mercoledì 4 febbraio 2026

SALVETTI RENATO 1923 LEVICE DOGLIANI

 

 


 

 


 

 


 

 RENATO SALVETTI 1923 DOGLIANI

Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza. Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre l’odio. Pertanto finchè ho voce voglio gridare “pace” e ricordare ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il benessere e per il futuro.


 Renato Salvetti operò per tre mesi in una formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano solo in due piemontesi, lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in uno scontro con i nazifascisti.

L’8 Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo Cavalleria Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo il servizio militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva dire “marconista”,  come altri ignoravo cosa stava succedendo, figurati che ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la destra e la sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando arrivarono i tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma dopo qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma. Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice presso  i miei nonni e mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a San Benedetto Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona. Mi accettarono e per alcuni mesi ci nascondemmo e ”operammo” in Alta Langa ma senza sparare un colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una Trattoria vicino alla fontana, era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma non voleva che portassimo dentro le armi, pertanto le lasciavamo  fuori. Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma qualcuno fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente fuggimmo, senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un inglese che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso Camerana. Braccati, inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per raggiungere Bonvicino.

 

“braccati dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa e attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino. Qui trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì. Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un certo punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere: nevicava alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle.

Vedemmo che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i nostri compagni che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero fascisti. Arrivarono e prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e non avemmo il tempo di reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero calpestare la neve fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle scudisciate con dei frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal “famoso” colonnello Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la Piazza di Mondovì. Questi ci fece la proposta di passare con loro oppure ci avrebbero messi nelle mani della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per tutti il comandante della Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati, su dei camion con le sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi condotti in Piazza Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato Comandante Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo.

Ci fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più di una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che qualcuno aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché non scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono, così la scampai, ma non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la presi e ne mangiai il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima esperienza di grande fame vissuta.

In seguito fummo messi al muro in uno stanzone  e quattro fascisti bendati scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen)

seppi in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva toccare anche a me, la sorte mi risparmiò.

Caricati su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino alle Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone che venivano torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro o cinque giorni ci riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili.

La mia mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti avvenuti qui a Dogliani.

1313 Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro “Tu passerai per il camino” di  Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e figlio entrambi deportati a Mauthausen)

Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I morti sono stati 37.000 di cui 7.860 erano ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.

 

 


 

Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René Mattalia lui fu internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati per tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza.

I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore e la morte.

La vita nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi per frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo.

Ancora adesso, che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola, sentivo che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i bombardamenti qui a Dogliani.

(Renato mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)

 

Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci sono solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane( professionisti e antifascisti convinti).

Quando fummo in cima, un mio carissimo amico, Marchiò di Dronero del 1882 mi disse.<Renato, andiamo verso il buio questo è un campo di sterminio, ci sono i forni crematori!> Lui aveva subito capito di cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma ben presto lo avrei capito.

Entrammo passando sotto un portale stupendo e vedemmo una piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove barbieri improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale. Ancora ci rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con il rasoio facendoci sanguinare.

Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di “scnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con i calcio dei fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le ascelle e quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre giorni in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in tedesco perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187 scalini. Ai due lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza scrupoli e promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi nelle cave poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di lavorare al tornio. Io raccontai una “balla” (frottola) poiché non sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita , rischiai. Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a  costruire dei pezzi per i “moschetti” ne realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita era dura come a Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del 1928 e il dottor Gallo di Cherasco.

  RENATO DURANTE L’INCONTRO

ALL’ ISTITUTO “B. FENOGLIO” DI NEIVE

 



DOPO IL SUO RACCONTO, questo ragazzo di origini tedesche chiese scusa a Renato per quanto la sua gente lo aveva fatto soffrire! Renato lo abbracciò forte e si commosse!

 

Incontro all’ISTITUTO DI LEQUIO BERRIA

 


 


 INCONTRO ALL’ISTITUTO DI CORTEMILIA




SELFIE CON ragazzo della Borgata di Levice Avadame dove nacque Renato


 

 

 


SOBRERO SAGLIETTI IRENE 1936

 





 

 

       

 
NONNI GIUSEPPE ED IRENE




                                

IRENE SOBRERO 1936 E MARIO SAGLIETTI1932

MI HANNO RACCONTATO

Irene Sobrero nata a Cerretto Langhe in località “ANTOCC”(ANTIOCHIO) nel 1936 è la sorella di Clelia di quattordici anni più grande. Il padre Carlo, del 1890 partì militare a 19 anni e tornò a casa soltanto dopo sette anni di guerra in Africa e 3 della grande Guerra.                      FANTE SOBRERO CARLO

CERRETTO LANGHE 03 11 1890

DI IRENE E DI GIUSEPPE

Irene, la figlia ricorda che il papà le raccontava, partì a 19 anni e fu inviato in Africa, dopo sette anni vissuti in condizioni incredibili fu felice di essere rimpatriato ma quando fu a Firenze sede del suo Battaglione ebbe la sorpresa di sapere che doveva ancora andare a difendere la Patria e a combattere in Veneto e sul Carso. Così si sobbarcò altri tre anni di indicibili fatiche e pericoli. Al termine della Grande Guerra riuscì ad arrivare a Ceva dopo un viaggio lunghissimo e scomodo. Da Ceva si avviò a piedi e con due giorni di cammino raggiunse finalmente Cerretto Langhe. Erano trascorsi dieci anni, si presentò alla casa che aveva lasciato e vide sua madre, che spaventata al vedere quell’uomo con barba e baffi vestito come un mendicante chiamò a gran voce il marito:< Bep, Bep, vèn chi jè un co ciama rà carità!> (Beppe,Beppe, vieni che c’è un uomo che chiede l’elemosina!). Non aveva riconosciuto Carlo! Questi le disse<mamma sono tuo figlio!> Carlo diceva sempre che dopo dieci anni trovò due fratelli che aveva lasciati piccoli e ora erano giovanotti, non li riconosceva più, trovò la stalla bruciata ed era morta una mucca(per quei tempi era la rovina per una famiglia!). Carlo seppe riprendersi, lavorò duro, si sposò ed ebbe una bella famiglia, ma raccontò sempre dei dieci lunghi anni sofferti in Guerra

Carlo e la mamma di Irene ebbero sette figli dei quali solo tre furono viventi: nacque Clelia nel 1922, poi un bimbo nel 1924 che morì, nel 1925 venne al mondo il maschio che visse fino in età adulta, quindi la madre diede alla luce altri due figli che morirono in tenera età e infine partorì Irene nel 1936.

Irene racconta che alla sua nascita, siccome durante il parto erano già morti due bimbi, decisero di chiamare il medico. A quei tempi le donne partorivano a casa al massimo con l’aiuto della “LEVATRIZ” (Ostetrica) del paese che nella maggior parte dei casi erano donne con grande esperienza ma non certo con studi di medicina.

Quel tre Luglio del 1936, raccontarono, vi fu un temporale fortissimo con tuoni e lampi da brivido, piovve tutta la notte, e il medico che arrivò con il calesse, essendo fradicio di pioggia si asciugò rimanendo tutta la notte e la mattinata accanto alla stufa. Fece una visita alla mamma che aveva dei dolori fortissimi e sentenziò che era tutto normale. Irene venne alla luce da sola mentre il medico con i nonni e il padre si mangiavano i tajarin di nonna Irene. Onestamente il medico non pretese altra parcella che un altro piatto di tajarin e un bicchier di vino!

 

 

LAVORI DEI BAMBINI

Irene frequentò la scuola materna con le suore a Cerretto Langhe e poi fino alla quarta elementare, il quinto anno di scuola lo frequentò da privatista, invece il marito,Mario dalla Buffarola, dei tre Cunei, pur essendo in territorio di Arguello, andava a Lequio Berria. Entrambi ricordano che prima di andare a scuola i genitori li facevano andare un’ora o più in”pastura”(al pascolo) con le pecore. Mario dice che veniva la mamma a dare il cambio e gli diceva di andare a mangiare “la supa” zuppa di latte con il pane” peu ‘t butavi èr faodà e via a pé a scora!” (poi ti mettevi il grembiule e via a piedi a scuola!)

Al pascolo, con un occhio alle pecore le ragazzine non perdevano tempo a giocare, era stato loro insegnato a lavorare la lana con i ferri e sempre sferruzzavano. Ricorda di una vicina di casa che durante le due ore di “pastura” realizzava “in caossèt” (calza) di 20 cm. Teneva il “limissèl”(gomitolo) nel grembiule e da in piedi o camminando realizzava manufatti non solo per i famigliari, ma anche a pagamento per chi le dava la lana.

Durante le veglie “vijà”, chiacchierando, le donne sferruzzavano e gli uomini intrecciavano ceste e cestini. A lei, la nonna insegnò presto a filare la lana e rammenta che le faceva filare la lana fine degli agnelli “tozonà” (tosati)per  la prima volta. Commenta: < si realizzavano calze, canottiere intime e non si comprava nulla!>.

Con i bozzoli dei bachi da seta producevano i fili di seta. Facevano bollire i bozzoli e poi con la “Vindora”(arcolaio o bindolo)  realizzavano la matassa .

 

 

IRENE RINGRAZIA LE SUORE DI CERRETTO LANGHE

Irene ringrazia di cuore l’operato delle suore di Cerretto Langhe. Furono “educatrici” meravigliose per generazioni di ragazze come lei che grazie a loro appresero l’arte del  ricamo, dell’uncinetto, del cucinare ed anche “marissie”(indicazioni) per tenere pulita e in ordine la casa. Le Suore possedevano un po’ più di cultura delle loro mamme e aiutavano le giovani a crescere.  

 

 

FATICHE  DA BAMBINI

Mario ricorda con piacere le suore di Lequio Berria dove frequentò l’Asilo infantile negli anni trenta, poi nel periodo della scuola. Per lui, oltre il pascolare le pecore venne il tempo di andé ‘dvan ai beu (andare davanti ai buoi e il lavoro del raccogliere i sassi nei campi arati. “ a sés sèt agn ci mandavano con nà cavagna a cheuje èr pere anti camp!”(A SEI SETTE ANNI CON UNA CESTA A RACCOGLIERE SASSI E PIETRE NEI CAMPI!)

Le raccoglievano con la cesta e quando era piena la svuotavano al bordo del campo.

<Quante pietre ho raccolto – esclama Mario- in quei campi dove veniva seminato un grano che non cresceva più alto di cinquanta centimetri. Certo, concimi non ce n’erano, letame poco e poca “cotura”(terra buona). Eppure si viveva di quel poco!>

PANIN A QUATTRO SOLDI!

Aggiunge che soldi ve ne erano proprio pochi, e racconta che nel ’36, quando frequentava la prima classe, per andare a scuola passava davanti alla vetrina del panettiere dove erano esposti dei piccoli panini con lo zucchero sopra. Costavano quattro soldi e Mario ogni giorno chiedeva alla mamma che gli desse quattro soldi, ma non li ricevette mai e nei quattro anni di scuola continuò a vedere i panini in vetrina e a immaginarne la bontà. Più grande comprese che la mamma non poteva darli a lui perché avrebbe dovuto darlo anche agli altri tre fratelli e sorelle che desideravano quanto lui quei panini. Il più grande era del 1927, un altro del’28, una del 30 e lui del’32.

Un altro ricordo torna alla mente di Mario

 

 

 “Ran massame ra Maestra!” Mi hanno ucciso la Maestra

Il 12 Febbraio 1945 io ero a scuola a Lequio Berria. La mia maestra era Capello Lucia di Ceresole d’Alba . Arrivarono i Tedeschi evidentemente perché avevano saputo che da “Ceron” c’erano i partigiani. Ricordo benissimo che era “Mèsdì e chèicoz!”(mezzogiorno e qualche minuto), si sentì sparare e la maestra ci disse :” bambini state qui buoni che io vado  a vedere cosa è successo!” Venne ad accompagnare l’altra insegnante che abitava proprio nella casa “ch’ìi divo da Ceron” e arrivarono nel bel mezzo della sparatoria. Una maestra rimase solo ferita mentre la mia insegnante fu uccisa. Successe che quando i tedeschi con le camionette furono  prima di arrivare in paese dove c’è ora il monumento , qualche partigiano sparò e iniziò così! Vers mès bot (verso le  dodici e trenta un’altra  maestra ci fece uscire da scuola e noi che venivamo verso i Tre Cunei  passammo dove c’era stata la sparatoria. Vedemmo dei lenzuoli che coprivano dei corpi e qualcuno disse “Ran massà rà nostra maestra!” (hanno ucciso la nostra maestra!) ma c’erano i tedeschi e “Ran pano fanra voghè!”(non ce l’hanno lasciata vedere!). Ci fecero filare “pèi dra lozn e noi na pao der diao”!(come il fulmine e noi avevamo una paura del diavolo!)

A iéra propi na brava fomra! Mi m’ra sogn ancora adèss! (era proprio una brava donna! Me la sogno ancora adesso! Mi fece scuola dalla prima elementare alla quarta e poi me l’hanno ammazzata! 

 

IRENE E LA LESSIJA(IL BUCATO)

Irene mi spiega come facevano il bucato una volta:

Ponevano le lenzuola  nella “sija”(mastello a doghe di legno)sopra un fondo di rami secchi di vite”sèrmente” o di pino, quindi facevano bollire “ra sénnré”(cenere di legno che non macchia) in un sacchetto di tela e versavano l’acqua bollente e la “liscivia”. Il procedimento si effettuava più volte finché si riteneva che il bucato fosse ben”sgrassà”(pulito). Per risciacquare si portavano i mastelli con il bucato al “GORGH” o al BELBO” sul carton tirato dalla mucca. Nell’acqua le donne risciacquavano, battevano sulla pietra e sfregavano i panni, poi li strizzavano. Ancora le donne si cimentavano nel “Fè rà bota(bolla) con le lenzuola”, consisteva nel creare una bolla d’aria sotto le lenzuola sull’acqua in modo che gli uomini con le”patele”stecche di legno” le battessero per ulteriormente far uscire l’acqua e lo sporco. Dopo un’ ultima strizzata il bucato veniva steso sull’erba del prato e in parte alle corde stese con la “cavaglia”(brope legate) che servivano ad alzare la corda affinchè le lenzuola sventolassero e asciugassero prima. In attesa dell’asciugatura si cantava e i bambini giocavano, e si trovava il tempo per complimentarsi con le giovani che avevano imparato “ a fé rà bota” e voleva dire “ chi jero da Majré” (erano da sposare).Verso sera, avvenuta la piegatura, si rientrava in cascina lasciando una scia di profumo che Irene dice “ reu mai pì sèntì!”(non ho mai più sentito!). A casa il bucato veniva ritirato nei bauli e ogni donna aveva un profumatore come segreto: “chi i ramèt èd lavanda, chi feuje ‘d lauro,o rosmarin e sbércie (bucce) di limone.

Questa è la foto della Leva del 1925 di Cerretto Langhe. Avevano solo 18 anni e li fecero ancora partire per la guerra. Riconosco mio fratello Dario, Beppe dèr Brich, Tarcisio Cavallotto, il papà di Mariulin Cavallo il meccanico, Felice ‘d montané delle Fontane (Partigiano Lice) e suo papà che faceva il cuoco. Vi è quello ch’ii divo “er ghecc”, e questo che abitava in località Bolla. Riconosco anche Sobrero Pietro.

Mio fratello Dario lo fecero ancora andare in Caserma a Cuneo poi mio padre fu dichiarato disabile per motivi di guerra e così fu congedato.


 


Dopo l’alluvione andammo in Belbo e salimmo tutti su questo albero trasportato dall’acqua

Rricordo tutti quelli che eravamo:

Una mia cugina, un cugino che poi andò a Lecce, la sorella di mio cognato Abbate,

Marisa dèr Borgatt

Nino dèr fré papà di Giorgio e Luciano,

Italo Cavallo

Il papà di Claudia Rinaldi

Teresio d’an Castel, Abbate mio cognato marito di Clelia

Lena drà Piagera

Rosanna dr’ére


RABINO RINALDO



                                   mamma         Papà Cav. Secondino



                                     RABINO LUIGI


Grazie alla TESTIMONE DELLA MEMORIA Sobrero Saglietti Irene

Onoriamo la Memoria del Caduto

RABINO LUIGI CARLO DI DIONIGI CORTEMILIA 27 /02/1925

Res.CRAVANZANA Contadino

CRAVANZANA il 21/11/1944

 

 

PAGLIERI RINALDO di SECONDINO CRAVANZANA (CN/I) il 18/12/1927

CRAVANZANA (CN) Contadino Civile

CRAVANZANA (CN) il 20/11/1944

Irene ricorda che da Cerretto Langhe, per andare a Feisoglio si scendeva dalla strada che conduce al Mulino di Cerretto langhe detto “dèr Lavagèl”. Durante il tragitto vedeva sempre una Croce di legno (con due foto) piantata sul ciglio della strada. Chiese chi fossero quei due giovani e seppe che uno era un “Rabino” che abitava alla Cascina del “Paré” ed era un parente dei Rabino che vivono a Serravalle Langhe. Le dissero che lui e il suo compagno furono uccisi dai nazifascisti che li videro dalla collina di Feisoglio.

SU GAZZETTA D’ALBA DEL 7 SETTEMBRE 1979 nella pagina PARLANO I PROTAGONISTI a cura di RENZO AMEDEO trovo un’intervista al Maestro TERULLA:< Eravamo lungo le rive del Belbo le acque scorrevano lentamente. La giornata era fredda ed i colli delle Langhe avvolti da una fitta nebbia. Si sentivano a poca distanza le voci dei tedeschi che preparavano l’assalto alle forze Partigiane. Ci era stato dato dal Comando partigiano un ordine preciso; ostacolare il più possibile il transito di automezzi ed il trasporto di armi da Cerretto Langhe verso Cravanzana. L’unica strada che attraverso il Belbo, univa i due comuni, doveva essere resa impraticabile prima che i tedeschi scendessero a valle. Non fu possibile fare grandi cose per ritardare almeno di qualche ora, l’arrivo dei nazisti. Intanto gli uomini di Mauri continuavano ad arrivare a Cravanzana con armi e automezzi, spinti in avanti dal rastrellamento. Lungo la Provinciale del Belbo era un continuo passaggio di automezzi provenienti dalle località più diverse. I tedeschi giunti al paese nelle prime ore del mattino, avevano seguito tutte le direzioni, attraverso i sentieri ed i boschi.Circondato improvvisamente il centro abitato, erano riusciti a catturare senza essere disturbati, un gruppo di Partigiani nascosti in una casa vicinissima alla strada provinciale. Il 20 Nov era appena iniziato ed il comando tedesco sistemato nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale aveva dato l’ordine, prima delle sette, della fucilazione di sette militari della Formazione Mauri. La condanna a morte venne eseguita presso la Chiesetta di San Rocco, dove i fucilati vennero sistemati. ……nella giornata del 20 11 ’44 avvennero altre fucilazioni.

Caddero le seguenti persone:

Poggio Giuseppe(nato a Vesime ,1924, Garibaldino ucciso presso l’albergo del mercato di Cravanzana.

I giovani RABINO CARLO (NATO A CORTEMILIA 1925 RES. A Cravanzana in Reg. Pareto) e Paglieri Rinaldo (nato a Cravanzana 1927 res. in regione Cappelletti) vengono uccisi nelle vicinanze del Belbo.

Un partigiano delle formazioni Garibaldine FORNARO GIOVANNI CLASSE 1927, (MENZIONATO DA PIETRO CHIESA ed EIRALE GIUSEPPE DI BORGOMALE) è fucilato nei pressi della cascina “Tomalino” di Cravanzana 20 11 '44


Un ignoto proveniente da Torino (Marzano Eugenio Torino 1925) Garibaldino, fu trovato almeno 7 giorni dopo lungo la strada del Mulino, vicino al Capoluogo di Cravanzana. Era un Protestante ed il suo “Pastore, avvisato, venne poi a prelevarne la salma.

I due giovani di Cravanzana, non soggetti ad obblighi di leva, data la loro età, erano usciti dalla propria abitazione il mattino del 20. Spaventati dalle raffiche dei tedeschi provenienti da Cerretto Langhe si erano dati alla fuga tentando di nascondersi nelle vicinanze del Belbo. Furono visti e colpiti da numerosi colpi di arma da fuoco. Morirono verso le 7 del 20 in località San Vitale, ed ebbero sepoltura due giorni dopo in Cravanzana.