gli atti di sabotaggio. Ricordo un “ciabot” pieno zeppo di
“plastico” e una Chiesetta che fungeva da magazzino dei paracadute dei lanci.
Il gruppo era addetto al recupero dei materiali dei lanci. Nel cuore della
notte, quando avveniva il lancio vi erano già i mezzi pronti ed in due ore si
recuperava tutto e lo si nascondeva. Quando venimmo via da Rocca Cigliè ci
nascondevamo nelle borgate e cascine, d’inverno si dormiva nella stalla e col
bel tempo sulla “travà” fienile”.
Quando il gruppo di Partigiani : ODERDA “ORIS”- SEGHESIO “RENZINO” -GALLO
“MARIO”ED IO SEGHESIO GIANNI “JAN” avemmo l’incarico di trasferire il corpo di
“Lulù” dovemmo attraversare con l’auto su di un traghetto che aveva una sola
barca e quindi molto instabile. Io e Balilla, seduti sui parafanghi dovemmo
stare immobili senza fiatare! Arrivammo alla frazione “Manzoni” di Monforte e
lo consegnammo. Il giorno dopo fu sepolto provvisoriamente nel Cimitero di
Monforte. A fine guerra gli fu celebrato il funerale e traslato al Sacrario di
Chiusa Pesio, da lì lo venne a prelevare il papà. Ricordo il papà che
assomigliava molto al figliolo “..in citinot mair”(un piccolino ,magro”).
COL GRUPPO DI
PIERINO FERRARA “IL BIONDO”
Nel periodo
che fui con il gruppo partigiano di Pierino “il biondo” originario di Albisola
marina, ricordo un fatto per cui fummo redarguiti. …eravamo in quattro o più
con un carro trainato da un cavallo che trottava come un metronomo. Si andava
verso Trinità sulla statale Fossano Mondovì quando avvistammo due
(birocin)Calessi con un tedesco ciascuno sopra, uno lo prendemmo, ma l’altro lo
lasciammo andare perché nell’abitato di Trinità fummo fermati da un centinaio
di persone che ci pregavano di lasciarlo andare poiché temevano “rappresaglia”.
Lo lasciammo andare ma quando arrivammo alla base il Capo gruppo “Pierin il
biondo” ci fece una solenne sgridata. Tuttavia noi eravamo abituati ad essere
bistrattati dai capi che dipendevano proprio da Mauri,(ci davano degli incapaci
perché non sapevamo “marciare”), ma preferivamo essere comprensivi nei
confronti della gente che rischiava poi l’incendio delle case.
GIOVANI
PARTIGIANI
Gianni
ripensa all’incontro commemorativo del 27 gennaio ad Arguello e riflette sui
ragazzi presenti:<Alla vista di quei ragazzi di 14 anni mi son tornati alla
mente i miei compagni che di 13 -14 anni svolgevano attività di staffette o di
guardia in condizioni incredibili e con grandi rischi, poiché i Muti o i
tedeschi se ti beccavano non stavano a chiedere i documenti. Partiva una
raffica ed era finita.
Vi
erano tedeschi, russi vestiti da tedeschi, slavi con i quali non ti capivi o
anche i repubblicani che sparavano a tutto ciò che si muoveva. Lo zio di mia
moglie fu ucciso perché aveva guardato chi passava in strada.
A
PROPOSITO DI RUSSI
A proposito di russi, una
volta io e mio fratello venimmo a casa per darci una lavata, e mentre lui era
sopra, io rimasi sotto a sorvegliare. In un un attimo sentii dei passi e mi
trovai di fronte due russi vestiti da tedeschi che chiedevano “grappa”. Mi si
gelò il sangue perché “renzino” mio fratello era sopra con le armi e loro
messomi da parte stavano salendo la scala. Richiamai la loro attenzione con una
fiasca di grappa e questi vennero da me a prenderla e uscirono! La scampammo,
ma che paura! Se fossero saliti e visto le armi avrebbero sicuramente sparato!
In fretta e furia prendemmo la strada della campagna e tornammo col gruppo.
JAN VICO DI CHERASCO- MELO- RENZINO- FLAVIO-
LULU’- LIPO GABETTI che era il meccanico del gruppo. Lulù requisì a un abitante
di Dogliani una “Citroen a trazione “anterieur!”(ricorda la pronuncia di
“Loulou” Era tenuta benissimo e il proprietario si era raccomandato che se si
fosse guastata gliela avrebbe riportata a riparare senza “pasticciarla” Ci
teneva molto!
GIOVANI
PARTIGIANI
Balilla
era del 1930 era di Farigliano ed io “Jan” del ‘29
Dice:
<ma noi ragazzi non avevamo divise. Eravamo tutti anonimi. Se succedeva
qualcosa gettavamo via l’arma e non potevano dirci nulla.> Da Farigliano
venivamo a Dogliani dove c’erano i repubblicani ma non avemmo mai problemi.
Furono i capi che vollero fossimo vestiti normalmente per poterci muovere
indisturbati. Si andava ad Alba e in altri paesi e città a prendere o portare
messaggi e certo facevamo attenzione ma non successe mai di essere fermati.
Quando
fu ucciso “Lulù” eravamo partiti per un’azione nei dintorni di Fossano, avevamo
un “1100 tagliato, una campagnola , due o tre moto e un “birocc” (calesse).
Mentre eravamo in viaggio giunse la notizia del tragico incidente.
“DEMIS” CHE MI SVELÒ IL NOME DI LULÙ
Io fui uno dei primi che seppi il nome di “Louis
Chabas “ poiché ero amico di “Demi” il francese amico di Lulù. Un giorno aveva
un foglietto con su scritto “Louis Chabas” e me lo mostrò, io gli chiesi: <
chi è?> e lui: “Lulù!” Una sera, mentre si andava a ballare, perché si
faceva anche festa neh!? Gli dissi<Ehi Louis Chabas!> lui stupito, si
arrabbiò e volle sapere chi me lo aveva detto! Poi gli passò, ma si era
infuriato.Era molto geloso della sua identità e non voleva che nessuno lo sapesse.
MIO FRATELLO ED IO CON LULÙ
Lorenzo Seghesio “Renzino” Benevagenna: strada dove fu ucciso
“Lulù”
Il 9 Febbraio 1945, Lulù e la sua squadra, tra i
quali eravamo anche mio fratello ed io, era diretto a Fossano per far saltare
con la dinamite un viadotto ferroviario.Quella sera si fermò per cenare a
Benevagenna e stava per rimettersi in viaggio quando in lontananza, sotto i
portici, notò delle ombre che si muovevano.Prese un mitra e andò avanti per
vedere chi ci fosse.Renzino mio fratello e un altro partigiano lo seguivano a
breve distanza.
Chi va là! Intimò una voce dall’ombra. Sono Lulù
e si proiettò la lampadina in volto per farsi riconoscere. Era sicuro che
fossero Partigiani e che lo avrebbero riconosciuto. Ma quella sera indossava
una divisa da tedesco e come risposta partì una raffica di mitra. Anche noi
corremmo in avanti pensando che Lulù ci precedesse, ma fummo tutti ingannati
dalle ombre in fuga. Sapemmo dopo che gli sparatori allontanatisi erano
partigiani di <Giustizia e Libertà> in marcia di trasferimento; non
conoscevano quei posti e non avevano mai visto Lulù. Tornati indietro trovammo
Lulù anncora con la lampadina accesa e colpito a morte alla gola e alla fronte.
Lo portammo a Monforte e i giornali il giorno dopo diedero la notizia con un
lungo articolo dal titolo “LA MORTE DI UN BANDITO
AGGUATO A DOGLIANI
Un paio di mesi prima, Lulù era stato attirato in
un agguato nei pressi di una scala
predisposta all’albergo reale di Dogliani da militi fascisti della legione. Non
ebbe sospetti poiché i fascisti indossavano abiti borghesi. Ma quando uno di
questi si avvicinò puntandogli il mitra, ebbe una razione fulminea. Anziché
alzare le mani come gli era stato intimato, si butto sull’avversario e gli
strappò l’arma. Con questa si aprì poi la strada fra i fascisti che lo avevano
circondato e si allontanò scomparendo.
RICORDO
DI AZIONI
Ricordo
che Lulù era già stato ucciso e noi Partigiani andammo ancora a Dogliani ad
effettuare un’azione contro i repubblicani che alloggiavano all’Albergo
“Fiorito”. Avevamo ricevuto tante armi
“lanciate” dagli americani! Nonostante fosse quasi finita, soprattutto i
capi erano ricercati da quella”gineuira fascista” che aveva nome “FARINA,
LANGUASCO,I MUTI”. Eravamo stanchi di nasconderci e di correre pericoli, ma
vedevamo che i tedeschi se ne andavano e allora cercavamo di produrre ancora
“disturbo”.
Ciao Elia Buon
viaggio e Buona Luce!
Ti conobbi
alla Canova di Neive il 16 agosto 2012, ti diedi un passaggio in auto per
tornare ad Alba e durante il tragitto mi raccontasti alcuni fatti della tua
gioventù che mi rimasero impressi e per mi proposi di venire ad ascoltarti con
più tempo. Tu mi desti il N. di telefono ma mi anticipasti, con molta umiltà,
che mi avevi raccontato già tutto. In effetti, ricordo che parlasti
ininterrottamente, narrando e commentando e mi dispiacque di doverti lasciare
in via P. Ferrero, avrei ancora voluto ascoltarti. Mi annotai, subito alcuni
nomi e parole della tua Testimonianza "fiume" e le tenni per
trascrivere, eccole ora le posto in tuo Ricordo e so che ti faranno piacere.
Il NONNO, TUO
PADRE, MILANO, DON BUSSA, SUOR ANGELICA, IL PADRE CON IL CAMION, EBREI, GIUDEI,
BAMBINI IN SVIZZERA, LA RAGAZZINA EBREA E LA SUA FAMIGLIA, I CONTRABBANDIERI, I
PESCATORI, GLI AMICI ANARCHICI DI CARRARA, IL BAMBINO DI DIECI ANNI UCCISO
DALLE SS, TREVIGLIO, BOTTE, DIFFICOLTÀ A PERDONARE!...............
<Ho avuto modo di conoscere il fascismo nel
1933.Avevo cinque anni, a quel tempo vivevo ad Annicco, in prov. Di Cremona.
Il primo fatto che ricordo è l’arresto di un
giovane di 19 anni che si era nascosto nell’officina di mio zio, mi turbò il
vederlo con le manette tra i due carabinieri. Chiesi al nonno cosa avesse fatto
e il nonno mi spiegò che aveva scherzato con una battuta rivolta ai carabinieri
e fu denunciato come “ pericoloso sovversivo”. Fu portato all’Isola di Ponza
con altri Antifascisti. Quindi grazie al nonno iniziai a sapere cos’era il
fascismo.
Nel 1934 con la famiglia ci trasferimmo a Milano e
andando a scuola cominciai a sentire parlare dei “Giudei-Ebrei di maestri
fascisti e maestre Socialiste! Più avanti, quando iniziai le scuole
professionali venni a sapere che una mia cara Maestra fu Deportata a Mauthausen
perchè Socialista e Antifascista. Successe che anche dei miei insegnanti e
compagni di scuola “sparirono” perchè Ebrei e venni a sapere che erano stati
caricati su delle tradotte e Deportati in Germania.
A Milano mio padre fu contattato da DON BUSSA , gli
chiese di offrire un lavoro a ragazzi e ragazze del quartiere Isola e mio padre
ne sistemò molti nelle filande che conosceva per il suo lavoro di
trasportatore. In seguito mio padre aiutò anche DON BUSSA nascondere bambini e adulti Ebrei.
Io con questi esempi aiutai , con altri amici I
tanti militari che scappavano dalle caserme dopo l’otto settembre e fornimmo
loro il vestiario da civili. Inoltre facemmo saltare molte traversine dei
binari sui quali arrivavano le tradotte con i Deportati e ci aiutarono a
distrarre le guardie addette alle tradotte ferme, così che molti riuscirono a
fuggire. Dalle tradotte ci furono consegnati molti bambini ebrei piccoli che
con l’aiuto di DON BUSSA e mio padre portammo in Svizzera. Con l’aiuto di SUOR
ANGELICA dell’ospizio di Treviglio che nascondeva I bambini, poi li caricavamo
tra le balle dei cascami di seta che trasportava mio padre. I bambini venivano
anche portati nella Casa Vacanze che Don
Bussa aveva organizzato a SERINA( nelle valli
bergamasche). I bambini venivano anche accolti dalle famiglie del
Quartiere Isola e così attendevano per essere trasferiti in Svizzera. Viera
anche una contadina a Cadegliano che nascondeva I bambini nel fienile dove
aveva realizzato un nascondiglio con dei giacigli.
Grazie ad un anziano avevo conosciuto I
camminamenti che erano stati I sentieri della Guerra del 15/ 18 e mi ero fatto
mostrare i passaggi per la Svizzera utilizzati daI pescatori e contrabbandieri,
inoltre questo amico ci avvisava quando era il momento di portare I bambini per
farli passare in Svizzera.
In quegli anni, e fino alla fine della guerra, su
tutto il confine c’era una rete alta 5 metri con dei campanelli e bastava
toccare la rete per farli suonare ed allarmare le pattuglie. Astutamente questi
amici andavano a far suonare I campanellini a dieci chilometri, cioè a Luino e
facevano accorrere le pattuglie, così noi con i bambini passavamo nell’apertura
che era rimasta sguarnita. Si erano creati dei camminamenti sotterranei di
quattro o cinque metri! Faceva paura sentire sopra l’abbaiare dei cani delle
pattuglie che ci sentivano ma non
capivano dove fossimo.
Una volta di ritorno dalla Svizzera, per ripararmi
da un temporale mi riparai sotto un portico che sembrava disabitato e invece
venne una ragazzina che mi offrì da bere un “Martini”, poi uscirono anche I
genitori che mi dissero essere Ebrei sfollati da Ferrara. Avevano scelto di
rimanere nascosti in quella casa e preferirono non tentare neppure di andare in
Svizzera.
Per me tutto filò lisciò finchè qualcuno , per
avere le 5000 Lire promesse a chi avesse denunciato chi aiutava gli Ebrei, mi
fece arrestare dai militi dellla X MAS, volevano sapere dove avessi nascosto I
bambini. Mi picchiarono duramente e poi mi passarono al federale Resmini Capo
delle Brigate nere di Bergamo. Continuarono con le botte , ma siccome non
parlai fui messo in prigione in attesa di essere inviato in Germania. Dalla
prigione riuscii a fuggire insieme a quttro anrchici di Carrara. Andammo verso
Serina nella Casa di Don Bussa e poi raggiungemmo casa mia, per continuare a
collaborare con mio padre per portare I bambini in Svizzera. Si passava sopra
Porto Ceresio e di lì a Serpiano.
Fino a Luglio 1944 svolsi questa attività col
piccolo gruppo partigiano poichè avevamo capito che nei gruppi più grandi era
facile si infiltrassero delle spie.
Il nostro gruppo fu aiutato sia dagli amici del quartiere “Isola” che da amici
Contrabbandieri che ci rifornivano di viveri recuperati con la Borsa nera, e ci
insegnavano sentieri battuti solo da loro. Anche I pescatori ci aiutavano nel
trasportare bamini e persone in svizzera.Ci nascondevano sotto le reti.
Quando fu istituita la Repubblica dell’Ossola
andammo a vedere come funzionava, e poi pebnsando la guerra fosse finita
tornammo a casa. Dovemmo nuovamente nasconderci e combattere fino alla fine di
maggio poichè I militi della Wermacht
mollarono tutto ma le SS CONTINUARONO A SPARARE. I miei amici di Carrara
andarono verso casa ed io andai a Milano e mi aggregai ai miei amici e
combattemmo ancora contro le SS che al contrario dei militari della Wermacht
che consegnavano le armi, quelli non si arrendevano e ricordo che uccisero un
bambino di dieci anni che era uscito di casa sventolando la bandiera tricolore.
In quel caso noi “facemmo fuori” tutte le SS che si erano nascoste in una casa
Don Eugenio
Bussa nato il 3 settembre 1904 a Milano nella
popolare Isola, Suo padre, Gaudenzio Bussa e sua madre, Maria
Coldesina, a causa della povertà, erano emigrati dalla campagna
Nel 1908 il
padre di Eugenio, Gaudenzio, sposò in seconde nozze Antonietta Miglio. Eugenio
ebbe sempre vicina la mamma adottiva che collaborò al suo ministero fino a
quando morì nel 1957. Nell'anno 1909, nacque la sorella di Eugenio, Maria, che
sostenne sempre, assieme al marito Alfredo, il fratello sacerdote specialmente
dopo la morte della madre Antonietta. Eugenio maturò presto la vocazione
al sacerdozio e nel
1916 entrò in seminario. Il padre,
operaio verificatore delle Ferrovie dello Stato non riusciva a mantenere il figlio agli
studi. Antonietta, la madre, per permettere al figlio Eugenio di diventare
sacerdote, lavorò come domestica, quindi come operaia in una fabbrica di lucido
da scarpe, e la sera ricamava i poggiatesta per i sedili di 1ª Classe delle
Ferrovie dello Stato
Il 10 giugno
1940 l'Italia entrò in guerra. Quasi 120 giovani del Patronato di
Sant'Antonio partirono per il fronte e diciassette fra loro non torneranno
più. Per tutta la durata della guerra don Eugenio seguì costantemente i ragazzi
del suo oratorio scrivendo ad essi regolarmente e ricevendone risposta. Di
ognuno di essi custodiva la fotografia con i dati anagrafici e l'indirizzo di
Posta Militare
Nel febbraio
del 1943, a Serina, Val Brembana, don Eugenio
aprì una casa di sfollamento per i bambini del rione le cui famiglie non
potevano lasciare la città. Nella casa di Serina furono ospitati molti bambini
ebrei ai quali non fu proposta la religione cattolica. Per questo motivo a don Eugenio Bussa, nel
1990, fu assegnata la medaglia di Giusti tra le Nazioni e un albero gli è dedicato a Gerusalemme. Nell'agosto
del 1943 i
bombardamenti sconvolsero Milano e il Patronato di Sant'Antonio fu duramente
colpito. L'8 settembre 1943 arrivò l'annuncio dell'armistizio. Alla guerra ancora violentemente in atto tra
tedeschi e forze alleate si aggiunse la guerra di liberazione nazionale che in
molti aspetti si configurò in una vera e propria guerra civile. Don Eugenio
protesse, nascondendoli, molti giovani del Patronato evitandone così la
deportazione in Germania. Don Eugenio protesse anche molti ebrei e per una
notte nascose anche Ferruccio Parri, primo
Presidente del Consiglio Italiano del dopoguerra. Anche don Eugenio fu
arrestato e rischiò la deportazione, ma a seguito delle dimostrazioni dei suoi
parrocchiani e dell'intervento del Cardinale Ildefonso Schuster fu liberato dopo tre giorni di detenzione e
interrogatori. Il 25 aprile arrivò il giorno della liberazione. Don Eugenio
questa volta scese in campo per difendere i fascisti dalle esecuzioni sommarie,
senza processo.
SORIA PIETRO
“PININ” TREZZO TINELLA 1924
Sono nato
a Luglio del 1924 nella Cascina Teilà costruita dal mio nonno materno Culasso
Pietrin.
Il padre Soria Pasqualin(1895), veniva da San
Martino di Castiglion Tinella, “ attaccò “il cappello al chiodo”
e sposò Luigia la cugina di Culasso Pierina ra
Fnoja, erano figlie delle sorelle Boffa di Vigin.
La cascina Teilà fu costruita da nonno Pietrin
con tanto legname e pietre usando “èr ciape”(lose) come copertura e dopo la
guerra furono costruite altre quattro camere. Nel ’62 noi Soria costruimmo
questa casa.
Nel 1921 nacque Luigi(+2001) nel ‘22 Maria(+90) e
nel 24 io. Nell’80 e nell’81 morirono il papà e la mamma.
Io sto abbastanza bene di salute ma soffro la
solitudine. Vivo da solo nella grande casa costruita sotto la strada della
collina di Naranzana e sopra la borgata Tèilà.<Rà vita a rè passà e soma nèn
sdassnè! La vita è passata e non ce ne siamo accorti. La guerra, il lavoro e le
malattie hanno avuto il sopravvento sulla vita. Nessuno di noi tre fratelli si
è sposato e sono rimasto io a ricordare della guerra, delle rappresaglie su
queste colline e del lavoro svolto con tanta fatica.
IL NOSTRO VINO
Noi avevamo tante vigne e pigiavamo per produrre
vino. Portavamo “èr Bonze”(grandi botti) col carro alla stazione di Alba e le
caricavamo sui vagoni merci per inviarle a dei clienti di Boves e Fontanelle.
Questi li servimmo per tanti anni, e si vede che si trovavano bene!
LUIGI MIO FRATELLO
Luigi, mio fratello più grande, al termine della
classe quarta, venne condotto ad Alba, in Seminario per frequentare la classe
quinta. Rimase tre anni con i preti imparando il Latino ma rimediando una
malattia polmonare. I medici Castiati e Velatta di Neive sconsigliarono di
lasciarlo ancora al chiuso delle aule seminariali e così si rinsanì col lavoro
della frazione Teilà. Si preparò anche per partire soldato, gli toccherà la
Russia. Da Fante non andò in prima linea ma ebbe modo di vedere i carri armati
che passavano sul Don gelato e i morti e i feriti, la povera gente di Russia
che soffriva come loro la guerra. Tornò a casa con tanti tristi ricordi e una
malattia, il tifo, che lo costringerà ad assumere medicinali per tutta la vita.
Da persona intelligente e sensibile scrisse ricordi che sono andati persi e
cantava, in russo, nenie delle donne Ucraine. “… non c’è pane non c’è latte,
quattro figli devono mangiare e gli uomini sono al fronte…..!”
Ricordava che si ammalò di tifo perché fu
costretto a bere acqua sporca, ma diceva: o morivi di sete o bevevi l’acqua
sporca che trovavi anche nelle pozzanghere!”
Dopo l’otto Settembre, che mi trovò a Cesena in
caserma, fuggii da solo, con l’ idea di tornare a casa. Vagai un po’ per campagne e Appennini e mi ritrovai alla
stazione di Bologna. Presi un treno che mi portò a Modena, poi nel timore di
incontrare fascisti e tedeschi viaggiai a piedi. Qualche volta chiesi da
mangiare in qualche cascina, ma non avendone neppure per loro ottenevo soltanto
delle mele. Non corsi rischi poiché non trovai né fascisti né tedeschi. Impiegai
quindici giorni ed arrivai a casa.
Qui a Trezzo vi erano già i primi Partigiani, e vi furono parecchi rastrellamenti. Io e mio fratello ci nascondevamo per evitare di essere presi. Lì sotto nella cascina avevamo realizzato un nascondiglio e una via di fuga in aperta campagna nel caso fossero arrivati all’improvviso. Di notte dormivamo “sota èr carere” sotto le botti nella cantina e tirammo avanti. https://youtu.be/a6fNhL-CLtY SORIA PIETRO PININ PARTIGIANO PER UN MESE
Nel ’45, a Marzo mi aggregai ai Badogliani di San
Donato col gruppo di “Enzo”Manzone Lorenzo nostro vicino che era Sergente del
1916. Eravamo sei o sette e andammo quindici giorni alla “Ca dèr murador”, poi
ci spostammo a Cappelletto e quindi a San Donato con Poli. Il quindici Aprile
andammo a schierarci con gli altri sulla collina della Madonna degli Angeli
sopra Alba e si iniziò a sparare in direzione del Civico Convitto. I fascisti
risposero al fuoco e ricordo che dovetti “bité èr musu antr’ortìe!(mettere la
faccia nelle ortiche, poiché arrivavano proiettili da tutte le parti. Verso le
dieci e trenta e fino a mezzogiorno loro ridussero molto il “fuoco”, si vede
che avevano terminato le munizioni. Noi Partigiani scendemmo e attraversammo la
Cherasca”all’altezza del “Mattatoio”, dove dei partigiani fecero saltare un
muro con la dinamite e si entrò in Alba. Noi eravamo male armati, io avevo il
moschetto i nazifascisti asserragliati nel cortile del Convitto riuscirono ad
impossessarsi di un cannone e una mitragliatrice, così ripresero a sparare e a
noi fu ordinato di tornare a Cappelletto e poi a San Donato e così facemmo
passando dalla Vernazza e in Como, dove fummo un po’ più al sicuro.
Penso che,gli uomini di Gagliardi quando smisero
di sparare, se gli fosse stato richiesto si sarebbero arresi, ma nessuno glielo
intimò e così rimasero ancora per otto giorni.
Fui compagno di branda di “Gilera” un
“venturino” di Mango e conobbi
“Napoleon” che per me aveva pistola e coltello troppo “facili”, infatti se
c’era “cheicun da massé!” qualcuno da uccidere chiamavano lui.
Ricordo Magior Sacco che era con Paolo Farinetti,
Gallina Oreste èr Professor, Manzone Renzo che sposò una Slava e alla fine
della guerra andò in America. Ricordo Balbo il Comandante che mi diede il nome
di battaglia “Pinin”, si vede che gli ricordavo suo padre che era stato ucciso
da poco. Fu un’esperienza di paura in cui io e quelli come me non capimmo molto
ma era un momento così e ci adeguammo, poi la guerra finì e “adess son restà da
sol”.
I RASTRELLAMENTI A TREZZO TINELLA
Ad agosto, quando i Partigiani fecero finire in
Tanaro il treno che partì da Neive e passò a gran velocità alla stazione di
Alba per poi deragliare sul ponte, qui a Trezzo e in tutte le Langhe arrivarono
a rastrellare e fu terribile. I Partigiani erano al Brichett e sapendo che
stavano arrivando i repubblican e i tedesch fuggirono , ma questi trovarono
tracce di armi e munizioni e incendiarono il cascinale, anche qui sopra di noi
diedero fuoco. Noi giovani e vecchi scappammo da qui e ci rifugiammo nel bosco
della Langa. Di là vedemmo quando “Gatin” dalla Torretta lanciò la bomba
sull’autocarretta che stava salendo da Mango verso San Donato. Col
rovesciamento di quel mezzo, per rappresaglia, incendiarono tutto. A Novembre
del 1944 di nuovo arrivarono e setacciarono tutta la Langa alla ricerca di
Partigiani e uomini. Noi non si sapeva più dove andare.
GALLINA ORESTE 24/01/1898 Comune di
nascita MANGO
INSEGNANTE
CAPITANO FANTERIA
Nome di battaglia NEO BENEMERITO
BANDA DI
MANGO Dal 15/11/1943 Al 30/05/1944
FORM AUTONOME
MAURI Dal 01/06/1944 Al 31/12/1944
Terza formazione 10° DIV
GL Dal 01/01/1945 Al 08/06/1945
GALLIZIA GIUSEPPE
12/05/1907 Comune di nascita COSSANO
BELBO (CUNEO) - ITALIA Cittadinanza ITA
Nome di battaglia GILERA Qualifica
ottenuta CADUTO Periodo attività Ultima
formazione FORM MAURI
Prima formazione 2° DIV
LANGHE Dal 18/12/1943 Al 29/06/1944
Grado
conseguito PARTIGIANO Dal 18/01/1943 Al 29/06/1944
Caduto il 29/06/1944 nel Comune
di LEQUIO BERRIA CADUTO IN COMBATTIMENTO
GATTI CARLO 26/04/1926
CASTIGLIONE TINELLA (CUNEO)
SANTO STEFANO BELBO
Nome di battaglia GATIN Qualifica
ottenuta PARTIGIANO 2° DIV LANGHE
Prima formazione 2° DIV LANGHE
COM Dal 15/12/1943 Al 07/06/1945
PARTIGIANO Dal 15/12/1943 Al 07/06/1945
MANZONE LORENZO 29/07/1916 TREZZO TINELLA (CUNEO) CASCINA TEILA'
AGRICOLTORE Settore AGRICOLTURA
ESERCITO ARTIGLIERIA SERGENTE
MAGG.
Nome di battaglia ENZO PATRIOTA 2°
DIV LANGHE
BRG BELBO Dal 25/02/1945 Al 07/06/1945
SACCO MAGGIORE 25/05/1925 TREZZO TINELLA (CUNEO)
MECCANICO AUTISTA
Reparto RSI GNR Grado
conseguito Dal 24/12/1943 Al 02/02/1944
Nome di
battaglia MILLER PARTIGIANO 21° BRG MAT
FORM
AUTONOME Dal 10/10/1943 Al 24/12/1943
COMANDANTE
DIST Dal 10/10/1943 Al 24/12/1943
Luogo di deportazione Dal 24/12/1943 Al 02/02/194
ZUCCARO RENZO 21/06/1925 ISOLA
D'ASTI (ASTI)
Nome di battaglia RAZZO PARTIGIANO 2° DIV LANGHE
BANDA GL Dal 20/06/1944 Al 15/08/1944
COMANDANTE SQUADRA Dal 01/01/1945 Al 08/05/1945
BRG ROCCA D'ARAZZO 2° COMP Dal 16/08/1944 Al 08/05/1945
Il mio nome di Battaglia era “Razzo” ed ero della Brigata Rocca d’Arazzo,
avevo uno Sten, ma il mio compito era di venire a prendere materiali dei lanci
e portarli ai miei compagni. A volte effettuavano lanci verso Costigliole
d’Asti, ma più sovente li facevano qui, ed allora facevo la staffetta: tra
Valdivilla, San Donato e la Rocca. Andavo e venivo, soprattutto di notte.I miei
compagni dicevano che portassi loro delle armi e munizioni. Purtroppo
scarseggiavano sia le armi che le munizioni.
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