venerdì 10 ottobre 2014

Marchetti Giuseppe 1919 La mia vita militare 1938 1945





GUERRA DI FRANCIA



GUERRA GRECOALBANESE

MAMMA ROSA                                       PAPA' VINCENZO
FANTE MARCHETTI VINCENZO




GIUSEPPE
 MARIO


  
Storia di Marchetti Giuseppe 1919 GEPU drà Scià Benevello
Trascrizione di Beppe Fenocchio di Neive Arguello
LA MIA VITA MILITARE 
 1938
Giuseppe è il mio nome. Sono figlio di una famiglia numerosa, quattro fratelli e purtroppo nessuno è stato esonerato dal servizio militare. Li presento: Giovanni classe 1906 II° Reggimento Alpini, Felice classe 1913 II° Reggimento Genio Telegrafisti, Mario classe 1917 IV° , Reggimento Artiglieria Alpina,  ed io Giuseppe classe 1919 di professione agricoltore e come povera gente dico mezzadro fin dalla nascita. I giorni passarono finchè giunsi all’età di 18 anni, qui iniziarono i problemi. Abitavo in una cascina di nome Camorotti, distante 5 chilometri da Rodello. Siamo nel 1937, in quell’epoca era obbligatorio il corso pre-militare della durata di tre mesi. Tutti i sabato pomeriggio dovevo recarmi a Montelupo per fare istruzione e inoltre era obbligo avere la tessera del fascio. Questo obbligo mi nauseava, anche perché, a dire il vero, la tessera del fascio , nella famiglia Marchetti non è mai entrata e proprio per questo ne abbiamo portato le conseguenze. Siccome io avevo tre fratelli che avevano già effettuato il militare, io avrei dovuto essere esonerato, quindi presentai i documenti di vario genere e li presentai in municipio a Rodello per la firma del Podestà che a quel tempo era Cagnasso Leone. Questi me li firmò dicendomi che tuttavia era indispensabile avere la tessera del fascio. Io non feci caso a quelle parole, ma le ricordai  nel 1940.
LA TESSERA DEL FASCIO
Il dieci Maggio 1939 mi recai presso la commissione di leva e, speranzoso di essere riformato, forte della mia misera corporatura: cm. 164 di altezza e cm. 90 di torace, ebbi una forte delusione. Facevano abili anche gli storpi e non mi rimase che sperare in un cambiamento del destino nel periodo che mi separava dal servizio militare. E poi speravo che l’avere tre fratelli che avevano svolto il militare potesse aiutarmi per essere esonerato.
ABILE E ARRUOLATO!
Il 13 Marzo 1940, mi alzai alle quattro , fiducioso nell’avvenire salutai i miei di famiglia e i vicini e andai ad Alba a prendere il treno per il Distretto di Mondovì. Qui ebbi la delusione finale, neppure la legge dei tre fratelli militari non potette esonerami. Qui mi tornarono alla mente le parole del Podestà: <Io ti firmo i documenti, ma senza tessera del Fascio non combini nulla!> Infatti, sul foglio Matricolare lessi: NON AMMESSO ALL’EVENTUALE CONGEDO ANTICIPATO perché PUR TROVANDOSI NELLE CONDIZIONI DI CUI ALL’ARTICOLO 85 N.2 DEL VIGENTE TESTO UNICO DELLE LEGGI DEL RECLUTAMENTO DEL REGIO ESERCITO, MANCA DEL REQUISITO PRE-MILITARE.
Fui dichiarato Abile e mi assegnarono al II°Regg. Alpini Battaglione Valle Stura 215° Compagnia.



LA MIA PRIMA GUERRA
Monte Puriac Accampamento Alpini 215°
A metà Maggio iniziarono le marce in montagna. La prima fu da Cuneo a Perdiona (una frazione di Demonte), la seconda Marcia da Perdiona a Sambuco, terza tappa da Sambuco al Gias del Piss. Questa marcia me la ricordai per sempre perché arrivai stremato, tre ore dopo i primi ma mi consolai perché ne arrivarono anche dopo di me. Qui rimanemmo 15 giorni, poi con la mia Compagnia, verso il 6 di Giugno ci trasferimmo al colle Puriac. Le altre compagnie, la 213° e 214° rimasero beatamente al Pian della Regina vicino a Pietraporzio. Venni a sapere  che la 215° era chiamata la “Compagnia“ scalcinata perché “disciplinare”e infatti facemmo una lunghissima marcia di una trentina di chilometri che ci portò in cima al Monte. Qui ci accampammo su di un pianoro dove non mancava il freddo e l’appetito. Verso il nove Giugno il mio Plotone venne mandato sul costone distante circa 3 Km. dall’accampamento, qui si montava  la guardia e si era di vedetta, giorno e notte si effettuavano turni di due ore. Il bello fu che non sapemmo che si era in guerra e ne venimmo a conoscenza solo il 12 Giugno. Siccome tutto era tranquillo pensammo non fosse vero, ma il giorno 19 giugno, mentre stavo scrivendo a casa e dicevo che eravamo a pochi metri dal confine, sentii il fischio di tre o quattro granate che passarono  sopra di noi indirizzate su Bersezio, fu così che compresi che ero in guerra. Aumentò la “fifa” anche se nella notte tutto tornò tranquillo e in me iniziò a crescere la tensione. Ci facevamo coraggio a vicenda con i compagni, ma i posti di guardia erano distanti cento metri l’uno dall’altro e inoltre io e i miei commilitoni non avevamo mai visto come si faceva la guerra, né avevamo mai sparato con un’arma militare. Quella notte, sebbene fosse una delle più corte dell’anno fu assai lunga. Il nostro comandante era un Sottotenente di Acceglio. Era un bravo uomo, una persona da baciare, ci radunò e ci spiegò che alle 8 ci sarebbe stata l’offensiva e quindi avremmo dovuto avanzare.
Di vedetta con l’offensiva!
 Noi lo guardavamo  e chiedevamo cosa avremmo fatto in quanto eravamo solo una trentina, ma ci tranquillizzò chiarendoci che sarebbe venuta una Compagnia di Alpini in rinforzo. Arrivò il momento di andare a dare il cambio alla sentinella e non solo applicai la Consegna di osservare i movimenti dei soldati francesi  ma osservavo ancora di più se arrivavano dei militari italiani a venir su! Verso le otto arrivarono, era un Battaglione di Alpini armati fino ai denti e con l’elmetto con il numero 11. Appena superato il Confine ci fu il finimondo, piombavano granate di mortaio contro il costone, le mitragliatrici confondevano le urla dei soldati. Mi riprese una gran paura , ero in una posizione per niente sicura e allora pensai: ora fanno l’offensiva, quindi non è più il caso di stare di vedetta a rischiare la pelle! E andai a mettermi al sicuro sotto un roccione giù in basso e distante 300 metri dal posto di guardia dove dovevo essere di sentinella, e qui rimasi fino a sera. Quando il Sottotenente, che dicevo era un uomo da baciare, mi fece cercare e mi vide mi chiese dove ero stato. Gli dissi la verità e lui mi diede un calcio nel sedere ma ben deciso e mi disse di ringraziarlo. Anche se non proprio convinto lo ringraziai, lui mi spiegò che per l’abbandono del posto di guardia era previsto il processo e la pena era la fucilazione ma essendo una recluta non voleva avere la mia vita sulla coscienza e così la passai con un solenne calcione.
LA MIA SECONDA GUERRA
Per due volte evitai la partenza per l’Albania. La morte della mia mamma mi permise di non partire per  la prima volta. Avevo già ascoltato il Discorso in Piazza d’armi:< :< Si parte! La patria ha bisogno del nostro aiuto! Arriveremo a Foggia e di lì in aereo raggiungeremo Tirana!>, quando giunse un tenente che mi comunicava che avevo la Licenza per grave lutto.
Allo scadere della licenza, il 2 Gennaio 1941, rientrai a Cuneo in una compagnia composta di “Piedi piatti” e “raccomandati” e fui trasferito il giorno stesso a Costigliole di Saluzzo dove ripresi la Naja.

Fui convocato dal Maggiore il quale mi riferì che sarei andato a Savigliano a fare il conducente in un Reparto di Sanità. Nuovamente partìi alla volta di Cuneo dove, nella piazza del bestiame, trovai 38 muli requisiti ai borghesi da caricare sugli automezzi . Incontrai anche un Alpino di Benevello, col quale avrei condiviso piaceri ed amarezze per ben 29 mesi, era Giuseppe Bonelli.  Ci fu affidato un nuovo mulo e intanto arrivò un Borghese piuttosto anziano che con fare misterioso ci fece domande sul da dove si veniva e dove era la destinazione e molte altre cose. Ma tutti noi siccome c’era ordine di” non parlare che  il Nemico ti ascolta!” non si rispondeva tanto più che era una persona che non si conosceva! Dopo un po’ di indagini, quel Borghese si rivelò, ci disse: <Sarò il vostro Capitano e vi raggiungerò a Savigliano, non so se scaricheremo i muli o se proseguiremo per Bari >. Giunti a Savigliano al mattino giunse l’ordine di scaricare, si cominciò sperare di non andare in Albania. Fummo accantonati nel Convento Dario Pini dove si trovava la 309° Sezione di Sanità ed effettuammo l’Adunata, ma senza tromba. Qui  i segnali venivano dati con una campanella e poi il soldato addetto urlava: Adunata, o Rancio, o Visita Medica. Ci radunammo noi 38 alpini da una parte e la “Vaselina”( da un’altra, in questa c’era gente di ogni tipo,molto alti, molto piccoli, qualche piemontese, sardi,siciliani e di altre Regioni.) Il capitano ci presentò tutti i nostri superiori: un capitano Medico, due Tenenti Medico, un Sottotenente Farmacista e un Cappellano. Eravamo la 309a sezione di Sanità Alpina composta da 5 Ufficiali, 160 uomini e 38 muli. Comandante del gruppo conducenti muli era un sergente della classe 1913 reduce dalla Campagna in guerra di Etiopia e guerra di Francia, era anche lui stufo della Naja.
A Savigliano si trascorsero tranquillamente i mesi di Gennaio e Febbraio ascoltando i notiziari radio che comunicavano che in Albania tutto andava bene e che non avrebbero inviato altre truppe italiane. Si sperava quindi di rimanere in Italia. Improvvisamente, però giunse l’ordine di partire e due ore dopo eravamo già di partenza con tutto l’equipaggio. Era un Venerdì e scrissi a casa per avvisarli della partenza poiché mio padre sarebbe venuto la domenica a trovarmi a Savigliano. Purtroppo la lettera non giunse in tempo e il padre fece il viaggio ma non mi trovò. 
Albania e Grecia
Non avevo mai visto il mare
IL 27 FEBBRAIO 1941 ALLE ORE 12.00, una lunga tradotta lasciò Savigliano trasportandoci a Bari dopo 36 ore di viaggio. Attendemmo il giorno dell’imbarco, il 3 Marzo. Salpammo verso mezzanotte imbarcati su di un battello mercantile con la stiva piena di munizioni, noi soldati(Vaselina: così erano chiamati quelli della Sanità!) sul ponte guardavamo il mare in tempesta. Le navi presero il largo e noi demmo l’ultimo saluto all’Italia. Fu un viaggio tremendo, sembrava di essere sull’altalena e si pensava di finire “ai Pesci”! Venne giorno e per curiosità salii sul ponte, sia per vedere la situazione che per vedere il mare, giacchè non lo avevo mai Visto!. Non lo avessi mai fatto!, mi prese il “mal di mare”, mi tormentò finchè sbarcammo, alle 5 di sera! Del 4 Marzo a Durazzo in Albania. Appena sbarcati riprendemmo a marciare per raggiungere il Fronte. La prima marcia fu Durazzo-Fieri , la seconda Fieri –Valona, fin qui percorsi abbastanza tranquilli, poi iniziò la montagna e trovammo solo pietre, fango e spine, proseguimmo per Ducaj e poi per Tepeleni in Grecia. Incontrammo Autoambulanze cariche di feriti, giovani che erano più morti che vivi, e qui iniziò la mesta odissea. Si sentivano già i colpi di cannone e di mortaio, nonostante fossimo ancora a molti chilometri dal fronte. Intanto si continuò a marciare senza conoscere la meta. Si sapeva che eravamo destinati al 9° Reggimento Alpino Divisione Julia, giungemmo nei pressi di Tepeleni e ci diedero l’Alt per informarsi dove avremmo dovuto andare. Sembra incredibile ma nessuno sapeva dove doveva andare il nostro Reparto. Va bene che eravamo “solo “ un gruppo di Portantini Infermieri e conducenti muli  col Cappellano e comandati da Medici ma si andava pure per curare dei feriti e ammalati, eppure successe proprio così: nessuno sapeva la destinazione!
Verso l’Estrema Unzione
In quella disorganizzazione, a noi sembrava più di andare verso “l’Estrema Unzione” che in guerra. Inoltre ci fecero fermare proprio in un punto in cui i Greci ci potevano vedere e quindi colpire! Fortunatamente ci videro,prima dei Granatieri Italiani nascosti dietro a un costone di roccia che fiancheggiava la carreggiata e ci urlarono di metterci al riparo. Ci spostammo di pochi metri e riuscimmo a nasconderci, appena in tempo per vedere che, dove eravamo prima , arrivavano numerosi colpi di granata. Proseguimmo ancora con una grande tremarella che tormentava tutti. Tepeleni non era un paese, ma solo un pianoro vicino al fiume Vojussa, tra l’altro un fiume con acque che scendevano impetuose!
Ponte di barche sulla Vojussa
 Qui dovemmo attraversare il fiume su di un ponte di barche costruito dal genio Militare. L’acqua scorreva rabbiosa ed eravamo visualizzati dai greci, eppure bisognava passare in quel modo. Neppure non si poteva attendere la notte. Il Capitano,visibilmente”Spaghettato”(Spaventato) anche lui, decise di farci attraversare a tre alla volta. Passò per prima “la Vaselina” e lo fece di corsa. Noi “Conducenti” pensierosi guardavamo e ci chiedevamo: < al nostro turno passerà il conducente e poi il mulo?> e invece no, anche noi dovemmo passare a tre per tre con i muli. Evidentemente il Capitano pensava che i Greci avrebbero visto solo i soldati e non i muli! Comunque fummo graziati e si vede che facemmo “compassion”(tenerezza) come Vaselina! Superato il ponte, a ognuno di noi il cuore riprese a battere regolarmente e si diede un lungo sospiro. Proseguimmo il cammino per due chilometri e fummo a destinazione, ci accampammo ai piedi di una montagna:il Monte Becist. Qui furono montate due tende che fungevano da Piccolo Ospedale da campo, e arrivò l’ora del servizio. La vita non era tanto dura ma ci rattristavamo a vedere quei poveri soldati che venivano da noi trasportati con le barelle, erano veramente mal ridotti. Chi era senza un braccio, chi non aveva più una gamba e chi era cieco completamente! E pensavamo che sarebbe potuto accadere anche a noi. Ci rassicurava il fatto che non eravamo in prima linea e non correvamo grandi rischi. La preoccupazione più grande era di accudire e controllare il proprio mulo, specialmente di notte perché c’era il rischio che chi rimaneva senza mulo si appropriasse di quello di un altro, per cui si dormiva con un occhio solo per non perdere il mulo ed essere inviati in prima linea. Erano giorni brutti e tristi però ci consolava di vedere che altri stavano peggio di noi. Con Burchio e Bonelli , alla sera, in tenda ci confidavamo i nostri timori e ci facevamo coraggio a vicenda. Di giorno noi conducenti andavamo con il mulo a prelevare la spesa nel paese di Perati, situato giù lungo il fiume  Vojussa.
 Si andava volentieri per questo trasporto, perché si sperava sempre di ottenere una pagnotta di pane in più e un po’ di vino. Tutto ciò che si otteneva veniva diviso tra noi tre, eravamo veri amici. Una sera il turno del viaggio toccò a Bonelli, andò a Bergaiasch e tornò molto felice di aver incontrato dei suoi compaesani: Destefanis Carlo, Rapalino Giovanni e e Gallesio Giacinto di Benevello. Quest’ultimo, mio conoscente, gli diede per me un pezzo di sapone di cui fui molto contento. Fino ad Aprile, tra giornate serene e alcune di nebbia si rimase a continuare il nostro poco piacevole lavoro. A metà Aprile giunse l’ordine di avanzare e così caricammo i feriti su autoambulanze, smontammo le tende e caricammo tutto sui muli. Partimmo di notte per avanzare si doveva nuovamente superare il Ponte sul Vojussa. I Greci ripiegarono senza dare tante noie e furono effettuati pochi combattimenti con poche perdite. Ad Argirocastro trovammo tre Bersaglieri morti. Continuammo a procedere fino Metzovo e ci fermammo per un mese, finchè la guerra finì, era il 25 Aprile1941.
LA GUERRA EBBE FINE! MA NON PER NOI!
 Verso i primi di Giugno ci spostammo nuovamente e raggiungemmo Giannina, ci accampammo vicino al lago dove vi erano molte zanzare. Noi della 309° sezione rimanemmo poco e ci recammo a Konitza, un paesino di montagna, dove finì il divertimento. Ci affidarono il compito di recuperare i morti della Divisione Julia. La base era Konitza ma la meta Seftero e Sella di San Attanasio distanti una trentina di chilometri. Ci diedero due casse da basto per mulo rivestite dentro con un telone. Si partiva al mattino presto e si rientrava in serata del giorno dopo, portando 2 o 3 o anche quattro salme, a seconda dello stato di decomposizione. Molte di queste erano di recente morte per cui non puzzavano ancora ma altre erano avvolte in teli tenda e odoravano in modo molto fastidioso, nonostante fossero trattate con il cloro.
 Persino i muli non ce la facevano più! Trasportavamo le salme nel cimitero di Konitza nominato Paradiso di Cantore. Questi viaggi durarono fino a Luglio e Agosto con turni ogni due giorni. Temevamo di lasciare la pelle o per il Tifo o per deperimento, la fatica e il poco nutrimento ci aveva ridotti io a 48 Kg.  Bonelli a 57Kg. Trasportammo ben 1200 salme, fu un vero sollievo quando finimmo. Dopo qualche giorno di riposo, ai primi di Settembre ripartimmo, questa volta con i Camion, caricammo anche i muli. Con tre lunghissimi viaggi arrivammo a Nauplia, una cittadina oltre Atene e Corinto nel Peloponneso. Qui avemmo l’ordine di presidiare delle zone bellissime sulla riva del Mare Egeo fra arance e ulivi. Abituati alle rocce, al fango e alle spine eravamo quasi increduli di poter essere in posti così belli. Anche la gente del posto ci voleva bene e ci trattava famigliarmente e scherzavano chiamandoci soldati gallina perché avevamo la piuma sul cappello. Qui cambiai lavoro e nonostante non mi intendessi di cucina dovetti diventare cuciniere. Vi erano altri tre cuochi più esperti che mi insegnarono qualcosa e così evitai i richiami del Capitano che voleva che i soldati mangiassero bene. Si faceva portare il rancio da assaggiare ed era ficcanaso e meticoloso. A Nauplia trascorremmo l’Inverno e si rimase ancora fino a Febbraio quando giunse l’ordine di rimpatrio della Divisione Julia. Si sperava di rientrare anche noi, ma essendovi ancora molti morti da recuperare e seppellire, il nostro Cappellano chiese un rinvio di partenza, al posto nostro partì il 630 con l’Ospedale da campo. Più inviperiti che mai lanciammo maledizioni al Cappellano. Quando però giunse notizia che la nave Galileo Galilei  su cui viaggiava il Reparto 630 chiedemmo scusa per le imprecazioni inviate e ringraziammo per non essere andati noi a finire ai pesci. Intanto furono sospese le partenze e si rimase fino ad Aprile a Nauplia. Un giorno partimmo per Patrasso dove imbarcammo i muli, noi salimmo su di un treno che ci portò a Corinto e da lì, sempre in treno, attraversammo la Jugoslavia vedendo il disastro che aveva provocato la guerra. La paura era tantissima poiché si venne a saper che i partigiani slavi facevano saltare i treni e mitragliavano le tradotte, specialmente quelle tedesche, ma il timore era che facessero saltare anche noi. Arrivammo interi a Lubiana e proseguimmo per Muccici, un paese vicino a Trieste, qui ci tennero per 15 giorni al fine di ripulirci dai pidocchi e sterilizzarci i vestiti. Trascorsi questi giorni rientrammo a Gorizia dove ci fu concessa una Licenza di 40 giorni. Non ci sembrava vero di poter tornare a casa e si pensava fosse finita una brutta avventura, convinti  di aver fatto molto di più del nostro dovere.
Quaranta giorni passarono molto in fretta e dovetti tornare al Reparto a Gorizia, cittadina sconosciuta ma della quale avevo sentito molto parlare dai padri che avevano svolto la guerra del 15/18.
Si diceva che saremmo rimasti in Italia poiché la Julia era stata sacrificata abbastanza in Albania.
Il mio Reparto non era più quello di prima, gli Ufficiali erano tutti nuovi, solo il Cappellano era rimasto Don Alfredo Battaglino classe 1915 e fratello del vecchi Parroco di Rodello, provenivano da Vezza d’Alba. Ripresi la vita del Conducente muli e mi sollevava l’amicizia di Burchio e Bonelli. 
      Bonelli        Burchio               Marchetti
A peggiorare la situazione giunse un tenente di Disciplina proprio “Schifoso” al quale ero antipatico. Comandava le salmerie e ogni cosa che facevo non gli andava mai bene. Una volta, vedendomi strigliare il mulo mi diede del buono a nulla e mi punì mandandomi nelle cucine al posto di un cuciniere che aveva sbattuto in prigione. Andò bene che con l’esperienza mi feci apprezzare sempre più dal Tenente.
Ai primi di Agosto vennero sospesi i permessi e le licenze ma noi che come Reparto eravamo autonomi, ottenemmo un permesso di 48 ore, tuttavia essendo lontani arrivammo in dodici in ritardo. Fummo scoperti in treno e ci fu fatto rapporto. Il capitano comprese il nostro ritardo e ci salvò. Non fu sufficiente il ritardo, perché il Maggiore ci radunò e ci comunicò che bisognava nuovamente partire: Destinazione Fronte Russo. Così arrivò il 15 Agosto, un’altra giornata triste e malinconica per la partenza verso un nuovo Calvario dal quale non vi erano molte speranze di ritorno.

FRONTE RUSSO

E fu veramente un calvario! Si partì per la terza volta, per un fronte di guerra, già reduci di quello Occidentale, del Fronte Greco Albanese e ora verso quello Russo. Il 15 agosto ci fu la sveglia al mattino presto, equipaggiati con tutta roba nuova, cioè vestiario e affardella mento, si partì alla volta di Salcano stazione ferroviaria di Gorizia. Là vi era una lunga tradotta con carri bestiame”Cavalli otto uomini 40” ci fecero salire, qualcuno aveva un sorriso forzato sulle labbra, la maggior parte aveva le lacrime agli occhi. Era il giorno dell’Assunta ma non so se la Madonna ricevette più preghiere o più imprecazioni. Vi era molta gente a salutarci, forse parenti, vi erano donne, spose, vecchi e bambini, tutti salutavano e piangevano, per molti fu l’ultimo saluto ai propri cari. Era mezzogiorno e il treno partì, verso le quindici si diede l’ultimo saluto all’Italia, si oltrepassò il valico del Brennero. Passammo in Austria e giorno dopo giorno transitammo in Germania,  in Polonia,in Ucraina e si raggiunse la Russia dopo 15 giorni di viaggio. La nostra meta erano le montagne del Caucaso, non la Steppa, perché noi truppe alpine non eravamo gente per la pianura. Lì sarebbero state utili truppe motorizzate, non appiedate come noi. In territorio Russo, il treno si fermò ad una stazione: Isium, e ci fecero scendere dal convoglio. Ci dissero che si cambiava direzione e che saremmo andati sul Don. Iniziammo nuovamente marce estenuanti sotto un sole rovente, con un polverone che soffocava. Quanta sete patimmo! La poca acqua che si trovava aveva il sapore del petrolio. Marcia dopo marcia raggiungemmo un paesino di nome Podischia e ci fermammo per un bel po’ di tempo. Il fronte era distante e si sentivano appena gli spari delle Katiusce. Si ripartì e si raggiunse Saprina, da qui le Truppe da combattimento si portarono sulla sponda del Don. Ci fu un cambiamento climatico improvviso, da un caldo quasi insopportabile passammo  di colpo al freddo. Ci accampammo in un bosco di querce e ci avvisarono che qui avremmo trascorso l’Inverno. Si iniziò a scavare grandi buche e le attrezzammo con travi di quercia per tetto e per pareti. Furono ricoperte di terra e si crearono così dei grandi stanzoni sotterranei chiamati buncher. Qui dentro si dormiva bene e il freddo non si sentiva. In breve tempo realizzammo un villaggio sotto terra con stalla anche per i muli. Io rimasi addetto in cucina, ma i miei colleghi conducenti ricevettero delle slitte ambulanze trainate da due muli ed ebbero l’incarico di trasportare i feriti agli Ospedali retrostanti. Eravamo tutti convinti di rimanere per tutto l’Inverno e invece, nella seconda decade di Dicembre giunse l’ordine che la divisione Julia avrebbe cambiato fronte spostandosi sul lato destro a una quarantina di chilometri di distanza per prendere le posizioni sul Don per dare il cambio alla divisione Cosseria che era stata quasi tutta annientata in combattimento. Intanto gli Alpini della Julia, con attacchi e contrattacchi assunsero posizione sul Don. I morti e i congelati furono tantissimi, un vero macello! Mi rendo conto che chi non c’è stato non può crederci!

Dopo qualche giorno tornò una relativa calma. Si sparava sempre ma non in modo furibondo come nei primi giorni. Noi eravamo nelle retrovie in un paese di nome Krinovaja (Battezzato “trist che naja” dagli Alpini). Qui i soldati erano disperati al punto che non sapevano più neppure che giorno fosse. I bunker non c’erano più e il freddo e la tormenta ci immobilizzarono. Il termometro scese  a 25 30 gradi sottozero e noi avevamo il vestiario che portavamo in Italia. Le slitte ambulanze lavoravano a pieno ritmo per portare alpini all’Ospedale. Erano feriti ma soprattutto congelati. Anche molti di noi ebbero dei principi di congelamento.

Passarono ancora alcuni giorni e si visse in una relativa calma. Non si sentivano più i colpi di cannone ma solo più raffiche di mitraglia. Neppure si sentiva cantare la Katiuscia, vedevamo solamente i tedeschi indietreggiare, ma non sapevamo il perché. Si diceva che andavano a riposo per qualche giorno poiché la posizione sul Don era affidata agli Alpini. Il 15 Gennaio giunse anche a noi l’ordine di ritirarci, il nostro Capitano disse che dovevamo ripiegare, niente altro perché non sapeva di più. Imbastammo i muli rimasti e partimmo verso Podgornoi, per strada eravamo solo noi e tutto era calmo, quasi la guerra fosse finita. Il Capitano disse:< forse andiamo a riposo per qualche settimana!>, intanto giungemmo a Podgornoi e ci sistemammo nelle Isbe(Case). Non avevamo ancora terminato di piazzarci  che la speranza di riposare un po’ svanì, si sentirono degli spari e le urla degli ufficiali che ci ordinavano di uscire perché attaccati dai Russi. Fu un vero inferno, si vedevano lunghe strisce di pallottole traccianti che si intrecciavano su di noi, tutti gridavano e ci furono gravi perdite. Fu il primo accerchiamento e con i pochi rimasti si ripartì. I conducenti e i muli con le slitte ambulanze erano ancora tutti presenti all’appello. Altro che riposo, come si sperava, incominciò una vera odissea nella steppa! Si viaggiò tutta la notte con la tormenta che infilava la neve in tutte le parti del corpo. Alle prime ore del mattino si giunse ad Annovka dove era schierata la Cuneense, era il 17 Gennaio, il freddo era insopportabile, un Tenente che aveva un termometro disse che segnava 47 gradi sottozero. Anche la Cuneense iniziò il ripiegamento e qui iniziò la vera Ritirata. Non si sapeva da che parte andare ed eravamo circondati dai Russi. In tutte le direzioni bisognava andare all’assalto e, a volte riuscivamo ad aprire un varco ma sovente non riuscivamo ed allora si tentava da un altro lato. Ricordo che ripetemmo 11 assalti, ma eravamo accerchiati. Appena si trovava una via di uscita la colonna si metteva in viaggio ma si era costretti a calpestare morti e feriti, questi ultimi chiedevano aiuto, facevano una grande pena ma nessuno di noi poteva aiutarli. Si contarono centinaia di morti e si videro tantissime persone che cadevano congelate. Da mangiare non vi era più nulla e dove si passava incontravamo solo isbe che bruciavano e desolazione. I carri armati, a pattuglie di 4 o 5  ci mitragliavano e ci schiacciavano con i cingoli, noi sparammo fino all’ultima cartuccia ma senza risultati. Si aggiunsero anche i Samaiot a terrorizzarci: questi erano dei piccoli aereoplani che volavano a bassissima quota e ci mitragliavano. Dopo sei giorni di  queste condizioni e camminando senza sosta ci fermammo in un paese di cui non ricordo il nome. Qui uno schieramento di Alpini riuscì a sfondare un accerchiamento e successe che io,sfinito, mi addormentai in piedi, forse per pochissimo tempo ma quando mi risvegliai non trovai più nessuno del mio Reparto. Era notte e non sapendo come fare, seguìi la pista con altri sbandati. Vi era un bel chiaro di luna e camminai per diverse ore nella speranza di ritrovare il mio  reparto, poi stremato non ce la feci più. Giunto nei pressi di un gruppo di case mi fermai e bussai ad un’isba perché vidi che vi era gente dentro, temetti fossero Partigiani Russi invece mi risposero in piemontese. Fu una grande gioia, trovai due carabinieri che stavano cuocendo delle barbabietole, uno era di Neive e l’altro di Castagnole Lanze. Mi chiesero se avevo fame e risposi che avevo sonno, mi buttai su della paglia e mi addormentai, fui svegliato da una sparatoria, saltai fuori ma erano scaramucce dei Partigiani. Mi aggregai ad un reparto della Cuneense e pur non sapendo che ora fosse, camminai per molto tempo prima che ci fosse l’alba. Deviai dal grosso della colonna perché giunsero non so quanti carri armati Russi che tagliando la colonna in diversi punti ci costrinse a sparpagliarci e a formare nuove colonne. Ruscìi  ad agganciarmi alla colonna principale, ma sul far del giorno un altro attacco russo ci accerchiò e costrinsero le due Divisioni Julia e Cuneense che procedevano insieme, ad andare una a destra e una a sinistra nel tentativo di aprire un varco. Sempre alla ricerca del mio Reparto, chiesi ad un Ufficiale dove fosse  la Julia, mi disse di tornare indietro. Fatta poca strada sentìi una voce dirmi:< Dove vai Marcat?>, era mio fratello Mario, lui mi aveva riconosciuto, io no. Aveva la tuta bianca da sciatore e due baffi di ghiaccio gelati sul muso attaccati al passamontagna. Ci abbracciammo, poi mi disse:< se vai in quella direzione trovi i russi, vieni con me, anche io ho perso il reparto e sono sbandato> così camminammo insieme e dopo qualche chilometro aggancia il mio reparto che si era fermato a mangiare. Non erano più neppure la metà, non trovai né burchio né il Cappellano, mi raccontarono che erano stati attaccati dai russi e avevano subito gravi perdite. Trovai, ancora in buona forma  Bonelli, conduceva una slitta trainata da due muli carica di feriti e congelati. Ci fermammo anche Mario ed io ma spuntarono, dietro di noi, quattro  carri armati accompagnati dalla fanteria russa, tutti cominciarono a sparare all’impazzata e schiacciare soldati e muli senza pietà. Dissi a Bonelli di trovare  riparo in una valletta a qualche centinaio di metri ma lui, piangendo, mi disse che non poteva abbandonare la slitta con i feriti, quando fui al sicuro mi accorsi che lui non era venuto, non lo vidi più era il 23 gennaio del ’43. Ci fu una furiosa battaglia ma noi non fummo in grado di difenderci. La colonna fu nuovamente tagliata in due, io finìi nella piccola colonna formata di sbandati, per la maggior parte senza armi come me. Ero sfinito, da mangiare non si trovava più nulla, soprattutto per quelli rimasti più in dietro. Si calcolava che la colonna fosse lunga una quarantina di chilometri,inizialmente eravamo centomila soldati, poi i primi dovevano combattere e caddero lasciando centinaia di morti o di feriti che dopo pochi minuti erano assiderati ed erano come statue di pietra.

Io e mio fratello Mario ci incolonnammo dietro a dei tedeschi, non avendo altra scelta poiché il grosso della colonna era già molto avanti. Era a capo di questa colonna un Maggiore tedesco e devo dire ci guidava bene. Verso sera arrivammo in un piccolo paese, io ero stremato dal freddo, dalla stanchezza e dalla fame, inoltre avevo un piede congelato. Ci fermammo poco, poiché si prevedeva di essere attaccati dai Russi e si ripartì marciando tutta la notte. Al mattino ci fermammo in un altro paese e qui ci raggiunse un’altra colonna più numerosa della nostra, erano ancora bene armati e avevano muli e slitte cariche di feriti e congelati. Quando ci rimettemmo in marcia vedemmo apparire un carro armato che iniziò a mitragliarci andando su e giù per due o tre volte, noi giravamo intorno ad una casa come conigli in una gabbia. Sparò finchè ebbe munizioni. Intanto che il carro se ne andava, Mario gli sparò col moschetto, pur sapendo che non serviva a nulla, ma fu una reazione dettata dalla disperazione. I pochi rimasti riprendemmo la marcia ed io e mio fratello procedevamo affiancati per raggiungere una valletta distante circa due chilometri. Ma mentre eravamo allo scoperti spuntarono quattro carri armati che venivano verso di noi. Che fare? Sembrava veramente finita, ci coricammo nella neve e fummo un po’ sepolti. Forse non ci videro, deviarono verso il paese  e lo rasero al suolo,di quelli che erano rimasti là nessuno si salvò. Noi ci alzammo e a stento raggiungemmo una “balca” piccola valle. Io non ce la facevo proprio più, mi sedetti e dissi a Mario:< Tu vai, io mi fermo qui e poi torno in quel paese a cercare qualcosa da mangiare e intanto se arrivano i russi, mi arrendo>.Lui mi ripete più volte di alzarmi e di muovermi e alle mie risposte negative diventò come una bestia, era distante una decina di metri da me, tornò indietro e mi intimò:< se non ti alzi ti mollo due schiaffoni sul muso!> Mi prese per mano e mi aiutò a fare qualche passo, il mio piede congelato si riprese un po’ e mi riavviai. Intanto che procedevo pensavo:< Che brutta cosa aver ritrovato Mario, ora, per colpa mia ci rimane anche lui!> Raggiungemmo la colonna guidata dal Maggiore tedesco che avendo una cartina ogni tanto la consultava e sapeva dove andare. Eravamo nei pressi di Nicolaevka, quel giorno si camminò fino a notte arrivando in un abitato di poche isbe dove passava una ferrovia. Ci fermammo per riposare la notte. Eravamo rimasti circa cinquecento tra tedeschi ed alpini. Il Maggiore disse che saremmo ripartiti al mattino e che se fossimo riusciti a raggiungere e superare Nicolaevka saremmo stati fuori dalla sacca. Questa fu una parola che ci confortò e di cui ci fidavamo anche perché i tedeschi erano sempre informati sulla situazione. Avevano radio riceventi e tutti i giorni i loro apparecchi ci sorvolavano comunicando dove erano le postazioni russe. Ci rifugiammo in quelle case e fuori c’era  un bel chiaro di luna ed era cessata la tormenta, il freddo era anche diminuito di qualche grado, dai 45°-47° eravamo passati a 38°-40°. Appena entrati nelle case ci sdraiammo e ci addormentammo profondamente, eravamo distrutti. Nella notte si sentì un forte colpo di bomba e grida di aiuto, erano arrivati i russi e avevano gettato una bomba in una camera di fianco a dove eravamo noi. Ci alzammo di soprassalto e vedemmo che eravamo circondati dai russi armati di mitragliatrici. Tra noi c’era chi diceva di sparare  e chi di arrenderci ma non sapevamo quanti fossero i russi. Pochi di noi avevano il moschetto con poche munizioni e qualche bomba a mano, nel frattempo due nostri compagni di sventura tentarono di scappare ma furono fulminati  con una raffica appena varcarono la porta. Non sapevamo che era soltanto una pattuglia di pochi siberiani altrimenti avremmo risposto al fuoco. Ricordo che fermai mio fratello che voleva sparare e mi disse< senti Gepo, io ne ho due sotto tiro e sparo>, gli dissi:< non farlo, perché veramente, dopo, ci fanno la pelle!>. Tutti urlavano di non sparare e alla fine uscimmo con le braccia alte e ci arrendemmo. Sia noi che i russi si tremava, noi per il freddo loro perché temevano che noi reagissimo. Ci inquadrarono in due gruppi. Italiani e tedeschi a parte. A noi, un cosacco  disse< italianski Karasciò! (italiani buoni!) avanti marsh> avevamo appena fatto un centinaio di metri che sentimmo  raffiche di parabellum, uccisero i tedeschi, infatti non li vedemmo più. Ci fecero proseguire per tre o quattro chilometri e raggiungemmo un piccolo paese, qui da un balcone, usci un Ufficiale russo con un mucchio di righe sul cappello, sembrava un Capo Stazione, disse un sacco di parole ma non capimmo nulla. Si presentarono una trentina di soldati con una pala in spalla e un fucile in mano  ci urlarono:<Davai(avanti) italianski karasciò(buoni)> Dissi a mio fratello:< questa volta è finita veramente, ci portano un po’ in là e ci fanno fuori, magari ci fanno anche scavare la fossa!>. Si partì sperando non ci sparassero e intanto continuavano a rastrellare sbandati. La colonna di prigionieri aumentava sempre di più. Comprendemmo che la pala serviva per creare postazioni nella neve e la cosa ci tranquillizzò molto, intanto si camminò fino a sera e si arrivò a Nikolaevka. Qui ci chiusero in grande locale diroccato dai bombardamenti, ci perquisirono e ci presero gli orologi e i Marchi tedeschi. I cosacchi se ne andarono con quanto ci avevano preso e lasciarono due partigiani armati di fucili italiani a fare la guardia. Eravamo quasi certi che ci avrebbero portati in Siberia, aspettammo due lunghi giorni, il 25 e il 26 Gennaio, senza mangiare. Io ero disperato e pensando a casa dicevo che mi sarebbe piaciuto scrivere alla famiglia, invece Mario era ottimista e mi consolava:< Vedrai che il grosso della colonna riuscirà ad aprirsi un varco e arrivano a liberarci!> Infatti si sentivano degli spari ma erano molto lontano, e guardando da una fessura vedemmo che i russi, con dei cannoni piazzati su slitte trainate da cavalli prima andavano avanti e poi iniziarono a indietreggiare a causa di granate che arrivarono anche su di noi. Tuttavia non potevamo uscire perché chiusi in quel capannone. La battaglia, sempre più furiosa, durò fino a notte e si fece sempre più vicina a noi. Era la sera del 26 Gennaio. Ad un certo punto vedemmo che le sentinelle erano scomparse e non vi erano più soldati russi. Sentimmo sempre più vicine voci che dicevano:< Avanti- avanti!>. Arrivarono gli alpini della Tridentina, sembravano belve furiose, sparavano all’impazzata. Noi da dentro urlavamo, ma loro non capivano, pensavano fossimo russi e  piazzarono una mitraglia davanti a noi. Tra noi c’era un Sergente, l’unico con ancora i gradi in vista, vi erano altri ufficiali ma tutti degradati, che ci fece fare silenzio e  urlò:<Siamo italiani!> e gli Alpini della Tridentina rimossero la mitragliatrice e ci dissero di uscire. Così finì la nostra prigionia,

Di fronte al Capannone-prigione vi era un forno russo, dal quale vedevamo uscire slitte cariche di pagnotte. Mario sfondò un’inferriata ed entrò dalla finestra gettando fuori pagnotte finchè ve ne furono, era pane di farina di girasole, miconi di quattro chili ognuno, io riuscìi ad afferrarne tre. Con mio fratello ci mettemmo in disparte e divorammo la crosta a una pagnotta, la fame era molta ma mangiammo senza abbuffarci pensando ai prossimi giorni. Era ormai notte fonda e nel capannone non si riusciva più ad entrare, era stato riempito di feriti e assiderati. Girovagammo un po’ per il paese ma non trovammo un’isba dove rifugiarsi e trascorremmo la notte vicino a una casa che bruciava. Al mattino la colonna ripartì, e noi ci trovammo tra i primi ma con molti altri disarmati e per questo volevano mandarci dietro. Anche se avevano ragione, perché senza armi non saremmo stati di nessun aiuto se avessimo incontrato dei russi, rimanemmo tra i primi. Era il 27 Gennaio  si disse che eravamo fuori dalla “Sacca” e nonostante avessimo incontrato ancora due accerchiamenti riuscimmo ad aprirci un varco subendo poche perdite, fummo veramente fuori! Anche la Divisione Tridentina era ormai ridotta a pochi uomini ed era senza munizioni, fortunatamente non si incontrarono più ostacoli. Se avessimo incontrato anche solo un accerchiamento avremmo dovuto arrenderci e rassegnarci a “fare i comunisti con Stalin”!

Con la convinzione di essere ormai in salvo, i reparti si fermarono in un paese, qui Mario trovò un fucile modello 91. Mi disse< Dicono che siamo fuori, però i russi sono alle spalle, noi non fermiamoci qui, siamo già stati bruciati una volta!> e ci mettemmo subito in marcia. Camminammo tutta la notte e arrivammo a Sebechino dove vi erano già molti soldati di altre colonne e una Sussistenza che forniva viveri solo se eri con degli Ufficiali. Siccome noi non avevamo più il reparto, rischiavamo di non avere nulla. Io ero demoralizzato ma mio fratello era “ardì” e girava sempre come una saetta alla ricerca di qualcosa da mangiare. Lo aspettavo in un’isba e venne a dirmi che aveva trovato un suo Ufficiale che lo aveva autorizzato a prelevare anche per me. Venne la notte ma lui non tornò,al mattino andai anch’io alla ricerca di qualcuno del mio reparto. Girovagai un po’ e mi dissero che il mio reparto era indietro di undici chilometri, tornai indietro incontro ai miei compagni ma anche verso i russi. Giunto sul posto ebbi una grande delusione, trovai solo più un mio compagno ferito. Ci sistemammo con altri sbandati in una stanza ma lì non vi era nulla, solo neve!

Mario mi raccontò, poi a casa, che tornò a cercarmi e non mi trovò, aveva trovato un treno che trasportava quelli come me Congelati, sperando di trovarmi sulla tradotta salì anche lui e dopo un lungo viaggio arrivò a Varsavia. Lì attese che scaricassero tutti i feriti, ammalati e congelati ma vide che io non c’ero. Si inventò una malattia e si fece ricoverare in Ospedale, rimase per qualche giorno poi fu trasferito in Italia in un Ospedale a Chiavari e poi inviato a casa in convalescenza.

I rimasi ancora laggiù e mi feci nuovi amici di sventura. Mi tolsi la scarpa per verificare il mio piede e non riuscìi più a infilarla, fasciai il piede con una coperta da campo e misi la scarpa a tracolla.   Ripresi il cammino, non era più tanto fastidioso in quanto non c’era più pericolo di incontrare i russi. Era il 3 Febbraio e dopo due giorni di marcia arrivammo al paese di Belgorod dove c’era un “comando tappa” dove fu possibile “Sbobbare”(mangiare), io come gli altri avevamo una  gran fame arretrata. Un ufficiale mi disse di aspettare che ci avrebbero trasportati con i camions, bisognava solo attendere che i tedeschi fornissero il carburante. Rimanemmo fermi per tre giorni. Alla sera del 6 Febbraio, nuovamente allarme, arrivò un Capitano che ci disse:< Stanno arrivando i russi, chi può “se la dia a gambe “!

Partimmo a piedi,alla veloce e nuovamente terrorizzati percorremmo 4 o 5 chilometri, improvvisamente ci venne incontro un mezzo con due fanali rossi, era un camion con un ufficiale che aveva l’ordine di caricare solo i soldati della Divisione Julia e fece per ripartire in direzione di Belgorod, ma quando sentì cosa stava succedendo in quella città, ci caricò tutti e cambiò direzione, ci trasportò per circa cinquanta chilometri. Eravamo sempre più al sicuro. Ci riposammo nella notte e al mattino riprendemmo il cammino a piedi, proprio da sbandati cioè camminando da un paese all’altro. Dove si vedeva un camino che fumava si andava a bussare e si chiedeva qualcosa da mangiare, ma non avevano altro che  “Картофеля”(patate)crude. Erano brava gente ma non avevano altro neppure per sé, tuttavia ci facevano sedere vicino al fuoco per riscaldarci un po’ e nel frattempo cuocevano le patate. Non ricordo con precisione per quanto camminammo ma ci vollero più di venti giorni per arrivare a Gomel, qui c’era un comando tappa dove smistavano i reparti cioè dove dovevano confluire tutti gli sbandati. Noi della Julia dovemmo ancora proseguire per una trentina di chilometri , per arrivare ad un paese di nome Slobon, però ci condussero alla stazione e salimmo sul treno. A Slobon, dove era il concentramento di tutta la Divisione, speravo di trovare tanti miei compagni ma non ne incontrai oltre a quello ferito che ho già ricordato prima. Rimasi qui fino al sei di Marzo, finchè non arrivarono tutti gli sbandati della Divisione. In quella sera ci fecero salire sul treno per portarci in italia, era una tradotta con 29 vagoni che trasportò il resto di tutte le Divisioni. Durante il viaggio mi balenarono tanti pensieri: Dove saranno finiti i miei compagni? Come ho fatto a sopportare quei 1200 chilometri percorsi a piedi in mezzo a quelle bufere e con un piede congelato? Mi proposi di dedicare un quadro alla Madonna.

Viaggiammo per cinque giorni e cinque notti e raggiungemmo il Brennero. Fra noi si pensava a chissà quale ricevimento al nostro arrivo! E invece ad attenderci a Vipiteno, trovammo sete o otto donne fasciste che ci diedero qualche mela e del vino e ci dissero < Avete fatto schifo!> Furono parole che mi fecero male e che non dimenticai mai più. Vi erano anche molti borghesi e donne che volevano notizie dei propri figli e parenti. La tradotta fu poi condotta su di un binario morto e recintato con filo spinato, due sentinelle  osservavano che nessuno si avvicinasse, quasi fossimo bestie feroci. Passammo la notte su quei carri bestiame e al mattino ci condussero a fare un bagno, fummo disinfettati e rasati a zero, ci diedero degli abiti puliti e in testa una bustina della Fanteria. L’isolamento fu perché non volevano che si vedesse in che condizioni erano ridotti i soldati rimasti, era da Dicembre che non tagliavamo più barba e capelli né che ci lavavamo! E nuovamente si parte in treno, fino a Laives, qui ricevemmo una vera accoglienza. Anche qui ci offrirono mele, vino dolci e sigarette per chi fumava. Dopo alcuni discorsi di benvenuto una Banda musicale ci precedette e ci accompagnò fino al paese della quarantena, Bronsolo. Rimanemmo 15 giorni e ci diedero molte “brodaglie” per otto giorni, questi pasti non si fermavano nello stomaco, avevano l’efetto dell’olio di ricino. La seconda settimana iniziarono a darci pasta asciutta e spezzatino e finalmente si stava bene. Vennero compagnie borghesi a farci il teatro  e il cine, tutto era gratuito. Il 19 Marzo fu l’ultimo giorno di quarantena e ci consegnarono la Licenza di 30 giorni. Ci condussero alla Stazione di Laives e questa volta salimmo su untreno che aveva come destinazione Casa e non un altro fronte. Dopo 18 ore di viaggio arrivai ad Alba, era la sera del 20 Marzo, una Domenica, v era più gente ad attendermi che al Brennero. Vi era anche Mario, mio fratello, di cui non avevo più avuto notizie da Sebekino e che credevo morto.

I 30 giorni passarono veloci e dovetti presentarmi a Savigliano alla II° Compagnia Sanità, vi rimasi due giorni, poi io e il mio compagno, essendo Alpini, ci spedirono a Borgo San Dalmazzo al Magazzino, dove ci diedero nuovamente tutto il corredo come fossimo state Reclute alle prime armi. Ci aggregarono alla Comp. Comando e ci inviarono a San Rocco Castagnaretta, qui trovammo le reclute del 1923. Tutte le mattine ci portavano in Piazza d’armi inquadrati con le reclute  e ci facevano eseguire Esercitazioni, per un po’ ci adattammo, ma quando si trattò di correre e di eseguire il Percorso di guerra, noi sette otto  Reduci ci rifiutammo, come muli. Il Tenente che comandava si arrabbiò e ci diede l’attenti, noi rifiutammo! Qualche Alpino, spiegò al giovane Tenente dove eravamo stati e a quel punto ricevemmo le sue scuse e ci disse che lui non sapeva che fossimo reduci. Da quel giorno, per 15 mattine, ci portò in piazza d’armi e ci diede il rompete le righe. Con la seconda decade di giugno, ottenni la licenza agricola do 10 giorni + 2 e partìi con sette giorni di anticipo, a questa unìi la Licenza per trebbiatura e avrei dovuto rientrare il primo Settembre. Il 26 Luglio del 1943, ricevetti però il telegramma di revoca della licenza e avrei dovuto rientrare immediatamente al Corpo. L’avviso arrivò ai Carabinieri di Diano che andarono a cercarmi ai Camorotti, ma io non c’ero perché ero dietro la Macchina a trebbiare il grano in alta Langa. Allora trasmisero il telegramma ai Carabinieri di Cravanzana e così trascorsero 24 ore. Il 28 Luglio vidi arrivare due Carabinieri che mi dissero di partire subito. Ubbidìi e partìi da Levice fermandomi ancora un giorno a casa. Quando giunsi a Cuneo, il mio Battaglione era già partito per il Brennero. Tanta fu la rabbia per la licenza interrotta che mi sentìi male e un capitano medico mi dichiarò inabile per due mesi al Servizio di guerra. A causa di quella “menomazione” mi davano solo del latte, e io avevo una fame “del diavo”(del diavolo)! Rimasi cinque giorni in infermeria e poi fui aggregato alla Compagnia deposito(detta dei Ciaparat) perché imboscati nei magazzini. Qui trovai un tenente di Alba che ascoltando la mia storia si interessò e mi fece avere una licenza ma con la clausola messa dal Maggiore, di far verificare se mi presentavo veramente sul lavoro. Felice “paid in pocio”(come una nespola)Non mangiai neppure in caserma e partii immediatamente.

Raggiunsi i miei amici “Pajarin” e andai a “Bate”(trebbiare) oltre Prunetto. I Gendarmi di Cravanzana fecero il sopralluogo e non trovandomi mi dichiararono Disertore. Rimasi in licenza fino al 1° Settembre e mi presentai al Borgo San Dalmazzo il 3 Settembre. Il sei Settembre ci inviarono al seguito del Battaglione che era in Trentino al Passo della Mendola presso Merano. Mi presentai al Maggiore Cimara e mi disse che ero stato dichiarato Disertore e che se non vi era stato qualche errore sarei stato condannato alla Pena Capitale.

Il giorno dopo, verso le quattro del pomeriggio, la radio annunciò che l’Italia aveva firmato l’armistizio. Noi esultammo, ma il Maggiore ci radunò  e disse: < Voi fate festa ma dovete sapere che la guerra non è finita, ora inizia quella contro i Tedeschi>. Ci furono distribuite bombe e munizioni e mentre le compagnie furono inviate in Postazione verso Appiano, io rimasi con altri venti all’accampamento perché inabile fino al 29 Settembre. Con un mio compaesano di Rodello fui inviato, armato con un fucile mitragliatore, a pattugliare sulla strada e a fermare qualunque borghese passasse. Mentre ero di pattuglia pensai:< Sono stato dichiarato disertore, se rimango mi fucilano, tanto vale che diserto veramente, al massimo mi fucilano due volte!> Quella sera stessa fuggii con Vivalda di Albaretto Torre e Destefanis Sebastiano di Rodello. Scendemmo in un paesino di montagna di nome Fondo e, nonostante la maggior parte della gente di quelle parti fosse dalla parte dei Tedeschi, noi trovammo delle famiglie che ci diedero dei vestiti borghesi e potemmo scendere nella Val di Non nel paese di Revò Remalò dove era in corso una festa. Fummo ospitati da una famiglia molto cortese che ci sfamò e ci informò che tra pochi giorni sarebbero arrivati gli americani. Rimanemmo la notte e dormimmo sul fienile, con l’intenzione di fermarci ad aiutare per la raccolta di mele e granturco ma al mattino decidemmo di unirci ad altri sbandati e proseguimmo per Malé, Cles Passo del Tonale e ponte di legno fino ad Evolo. Qui salimmo su di un treno diretto a Verona. Eravamo stanchi e con la paura di incontrare i tedeschi ma giungemmo fino al Lago d’Iseo e a Breno , qui il treno fece una fermata e salirono due tedeschi che ci chiesero se eravamo militari. Naturalmente si rispose di no e ci credettero, loro scesero e il treno ripartì. A Rovato vi fu un nuovo posto di blocco con tanti tedeschi che controllavano i documenti. Noi eravamo sprovvisti di documenti, per cui uscimmo dai finestrini e ci nascondemmo in un campo di Meliga che fiancheggiava la ferrovia, era già buio e non ci videro. Si riprese il cammino a piedi e procedemmo per una ventina di chilometri seguendo da distanza la linea ferroviaria. A Chiari  salimmo nuovamente su un treno e questa volta riuscimmo ad arrivare a Santa Vittoria d’Alba, da qui finalmente raggiunsi la tanto sospirata casa per assaporare il sonno di un letto. La vita militare era durata quarantatre mesi meno due giorni e in quasi quattro anni di Naja non avevo mai dormito in una branda, mai visto un lenzuolo e neppure paglia per dormirci sopra. Per tre quarti del servizio militare si dormì vestito  e pieno di pidocchi. Questa vita non la auguro a nessuno e spero invece che nessuno abbia da andare in guerra. Mi scuso tanto con chi leggerà queste mie memorie per gli errori che ho fatto e per il mal scritto, ma credetemi che è stata dura ed è la verità. Valutate voi se quelli come me hanno contribuito al miglioramento dell’Italia visto che alle Commemorazioni e manifestazioni militari sono considerati soltanto i Partigiani. Non voglio polemizzare oltre ma voglio solo ricordare ai giovani che noi dovemmo subire questo nella nostra gioventù: giovani tra i 20 e i 30 anni dovemmo lasciare le famiglie riducendole in povertà e vivendo dai quattro agli otto anni di vita militare infernale.

Infine ringrazio il Buon Dio che mi ha concesso di ritrovare la via del ritorno a casa, l’Associazione Alpini di Benevello che mi ha premiato con una targa in ricordo della partecipazione al Fronte russo 1942/1943. Grazie di cuore. Pinoto drà Scià

Benevello 05/11/1989